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I peccati nascosti nella confessione (Le omelie del Santo Curato d'Ars)


«E condussero da Gesù un uomo che era sordo e muto»
(Marco 7,32)

Quest’uomo sordo e muto, fratelli miei, che presentarono a Gesù per essere guarito, è il triste ritratto di un gran numero di cristiani, allorchè si presentano al tribunale della Penitenza.

Gli uni, sono sordi alla voce della loro coscienza, che li sprona a dichiarare i loro peccati; gli altri sono muti, perchè, quando bisogna accusarli, li tacciono, e con ciò, profanano il sacramento.

O mio Dio! quale disgrazia!
Sì, fratelli miei, tenere nascosto un peccato mortale, sia per vergogna che per paura, oppure accusarlo in maniera tale da non farlo conoscere così come la coscienza lo rimprovera, equivale a mentire a Gesù Cristo stesso, equivale a trasformare in veleno mortale il rimedio sacro che la Misericordia di Dio ci offre per guarire le piaghe che il peccato ha inferto alla nostra povera anima.

Ah! ma che dico? equivale, ancor più, a rendersi colpevoli del più grande di tutti i crimini: il sacrilegio.
Ah! piacesse a Dio che questo crimine fosse così raro tra i cristiani come lo sono i mostri!
Ah! piaccia a Dio che tutto ciò che sto per dire non riguardi nessuno di quelli qui presenti!
Ma, ahimè! fratelli miei, diciamolo piangendo amaramente, questo crimine è più comune di quanto non si pensi!

O mio Dio! quante confessioni sacrileghe verranno fuori, nel giorno del Giudizio!
O mio Dio! quanti peccati che non sono mai stati conosciuti, e che vedranno la luce in quel momento!
O mio Dio! può mai un cristiano rendersi colpevole di un tale oltraggio verso Dio e verso il proprio Salvatore?…

Per suscitare in voi il maggior orrore che mi sia possibile, fratelli miei, dipingerò ai vostri occhi quanto, commettendo quest’oltraggio, un cristiano sia barbaro e crudele nei riguardi di Gesù Cristo suo Redentore, e come occorra che sia grande la Misericordia di Dio per tollerare sulla terra un tale mostro, dopo aver commesso un attentato così terribile.
(Il peccato di omissione colpevole, nell’atto di accusa sacramentale, dipinto qui dal santo curato, come una sorta di attentato terroristico verso Dio, è, in sè una colpa grave, nella sana dottrina cattolica.

Solo che, alle orecchie sempre più delicate dei cristiani di oggi, abituati, anche ad opera di teologi e di pastori preoccupati per la diminuzione delle confessioni, a concepire, in parte giustamente, il sacramento della Penitenza, come un festoso ritorno al Padre, e basta…, l’intera omelia potrà risultare ansiogena e, forse, un po’ terrificante.

Perciò se ne raccomanda la lettura solo a coloro che riescono ad accettare le verità più ostiche della fede, con sufficiente coraggio e fiducia in quel Dio che, alla fine, è il solo capace di comprendere e scusare ogni umana manchevolezza, a patto di non fare i furbi con Lui; nella speranza che l’audiencedel povero santo curato, già scarsa, non registri ulteriori crolli; n.d.a.).

Sì, fratelli miei, parlarvi della Confessione, è come parlarvi di quello che c’è di più prezioso nella nostra santa religione, se si eccettua la morte di Gesù Cristo e il Battesimo.

Andate, fratelli miei, andate a interrogare tutti i dannati che bruciano nell’inferno: tutti vi risponderanno che sono stati riprovati solo perchè non hanno fatto ricorso a questo sacramento, oppure, perchè lo hanno profanato.

