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La "Dominus Iesus" e il Concilio Vaticano II

Pubblico due articoli sulla Dichiarazione "Dominus Iesus" della Congregazione per la Dottrina della Fede «circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa» (6 agosto 2000). Questi articoli apparvero sul quindicinale anti-modernista "Sì Sì No No", il 15 novembre e il 15 dicembre 2000.
Fonte: www.sisinono.org/anno-2000.html

La “DOMINUS IESUS
una Dichiarazione

perfettamente in linea con il Vaticano II”

Il 6 agosto u.s. la Congregazione per la Dottrina della Fede ha reso pubblica la dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della sua Chiesa. La Dichiarazione ha provocato contestazioni tra i cattolici “ecumenici” ed ha entusiasmato alcuni cattolici che vogliono essere e rimanere semplicemente tali. A noi sembra che tanto i contestatori della Dichiarazione quanto quelli che se ne sono rallegrati o non hanno letto integralmente il documento o non lo hanno letto con la dovuta attenzione. Esso, infatti, è “perfettamente in linea con il Vaticano II” (mons. D’ Ornellas, Vescovo ausiliare di Parigi) e con gli obiettivi dei modernisti “moderati”, i quali non vogliono il ritorno alla Tradizione, ma neppure “fughe in avanti” (v. Ratzinger in Rapporto sulla Fede) e, perciò, contrariamente a quanto hanno fatto supporre i superficiali e frettolosi commenti della stampa, con questo documento “nulla è cambiato” (mons. Ennio Antonelli, segretario della CEI). Alcune “novità” della Dichiarazione, poi, la rendono, come vedremo, ecumenicamente ancora più spinta del Vaticano II.

Significative omissioni

L’Introduzione della Dominus Iesus si serve, per esporre “i contenuti fondamentali della professione di fede cristiana”, del Simbolo Costantinopolitano (D. 150), nel quale manca il “Filioque”, che vi fu aggiunto quale completamento legittimo, “a motivo di quegli eretici i quali vanno dicendo che lo Spirito Santo è lo Spirito del solo Padre” (Sinodo del Friuli 796; sul “Filioque” si veda sì sì no no 15 dicembre 1997 p.6).

Perché mai la Dominus Iesus ritorna al Simbolo senza “Filioque”? Evidentemente per motivi ecumenici: per ingraziarsi gli “ortodossi” che ne tolsero un pretesto per lo scisma. Ma questo equivale ad offuscare la Fede, a fare un grave torto alla Chiesa cattolica e a confermare i sedicenti “ortodossi” nella convinzione che il Filioque fu “un’invenzione diabolica”, un “dogma perverso” (Fozio) della Chiesa romana.

Altra omissione è l’assenza di ogni riferimento al dogma “Extra Ecclesiam nulla salus” in una Dichiarazione che pur è dedicata principalmente al “dialogo interreligioso”, cioè al dialogo con le religioni neppure nominalmente “cristiane”, dialogo, che “oggi – si dice – non sostituisce, ma accompagna” l’azione missionaria della Chiesa (§ 2).

Queste omissioni sono significative. In realtà, malgrado l’ apparente fermezza di alcuni asserti, intesi a frenare le “fughe in avanti”, la Dominus Iesus, viziata dall’intento “ecumenico”, alterna, come vedremo, verità di fede con contraddizioni inconciliabili con il dogma cattolico. Anche questo perfettamente in linea con lo “spirito” e i testi del Vaticano II e con i successivi documenti.

La tesi portante

L’intento dichiarato della Dominus Iesus è di “riesporre la dottrina della fede cattolica” a riguardo dell’«unicità e universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo e della Chiesa» (§3) contro “determinate posizioni erronee o ambigue” (ivi).

La tesi portante di tutta la Dichiarazione è esposta al §5, quando si ribadisce che dev’ essere «fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo [...] si dà la rivelazione della pienezza della verità divina» e «per questo l’enciclica ‘Redemptoris Missio’ [molto citata in tutto il Documento] ripropone alla Chiesa il compito di proclamare il Vangelo come pienezza della verità: “in questa Parola definitiva della sua rivelazione, Dio si è fatto conoscere nel modo più pieno”». La tesi portante, dunque, è che in Cristo si ha una pienezza di rivelazione non solo rispetto al Vecchio Testamento (il che è vero), ma anche rispetto alle false religioni (il che è falso), nelle quali perciò la rivelazione divina è data solo meno pienamente.

In altre parole, tutto l’universo delle religioni (religioni pagane, ma anche sette) sarebbe in qualche modo riconducibile “al mistero di Cristo”, salvo che nella Chiesa cattolica la rivelazione si trova nella sua pienezza, mentre nelle altre “credenze” religiose non è piena, ma a diversi gradi incompleta; nelle religioni pagane, poi, “assume un ruolo di preparazione evangelica e non può non avere un riferimento a Cristo per operare lui, l’Uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale” (§12). Cristo ricapitola così anche tutte le religioni, la vera e le false! E con questo “riferimento” obbligato a Cristo (e alla sua Chiesa), che soppianta di fatto il dogma “Extra Ecclesiam nulla salus”, la Dichiarazione crede di aver messo in salvo l’«unicità e universalità salvifica del mistero di Cristo e della Chiesa »!

