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L'ultima cena e la lavanda dei piedi: dov'era e cosa fece la Madonna? – Rivelazioni dalla "Mistica Città di Dio"

Nel primo pomeriggio del giovedì precedente la sua morte, il nostro Redentore proseguiva il suo cammino verso Gerusalemme. I discepoli, nei colloqui che egli teneva con loro riguardo agli arcani sui quali li stava istruendo, gli esposero alcuni dubbi su ciò che non intendevano. Egli rispose a tutti come maestro della sapienza e padre premuroso, con parole piene di dolcissima luce, che penetrava il loro intimo; infatti, avendoli sempre amati, in quelle ultime ore della sua esistenza terrena, come cigno divino, manifestava con più forza la soavità della sua voce e del suo affetto. La sua imminente passione e la cognizione dei tanti tormenti che lo aspettavano non gli impedivano di farlo; anzi, come il calore concentrato per l'opposizione del freddo torna ad uscire con tutta la sua efficacia, l'incendio che ardeva senza misura nel suo cuore divampava con maggiore tenerezza e impeto ad accendere quegli stessi che cercavano di estinguerlo, cominciando a ferire i più vicini con le sue fiamme. Noi discendenti di Adamo, eccetto Cristo e la sua Madre beatissima, solitamente siamo resi impazienti dalla persecuzione, irritati dalle ingiurie e sconcertati dalle pene. Ogni cosa avversa ci turba, disanima e inasprisce contro chi ci offende, così che reputiamo grande virtù il non vendicarci all'istante. La carità di Gesù, però, non si alterò per le ingiurie che prevedeva e non si stancò per l'ignoranza dei suoi e per l'infedeltà che stava per sperimentare in loro.

Lo interrogarono su dove volesse consumare la Pasqua; i giudei, infatti, in quella notte cenavano e festeggiavano tale ricorrenza molto importante. Nella loro legge era la figura più chiara dello stesso Signore e di quanto in lui e attraverso di lui si sarebbe dovuto operare, anche se gli apostoli non erano ancora in grado di conoscerlo sufficientemente. Egli, allora, inviò in città Pietro e Giovanni davanti agli altri: avrebbero visto entrare in una casa un servo con una brocca d'acqua e là avrebbero dovuto chiedere in suo nome al padrone che gli approntasse una stanza per stare a tavola con loro. Questi, una delle persone più ricche e rinomate del luogo, gli era devoto e aveva creduto nella sua dottrina e nei suoi miracoli. A motivo della sua pietà meritò che l'Autore della vita scegliesse la sua abitazione per consacrarla, con ciò che vi realizzò, come tempio santo per quanto ancora lì si sarebbe compiuto in seguito. Essi andarono subito e, individuati i segni che erano stati dati loro, pregarono quel tale di accoglierlo e di riceverlo come suo ospite per la solennità degli Azzimi; così, infatti, si chiamava quella Pasqua.

Costui fu illuminato nell'animo con un favore speciale ed offrì generosamente la sua dimora, con il necessario per eseguire tutto secondo l'uso comune. Immediatamente destinò loro una sala assai ampia, addobbata e adornata come conveniva al mistero tanto venerabile che sarebbe stato istituito, anche se né egli stesso né i due ne erano al corrente. Quando tutto fu pronto arrivarono sua Maestà e gli altri, e poco dopo giunsero anche Maria e le donne che la seguivano. Senza indugio l'umile Regina, stesa al suolo, adorò come di consueto suo Figlio, gli domandò la benedizione e lo implorò di comandarle ciò che avrebbe dovuto fare. Le fu detto di appartarsi in una piccola stanza e di contemplare da lì quanto la Provvidenza aveva determinato di effettuare in tale sera, confortando le sue compagne e rischiarandole diligentemente su quello di cui era opportuno avvertirle. Ella obbedì e si ritirò con esse ingiungendo loro di perseverare nella fede e nell'orazione; intanto, continuava ad attendere con fervore la comunione, della quale sapeva vicino il momento, stando sempre attenta con lo sguardo interiore a tutto ciò che il suo Unigenito faceva.