Salite nel Cielo, chiedete a tutti i beati seduti sui loro troni di gloria, che cosa li abbia condotti in quel luogo tanto felice; quasi tutti vi diranno che la Confessione è stato l’unico rimedio del quale di sono serviti per uscire dal peccato e per riconciliarsi con il buon Dio (quel “quasi tutti” tiene presente il fatto che alcuni non potevano far ricorso al sacramento, o perchè non era ancora stato istituito, oppure, come nel caso della Immacolata, perchè non ne avevano la necessità; n.d.a.).

O bella religione, se ti si disprezza, è perchè non ti si è conosciuta! (il santo visse nel periodo anticlericale seguito alla rivoluzione francese; n.d.a.).
O confortante religione, come ci concedi i mezzi più efficaci e più agevoli per ritornare a Dio, allorchè abbiamo avuto la disgrazia di allontanarcene, a causa del peccato!

«Ma – mi direte voi – che cos’è che può rendere cattive le nostre confessioni?».

Amico mio, diverse circostanze sono la causa di questa sciagura:
1°- allorchè non ci concediamo abbastanza tempo per esaminarci;
2°- allorchè non manifestiamo i nostri peccati, così come li conosciamo;
3°- allorchè non abbiamo abbastanza contrizione, per poter ricevere l’assoluzione;
4°- allorchè, ricevuta l’assoluzione, non siamo nelle giuste disposizioni per adempiere alla penitenza che il sacerdote ci ha imposto;
5°- quando non vogliamo restituire (nel caso di furto; n.d.a.), nel modo che possiamo e dobbiamo fare, e che il sacerdote ci abbia comandato.

Vi assicuro, fratelli miei, che il solo pensiero di dover entrare in certi dettagli, mi fa tremare; io sono certo che, se la fede non si è estinta in voi, e se voi desiderate sinceramente la vostra salvezza, si troveranno ben pochi fra di voi che non siano stati colti da inquietudine, riguardo alle confessioni passate.

Suvvia! fratelli miei, domandiamolo a queste povere coscienze, le quali, dopo tanti anni, sono lacerate dai rimorsi.

Afferriamo, in una mano, la fiaccola del gran giorno di vendetta, e nell’altra, la bilancia che peserà tutte le nostre azioni umane, e allora vedremo ciò che mai abbiamo visto o, almeno, ciò che non abbiamo mai voluto vedere, e sentiremo le grida di quella coscienza, che abbiamo cercato di soffocare, fino ad oggi.

Allentate, fratelli miei, la briglia a tutti i vostri rimorsi, troppo allegri (nel senso di leggeri e poco incisivi; n.d.a.), se non avete ancora perduto il dono prezioso della fede, e se la disperazione non vi abbia sommersi, nel considerare l’abisso in cui siete precipitati.

Ascoltate questa povera anima, che vi implora di avere pietà di lei, perchè se la morte vi cogliesse in questo stato, ella sarebbe dannata!

«Ah! per favore (è l’anima che, sdoppiandosi, parla a colui che la ospita nel proprio corpo; n.d.a.), abbi pietà di me, tirami fuori da quest’abisso nel quale mi hai gettata!
E’ proprio necessario che io debba essere separata per sempre dal mio Dio, che dovrebbe essere tutta la mia felicità?
O mio Dio! non poterti mai contemplare: quale spaventosa infelicità!».

Ma no, fratelli miei, passiamo alla dimostrazione, e così conosceremo ancora meglio, se siamo nel numero di quegli infelici, di cui vi voglio parlare oggi.

(Sottolineare giustamente, come si fa oggi, ma lo si faceva anche ieri, che la Confessione non deve essere una tortura, ma un’occasione di festa, non contraddice affatto a ciò che il santo curato va evidenziando, perchè si tratta di aspetti complementari: solo se è stata fatta bene, la Confessione è stata un momento di festa.

Viceversa, se fatta per abitudine e con leggerezza, diventa, come sottolinea il nostro curato, una ulteriore occasione di condanna.

Ciò che, in ogni caso occorre evitare come la peste bubbonica, è quel tarlo roditore che si chiama “scrupolo”, e che non ha nulla a che vedere con l’aspetto sano e spirituale della Confessione, mentre ha molto a che fare con la psicopatologia, che il solo sacramento non può curare; n.d.a).

