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Francesco I

NASCONDIMENTO INVERSO

di L. P.

Il nascondimento di sé è, con la preghiera, uno dei pilastri della via ascetica cristiana per la quale la persona intende sentirsi più presso Dio e, quindi, più distante dal mondo, senza ostentazione di sorta, ma nel silenzio ove tacciono le voci e lo strepito delle folle. La stessa cultura classica conosceva il valore di un vivere nella dimensione di una certa solitudine interiore se già Epicuro poteva affermare: “Lathe biòsas” – vivi nascosto – e se Ovidio, rammaricandosi per l’essersi posto in eccessiva visibilità tale da cadere in disgrazia presso l’imperatore, poteva affermare che “bene qui latuit bene vixit” (Tristia, 3, 4, 25) – visse bene chi restò ben in disparte.

Ma il nascondimento di Epicuro e di Ovidio riguarda soltanto un aspetto, diciamo, laico dacché ciò che interessa al filosofo e al poeta è principalmente non essere coinvolti in qual che sia situazione spiacevole, cosa che, in genere accade quando ci si espone con gesti e con parole in misura eccessiva. A simile saggezza manca, però, ciò che rende fruttuoso il nascondimento, manca la virtù dell’umiltà, il riconoscimento, cioè, della propria precarietà, del proprio esser nulla che induce alla preghiera.

Ed ecco, allora, che il vivere nascosti si illumina della vera luce e del vero, e autentico significato, che solo la parola di Gesù può conferire allorché comanda: “Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel tuo segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt. 6, 6).

La camera di cui parla Gesù può dirsi metafora di quella parte intima della propria autocoscienza in cui, pur nel frastuono d’una piazza, è possibile rientrare e vivere ‘nascosti’ nell’esercizio della preghiera o della meditazione. Capacità che si acquisisce tramite l’esercizio costante della volontà che è un tutt’uno col percorso ascetico della purificazione.

Il testimone di Gesù (Atti, 1, 8) è colui che si nasconde non perché abbia paura del mondo o si stimi superiore, ma perché non sente la necessità di essere noto, apprezzato o esaltato, prima preoccupazione essendo l’annuncio e la testimonianza del Vangelo, cosa che gli sarà motivo di ostilità, avversione, critica e, nei casi estremi, di morte. Colui che vive nel suo nascondimento esistenziale, dirige i suoi pensieri e i suoi sentimenti alla vita e al bene divino confidando che il loro valore salvifico dispieghi alla coscienza del fratello “la verità che ci farà liberi” (Gv. 8, 32).

Riassumendo, possiamo affermare che in questa dimensione si evidenziano i termini di un rapporto in cui l’uomo, creatura finita, nascondendosi e umiliandosi, riconosce ed esalta l’infinita grandezza ed onnipotenza del suo Creatore al modo in cui Giovanni Battista intese la sua missione col dire: “Illum oportet crescere, me autem minui” (Gv. 3, 30) – Egli (Gesù) deve crescere e io, invece, diminuire.
Ma l’uomo, il figlio di quell’Adamo che volle diventare come Dio (Gen. 3, 5), ha sempre tentato di sovvertire i termini di questo rapporto ponendo sé stesso al centro dell’esistenza e nascondendo Dio. E che sia l’ateo ad oscurare il volto divino col ritenere l’uomo un “unicum” ontologico, è cosa liquida stante l’etimo dello stesso dirsi ‘ateo’; che sia l’ebreo talmudista a nascondere il Crocifisso, dietro un televisore – come è accaduto durante un ‘convegno’ interreligioso tenutosi il 14 gennaio 2019 presso la Curia di Piacenza - si capisce, come non si comprende, però, l’inerzia vigliacca e muta dei cattolici presenti, preoccupati solo di non ledere il corso del “dialogo”. Ma che sìano gli uomini della Chiesa ad invertire i termini col porre il Signore Dio in secondo piano, anzi nascondendone i sacri suoi segni, è superbia, tradimento e apostasìa.

In principio fu il CV2 che, pur definito ‘pastorale’, ha edificato il dogma del culto antropocentrico così come, con prosa ardente ed enfatica e con convinto accento, dichiarò Paolo VI (Allocuzione del Santo Padre, Paolo VI - martedì 7 dicembre 1965). Non staremo a tirar giù l’elenco delle ‘riforme’ condotte, via via, dai Papi postconciliari, tutte contrassegnate dalla cifra antropologica a detrimento della centralità della Santissima Trinità ché, a questo, altri meglio che noi hanno portato i loro lucidi commenti critici.

Vogliamo riferire di alcune circostanze in cui l’attuale Papa, “Vescovo di Roma” caratterizzò, e caratterizza tuttora, la sua propensione a nascondere i segni divini, circostanze che la stampa così detta “grande” – ma solo per potenza finanziaria – ne silenziò il significato eterodosso intenta, invece, con abile capovolgimento dialettico, ad esaltarne “le magnifiche sorti e progressive” nel tripudio di una profluvie di articoli, monografie, riviste ad personam, libri, interviste, passaggî e rubriche tv, internet, social che, di fatto sono già di per sé la prova di quanta sia l’arsione di visibilità che ferve nel programma pastorale del “Vescovo di Roma” il quale, in tal modo, ponendo sé come assoluto centro di interesse – politico, finanziario, ecologico, ecumenistico, sindacale, sportivo. . . – offusca e nasconde Colui di cui dovrebbe dichiararsi “Vicario”.

