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Francesco I
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DEL POZZO: PURCHÉ DAL SINODO NON ESCA UN DIO DELLE AMAZZONI…

22 Settembre 2019 --

Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, siamo lieti e onorati di ospitare una riflessione di Luca Del Pozzo sul Sinodo dell’Amazzonia che si svolgerà a ottobre a Roma, e di cui ieri è stata presentata la lista dei partecipanti. È un testo che non esitiamo a definire fondamentale per capire in che modo una narrazione mitologica sia stata sovrapposta alla realtà, per favorire, come di consueto ormai n questa Chiesa, alcuni luoghi comuni cari ai poteri dominanti, all’informazione mainstream, e alla retorica ecologista più fasulla. Con una cancellazione non secondaria…indovinate di Chi? Buona lettura.

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Per non farci mancare niente, oltre allo tsunami di interviste, commenti, libri (sì, anche libri, pensati ad hoc per il Grande Evento, in alcuni casi con titoli stravaganti tipo “Perché l’Amazzonia ci salverà”, e potrei finirla qua) in vista del Sinodo amazzone ormai alle porte, ci è toccato pure assistere, dopo le tigri sulla facciata di S. Pietro, alla proiezione stavolta sulla facciata della basilica superiore di Assisi di varie immagini dell’Amazzonia, opera di non ricordo quale famoso fotografo.
Potrei sbagliare, ma a viste umane una simile mobilitazione di mezzi uomini e risorse per un Sinodo non credo abbia precedenti. Segno evidente che da parte di certi ambienti ecclesiali c’è la precisa volontà di tenere alta l’attenzione su un appuntamento nei confronti del quale si sono concentrare tante, forse troppe aspettative.
E vedi mai che alla fine qualche volenteroso geografo non avanzi la proposta di ribattezzare il sacro fiume passando da un profano “rio” ad un più consono “dio” delle amazzoni. Battute a parte (verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere), al netto della cortina fumogena mediatica, la domanda resta: davvero la Chiesa ha bisogno di un Sinodo sull’Amazzonia?
Intanto, qualche pillola anti fake-news giusto per sgombrare il terreno da equivoci e leggende che la narrativa mainstream continua ad alimentare, e di cui è facile rintracciare qualche eco anche nel documento preparatorio del Sinodo.
Parliamo di una rappresentazione dell’Amazzonia che fa a sportellate con la realtà se è vero, come hanno ribadito diversi esperti in materia, che: a) l’Amazzonia produce non il 20% ma meno del 6% dell’ossigeno di cui la terra ha bisogno; b) i fenomeni degli incendi di cui anche di recente abbiamo avuto notizia sono alquanto sopravvalutati dal momento che le cifre sono in linea con la media degli ultimi quindici anni e poco sopra la media degli ultimi dieci; c) la tanto sbandierata deforestazione non sta affatto accelerando (il Foglio ha ricordato qualche giorno fa che negli anni Novanta procedeva molto più spedita di oggi, e che in ogni caso l’80% della foresta è tuttora viva e vegeta, e lotta insieme a noi).
Pochi esempi ma che tuttavia dovrebbero bastare far far raddrizzare le orecchie e aguzzare la vista tutte volte che si sentono o si leggono di catastrofi ecatombi e apocalissi varie alle porte. Un conto è la cura dell’ambiente altro è elevare l’ambiente, la “nostra Madre Terra” manco fosse la Vergine Maria, al rango di divinità.
Le conseguenze le aveva messe bene a fuoco, con la lungimiranza profetica che gli era propria, S. Giovanni Paolo II, che nel discorso ai partecipanti ad un convegno su ambiente e salute del 1997 non a caso sottolineava: “Oggi assistiamo non di rado al dispiegamento di opposte posizioni esasperate: da una parte, in nome della esauribilità e della insufficienza delle risorse ambientali, si chiede la repressione della natalità, specialmente nei confronti dei popoli poveri e in via di sviluppo. Dall’altra, in nome di una concezione ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, si propone di eliminare la differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi, considerando la biosfera come un’unità biotica di valore indifferenziato. Si viene così ad eliminare la superiore responsabilità dell’uomo in favore di una considerazione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi”.
Non meno leggendaria è la rappresentazione di chi nella regione amazzonica ci vive. Leggere per credere il superbo reportage di Rodolfo Casadei sull’ultimo numero di Tempi (“Un’altra vita per l’Amazzonia”), dove appunto, testimonianze alla mano, vengono demoliti parecchi luoghi comuni.
Con buona pace di una vulgata, pure evidente nell’Instrumentum laboris del Sinodo, sempre pronta a tessere le “lodi dell’ecocompatibile vita indigena primitiva, proposta come esempio di rapporto sano con l’ambiente” e dove “si celebra la sua ‘cosmovisione’ fatta di relazioni dirette con gli spiriti degli animali e delle piante e di riti rivolti alla Madre Terra”, la realtà vera dice che spesso e volentieri “il rito quotidiano degli indios e dei maggioritari cablocos (il nome locale dei meticci, incrocio di bianchi e indios) è quello di trascorrere alcune ore seduti davanti a una tv che trasmette una telenovela”.
Non solo. L’aspetto che più preoccupa uno dei padri missionari del Pime intervistati da Casadei, è dato dalle “aperture” del documento preparatorio al culto degli spiriti: “Non bisogna mescolare – dice p. Romanello, per vent’anni in missione in Amazzonia – i simboli, perché altrimenti si equivoca la cosa più importante: la natura del sacrificio eucaristico. Deve essere ben chiaro che il soggetto del sacrificio è Cristo, e non lo spirito della foresta”.