Affermo dunque, fratelli miei, che se non ci prendiamo tempo sufficiente per esaminarci, le nostre confessioni non valgono nulla, per non dire che sono sacrileghe.

E’ vero che non è possibile determinare quanto tempo dobbiamo dedicare al nostro esame: colui che è rimasto più a lungo senza confessarsi, dovrà impiegare più tempo di colui che si confessa più spesso.
Perciò dobbiamo prenderci più tempo, secondo lo stato in cui ci troviamo e secondo il tempo da cui non ci siamo confessati.
In pratica, prendiamoci il tempo e la cura che impiegheremmo per un affare la cui riuscita ci stia molto a cuore.

L’esame è dunque la prima cosa che dobbiamo fare per sperare di compiere una buona Confessione.

Bisogna iniziarlo con la preghiera, implorando con tutto il cuore la luce dello Spirito Santo e la protezione della santa Vergine.
Bisogna compiere qualche buona azione, come ascoltare una santa Messa, e, se ci è possibile, offrire a tale scopo qualche piccola privazione nel cibo e nel sonno; offrire le pene della giornata al buon Dio, per cominciare a piegare la sua Giustizia.

In seguito, occorre ritirarsi in un cantuccio, se si può, o almeno, al risveglio mattutino, o mentre si sta camminando, e, nella misura in cui il buon Dio vi fa conoscere i vostri peccati, testimoniargli il vostro dolore.

Non dovete accontentarvi di osservare i vostri peccati una sola volta, ma più volte, affinche li possiate incidere nella vostra memoria, per non perderli di vista, nel momento in cui avrete la felicità di confessarvi; poichè sapete quanto me che, se ometterete qualche peccato mortale, per non esservi esaminati per bene, anche nel caso che li avreste accusati, se li aveste ricordati, ciò non impedirà comunque che la vostra confessione sia un sacrilegio.

Se, prima di fare la Comunione, vi ricordate di qualche peccato mortale, bisogna che stiate bene attenti: se lo avete omesso per vostra colpa, o perchè non vi siete presi il tempo necessario per il vostro esame di coscienza, dovete, se possibile, riconciliarvi, e, se non vi è possibile, dovrete esaminare, davanti al buon Dio, se le altre volte che avete confessato quello stesso peccato, il sacerdote vi abbia dato il permesso di comunicarvi (a quell’epoca, fare la Comunione, dopo essersi confessati, non era una cosa scontata, ma occorreva, di volta in volta, il permesso esplicito del confessore; n.d.a.)..

Se siete nel dubbio, sarà meglio che rimandiate la vostra Comunione per un’altra volta.

Ahimè! fratelli miei, se prendessimo, per la salvezza delle nostre anime, le stesse precauzioni che prendiamo per svolgere bene i nostri affari terreni, tutte le nostre confessioni sarebbero ottime e ci assicurerebbero il perdono!
Ahimè! quante confessioni fatte quasi senza esame di coscienza, senza preparazione!
In base a ciò, come si potrebbe vivere tranquilli, in uno stato dell’anima, così disgraziato?

(E’ indubitabile che la casistica dettagliat del santo curato, possa urtare la sensibilità dei cristiani di oggi, poichè risente di una diversa mentalità, legata ad altre coordinate spazio-temporali, che non è il caso di analizzare ora.

Ma è altrettanto indiscutibile che, con i nostri metodi e con le nostre agevolazioni, non abbiamo ottenuto altro che un progressivo abbandono della pratica sacramentale, oppure la stessa pratica ha acquistato un carattere prettamente abitudinario, devozionale e fortemente superficiale.

Il santo curato, invece, coi suoi “metodi arcaici”, attirava migliaia di penitenti da tutta la Francia, destinati a fare la coda per ore e, a volte, per intere giornate, pur di potersi confessare da lui: e questo è un dato di fatto incontestabile, storicamente parlando, e che dovrebbe farci riflettere almeno un po’; n.d.a.).