Il nostro Salvatore, quando la purissima Vergine si fu allontanata, si introdusse con i Dodici e con altri nell'ambiente allestito per loro. Mangiò con essi l'agnello, osservando tutte le prescrizioni senza tralasciare niente di quanto egli stesso aveva deliberato per mezzo di Mosè. In quest'ultima cena, spiegò ai presenti di che cosa fossero figura quei riti e rivelò loro che erano stati dati ai patriarchi e ai profeti per significare quello che stava adempiendo e doveva adempiere come redentore del mondo. Affermò che l'antica legge e le sue figure avrebbero perso il loro valore con l'avvento della verità; infatti, non potevano più restare le ombre, essendo già venuta in lui la luce e la nuova legge di grazia, nella quale sarebbero rimasti soltanto i precetti di quella naturale, fissata perpetuamente. Questi sarebbero stati elevati e perfezionati dagli altri suoi dettami e consigli; inoltre, con la forza che avrebbe conferito ai nuovi sacramenti, gli antichi sarebbero cessati, in quanto inefficaci e solo figura degli altri. Per tali scopi egli faceva quella celebrazione, con la quale dava termine al loro culto e ai loro costumi, che dovevano preparare a ciò che ora stava attuando; conseguito il fine, si interrompeva l'utilizzo dei mezzi.

Con questi ammaestramenti, gli apostoli compresero ineffabili segreti di tali profondi arcani, mentre i semplici discepoli non capirono molto. Giuda intese poco o nulla, meno di tutti, perché era posseduto dall'avarizia e badava solo all'infame fellonìa che aveva tramato, stando completamente immerso nel pensiero di perpetrarla di nascosto. Anche Gesù manteneva il silenzio su di essa, perché così si addiceva alla sua equità e all'ordine dei suoi altissimi giudizi. Non volle escluderlo da niente, finché non si trasse fuori egli stesso per la sua perversa volontà, e lo trattò sempre come suo discepolo, apostolo e ministro, non smettendo di rispettarlo. Con il suo esempio educò i figli della Chiesa ad avere un considerevole ossequio verso i sacerdoti e a custodirne con zelo l'onore, senza divulgare i loro peccati e le debolezze che scorgono in essi, come in uomini di fragile natura. Dobbiamo supporre che non ci sarà alcuno peggiore di quel perfido; del resto, il nostro credo ci insegna che nessuno sarà come il Signore, né avrà tanta autorità e tanto potere. Dunque, non sarà mai legittimo che i mortali, tutti infinitamente da meno rispetto a quest'ultimo, si comportino con i pastori, migliori del traditore benché malvagi, come egli stesso non fece con lui. La questione non cambia nel caso dei superiori, dato che anche sua Maestà lo era eppure lo tollerò e proseguì a riverirlo.

In questa occasione, il Figlio compose un cantico impenetrabile a lode del Padre, perché si erano compiute le figure della legge antica, a sua gloria. Prostrato a terra, umiliandosi secondo la sua santissima umanità, confessò e adorò la Divinità come enormemente più grande di lui. Parlandogli, elevò intimamente una sublime e fervida preghiera:

«Dio immenso, il vostro celeste ed immutabile beneplacito decretò di formare la mia vera umanità, stabilendo che in essa io fossi primogenito di tutti i predestinati, per vostra esaltazione e loro interminabile gaudio, e che per mio mezzo essi si disponessero ad ottenere la beatitudine; per questo, per riscattare i discendenti di Adamo, ho vissuto con loro per trentatré anni. È giunta l'ora, opportuna e a voi gradita, che il vostro nome si manifesti e sia conosciuto e magnificato da ogni nazione attraverso la predicazione, che palesi a tutti la vostra imperscrutabile eccellenza. È tempo che venga aperto il libro sigillato con sette sigilli consegnatomi dalla vostra sapienza' e che venga posta felicemente fine all'immolazione di animali, che ha significato quello che io volontariamente ho ormai intenzione di donare di me stesso per le membra del corpo del quale sono il capo, le pecorelle del vostro gregge, che vi supplico di guardare con misericordia. Se essa placava il vostro sdegno grazie a ciò che preannunciava, è ragionevole che questo si concluda totalmente. Adesso mi offro con prontezza in sacrificio per essere crocifisso per tutti e mi pongo come olocausto nel fuoco del mio stesso amore. Si mitighi a questo punto il rigore della vostra giustizia e mostrate clemenza verso di essi. Diamo loro una norma di salvezza, attraverso la quale si aprano le porte del paradiso, finora sbarrate per la disobbedienza, e ritrovino un cammino sicuro per entrare con me ad ammirarvi, se vorranno seguire i miei comandamenti e ricalcare le mie orme».

L'Onnipotente accettò questa invocazione e inviò subito dalle altezze innumerevoli eserciti di angeli, affinché assistessero nel cenacolo ai prodigi che il suo Unigenito stava per realizzare. Frattanto, Maria nel suo ritiro era assorta in somma contemplazione, ravvisando ogni cosa distintamente e con chiarezza, come se fosse stata presente. Collaborava in tutto con lui come le veniva dettato dalla sua eccezionale saggezza. Faceva atti eroici ed eccelsi di ognuna delle virtù, con le quali doveva corrispondere alle sue; queste, infatti, le risuonavano nel petto castissimo, dove con eco arcana venivano ripetute. Ella, nel modo a lei conveniente, innalzava le stesse orazioni, ed inoltre stupendi inni per ciò che l'umanità santissima nella persona del Verbo stava facendo per adempiere il volere superno e dare termine alle antiche figure della legge.

La singolare armonia delle doti e delle azioni della nostra Signora, se ora la percepissimo, sarebbe meritevole di ogni meraviglia anche per noi, come lo fu per gli spiriti sovrani e lo sarà per tutti nell'aldilà. Esse stavano ordinate nel suo cuore come in un coro, senza confondersi né impedirsi le une con le altre, e in tale circostanza erano attive, tutte e ciascuna, con maggiore forza. Sapeva come in Cristo tutto si compiva ed era sostituito dalla nuova legge e da sacramenti più nobili ed efficaci; osservava il frutto sovrabbondante della redenzione negli eletti, la rovina dei dannati, la glorificazione del Creatore e della santissima umanità di Gesù, la fede e la cognizione universale della Divinità, che veniva preparata a beneficio del mondo; vedeva spalancarsi il cielo, chiuso da tanti secoli, affinché i mortali vi avessero subito accesso attraverso lo stabilirsi e il progredire della Chiesa, fondata sul Vangelo, e di tutti i suoi misteri. Ne era artefice mirabile e prudente suo Figlio, tra il plauso e lo stupore degli abitanti del regno di Dio, che ella benediceva con rendimenti di grazie, senza tralasciare neppure un apice, gioendo e consolandosi con incomparabile giubilo.