L’equivoco di fondo

Per quanto riguarda le religioni pagane, la prospettiva di partenza è inficiata da un’errata valutazione delle loro credenze. «La credenza nelle altre religioni – leggiamo – è quell’insieme di esperienza e di pensiero, che costituiscono i tesori umani di saggezza e di religiosità, che l’uomo nella sua ricerca della verità ha ideato e messo in atto nel suo riferimento al Divino e all’Assoluto» (§7). Sembrerebbe che l’uomo, nei secoli, non abbia fatto altro che cercare la verità, teso com’è all’assoluto e al divino per naturale disposizione, mentre la storia delle religioni ci attesta, al contrario, l’apostasia dell’uomo dalla primitiva rivelazione con graduale degenerazione del primitivo monoteismo presso tutti i popoli (1). L’opera del diavolo (di cui non si parla mai) e le conseguenze del peccato originale sono due realtà taciute, trascurate nel documento, come nel più deciso naturalismo.

I tesori umani di saggezza e di religiosità” sono in linea con la catechesi del mercoledì, in cui si sostiene che “dall’apertura primordiale dell’uomo nei confronti di Dio nascono le diverse religioni. Non di rado, alla loro origine troviamo dei fondatori che hanno realizzato, con l’aiuto dello Spirito Santo, una più profonda esperienza religiosa”. Secondo questa prospettiva naturalistica e immanentistica (già confutata da noi in altre occasioni (2) e che ora non costituisce direttamente l’oggetto del nostro articolo), le false religioni, frutto non dell’ «apertura», ma della chiusura primordiale dell’uomo nei confronti di Dio e del conseguente umano pervertimento, devono essere stimate dalla Chiesa “con sincero rispetto”.

Se le Autorità più alte della Chiesa considerassero tali credenze religiose alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione, negherebbero loro, come l’ha sempre negato la Chiesa, ogni rispetto e ne vedrebbero “i tesori umani di saggezza e di religiosità” ovvero le poche verità in esse sommerse e sfigurate per quello che in realtà sono: frutto del lume naturale della ragione, o residui della primitiva Rivelazione fatta da Dio ad Adamo e ai Patriarchi o ruberie perpetrate nei secoli dalla stessa Rivelazione definitiva di Gesù Cristo (3). Perciò la Chiesa non ha mai riconosciuta come propria di questa o quella religione neppure una sola verità (4).

Anche le attuali Autorità ecclesiastiche non possono ignorare che le false “credenze” religiose hanno di proprio solo le menzogne e le assurdità in cui irretiscono le anime ma, per motivi ecumenici, le contrabbandano come “tesori umani di saggezza e di religiosità” e addirittura, come vedremo, “una mediazione partecipata” all’unica mediazione di Cristo, da trattare perciò con “sincero rispetto”.

Ispirati o quasi anche i testi “sacri” delle religioni pagane

Al §7 la Dichiarazione riscopre la distinzione, da decenni obliterata, tra “fede teologale” che “comporta una duplice adesione: a Dio che rivela e alla verità da lui rivelata” e “credenza” (umana ed erronea) nelle altre religioni (credenza presentata nel modo assolutamente positivo che sopra abbiamo visto). Ma già al successivo §8 si adopera a colmare questo “saltus” tra umano e divino rivelato, tra naturale (decaduto) e soprannaturale.

Addentrandosi, infatti, direttamente sul “valore ispirato dei testi sacri di altre religioni” la Dichiarazione lascia cadere l’ occasione per ribadire nettamente che sono ispirati unicamente i libri sacri del Cristianesimo. Si limita a dire che “la tradizione della Chiesa… riserva [sic]” tale qualifica al Vecchio (anzi all’«Antico») e al Nuovo Testamento, soggiungendo che «tuttavia […] Dio non manca di rendersi presente in tanti modi “non solo ai singoli individui, ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale espressione, pur contenendo “lacune, insufficienze ed errori” [“Redemptoris missio”]. Pertanto, i libri sacri di altre religioni, che di fatto alimentano e guidano l’ esistenza dei loro seguaci, ricevono dal mistero di Cristo quegli elementi di bontà e di grazia in essi presenti» (§8).

Dietro le diplomatiche perifrasi è evidente il tentativo di riconoscere ai “libri sacri” delle false religioni una qualche ispirazione, dello stesso tipo della Sacra Scrittura, anche se di “minore intensità” o di grado inferiore, dato che Dio si renderebbe “mediante” queste religioni “presente” (non si sa in quale misura) e i loro testi “sacri” “ricevono dal mistero di Cristo” gli “elementi di bontà e di grazia [sic]” che “alimentano e guidano i loro seguaci” (poco prima è detto che attraverso tali “elementi” “moltitudini di persone, nel corso dei secoli hanno potuto e ancora oggi possono alimentare e conservare [sic!] il loro rapporto religioso con Dio”). In breve: le credenze pagane sono religioni quasi cristiane (come vedremo meglio) e i loro testi “sacri”, contrariamente a quanto si è sempre detto e si dovrebbe sempre dire, sono testi quasi-ispirati.

Questa concezione ottimistica, ed irrealistica, delle religioni pagane è in contraddizione con quanto la Chiesa, sul fondamento della Sacra Scrittura e della Tradizione, ha sempre insegnato e il Catechismo Maggiore di San Pio X nella sua Breve storia della religione così pianamente espone e riassume: poiché il fine dell’uomo è soprannaturale, «si comprende… che la religione fin dal principio dovette essere “rivelata”, ossia svelata da Dio all’ uomo. Di fatto Dio rivelò la religione ad Adamo ed ai primi Patriarchi, che si succedevano gli uni agli altri […], finché Iddio si ebbe formato un popolo che la custodisse fino alla venuta del Salvatore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, il quale… la compì, la perfezionò e la confidò in custodia alla Chiesa per tutti i secoli.