Abbiamo detto, in secondo luogo, che dopo aver esaminato per bene la nostra coscienza, dobbiamo accusare i nostri peccati, il meglio che possiamo, se vogliamo ottenerne il perdono.

Se stessi parlando a degli empi o a degli increduli, inizierei a dimostrare loro la certezza della necessità di accusare i propri peccati, ma per voi, fratelli miei, ciò sarebbe inutile.

Nessuno dubita di una grazia così preziosa, che costituisce tutta la felicità di un cristiano quaggiù, poichè, dopo aver peccato, è questa la sola e unica speranza di ottenere il Cielo.

Dico dunque, fratelli miei, che questa seconda condizione è assolutamente necessaria, perchè la nostra Confessione sia valida.

E’ proprio l’accusa dei peccati, quella che costa di più ai peccatori orgogliosi, ed è proprio questa che rende sacrileghe , più di ogni altra causa, le confessioni.

Vi accorgerete come questi cattivi cristiani usino dei giri di parole, per sembrare meno colpevoli: siamo preoccupati di più del modo in cui accuseremo i nostri peccati, per provare meno vergogna, piuttosto che della maniera più adatta per confessarli così come il buon Dio li conosce.

Quante volte abbiamo sentito che la nostra coscienza ci faceva percepire che non li stavamo confessando nel modo giusto, ciononostante cercavamo di tranquillizzarci, pensando che, in fondo, era la stessa cosa?

Quante volte siamo stati perfino disturbati dal fatto di saper riconoscere assai bene i nostri peccati, perchè in tal modo ci sentivamo più colpevoli, invece di ringraziare il buon Dio con tutto il cuore, per questa grande grazia?

Quante volte abbiamo scelto di proposito il momento in cui il sacerdote aveva meno tempo a disposizione, di modo che non ne avesse per farci qualche domanda?

Quante altre volte, abbiamo detto in gran fretta i nostri peccati, senza lasciare al sacerdote il tempo di conoscere le circostanze degne di nota, che è assolutamente necessario scoprire, per fare una buona Confessione?

(Qui non si tratta di accondiscendere a una curiosità morbosa del confessore, ma del fatto che certe circostanze, oltre ad essere aggravanti o attenuanti – la Confessione è anche“tribunale” o “foro” interno – possono mutare radicalmente la specie del peccato: ad esempio, non basta dire “atto impuro” se si è trattato di adulterio o di rapporto prematrimoniale, o altro, nè è sufficiente dire ho picchiato il prossimo, se si è trattato di violenza verso il padre o la madre, ecc.).

Per non parlare poi di coloro che pregano il buon Dio di trovare dei confessori compiacenti, che non li costringano ad abbandonare le loro cattive abitudini (per non dire di quelli che se li cercano apposta…n.d.a.).

Non che essi vogliano morire in quello stato di peccato, ma non sono pronti a uscirne, per il momento.

Ahimé! sono dei poveri ciechi, che corrono verso l’inferno a passi da gigante, e forse senza rifletterci.

Ma quanti ce ne sono che, o per ignoranza o per paura, non vogliono affatto prendersi la briga di esaminarsi a fondo, nè di distinguere le circostanze che rendono il peccato più grave, o che ne mutano la specie.
Non entrerò nei dettagli, visto che l’anno scorso, vi ho spiegato abbastanza tutto ciò (allude a una precedente omelia sulla “Soddisfazione o espiazione”, cfr. in questo blog; n.d.a.).

Vi accusate di aver lavorato di Domenica, ma non specificate per quante ore, nè quante altre persone avete coinvolto nel vostro lavoro, nè se lo avete fatto durante l’ora della Messa, e neppure quante persone vi abbiano visto e ne siano rimaste scandalizzate.