Per non parlare di un altro tema evidenziato da Casadei, forse ancora più pericoloso del precedente, secondo cui gli indios sono “autosufficienti e la Chiesa cattolica deve limitarsi a difenderli politicamente e a fare la guardia forestale dell’Amazzonia”. Ma è guardando più da vicino proprio l’Instrumentum laboris del Sinodo che la domanda da cui siamo partiti appare più che legittima.
Anche a voler trascurare le questioni di natura socio-economica, politica e culturale affrontate nel documento (che tra l’altro, e con tutto il rispetto per l’Amazzonia non paiono più gravi di altre situazioni, in ogni caso non tali da giustificare un Sinodo) – questioni che oltretutto poco o nulla hanno a che fare con la missione della Chiesa che è e che resta annunciare il Vangelo affinché gli uomini, convertendosi, possano salvarsi (immagino la cosa riguardi anche i popoli dell’Amazzonia) – da un punto di vista strettamente ecclesiale siamo di fronte ad un testo, come ha giustamente rilevato il card. Müller, senza “un grande orizzonte teologico alle spalle” (e già qui potremmo ricordare la lezione dell’indimencato card.Caffarra: “Una Chiesa con meno dottrina non è una Chiesa più pastorale, è solo una Chiesa più ignorante), per di più infarcito di riferimenti ad esperienze teologiche e pastorali già viste e sentite decenni fa, e che soprattutto in america latina hanno provocato non pochi disastri, in primis la teologia della liberazione e in secundis una più che discutibile pastorale pauperista.
Quest’ultima responsabile, ironia della sorte, dello svuotamento delle chiese cattoliche a favore dei protestanti. Il motivo è presto detto: “le classi media e medio-bassa – dice ancora p. Romanello – che hanno faticato ad uscire dalla miseria, non sopportano la retorica della Chiesa povera e della scelta dei poveri, come se non essere poveri sia una colpa, e passano in massa con i nuovi protestanti”. Ma non basta. Il problema più grave è che prendendo spunto da una questione di ordine pastorale (ma che a sua volta riflette una crisi ben più grave che pastorale non è essendo primariamente crisi di fede) – ossia la scarsità di clero per celebrare i sacramenti, a partire dall’Eucarestia – si prospettano innovazioni e cambiamenti di cui non soltanto non se ne sente il bisogno, ma che avrebbero ricadute di ordine teologico ecclesiologico e pastorale potenzialmente devastanti, configurandosi come la classica toppa peggiore del buco.
Con l’aggravante che si tratterebbe di ricadute che andrebbero ben oltre i confini dell’Amazzonia. Lo stesso documento afferma infatti che “le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta”. Che insomma l’Amazzonia possa essere utilizzata come “grimaldello” da parte dei sedicenti riformatori per “ammodernare” la Chiesa in senso progressista, è una possibilità non troppo remota. Non solo.Il fatto eclatante è che sono proprio quelle stesse realtà alle quali ammiccano i novatori di ieri e di oggi per riformare in senso aperturista la disciplina del celibato – leggasi: le comunità protestanti in Germania – sono proprio esse la miglior prova della miopia di una simile operazione nella misura in cui lo sanno pure i muri che il protestantesimo in Germania è in crisi (per usare un eufemismo), e questo nonostante del celibato manco l’ombra.
Vorrà mica dire qualcosa? Eppure, ecco cosa si legge nel passaggio non a caso più problematico: “…è urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno»…Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il popolo di Dio possa avere un accesso migliore è frequente all’Eucarestia, centro della vita cristiana”.
Ora, tacendo dello stravagante riferimento, per altro ripetuto svariate volte nel testo, a questa “Chiesa dal volto amazzonico e dal volto indigeno “ che lascia un po’ il tempo che trova (mi accontenterei di una Chiesa dal volto di Cristo, non basta?), si tratta di un passaggio rivelatore della vera posta in gioco di questo Sinodo. E che insieme a tutto il resto del documento, non a caso criticato da più parti (e qui va ribadito che è una mera traccia di lavoro senza alcun valore vincolante), è una prova ulteriore della confusione che c’è oggi nella Chiesa. Una Chiesa che primariamente a causa di una lettura dell’Incarnazione, prevalente in certi ambienti, che sembra dimenticare che il Figlio di Dio è sì vero uomo ma anche vero Dio, e che legge l’Incarnazione come se l’unione del divino e dell’umano fosse in qualche modo già salvifica di per sé (sarebbe interessante approfondire se e in che misura in tale prospettiva trova ancora posto l’opera redentrice di Cristo, ma non è questa la sede), si traduce in un approccio pragmatico alle questioni, rischiando di ridursi sempre più ad una realtà umana, troppo umana, accanto ad altre realtà umane.
Per l’Amazzonia (come ovunque) vale quanto p. Mauro, un altro dei missionari intervistati da Tempi, ha ricordato: “In Amazzonia come in tutto il Brasile il sentimento religioso è fortissimo…Ma è una religiosità che si intreccia con un modo di vivere naturalistico, istintivo, egoista. L’evangelizzazione non consiste nell’aggiustare, insegnando nuove regole morali, il modo di vita mondano, ma nel proporre una cosa diversa rispetto alle logiche del mondo, un’altra vita”. Ecco, un’altra vita. Oggi come ieri e come domani, la vera e unica scelta che la Chiesa ha innanzi a sé è tra aiutare le persone ad elevarsi alla statura del Vangelo o abbassare l’asticella del Vangelo alla statura delle persone. Tutto il resto è noia.
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marcotosatti.com

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