Tutto ciò è provato dalla storia della religione, la quale, può dirsi, si confonde con la storia dell’ umanità. Quindi è chiaro che tutte quelle che diconsi “religioni”, fuori dell’unica vera rivelata da Dio, della quale parliamo, sono
invenzioni degli uomini e deviazioni dalla Verità, della quale talune conservano una qualche parte, mista però a molte menzogne ed assurdità».

Incoerenze

Se al §8 la Dichiarazione ci presenta un Cristo che elargisce “elementi di bontà e di grazia” anche ai libri “sacri” dei pagani (maomettani, indù o altro), non si capisce con quale coerenza al §9 si condannano quelle riflessioni teologiche (solo “più avanzate”, ma anche più logiche nell’ errore) in cui Cristo è presentato quale figura storica “rivelatrice del divino in maniera non esclusiva, ma complementare ad altre presenze rivelatrici e salvifiche”.

Ci pare, infatti, che la prospettiva del §8 abbia come necessaria conseguenza proprio l’accostamento al Cristo di “altre presenze rivelatrici e salvifiche”, sia pure a Lui inferiori e a Lui riconducibili, ma non da Lui escluse (come si dice chiaramente al §14, che tra breve esamineremo). Questa subordinazione può salvare il primato di Cristo (Cristo non ha comprimari) e la completezza della sua opera (Cristo non ha bisogno di “complementi”), ma non la sua “esclusività”, e quindi la sua “unicità”, se le parole devono significare quello che suonano.

Risulta contraddittoria anche la conclusione del §10, in cui si sostiene «non compatibile con la dottrina della Chiesa la teoria che attribuisce un’attività salvifica al Logos come tale nella sua divinità, che si eserciterebbe “oltre” e “al di là” dell’umanità di Cristo, anche dopo l’incarnazione». Infatti l’attività salvifica del Logos «“oltre” e “al di là” dell’umanità di Cristo, anche dopo l’incarnazione» asserita dalla stessa Dichiarazione quando ci dice che “Dio non manca di rendersi presente” non solo ai singoli individui, ma anche ai popoli “mediante” le loro false religioni (sia pure con il solito obbligato e imprecisato riferimento al “mistero di Cristo”). Così la Dichiarazione della più alta Congregazione romana è intimamente contraddittoria proprio nel punto in cui voleva mostrare la sua più grande fermezza.

Una novità inaudita

In realtà la difesa dell’«unicità e universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo e della Chiesa» è, al solito, gravemente inficiata dal desiderio di promuovere, anche a costo della verità, la “causa unionis”, e non con le sole confessioni che si dicono cristiane, ma con tutte le credenze religiose.

Questa intenzione ecumenica chiaramente enunciata al §14: «La teologia oggi […] è invitata ad esplorare [come se non fosse una questione già posta e risolta] se e come anche figure ed elementi positivi di altre religioni rientrino nel piano divino di salvezza […]. Il concilio Vaticano II, infatti, ha affermato che l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione che è partecipazione dell’unica fonte. È da approfondire il contenuto di questa mediazione partecipata».

Tra il Cristo e le credenze pagane il Vaticano II e i successivi documenti hanno stabilito, come si vede, un carattere di continuità che annulla il saltus additato dal Magistero precedente. Invece che avversarie, contrapposte, nemiche, le false confessioni religiose sono poste come ad Assisi, dalla stessa parte del Cristo, in continuità con Lui. Di conseguenza il documento non vuole ribadire con fermezza univoca che la via della salvezza è una sola, quella stabilita da Cristo nella sua Chiesa, ma lascia intendere, con disponibilità equivoca, che è da ammettere che “anche figure ed elementi positivi di altre religioni rientrino nel piano divino di salvezza”, e che, stando al Vaticano II, alle false religioni si può riconoscere una “varia cooperazione”, anzi persino una “mediazione partecipata” con l’unica mediazione del Cristo. Unica riserva è che queste “mediazioni partecipate […] non possono essere intese come parallele e complementari”. Infatti il concetto di complemento parallelo (paritetico) è ben differente da quello di mediazione partecipata (subordinata).

Questo concetto di mediazione partecipata e subordinata è intrinseco alla religione cattolica da sempre. La “novità” della Dichiarazione, inaudita nella religione cattolica, è che qui la mediazione partecipata non è più riservata alla Vergine Santissima, ai Santi, ai membri del Corpo mistico, ma è slargata a tutte le false religioni (sette e religioni pagane). In armonia con la “nuova teologia”, che non circoscrive più il Corpo mistico di Cristo alla Chiesa visibile, più le individuali eccezioni date da quelle anime unite “in voto”, per desiderio implicito ed esplicito, alla Chiesa, ma slarga, estende il Corpo mistico di Cristo a tutta l’umanità con tutte le sue false credenze religiose.

Il concetto portante dell’ ecumenismo si riduce a questo: “Tutte le religioni sono ordinate alla salvezza che è una ed è quella di Cristo; il loro ordine è stabilito dal grado di partecipazione di ciascuna alla pienezza di verità e di salvezza che si trova in massimo grado in Cristo e nella sua Chiesa”. È questa la trabeazione portante su cui si regge anche l’edificio della dichiarazione Dominus Iesus, e noi non vediamo in che cosa differisca dalla tesi che fu già del modernismo: che Dio si rivela “nella vita di tutte le religioni, singolarmente e collettivamente, quantunque soprattutto nella vita del Cristianesimo” (G. Tyrrel Per la sincerità in Rinnovamento luglio-agosto 1907).

Discipulus

(1) Si veda, ad esempio, W. Schimdt Manuale di Storia comparata delle religioni, Brescia 1938 e R. Boccassino La religione dei primitivi nella Storia delle Religioni del padre Tacchi Ventura.
(2) V. Sì sì no no n. 17, 1999 Lo Spirito Santo all’origine delle… false religioni!
(3) V. Sì sì no no 31 maggio 1997 pp. 1ss.
(4) Ivi.