Vi accusate di aver mangiato carne nei giorni proibiti, ma non specificate quante altre persone ne abbiano mangiato a causa vostra, nè quante vi abbiano visto, e ne siano rimaste scandalizzate, e, forse, siano state indotte a fare altrettanto; non dite neanche se avete spinto a farlo anche i vostri figli o i vostri domestici.

Inoltre, non specificate se avete mangiato carne di proposito, per disprezzo verso i comandamenti di Dio, oppure, nel caso che abbiate mangiato di grasso senza pensarci, non dite se è stata l’ingordigia (vizio capitale; n.d.a.) la causa di ciò.

Vi accusate di essere venuti meno alle vostre preghiere, al vostro “Benedicite”, ai vostri ringraziamenti, al vostro “Angelus”, o di non esservi fatto il segno della croce passando davanti a una croce o a una chiesa, ma non specificate se lo avete fatto per rispetto umano, cosa che accrescerebbe notevolmente il vostro peccato.

Vi accusate di aver avuto delle distrazioni durante la preghiera, ma non specificate se è successo durante la santa Messa, o durante la penitenza imposta dal sacerdote: in tal caso, spesso, diventa peccato mortale, mentre nelle altre preghiere della giornata non lo è.

Voi dite di aver cantato delle cattive canzoni, ma non specificate se vi fossero dei motivi perversi, e se vi erano altre persone che le abbiano potute sentire; come anche, non dite se le avete insegnate ad altri, o se avete chiesto voi stessi ad altre persone di insegnarvele.

Vi accusate di aver parlato male del vostro prossimo, ma non specificate se si trattava di vostro padre, di vostra madre, o di persone consacrate a Dio, cosa che rende il vostro peccato più grave; non specificate neppure se avete parlato male del vostro prossimo per odio, per vendetta o per gelosia, e se siete andati in cerca di quelli che già gli volevano del male, con lo scopo di sentirvi più a vostro agio.

Dio mio! quante cose a cui non si pensa!
Mio Dio! quante confessioni sacrileghe!
(Tutte queste precisazioni del santo curato possono farci sorridere, con una certa aria di superiorità; ma, se si vuole che la Confessione ottenga risultati di autentico rinnovamento di vita, e non si riduca solo a una formalità infantile e inutile, sono proprio quelle indicate dal santo, le precauzioni da seguire con massima cura; n.d.a.).

Ma ecco, fratelli miei, uno stratagemma di cui il demonio si serve per ingannare e per far perdere un gran numero di persone.

Prendiamo il caso di qualcuno che abbia tenuto nascosto un certo peccato per due, tre o dieci anni, se volete.
Essendo in preda al tormento, ella finalmente se ne accusa, come se lo avesse commesso dopo la sua ultima Confessione, e dopo, si sente tranquillo, anche se non ha specificato quante confessioni e quante comunioni abbia fatto in stato di peccato, nè abbia confessato nuovamente i peccati commessi dall’ultima confessione ben fatta (è in perfetta linea con le regole della morale cattolica attuale; n.d.a.).

Mio Dio, quale accecamento!
Ben lungi dall’ottenere il perdono di quel peccato, egli non fa altro che aggiungere un nuovo sacrilegio ai sacrilegi passati.

Ah! chi mai potrebbe raccontarvi, fratelli miei, quante anime il demonio trascina all’inferno, in questa maniera?

Altri poi, avendo commesso qualche grosso peccato, non avendo il coraggio di accusarlo, chiederanno di fare una confessione generale, al fine di confondere quel peccato in mezzo a tutti gli altri, come se lo avesse commesso molto tempo fa.

Voi vi sbagliate! la vostra Confessione non vale nulla!
Dovete accusare in maniera distinta, tutti i peccati che avete commesso dall’ultima assoluzione valida, se volete fare una buona Confessione.