Nel contempo, però, discerneva che queste opere ineffabili sarebbero costate a sua Maestà dolori, ignominie, ingiurie e tormenti, e infine il supplizio più duro e aspro. Era cosciente che egli avrebbe dovuto soffrire tutto ciò nella carne ricevuta da lei e che, nonostante questo, tanti gli sarebbero stati ingrati e non ne avrebbero tratto profitto. Tale consapevolezza riempiva di desolante amarezza il candidissimo animo della pietosa Madre, ma questi moti interiori potevano essere contenuti nel suo nobile intimo, dal momento che ella era ritratto vivo e proporzionato di lui. Non si turbava o alterava e non mancava di sollevare e di educare le pie donne che erano con lei. Senza perdere la sublimità delle rivelazioni che le erano date, discendeva esternamente ad istruirle e confortarle con consigli salutari e con parole di vita eterna. O straordinaria Maestra ed esempio grandissimo, ben degno di essere imitato da noi! Purtroppo è vero che i nostri doni, se paragonati con quel pelago di grazia e di luce, sono impercettibili; ma è vero anche che le nostre pene e tribolazioni, a confronto delle sue, sono quasi apparenti e di poco peso, poiché ella da sola sopportò più di tutti gli altri messi insieme. Eppure, non sappiamo sostenere con pazienza la minima avversità, né per emularla e dimostrarle il nostro amore, né per la nostra beatitudine senza fine. Tutte le contrarietà ci inquietano, ci irritano e sono accolte da noi con disappunto: quando sopraggiungono, sciogliamo il freno alle passioni, resistiamo con ira, reagiamo con tristezza, abbandoniamo indocili la ragione, e tutti gli impulsi cattivi si scompigliano stando pronti a farci precipitare. Anche la prosperità ci diletta e ci rovina; insomma, non possiamo confidare in niente nella nostra natura macchiata e corrotta. In queste occasioni ricordiamoci, dunque, della nostra Regina, per rimettere al loro posto i nostri disordini.

Conclusa la cena prescritta, dopo avere bene insegnato tutto agli apostoli, l'Unigenito si accinse a lavare loro i piedi, conformemente al racconto di Giovanni. Prima di cominciare, si rivolse ancora all'Altissimo, stendendosi al suo cospetto come aveva fatto all'inizio. Questa implorazione non fu vocale, ma egli disse mentalmente: «Padre mio, autore dell'intero universo, io sono vostra immagine, generato dal vostro intelletto e impronta della vostra sostanza. Essendomi offerto secondo la disposizione della vostra volontà perfetta per riscattare tutti con la mia crocifissione, bramo, per vostro beneplacito, di arrivare ad essa abbassandomi fino alla polvere, affinché la smisurata superbia di Lucifero venga confusa dalla semplicità del vostro diletto. Per lasciare una testimonianza di tale virtù ai Dodici e alla comunità ecclesiale, che si deve edificare su questo sicuro basamento, intendo lavare i piedi dei miei discepoli, anche quelli di Giuda, inferiore a tutti per la malvagità che ha tramato. Inginocchiandomi davanti a lui con sincera e profonda umiltà, gli manifesterò la mia amicizia e la possibilità di salvezza. Egli è il più acerrimo nemico che ho tra i mortali, ma non gli negherò la mia pietà e il perdono del suo tradimento; così, se lo rifiuterà, il cielo e la terra sapranno che io gli ho allargato le braccia della mia clemenza ed egli l'ha disprezzata con ostinazione».

Fece quest'orazione per compiere tale gesto. Non ci sono termini e paragoni per comunicare qualcosa dell'impeto con il quale il suo ardore determinava e faceva tutto ciò: è lenta l'attività del fuoco, la corrente del mare, la caduta della pietra e ugualmente inadeguati sono gli altri movimenti immaginabili negli elementi; non possiamo, però, ignorare che solo la sua carità e la sua sapienza poterono pensare tale espressione di modestia. Egli, nella sua divinità e umanità, si piegò fino alla parte più bassa dell'uomo, i piedi, e addirittura fino a quelli del peggiore tra tutti. Colui che era la Parola di Dio pose la sua bocca su quanto era meno decoroso e più spregevole. Colui che era il Santo dei santi e la stessa bontà per essenza, Signore dei signori e re dei re, si chinò davanti alla persona più scellerata perché potesse essere redenta, se avesse voluto comprendere e accettare questo beneficio, che non è mai sufficientemente ponderato e magnificato.