Promemoria sulle false religioni

«Tutto ci si presenta come se la specie umana, irradiando da un punto comune, sul quale sarebbe apparsa in un’epoca che la scienza è impotente a fissare con esattezza, fosse stata messa in possesso di un fondo di Verità religiose e morali con gli elementi di un culto; il tutto radicato nella natura umana; conservato nella famiglia, sviluppato con la società, e che a poco a poco – secondo la mentalità particolare di ogni razza, la sua capacità intellettuale, le condizioni speciali di vita – ha dato quelle forme apparentemente diverse, ma fondamentalmente identiche che chiamiamo “religioni”. Religioni, alle quali, dovunque e fin dal principio, si sono attaccati i miti, le superstizioni e la magia, che le viziano e le sfigurano, distogliendole dal loro oggetto» (DD. Le Roy La Religion des primitifs p. 484).
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«L’uomo si allontana da Dio nella maniera più grave con la mancanza della vera fede, perché viene persino a mancare della vera conoscenza di Dio; e con una conoscenza falsa a Lui non si avvicina, ma si allontana maggiormente. E chi ha una falsa idea di Dio non può averne una conoscenza neppure parziale; poiché ciò che egli pensa non è Dio» (Summa Theol., II-II , q. 10, a. 3).

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La “DOMINUS IESUS
e gli SCISMATICI
Una dichiarazione che dà il via alla “svendita ecumenica” del Papato


In un precedente articolo (15 novembre u. s. pp. 2 ss.) abbiamo esaminato quanto la Dominus Iesus, la Dichiarazione dedicata dalla Congregazione per la Fede all’«unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della sua Chiesa» (§ 3), dice circa le religioni non cristiane ed abbiamo visto che il documento è “perfettamente in linea” con il Vaticano Dimostreremo ora che esso, per quanto concerne le sette che si dicono cristiane, è persino peggiore dei testi di quel Concilio e dà il via alla “svendita” ecumenica del Papato (v. sì sì no no 15 maggio ’97 Il primato di Pietro è forse all’asta?).

Premettiamo che all’unicità e unità della Chiesa Leone XIII volle dedicare la Satis Cognitum, dato che il Vaticano I, per la presa di Roma, non aveva potuto concludere i suoi lavori sull’ argomento, ma gli autori della Dominus Iesus, pur trattando il medesimo argomento, l’hanno totalmente ignorata, e non senza ragione, perché si tratta di due opposte dottrine. Noi, invece, citeremo spesso l’enciclica di Leone XIII, ma potremmo moltiplicare all’infinito le citazioni, perché il Magistero non ebbe mai altro linguaggio e la Satis Cognitum non fa che trasmetterci la dottrina costante della Chiesa.

Un grave interrogativo

Il cap. IV della Dominus Iesus dedicato all’«unicità e unità della Chiesa». Vi sono ribadite l’inseparabilità di Cristo dalla Chiesa e (contro l’eresia della “Chiesa divisa”) l’«unità» e l’«unicità della Chiesa da Lui fondata», che “non verranno mai a mancare”. Tutto bene. Ma questa Chiesa fondata da Cristo è la Chiesa cattolica?

La Dichiarazione riprende il controverso “subsistit in” del Concilio, sostenendo che con quella formula «il Vaticano II volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa cattolica, e dall’altro lato “l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori della sua compagine” [Lumen Gentium n.8], ovvero nelle Chiese [sic] e comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica» (§16).

Anche qui, la trave portante è il concetto di “pienezza”: la Chiesa di Cristo continua ad esistere “pienamente” soltanto nella Chiesa cattolica, ma esiste altresì, meno pienamente, anche nelle comunità da essa separate.

Non più “saltus”, non più soluzione di continuità non solo tra la Chiesa cattolica e le religioni pagane, ma anche tra la Chiesa cattolica, fondata da Dio e le “società o sette fondate dagli uomini che si dicono cristiane” (San Pio X Catechismo maggiore). Le sette non sono più “divisioni, che si fecero dalla santa Chiesa cattolica, apostolica, romana… suscitate e sostenute da uomini presuntuosi, che abbandonarono il sentimento della Chiesa universale, per tener dietro volontariamente ed ostinatamente a qualche errore proprio o altrui contro la fede – e sono gli eretici – oppure da uomini orgogliosi ed avidi di dominio, i quali credendosi più illuminati di santa Chiesa, trascinarono una parte dei figli suoi a scindere la cattolica unità, separandosi dal Papa e dall’ Episcopato unito con lui – e sono gli scismatici” (Catechismo maggiore cit.). No. Contro il costante, immutato ed immutabile insegnamento della Chiesa, la Dominus Iesus ci dice che le sette eretiche e/o scismatiche non sono più “sette”, cioè separazioni dall’unica, indivisibile Chiesa di Cristo; esse (lo vogliano o no) sono tuttora in “comunione”, anche se non “piena”, con la Chiesa cattolica. E ciò grazie all’ esistenza nelle sette di “numerosi elementi di santificazione e di verità”, che la Dichiarazione dimentica che, ovunque si trovino, sono propri della Chiesa cattolica, e non delle sette che di proprio hanno solo l’eresia e la rivolta contro la legittima autorità, senza le quali non sarebbero mai nate e cesserebbero all’istante di esistere.

In questa prospettiva affatto “nuova”, in contraddizione con la Fede costante della Chiesa, la Congregazione per la Fede rivoluziona, a partire dal concetto di “comunione”, tutta la ecclesiologia cattolica in un modo che non esitiamo a ritenere peggiore del Concilio Vaticano II.

