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Ma chi Te lo ha fatto fare?

Possono salvarsi gli uomini che non hanno conosciuto Gesù? I teologi rispondono di sì, sia quanto agli uomini venuti prima di Cristo, sia quanto a coloro che si trovano in regioni non penetrate ancora dal Vangelo. Se non fosse irriverente, verrebbe voglia allora di applicare anche a Gesù la frase: « chi te lo ha fatto fare? ». Cioè: a che prò la tragedia della incarnazione e morte di Gesù, se anche senza conoscerlo gli uomini si possono salvare? Forse anzi, restando in buona fede su tanti punti ardui della morale cristiana, senza la venuta di Gesù si sarebbero salvati meglio. (N.N. - Trapani).

Mi rallegro della competenza teologica dell’egregio lettore di Trapani. È vera la sua affermazione iniziale, salvo una distinzione che dirò tra poco. E S. Paolo stesso che, mentre inculca la necessità della Fede, ne delimita anche le condizioni indispensabili, che Iddio non mancherà di ispirare all'animo di ogni uomo: « Senza fede è impossibile piacere (a Dio). Bisogna infatti che colui che si volge a Dio creda che esiste e che sia rimuneratore di coloro che lo cercano » (Ebrei 11,6). La distinzione però da farsi è tra la conoscenza implicita, sia pure in senso larghissimo, ed esplicita. Chi, sospinto dalla grazia, si inchini alla rivelazione avuta - in qualsiasi modo, interiore o esteriore, diretto o indiretto, chiaro od oscuro - di un tale Dio personale, giudice e rimuneratore, s’inchina e aderisce implicitamente anche all’insegnamento di tale Dio rivelatore, che si sia ipoteticamente incarnato. Implicitamente aderisce cioè all’insegnamento di Gesù.

Ma allora - insisterete - a che pro quella Incarnazione di fatto? Non bastava per tutti l’implicita fede? Oh bella! Ma la implicita fede nel Divino Messia suppone che questi sia esistito e abbia esplicitamente insegnato. L’adesione implicita al Messia rappresenta una soluzione, per così dire, di ripiego, che suppone la normale e piena soluzione della adesione esplicita. La domanda « a che pro? » potrebbe caso mai porsi in questi doppi termini: Quale vantaggio per la salvezza deriva agli uomini dalla rivelazione esplicita? E quale dall’essersi compiuta mediante l’incarnazione dello stesso Verbo Eterno e mediante il Calvario?

Il primo quesito urge evidentemente in merito, per es., ai missionari che si sforzano con impressionanti sacrifici di far conoscere esplicitamente la divina rivelazione fin nelle più sperdute regioni della terra. A tale riguardo il « pro » consiste nella immensa superiorità dell’esplicito rispetto all’implicito, tutta a vantaggio di chi può attuare tale esplicita conoscenza: perché l’insegnamento di Gesù addita all’uomo nei suoi più minuti particolari il più nobile e più sicuro cammino del cielo e con i sacramenti gli dà gli infallibili mezzi di grazia per percorrerlo, mettendolo dunque in condizioni ben superiori a chi l’ignorasse, sia pure in buona fede. Ma c’è una sperequazione ingiusta della grazia in ciò, tra illuminati e non illuminati? No, perché la grazia è un dono gratuito e indebito alla nostra natura umana, che Iddio può elargire a suo piacimento, dando però a tutti l'indispensabile. A riguardo però di tale « indispensabile » questo sommamente bisogna notare: che la grazia capace di infondere negli ignari cotesta fede implicita - e la forza di non peccare o di riparare il peccato - è frutto, anche per essi, dei meriti di Gesù attuati o (prima della Incarnazione) previsti.

Ciò non significa che Iddio non potesse attuare un altro piano di salvezza. Sorge allora il secondo quesito, quanto al modo così divinamente clamoroso e tragico della rivelazione e redenzione. Bastano due fondamentali motivi per la sostanziale risposta, i quali fanno vibrare la salvezza di due luminose parole: giustizia e amore. Solo gli infiniti meriti del Verbo Incarnato potevano riconciliare l’uomo a Dio con una riparazione a rigore di giustizia (data l’infinità dell’offeso: Dio). Solo con l’incarnazione e morte di Gesù s’è rivelato al mondo l'infinito amore di Dio per gli uomini, che era assolutamente impensabile senza la tragedia del Golgota. È il « prò » più toccante. È la rivelazione più luminosa e più dolce: quella del divino, infinito amore.

Mons. Pier Carlo Landucci, Cento problemi di Fede, Edz. Pro Civitate Christiana, Assisi 1959, pp. 23-25.