E allora, vediamo:

1) – 16 marzo 2013. A tre giorni della sua elezione sulla cattedra di San Pietro, Francesco I Bergoglio, tiene la sua prima udienza riservata non ai fedeli ma – e il particolare la dice lunga sullo stile futuro e sull’impronta massmediatica del suo pontificato – a seimila giornalisti convenuti da tutto il mondo nella Sala Paolo VI. Parla, come sarà consueto, a braccio e, applicando in toto la didattica del dialogo e del galateo, al momento di concludere l’intervento con l’ovvia benedizione, spiega: “Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio”.
Protocollo papale avrebbe richiesto la benedizione “palam et non clam” – apertamente e non di nascosto – nella consueta formula “Vi benedica Dio onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo”. Ma per la vanità di apparire nel suo misero “io”, ha nascosto il volto della Santissima Trinità e, per di più, commettendo uno sfondone dogmatico col definire essere “ciascuno figlio di Dio” laddove, Gv. 1, 12/13 spiega chiaramente chi tale debba essere considerato: “A quanti Lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.
Al Papa, venuto dalla fine del mondo, non è chiara la differenza tra l’essere creatura e l’esser figlio di Dio.

2) – 26 maggio 2014. A conclusione della visita in Terra Santa, Papa Francesco I Bergoglio, incontra, nella Grande Sinagoga, il rabbinato di Gerusalemme. Tra la sorpresa generale dei presenti, il Papa si mostra con il Crocifisso pettorale, “imbucato”, nascosto nella fascia che cinge la vita. Sembrerebbe che in tale frangente, il Pontefice cattolico, con il nascondere il segno della propria fede, non desideri destare imbarazzo a quella israelitica. Ma, alla critica che sale dagli ambienti tradizionisti si oppone una spiegazione che non soddisfa del tutto, e cioè: l’occultamento del Crocifisso è avvenuto “per caso”, così ci comunica il dott. Andrea Tornielli – nuovo dominus dell’informazione vaticana – il quale, testimone essendo stato in quella circostanza ne certifica la veridicità. A questa versione noi – nello scambio di email intercorso col predetto Tornielli – abbiam fatto rilevare che c’era tempo più che sufficiente per riportare in piena luce il Crocifisso – cosa a cui non fu posto rimedio – e che essendo Francesco I il Papa che già dal principio del suo Officio s’era premurato di occultare il nome del Signore con quell’estraneo e disdicevole “Buonasera”, col rifiutare la benedizione ai giornalisti, il sospetto di un Papa subalterno ai rabbini era del tutto fondato.
Sospetto che, ogni domenica, vien confermato da quel casareccio “buon pranzo” con cui congeda la folla dei fedeli raccolti in piazza San Pietro quasi fossero dei turisti radunatisi in Piazza di Spagna o degli escursionisti in bivacco sui Pratoni del Vivaro.

3) – Prossimamente, Papa Francesco I Bergoglio, si recherà in visita apostolica nel Marocco. Per tale evento la Santa Sede s’è scelta un logo che dimostra come la Gerarchìa cattolica postconciliare stia progressivamente livellando al basso la dignità della Chiesa di Cristo.
Il segnacolo che accompagna e descrive l’evento è costituito da una falce di luna di ampia circolarità, di colore rosso, entro cui è contenuta una croce stilizzata da due trattini che, per come sono disegnati, richiamano due segmenti di mezzelune, di color giallo quello verticale e verde quello orizzontale i quali, più che a una croce assomigliano a una palma stilizzata.
A pensar male, come affermava un tale, si fa peccato ma talvolta ci si azzecca, perché la forma, e la simbologia sottesa al logo, ci ricorda assai la bandiera dell’Arabia Saudita, la patria e culla dell’Islam. Strano, nevvero? Siamo allora in prossimità di una fusione?
Al di sotto di questa composizione si legge: POPE FRANCIS – SERVANT OF HOPE – MOROCCO 2019. Come si vede, un perfetto travestimento, e tradimento, del segno cristiano per eccellenza che in siffatta figura, inserito com’è nella grande mezzaluna, sembra suscitare l’idea di un qualcosa posto in un grembo in cui prende vita, con la specifica del viaggio scritta in lingua inglese, a denotare la subordinazione non solo del Cattolicesimo all’Islam invasivo e clandestino – che in questa immagine si fa madre del Cristianesimo - ma anche all’idioma inglese che, come è noto, è la lingua della Massonerìa universale.
Con simile figura si è ottenuto il nascondimento di Cristo, della verità storica e della cultura cristiana che ha nella lingua latina la sua geneticità.
Esemplare la legge del contrapasso con cui Gesù severamente ammonisce: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt. 10, 33).
Ci penseranno i traditori?

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