Una “comunione” senza centro e fondamento

Notiamo anzitutto che la comunione ecclesiale ha sempre presupposto l’unità di fede ed ha, da sempre, il suo centro, principio e fondamento nel Papato: «come per l’unità della Chiesa, in quanto è riunione dei fedeli, si richiede necessariamente l’unità della fede, così per l’unità della medesima (Chiesa), in quanto è una società divinamente costituita, si esige, per diritto divino, l’unità di governo, la quale produce e in sé racchiude l’unità della comunione” (Leone XIII Satis Cognitum). E il dogmatico Concilio Vaticano I insegna: «Affinché tutta la moltitudine dei credenti si conservasse nell’ unità della fede e della comunione (in fidei et communionis unitate) [il Signore] prepose agli altri Apostoli il beato Pietro, stabilendo in lui il perenne principio e il visibile fondamento dell’una e dell’altra unità» (D. 1821). E ancora Leone XIII nell’enciclica Satis Cognitum:Poiché il divino Fondatore aveva stabilito che la Chiesa fosse una per fede, governo e comunione, elesse Pietro e i suoi successori per principio e centro dell’unità” (D. 1960).

La Dominus Iesus, invece, viene a parlarci, come vedremo più ampiamente, di “vere Chiese particolari”, nelle quali “è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato” (§17). Una “comunione”, dunque, (poco importa se non “piena”) senza unità di fede e senza unione con la cattedra di Pietro, una “comunione” cioè senza il “principio”, il “centro” e il “fondamento” stabilito da Nostro Signore Gesù Cristo. È cancellata così la nozione stessa di scisma. Il rifiuto del Primato non rende più scismatici, come sempre ha insegnato la Chiesa, ma soltanto indebolisce la “comunione” con la Chiesa.

Del tutto invano gli estensori della Dominus Iesus, per introdurre questa nuovissima nozione di “comunione”, si appellano ai documenti del Concilio e postconcilio: se veramente hanno voluto dire questo, essi sono in contraddizione con il Magistero infallibile della Chiesa e dunque… non Concilio, ma conciliabolo.

Non più “ubi Petrus ibi Ecclesia

La Dichiarazione svolge la logica demolitrice sino in fondo. Essa dice che “i fedeli sono tenuti a professare che esiste una continuità storica – radicata nella successione apostolica – tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica”.

Si badi che la formula, malgrado la sua solennità, obbliga i fedeli a professare la sola “continuità storica”, e non l’identità della Chiesa cattolica con la Chiesa fondata da Cristo, e questa “continuità storica” la Dichiarazione, incidentalmente, la dice “radicata nella successione apostolica”.

Salta così, surrettiziamente, mediante un semplice inciso, il tradizionale “Ubi Petrus ibi Ecclesia” (Sant’Ambrogio) che indica, da sempre, nel Papato il criterio fondamentale, semplicissimo, per discernere la vera Chiesa fondata da Cristo. “Vi è, per arrivare alla fede una facile dimostrazione, che riassume la verità. Il Signore così dice a Pietro: – Ti dico che tu sei Pietro… È su uno solo che Gesù fonda la sua Chiesa” scrive San Cipriano (De Unitate Ecclesiae) e Pio IX nell’ Apostolicae Sedis così ci consegna l’ immutabile Tradizione divino-apostolica sull’ argomento: «La Chiesa cattolica… una, di quell’unità, il cui principio, la cui radice e la cui origine indefettibile è la suprema autorità ed il Primato preminente del beato Pietro, Principe degli Apostoli, e dei suoi Successori sulla Cattedra Romana». Ne consegue che “in quest’ unica Chiesa di Cristo nessuno si trova, come nessuno persevera, senza riconoscere e accettare con l’ubbidienza la suprema autorità di Pietro e dei suoi legittimi successori” (Pio XI Mortalium animos).

Conseguenza, questa, chiaramente ostica per l’odierno ecumenismo e ad eludere la quale gli estensori della Dichiarazione, nel capitolo dedicato all’ «unicità ed unità della Chiesa», non spendono una sola parola sul Papato (tranne che per svalutare il suo rifiuto), benché esso sia, per volontà divina, “centro dell’ unità cattolica e della comunione ecclesiale” (Gregorio XVI Commissum Divinitus). Al tradizionale Ubi Petrus ibi Ecclesia sostituiscono (anche in omaggio alla “collegialità”) un nuovo criterio di discernimento: la “successione apostolica” (non meglio specificata), quasi che l’episcopato non attinga, per volere divino, dal Successore di Pietro “il suo essere e il principio della sua autorità” (Clemente XIII A quo die nobis).

Riduzione delle “note” della Chiesa

Da notare che con ciò vengono ridotte ad una sola nota (e malamente intesa, come vedremo) le quattro note distintive della Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo.

Queste quattro note le professiamo nel “Credo”: “una, santa, cattolica, apostolica” e “ognuna di queste note è talmente legata alle altre che non può esserne separata; perciò la Chiesa, che veramente è e viene detta cattolica, deve rifulgere contemporaneamente della prerogativa dell’ unità, della santità e della successione apostolica” (Pio IX Apostolicae Sedis). Non basta, dunque, la sola nota della “successione apostolica” e per di più senza Pietro, principe degli Apostoli e fondamento visibile della Chiesa, per stabilire la “continuità storica” con la Chiesa fondata da Cristo, come vorrebbe oggi, invece, la Dominus Iesus.