Dopo aver pregato si alzò e, con un aspetto bellissimo, sereno e affabile, comandò ai suoi di sedersi tutti ordinatamente, come se fossero stati tanti magnati e lui il loro servo. Quindi, si tolse il mantello che teneva sopra la tunica inconsutile, che gli giungeva ai calcagni pur senza coprirli. In quel momento portava dei sandali, quantunque in certe circostanze se li levasse per predicare scalzo. Erano sempre gli stessi che Maria gli aveva messo per la prima volta in Egitto e che da quel giorno erano cresciuti lentamente come i suoi piedi. Spogliatosi dunque del mantello, al quale si riferisce l'Evangelista parlando di vesti, prese una lunga stoffa e si cinse con una parte di essa, facendo pendere l'altra estremità. Versò poi dell'acqua in un catino, mentre tutti, pieni di meraviglia, stavano attenti a quello che veniva eseguito.

Si avvicinò al capo degli apostoli per iniziare da lui, ma questi nel suo fervore, quando vide prostrato davanti a sé lo stesso Cristo che aveva confessato come Figlio del Dio vivente, rinnovando nel suo intimo questa fede con la luce che allora lo illuminava e ravvisando con grande consapevolezza la propria bassezza, turbato e sorpreso domandò: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Il nostro bene replicò con incomparabile mansuetudine: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Ciò significava: «Conformati adesso al mio volere e non anteporre il tuo giudizio, perché così perverti l'ordine delle virtù e le separi. Prima devi soggiogare il tuo intelletto e credere che è conveniente quanto io faccio; solo dopo afferrerai i misteri nascosti nelle mie opere, perché all'intelligenza di essi devi accedere attraverso la porta dell'obbedienza, senza la quale la tua umiltà non può essere veramente tale, ma orgoglio. Del resto, la tua non si può porre innanzi alla mia; infatti, io mi sono umiliato fino alla morte, e per farlo in questa misura ho obbedito, mentre tu, che sei mio discepolo, non ti attieni al mio insegnamento e sotto un'apparenza di umiltà sei disobbediente. Se inverti tali qualità dando retta alla tua presunzione, ti privi di entrambe».

Egli non intese questo ammaestramento, racchiuso nella risposta, perché, pur stando alla sua scuola, non era arrivato a sperimentare gli influssi celesti della lavanda alla quale l'Autore della vita si accingeva e del contatto con lui. Imbarazzato dalla propria inopportuna riverenza, ribatté: «Non mi laverai mai i piedi!». Fu ammonito con più durezza: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Con questa frase severa, sua Maestà canonizzò la sicurezza dell'obbedienza. Secondo la logica terrena pare che Pietro avesse delle valide motivazioni per opporsi ad un'azione tanto inaudita e tale da essere ritenuta molto audace, come era il consentire, uomo vile e non immune da colpe, che gli stesse inginocchiato dinanzi Dio stesso, da lui riconosciuto e adorato come tale. Questa giustificazione, però, non fu considerata buona, perché Gesù non poteva sbagliare in quello che faceva e, quando non ci risulta palese l'errore in chi ha autorità, l'obbedienza deve essere cieca e non, cercare ragioni per resistere. Il Salvatore voleva dare rimedio alla ribellione dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, per mezzo della quale il peccato era entrato nel mondo Per la somiglianza che l'atteggiamento del pescatore aveva con essa, della quale partecipava, il Signore gli fece temere una punizione simile, affermando che se non si fosse assoggettato non avrebbe avuto parte con lui. Ciò corrispondeva a escluderlo dai suoi meriti e dal frutto della redenzione, per la quale siamo fatti capaci e degni della sua amicizia e della sua gloria. Lo minacciò pure di negargli il suo corpo e il suo sangue, che stava per consacrare sotto le specie del pane e del vino. Anche se in queste desiderava donarsi interamente, e non diviso, e anelava ardentemente di comunicarsi in tale modo arcano, l'indocilità avrebbe potuto sottrarre a costui l'amoroso beneficio se avesse perseverato in essa.