(Anche se alcune frasi del santo curato risentono indubbiamente della mentalità e delle leggi della chiesa del suo tempo, a cui egli si atteneva con la massima fedeltà, non si deve sottovalutare il contributo sostanziale di risanamento spirituale che la lettura delle sue omelie potrebbe produrre in un’epoca, come la nostra, nella quale si è passati, con ogni evidenza, all’eccesso opposto, cioè a un clima di lassismo e di superficialità generalizzati e, perfino, suggeriti da certe insane opinioni teologiche, per non dire anche, da un certo magistero ordinario…).

Ecco un’altra trappola che il demonio ci tende.

Allorchè si accorge che i peccati che abbiamo tenuto nascosti ci tormentano troppo, cerca di tranquillizzarci, suggerendoci di confessarli la prossima volta, sempre che, fino ad allora, non siamo già morti, o che il buon Dio non ci abbia abbandonati.

Sì, fratelli miei, il sacrilegio è un crimine che ci allontana talmente da Dio, e che spegne molto presto la nostra fede, al punto che, spesso, nonostante tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per uscire da questo stato, noi non riusciamo a farlo, e ciò accade per un giusto castigo di Dio, che i nostri sacrilegi ci hanno attirato.
Eccovene un esempio spaventoso.

Il padre Lejeune riporta un episodio che dice di aver ascoltato dalla bocca di chi ne era stato testimone.

Egli ci dice che vi era, vicino alla città di Bruxelles, una povera donna che, agli occhi del mondo, adempiva perfettamente ai suoi doveri religiosi.

La gente la considerava come una sante; ma, la povera disgraziata nascondeva da sempre un peccato vergognoso, che aveva commesso nella sua giovinezza.

Essendosi ammalata della malattia di cui poi morì, aveva perso per un momento la conoscenza, ma, appena si fu ripresa, chiamò la sorella che la accudiva, gridandole:
«Sorella mia, sono dannata!»
Quella povera figlia, avvicinatasi al letto le rispose:
«Sorella mia, stai sognando, svegliati e raccomandati al buon Dio»
«Non sto affatto sognando – insistette quella – so bene quello che dico: ho appena visto il posto che mi è stato preparato all’inferno».

La sorella, allora, corse prontamente a chiamare il signor curato.
Ma, siccome questi non c’era, il fratello che era il suo vicario, venne subito al suo posto, per visitare quella povera malata, «ed è da lui – ci dice il padre Lejeune – che ho appreso, sul posto, il seguente racconto, durante una missione popolare.
Accompagnandoci – egli aggiunge – ci fece vedere la casa in cui abitava quella povera donna, e ci fece piangere raccontandoci questa cosa: egli ci dice che, entrato nella casa, si accostò alla malata e le chiese:
«Ebbene! buona donna, che cosa mai hai visto, che ti è sembrato così terribile?»

«Signore – rispose quella – io sono dannata; ho appena visto il posto che mi è stato riservato nell’inferno, perchè, in altri tempi, ho commesso un certo peccato».

Ella lo confessò, davanti a tutti quelli che si trovavano nella stanza.

«Avanti! buona donna, accusatelo in Confessione, e io ti assolverò»
«Signore – le rispose quella – ormai io sono dannata»
«Ma – insistette il sacerdote – sei ancora in vita e sulla via della salvezza; se vuoi, ti consegnerò un biglietto firmato col mio sangue, col quale mi impegnerò, anima per anima, nel caso che tu fossi dannata, a dannarmi al posto tuo, se chiederai perdono a Dio e ti confesserai»
«Lo so bene – rispose quella – che se voglio domandare perdono a Dio, con tutto il mio cuore, Egli mi perdonerà; so bene che posso riparare a tutti i miei sacrilegi, ma mi è venuta meno la volontà di domandargli perdono, poichè è passato troppo tempo in cui ho abusato delle sue grazie, e l’ho crocifisso con i miei sacrilegi».

Il sacerdote rimase per tre giorni e tre notti a piangere al capezzale di quella malata, senza riuscire a farle emettere un solo atto di contrizione, nè a convincerla a confessarsi.