Le comunità “ortodosse” diventano cattoliche

L’applicazione che la stessa Dichiarazione fa del “nuovo” criterio ne palesa appieno la falsità e, insieme, l’utilità “ecumenica”.

Infatti, se la continuità storica tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica è “radicata nella successione apostolica” (e basta) ne consegue che le cosiddette “Chiese ortodosse”, potendo vantare una materiale successione apostolica, hanno anch’ esse una “continuità storica” con la Chiesa di Cristo. Ed infatti gli estensori della Dominus Iesus gliela riconoscono: “Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia [ecco introdotto un secondo criterio] sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo”.

In nota la Dichiarazione rimanda al Concilio Vaticano II, decreto Unitatis Redintegratio nn. 14 e 15, dei quali numeri, tutt’altro che limpidi, la Dominus Iesus fornisce, dunque, l’interpretazione autentica; non “alla luce della Tradizione”, però, ma contro tutta la Tradizione.

È vero, la Dichiarazione, pur parlando di “unione” con la Chiesa cattolica “per mezzo di strettissimi vincoli”, evita di usare per queste comunità separate l’aggettivo “cattolico”: parla di “vere Chiese particolari”, e non di “vere Chiese cattoliche particolari”; e dice che “anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo”, e non che è presente ed operante la “Chiesa cattolica”, ma questo ci conferma nel grave interrogativo che ci siamo posti inizialmente: la Chiesa di cui la Dichiarazione afferma l’unità e l’unicità, la “Chiesa fondata da Cristo”, è per la Dominus Iesus la Chiesa cattolica?

È certo in ogni caso che la Chiesa una e unica della Dominus Iesus non ha più il suo centro nel Successore di Pietro e che essa è “presente ed operante” non solo nella Chiesa cattolica (benché continui ad esistere “pienamente” soltanto in essa), ma anche nelle sette eretiche e/o scismatiche (nelle quali continua ad esistere meno “pienamente”, a motivo di alcune “carenze”).

Ora, poiché, stando all’ ecclesiologia di sempre, cui tutti siamo tenuti a stare, le “Chiese particolari” altro non sono che l’unica Chiesa cattolica presente in questa o quella Diocesi oppure in questa o quella nazione (per intenderci: la Chiesa cattolica in Italia, in Francia ecc.), le cosiddette “Chiese ortodosse”, che, malgrado la materiale “successione apostolica” e l’«Eucaristia valida», sono e rimangono scismatiche ed eretiche, si trovano di fatto gratificate dello “status” di vere Chiese cattoliche particolari (Chiesa cattolica in Russia, in Grecia, in Turchia ecc.). Non sappiamo con quanta soddisfazione degli scismatici ortodossi, ma certamente contro l’insegnamento costante della Chiesa ribadito con vigore da Pio IX e poi da Pio XI contro gli esordi dell’ecumenismo: “In nessun modo possono a buon diritto dirsi e ritenersi cattoliche le comunità separate dalla Sede Romana” (Pio IX Apostolicae Sedis) e “non si può neppure dire in qualche modo che esse siano membra o parte della stessa Chiesa, essendo esse visibilmente separate dall’unità cattolica” (Pio IX Iam vos omnes).

Ed invece la Dominus Iesus oggi ci dice che queste stesse comunità, pur rimanendo separate dalla Sede Romana, “in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato”, “sono vere Chiese particolari” e che “anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo”!

Successione apostolica “senza Pietro e contro Pietro

La Dichiarazione, inoltre, si premura di affermare la “comunione” anche se non “piena” di queste comunità scismatiche con la Chiesa cattolica. Questa comunione, infatti, è necessaria sia nel caso che la Chiesa cattolica s’identifichi con la Chiesa fondata da Cristo (il che la Dichiarazione, sulla linea del conciliare subsistit in, evita di affermare), sia nel caso che la Chiesa cattolica debba essere considerata una tra le tante “Chiese particolari”, in cui “è presente ed operante la Chiesa di Cristo” con una “pienezza” che manca alle altre (inde irae, di qui l’ira dei cosiddetti “fratelli separati” contro la Dominus Iesus e l’ingenua illusione di quei cattolici che non sanno accettare realisticamente il mistero di iniquità di questo “sistematico tradimento della fede”, come lo definì il Vescovo italiano mons. Pintonello).

La Dichiarazione ci dice, infatti, che queste “comunità separate dalla Sede Romana” (Pio IX Apostolicae Sedis cit.) sono, invece, unite alla Chiesa cattolica da “strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucarestia” (§17). Questa affermazione, oltre che in palese contraddizione con l’insegnamento costante ed immutabile della Chiesa, avanza, senza dirlo, un “nuovo” concetto anche di “successione apostolica”.

La “successione apostolica” – insegna la Chiesa cattolica – non consiste nel solo fatto di rimontare per l’origine a questo o quell’Apostolo, ma consiste anche e soprattutto nel fatto che “i Pastori di una Chiesa [particolare] derivano la loro autorità dagli Apostoli per successione legittima ed ininterrotta” (G. Falcon Apologetica), la quale successione legittima garantisce anche la trasmissione genuina della dottrina ricevuta dagli Apostoli. Perciò là dove è venuta a mancare la legittimità della successione, perché i titolari di una sede si sono separati dal Successore di Pietro, non c’è più vera “successione apostolica”, ma mera continuità materiale, storica, senza né legittimità, né continuità dottrinale con l’insegnamento degli Apostoli.