Alle parole dell'Unigenito, il principe del collegio apostolico rimase tanto castigato e istruito che, con eccellente abbandono, esclamò subito: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Ciò equivaleva a dire: «Offro i miei piedi per correre verso l'obbedienza, le mie mani per esercitarla e il mio capo per non seguire il mio proprio giudizio contro di essa». Cristo accettò questo atto di sottomissione e dichiarò: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti»; infatti, uno di loro era completamente immondo. Proclamò questo perché i suoi, tranne Giuda, erano stati resi giusti dalle sue esortazioni; essi avevano solo bisogno di lavare le imperfezioni e le pecche leggere, per ricevere l'eucaristia con disposizione migliore, come è necessario per ottenerne gli effetti soprannaturali e per conseguire grazia più copiosa, piena ed efficace. Le mancanze veniali, le distrazioni e la tiepidezza nell'accostarsi ad essa, difatti, sono di enorme intralcio. Così, Pietro venne purificato e dopo di lui anche gli altri, tra lo stupore e le lacrime, perché erano tutti rischiarati e colmati di nuovi favori.

Il Maestro passò al traditore, la cui slealtà e perfidia non poté estinguere la sua carità, né impedirgli attestazioni di affetto maggiori che ai suoi compagni. Senza manifestare pubblicamente questi particolari segni di tenerezza, li fece evidenti a lui in due maniere: innanzitutto, nell'amabilità e nella delicatezza con cui si mise ai suoi piedi, li bagnò, li baciò e li strinse al petto; poi, nelle sublimi ispirazioni con le quali toccò il suo intimo, nella misura richiesta dalla debolezza e miseria di quell'animo depravato, cioè dandogli aiuti molto più larghi che agli altri. La sua condizione, però, era pessima, i suoi vizi estremamente radicati in lui, la sua ostinazione indurita e le sue facoltà turbate e debilitate. Egli si era allontanato in tutto e per tutto dall'Altissimo e si era dato in potere al demonio, che stava in lui come in un trono della sua perversità, e pertanto ostacolò ogni soccorso e ogni impulso positivo. Si aggiunse inoltre la paura di ciò che gli avrebbero fatto gli scribi e i farisei se non avesse rispettato l'accordo. Alla presenza di sua Maestà e per l'energia interiore del sostegno che gli era concesso, la luce dell'intelletto lo voleva muovere; per questo, si sollevò nella sua coscienza tenebrosa una burrasca turbolenta, che lo riempì di confusione e di astio, lo infiammò di rabbia, lo gettò nella disperazione, lo spinse distante dal medico che intendeva applicargli la cura salutare, e convertì questa in veleno mortale e in fiele amarissimo della malvagità dalla quale era pervaso e posseduto.

La sua iniquità si oppose alla forza del contatto con le mani divine nelle quali l'eterno Padre aveva posto ogni tesoro, nonché la possibilità di compiere cose mirabili e di arricchire tutte le creature. Anche se la sua pertinacia non avesse avuto altri ausili che quelli portati ordinariamente dalla visione del Redentore, la sua malignità sarebbe stata superiore ad ogni immaginazione. Il corpo di Gesù era assolutamente perfetto e armonioso; il suo aspetto era composto e sereno, bello, piacevole e soave; i suoi capelli, tra il biondo e il castano, erano tagliati pari secondo l'uso di Nazaret; i suoi occhi erano grandi e sommamente graziosi e nobili; la bocca, il naso e le altre parti del suo viso erano ben proporzionate. In tutto, poi, appariva tanto affabile e leggiadro che chiunque lo mirava senza malizia era spinto a rispettarlo e ad amarlo. Inoltre, la sua vista provocava vivo giubilo, con singolare illuminazione delle anime, generava in esse pensieri celesti e produceva altri influssi. Giuda ebbe ai suoi piedi questa persona così incantevole e venerabile, che gli dava inconsuete dimostrazioni di cortesia, peraltro con stimoli più abbondanti di quelli comuni. La sua scelleratezza, però, fu tale che niente poté piegare o ammorbidire il suo cuore di pietra; anzi, si sdegnò della dolcezza di lui e non volle guardarlo in faccia, né porgli attenzione. Dal momento in cui aveva perso la fede e la grazia, infatti, aveva cominciato a provare questo odio contro di lui e contro la sua Madre santissima, e non li fissava mai in volto. Più spaventoso fu il terrore che della vicinanza di Cristo ebbe Lucifero. Come ho spiegato, questi se ne stava nel vile discepolo e, non tollerando l'umiltà che il Salvatore usava con gli apostoli, cercò di uscire da colui che dominava e dal cenacolo; ma il vigore del braccio onnipotente non permise che se ne andasse, per schiacciare la sua superbia. In seguito, però, il demonio venne scacciato di là, pieno di furore e di sospetti che costui fosse vero Dio.