Ma, al contrario, un momento prima di morire, ella rinnegò il buon Dio, rinunciò al suo Battesimo, e fece dono al demonio della sua anima.

O mio Dio, quale disgrazia!
Capite, fratelli miei, che cosa significhi profanare i sacramenti?
Vedete come possa succedere che, pur avendo ogni mezzo necessario per riparare al male che abbiamo commesso, tuttavia non ne approfittiamo?

Ahimè! una volta che il buon Dio ci abbia abbandonati, come castigo per gli orrori da noi compiuti, che ne sarà di noi?

Ahimè! quanti ce n’è che fanno parte del numero di costoro, senza essere visibili agli occhi del mondo, ma che, agli occhi di Dio, non sono, per questo, meno colpevoli?

Quanti ce n’è che si trovano in questo stato, non tanto perchè nascondono i loro peccati, ma perchè non hanno un minimo di contrizione, e perchè non si correggono affatto dalle loro cattive abitudini: costoro vivono sempre allo stesso modo, e in loro non si scorge mai alcun cambiamento.

Mio Dio! quanti cristiani dannati, ma che, agli occhi del mondo, sembrano essere dei buoni cristiani!

(Il peggiore servizio “pastorale” che si possa rendere ai nostri contemporanei, troppo coccolati e blanditi da omelie e discorsi accattivanti e accondiscendenti, è quello di non avvertirli costantemente del rischio tremendo che si corre, di condannare se stessi, per cattiveria o per leggerezza, alla dannazione eterna, come ci ricorda il canone eucaristico primo, che una volta si recitava ogni giorno, ma che ormai è quasi del tutto scomparso dalle celebrazioni ordinarie della Messa:
«Accetta con benevolenza, o Signore,
l’offerta che ti presentiamo
noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia:
disponi nella tua pace i nostri giorni,
salvaci dalla dannazione eterna,
e accoglici nel gregge degli eletti».

L’episodio inquietante e commovente riportato dal santo curato, ci ricorda che non bisogna mai rimandare a domani, o all’ultimo periodo della vita, la propria sincera conversione, perchè potrebbe essere troppo tardi, mentre, in questo campo, «NON E’ MAI TROPPO PRESTO!»

Vedete dunque, fratelli miei, che se noi comprendessimo bene che cosa significhi ricevere i sacramenti, vi apporteremmo ben altre disposizioni, molto diverse da quelle che di solito vi portiamo.

E’ vero che la maggior parte delle persone, nascondendo i loro peccati, conservano sempre il pensiero di accusarli, ma, a meno di un miracolo, costoro si perderanno lo stesso.

Se ne volete conoscere il motivo, è molto facile indicarvelo: il fatto è che, quanto più restiamo in questo stato spaventoso, che fa fremere il cielo e la terra, tanto più il demonio acquista potere sopra di noi, più la Grazia di Dio diminuisce, più il timore da parte nostra aumenta, più i nostri sacrilegi si moltiplicano, e più noi rimandiamo.
E, in tal modo, ci mettiamo nella quasi impossibilità di rientrare nella Grazia di Dio.

Potrei citarvi cento esempi su questo argomento.

Ditemi, fratelli miei, potreste mai sperare che, dopo aver trascorso nel sacrilegio forse cinque o sei anni, durante i quali voi avete recato oltraggio al buon Dio, più di tutti i Giudei messi insieme, osereste mai pensare che il buon Dio vi donerà tutte quelle grazie che vi servirebbero, per uscire da questo stato spaventoso?

Credete forse che, dopo tante atrocità di cui vi siete resi colpevoli verso Gesù Cristo, vi basterà dire: «Ora decido di abbandonare il peccato», e tutto
sarà finito?