Tale è la condizione delle comunità orientali scismatiche. Di queste comunità, alle quali oggi la Dominus Iesus vorrebbe riconoscere lo “status” di “vere Chiese particolari”, Gregorio XVI, nella Lettera al Vescovo di Chelm, scrive: «Vi è chi, sia per ignoranza, sia per leggerezza, non si vergogna di sostenere che i punti sui quali i Greco-Russi o Ruteni scismatici dissentono dalla Chiesa cattolica sono punti poco importanti. Al contrario… [essi] sono in disaccordo… su materie riguardanti la vera fede del Cristo, senza la quale fede “è impossibile piacere a Dio” (Eb. 11,6). […] essi divergono pure riguardo all’ obbedienza dovuta al Romano Pontefice, Successore di San Pietro, Principe degli Apostoli [...]. Divergono, inoltre, riguardo all’ obbedienza dovuta alla Chiesa romana, alla quale, come dice Sant’Ireneo, “a motivo della sua eminente autorità, deve necessariamente conformarsi ogni Chiesa [particolare], ossia i fedeli che sono in ogni luogo” (Adv. Haereses 3,3 n.2). “Chiunque infatti, come dice San Girolamo, non raccoglie con il Papa disperde” (Epist. 15 ad Damasum), ossia chi non è di Cristo è dell’Anticristo (cfr. Lc. 11, 23)» (Has ad te litteras 23 maggio 1840).
La Dominus Iesus ci dice, al contrario, che queste comunità scismatiche, benché continuino a dissentire su materie di fede, sul primato del Romano Pontefice e della Chiesa Romana, godono tuttora della “successione apostolica” (in virtù unicamente dell’Episcopato valido e dell’ Eucarestia valida, come vedremo).

Ne consegue che ai loro Vescovi, benché scismatici ed eretici, viene riconosciuto lo “status” di legittimi successori degli Apostoli, contro tutta la Tradizione cattolica, attestata, ad esempio, da Ottato di Milevi quando scrive: «Tu sai molto bene, tu non puoi negarlo che a Pietro per primo fu conferita la cattedra episcopale nella città di Roma: è là che si è assiso il capo degli Apostoli…È in quest’unica cattedra che tutti devono conservare l’unità, affinché gli altri Apostoli non possano isolarsi ciascuno nella sua sede;e sarebbe scismatico e prevaricatore colui che innalzasse un’altra cattedra contro quest’ unica cattedra » (De schismate Donatisti l.2 c.2).

Leone XIII nella Satis Cognitum ricorda che in nessun luogo si legge che gli Apostoli ricevessero il loro potere “senza Pietro e contro Pietro” e che “quindi è chiaro e palese che i Vescovi decadono dal diritto e dalla potestà di governare ove scientemente si separino da Pietro o dai suoi successori. Infatti con questa separazione essi si allontanano pure dal fondamento su cui ha da poggiare tutto l’edifizio; vengono perciò a trovarsi fuori dello stesso edifizio […]. Nessuno, dunque, che non sia unito a Pietro, può partecipare dell’ autorità, essendo assurdo il pensare che possa avere un’ autorità nella Chiesa chi è fuori della Chiesa”. E qui il Papa cita Ottato da Milevi che così rimproverava i Donatisti: “Contro le porte d’inferno leggiamo che ricevette le chiavi salutari Pietro, Principe nostro… Perché dunque osate usurpare le chiavi del Regno dei cieli voi che combattete contro la cattedra di Pietro?” (Satis Cognitum).
Ecco, però, che la Dominus Iesus scopre proprio in questo episcopato, che la Chiesa ha sempre definito scismatico e quindi usurpatore dell’autorità episcopale, uno “strettissimo vincolo” che lega le comunità separate dalla Sede Romana alla Chiesa cattolica! È chiaro che, per gli estensori di questa Dichiarazione la Chiesa fondata da Cristo, la Chiesa cattolica, non è fondata su Pietro e non ha in Pietro il “principio e centro dell’unità” (D. 1960), benché anche la storia stia lì a dimostrare che, senza questo centro, l’episcopato “si disperde necessariamente in una molteplicità confusa e disordinata” e “si scioglie e disperde la stessa moltitudine dei cristiani” (Leone XIII Satis Cognitum).

Un’inammissibile ignoranza

Più avanti la Dominus Iesus parlerà, distinguendole dalle scismatiche, di quelle “comunità ecclesiali che non hanno conservato l’Episcopato valido”. Si scopre così che, per gli estensori della Dichiarazione, la “successione apostolica” si riduce al solo “episcopato valido”, cioè alla sola consacrazione episcopale validamente ricevuta. E questo “Episcopato valido” e l’«Eucaristia valida» sarebbero i due “vincoli strettissimi” che uniscono le comunità scismatiche orientali alla Chiesa cattolica.

Ora, alla Congregazione per la Fede non è assolutamente permesso d’ignorare che i Sacramenti amministrati fuori dell’ unità cattolica, anche se validi, sono “sacrilegamente amministrati” (Leone XIII Eximia nos laetitia) e perciò gli scismatici “non possono attendersi né grazie né frutti dal perpetuo Sacrificio e dai Sacramenti” (ivi).

I Sacramenti conferiti fuori della Chiesa, anche quando sono validi, non sono, infatti, sullo stesso piano di quelli amministrati nella Chiesa, come sembra considerarli la Dominus Iesus. Sant’Agostino, pur difendendo la validità del Battesimo e dell’ Ordine conferiti dagli eretici (ma il discorso vale per tutti i Sacramenti), distingue un possesso fruttuoso e un possesso sterile dei Sacramenti: «”Non vi è salvezza fuori della Chiesa” dice [San Cipriano]. E chi lo nega? Perciò tutto ciò che della Chiesa si ha fuori della Chiesa non giova alla salvezza. Altro,però, è non avere, altro è avere non utilmente» (De Bapt. Contra Donat. 4,17,24).