Terminata la lavanda e ripreso il suo mantello, l'Unigenito si mise a sedere in mezzo ai suoi e fece loro il lungo discorso che ci riferisce il quarto evangelista, iniziando con queste parole: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato». Proseguì rivelando loro eccelsi misteri, istruendoli, ammonendoli e formandoli; non mi trattengo qui a ripetere questo, rimettendomi al testo sacro. Tale discorso li rischiarò ancora sulla beatissima Trinità e sull'incarnazione, li dispose ulteriormente all'eucaristia e li confermò in quanto già sapevano della profondità della sua predicazione e dei suoi miracoli. Fra tutti, quelli che lo penetrarono di più furono Giovanni e Pietro, perché ciascuno ebbe una comprensione diversa, maggiore o minore in base alla propria condizione spirituale e alla volontà celeste. Il primo racconta ciò parlando della domanda che rivolse circa il traditore a sua Maestà; questi stesso durante la cena, quando egli si reclinò sul suo petto, gli svelò chi era. Il secondo lo aveva sollecitato a farlo perché desiderava esserne informato per vendicare il suo Signore o impedirne la consegna, mosso dal fervore che gli ardeva dentro e che era solito manifestare più degli altri. Giovanni, però, non glielo disse, pur avendolo conosciuto dal segno indicatogli, cioè dal boccone offerto a quell'infame: tacque e mantenne il segreto, esercitando la carità che gli era stata comunicata e insegnata alla scuola del suo Maestro.

Fu privilegiato in questo favore e in molti altri quando poggiò il capo sul petto di Gesù, dove apprese sublimi arcani riguardanti la sua divinità e umanità nonché la Regina. In tale occasione, quest'ultima gli fu affidata, affinché ne avesse cura; dalla croce, infatti, non gli fu proclamato: «Ella sarà tua madre», né a lei: «Egli sarà tuo figlio». Il Redentore non lo decise allora, ma dichiarò pubblicamente quello che già prima aveva raccomandato e ordinato. Di tutti gli atti che eseguì nella lavanda dei piedi e delle sue espressioni la purissima Vergine aveva straordinaria cognizione e visione, come già altrove si è asseri to, e per tutto ella compose cantici a lode e gloria dell'Altissimo. Quando in seguito furono compiute le sue meraviglie, le osservava non come venendo a scoprire qualcosa di nuovo, prima ignorato, ma come scorgendo realizzare quello che già sapeva e che teneva scritto nel suo intimo, così come nelle tavole di Mosè erano incisi i comandamenti. Intanto, illuminava le pie donne che erano con lei su quanto era conveniente, serbando per sé ciò che non erano capaci di intendere.

Venerabile Maria d'Agreda

Tratto da:

La Mistica Città di Dio, libro 6, capitolo 19, paragrafi 1156-1175 (medjugorje.altervista.org/…/index.php)
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