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Francesco Federico
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Le atrocità partigiane: Don Alfonso Reggiani bruciato nel forno

(Archidiocesi di Bologna)
«Se dopo la Liberazione, ogni compagno avesse ucciso il proprio parroco e ogni contadino il padrone, a quest’ora avremmo già risolto il problema» affermava in una conversazione d'osteria un comunista di San Giovanni in Persiceto. Così il problema è rimasto insoluto, ma un tentativo di risolverlo a quella maniera spiccia, lo si fece, purtroppo. Paga Pantalone, come sempre. E i primi ad andarvi di mezzo furono i preti. Nella provincia di Bologna, due sono state le zone dove si sono «fatti fuori» i preti: la zona montagnosa e la pianura bassa. Diversa la tecnica usata per liquidarl

Don Gianni Domenico, per esempio, parroco di San Vitale di Reno, venne chiuso in un porcile, martirizzato e poi fucilato. Giovanissimo, poco più di trenta anni. Ex cappellano militare. All’8 settembre ritornò a casa e fu impiegato a Bologna per scuola di religione e nel frattempo si interessava anche dell’assistenza spirituale ai soldati di stanza a Bologna, durante, naturalmente, il periodo di Salò.
Appena gli alleati giunsero nella zona, Don Gianni lasciò subito Bologna per correre tra la sua gente a San Vitale di Reno. Era appena entrato in canonica che già tre armati stavano irrompendo prepotentemente in casa. Don Gianni, intuito il minaccioso proposito, si rifugiò in solaio, poi dal tetto passò sulla casa del contadino attigua, ma era già stato organizzato l'assedio e appena sceso si vide bloccato. Portato nel porcile fu denudato e seviziato. Una ragazza comunista fu la più ardente nel perseguitarlo. Infine accanto al muretto del cimitero fu fucilato. I colpi di mitra gli inchiodarono la mano sulla fronte. Per non vedere i volti dei suoi uccisori s'era coperto gli occhi con la palma della mano. Don Gianni fu lasciato insepolto per qualche giorno. Semplicemente per aver celebrato la Messa ai soldati di Salò.

Di don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo di Castelfranco, è rimasto invece appena la dentiera. La notte del 25 maggio 1945, alcuni armati suonarono alla porta della canonica. Don Tarozzi aveva terminato di recitare il breviario poco prima in chiesa, e se ne stava a letto. Siccome tardò ad aprire l’uscio, lo fracassarono con una scure, entrarono nella sua stanza da letto, e lo portarono via in camicia da notte. Testimoni videro un'ombra bianca esser trascinata via di dietro la canonica ed una donna, affacciatasi alla finestra e fatta subito ritirare dall’arroganza di quegli uomini armati padroni della situazione, sentì implorare pietà. Più nulla si sa. Sul comodino è rimasta solo la dentiera. Il suo cadavere non è stato ancora trovato. Chi lo pensa bruciato nel forno o dentro al pozzo nero della casa del suo contadino. S'era creato delle antipatie nell’amministrare i beni di un'opera pia, sita nella sua parrocchia. Ma quando comanda Barabba, come a quei tempi, nella bassa pianura bolognese, una semplice antipatia è motivo di morte.

Due senza tessera

A San Martino di Casola, dove fu ammazzato don Giuseppe Rasori il 2 luglio 1946. di parrocchiani non iscritti al partito comunista se ne contavano solamente due. Il successore del prete assassinato narrando un giorno la passione di Gesù e accennando allo straccio rosso di cui venne coperto per derisione, dovette fare le scuse pubbliche. I comunisti l'avevano presa come ingiuria alla loro bandiera. Qui venne freddato ripeto, il sessantenne don Rasori. Alle 14 in pieno meriggio, un pellegrino bussò alla porta. Don Rasori stava sulla poltrona mezzo assonnato, si alza e va ad aprire. Appena il tempo di sganciare la chiavatura e di affacciarsi. Un dialogo, poi un colpo di pistola al collo. Si ritirò nell’atrio, s'accasciò sulla sedia e spirò poco dopo. Lo credevano armato e lo temevano. Realmente si era procurato una pistola per tutelarsi dai ladri. Già due incursioni ladresche aveva subito. Ma era un padrone. Benestante di famiglia, aveva beni suoi. Non aveva detto il comunista di San Giovanni in Persiceto che i padroni come i preti andavano ammazzati «per risolvere il problema»?
Non certo dal lato politico poteva essere attaccato don Rasori. I partigiani avevano trovato ospitalità piena nella sua canonica, e l'8 settembre del 1943 egli aveva fatto suonare le campane per celebrare la fine del fascismo e della guerra. Ma era un padrone.

Steso a terra esanime con sopra la bicicletta lungo la strada a circa un centinaio di metri dalla Chiesa fu invece trovato don Alfonso Reggiani, parroco di Amola di Piano, la sera del 5 dicembre 1945. Le due nipoti trascinarono il cadavere in canonica. Ai funerali intervennero cinque bimbi delle scuole, e qualche donna. Cappellano della grande guerra e decorato di medaglia d'argento al valore. Se ne tornava dall’aver visitato i suoi ammalati all’ospedale di San Giovanni in Persiceto. Era in bicicletta. Raggiunto da due uomini anch'essi in bicicletta, fu fermato; un brevissimo dialogo, una scarica di mitra, e basta. I due assassini furono visti allontanarsi. Particolare: la bicicletta di uno cigolava, e c'è chi l’ha sentito dire agli amici: «l’ungeremo a casa, ora che abbiamo ammazzato il maiale». Don Alfonso era uno senza paura. Amava scherzare anche sulla politica. Le sue prediche contenevano sempre qualche allusione umoristica per la sua gente comunista. Per giunta, un comando tedesco si era installato nella sua canonica durante il fronte: non è difficile capire il movente.

Vedi anche
Elenco dei preti assassinati dai partigiani

Tratto dal volume : l'Emilia ammazza i preti.
Lorenzo Bedeschi
Prefazione di
Egilberto Martire
EDITRICE A.B.E.S. – BOLOGNA
1952
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