Altro, dunque, è la validità del Sacramento, altro la sua efficacia: l’eretico e/o scismatico formale riceve il Sacramento ed eventualmente il carattere, ma non la grazia del Sacramento. Trattandosi, poi, dell’Ordine, egli non ha nessun potere di giurisdizione, perché separato da Pietro, fonte visibile di ogni giurisdizione. «È un dogma di fede – scrive Gregorio XVI – che il Romano Pontefice, successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, non ha soltanto un primato di onore, ma anche di autorità e di giurisdizione sulla Chiesa universale e che, di conseguenza, anche i vescovi sono a lui soggetti. Perciò, come soggiunge San Leone (Magno), è necessario che tutta la Chiesa in ogni parte della terra, sia unita alla santa Sede di Pietro, ossia alla Chiesa romana, e vi ricorra come al centro dell’unità cattolica e della comunione ecclesiastica, in modo che “se uno osa allontanarsi dalla solidità di Pietro, deve essere escluso dai divini misteri” (S. Leone Epist. 10 ad Episc. Prov. Vienn.). “Chiunque – soggiunge San Girolamo – mangia l’Agnello fuori di questa Arca di Noè [=Eucaristia valida fuori della Chiesa] è perduto al momento del diluvio” (Epist. 15 ad Damasum). Chi non raccoglie con il Vicario di Cristo è equiparato a chi non raccoglie con Cristo…Ora, come potrà raccogliere con il Vicario di Cristo… chi non tiene alcun conto del potere che questo Vicario ha ricevuto da Dio, in tutta la sua pienezza, per pascere, reggere e governare la Chiesa universale?» (Gregorio XVI Commissum divinitus).

Pio XII, a sua volta, nell’Ad Apostolorum Principis così riassume e ribadisce questa dottrina costante della Chiesa: «Vescovi non nominati né confermati dalla Santa Sede [….] non possono godere di alcun potere né di magistero né di giurisdizione, perché la giurisdizione viene ai Vescovi unicamente attraverso il Romano Pontefice […]. E gli atti della potestà di ordine [Eucaristia, Ordine e tutti gli altri Sacramenti], anche se validi… sono gravemente illeciti cioè peccaminosi e sacrileghi».

La Dichiarazione viene ora a dirci che, invece, Eucaristia e consacrazione episcopale, solo perché valide, sono “strettissimi vincoli” che uniscono gli scismatici alla Chiesa cattolica! Questo è voler mettere ad ogni costo l’unione là dove la Chiesa ha per duemila anni dichiarato la più netta separazione.

Con quanta ragione Pio XI nella Mortalium animos mise in guardia i cattolici contro l’ ecumenismo ammonendoli che, con l’aderirvi, essi avrebbero contribuito ad edificare “una falsa religione cristiana, assai diversa dall’unica Chiesa di Cristo”!

Costruita su Pietro

Sotto qualunque aspetto la si consideri, la Chiesa appare quale Cristo la predisse, la volle e quale essa è in realtà: “costruita su Pietro” (Pio VII Diu satis videmur): «Non lasciatevi perciò trarre in inganno. Comprendete e ricordatevi bene che “la Chiesa si trova dove vi è Pietro” (S. Ambrogio “In Psalm. 40” n. 30); che “coloro i quali non hanno unione con la Sede di Pietro o che l’hanno perduta con un empio scisma, non possono possedere l’eredità di Pietro” (S. Ambrogio “De Poenitent.” lib. 1 c.7); che costoro appartengono all’anticristo e non a Cristo, perché si rifiutano di avere unione con la Cattedra di Pietro (San Girolamo Epist. 15 ad Damasum)» (Leone XII esortazione Pastoris aeterni 4 luglio 1826).

Oggi la Dominus Iesus ci dice esattamente l’opposto: queste comunità scismatiche sono “vere Chiese particolari” ed “anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato” (§17).

In breve: lo scisma non è più scisma: è solo una… comunione meno piena… e le sette non sono più sette, ma sono tuttora in comunione, anche se imperfetta, con la Chiesa cattolica. La Congregazione per la Fede non poteva svalutare maggiormente il Primato né poteva sovvertire maggiormente quanto la fede cattolica insegna sulla Chiesa!
«È un dogma della fede cattolica che la Chiesa è una e che il Romano Pontefice è il suo Capo […]. Se dunque il Sovrano Pontefice è chiamato estraneo per qualche Chiesa particolare, questa sarà, di conseguenza, una Chiesa straniera per la Sede Apostolica, ossia per la Chiesa cattolica, che è una e che sola è stata fondata su Pietro dalla parola del Signore. Chi la separa da questo fondamento, non conserva la Chiesa divina e cattolica, ma si sforza di “fare una Chiesa umana” (San Cipriano Epist. 52)» (Pio IX Quartus supra vigesimum).

Ora, i dogmi la Congregazione della Fede è lì per difenderli, non per eliminarli. Tanto più che “il negare a questa Sede (Apostolica) il primato è proprio o di una somma empietà o di una insensata arroganza” (Sant’Agostino) perché “è tradire la causa della Chiesa di Gesù Cristo in cose tanto importanti quali sono quelle che riguardano la costituzione e l’essenza stessa della Chiesa” (Pio VIII Lettera ai Vescovi prussiani del 30 giugno 1830). Che poi il tradimento e la negazione avvengano, come nella Dominus Iesus, soprattutto per implicazioni, omissioni, silenzi non è un’attenuante, ma un’ aggravante: una negazione esplicita, infatti, metterebbe in guardia i credenti e riuscirebbe quindi molto meno insidiosa.

Hirpinus