Ahimè! amico mio, chi vi garantisce che Gesù Cristo non rivolgerà anche a voi la minaccia che rivolse ai Giudei, e non pronuncerà anche verso di voi la stessa sentenza che pronunciò contro di loro:
«Non avete voluto approfittare delle grazie che Io vorrei donarvi: ora Io vi lascerò, e voi mi cercherete, ma non mi troverete, e morirete nel vostro peccato!» (Giovanni 8,21: effettivamente, queste parole di Gesù, poco citate, come tante altre parole più scomode, hanno un tono nefasto; n.d.a.).

Ahimè! fratelli miei, la nostra povera anima, una volta che sia caduta nelle mani del demonio, non ne uscirà tanto facilmente, come forse immaginiamo.

Ecco, fratelli miei, ciò che il demonio fa per ingannarci: quando commettiamo il peccato, egli ce lo rappresenta come qualcosa di poco conto.
Egli ci fa pensare che ci sono tanti altri che ne commettono molti più di noi; oppure, che, in ogni caso, ci confesseremo, perciò tanto vale accusarne quattro, piuttosto che due.

Ma, quando il peccato è stato commesso, egli fa tutto il contrario: ce lo rappresenta come una montagna, ce ne ispira un tale orrore, che non abbiamo più la forza di confessarlo (altro esempio dello straordinario acume psicologico e spirituale del santo curato; n.d.a.).

Se poi ci sentiamo troppo tormentati per aver taciuto un certo peccato, egli, per rassicurarci, ci suggerisce di confessarlo alla prossima confessione; in seguito, ci convince che non ne abbiamo ancora il coraggio, e che è meglio attendere un’altra occasione per confessarlo.

State molto attenti, fratelli miei, è il primo passo quello che costa di più: una volta entrati nella prigione del peccato, sarà estrememente difficile uscirne.

Ma, fra tutti i peccati, quello che ci fa compiere più sacrilegi, è quello contro la santa virtù della purezza.

Questo maledetto peccato, porta con sè una tale infamia, che ci trascina in ogni sorta di disgrazie, e, nel giorno del Giudizio, constateremo che il maggior numero di cattive confessioni, sono state rese cattive proprio da questo peccato.

Si racconta nella storia, che vi era un giovane uomo, il quale si era consacrato a Dio sin dalla prima giovinezza.
Si era perfino ritirato in un bosco, per vivere da solo.
Egli divenne, per le sue grandi virtù, soggetto di ammirazione per la gente dei dintorni; se ne parlava come di un santo.

Ma il demonio, che non poteva soffrire tanta virtù, in un uomo così giovane, mise in atto tutti i suoi artifici per farlo perdere.
Lo perseguitava continuamente con dei cattivi pensieri.

Questo giovane, faceva subito ricorso alla preghiera, chiedendo al buon Dio la forza di non soccombere.

Ma il demonio non lo lasciava nè di giorno nè di notte, con la continua speranza di guadagnarlo a sè.

Ahimè! questo povero giovane, stanco di combattere, si arrese un poco alla volta, e alla fine, nel suo cuore, acconsentì a un desiderio di impurità.

Ahimè! non appena ebbe acconsentito unicamente al desiderio, si sentì completamente turbato nell’anima.
E’ proprio vero, ahimè! che nell’istante in cui il peccato entra nel nostro cuore, la pace dell’anima se ne va.

Vedendosi vinto, si abbandonò a una tristezza così profonda, che niente poteva consolarlo; piangeva continuamente:
«Ah! Pelagio – diceva, rivolgendosi a se stesso – non c’è voluto molto tempo per lasciarti ingannare! tu, che fino a poco fa eri un caro figlio di Dio, adesso, eccoti diventato uno schiavo del demonio: dovresti subito confessarti, e fare penitenza del tuo peccato.
Ma, se lo confesso, che cosa penseranno di me? Perderei la stima che si ha di me, nel mondo».

In mezzo a tanti pensieri del genere, recatosi verso l’ingresso del suo eremo, vide passare un certo personaggio, vestito da pellegrino, che gli disse:
«Pelagio, perchè ti sei abbandonato a una tristezza così profonda? Colui che serve un Dio tanto buono, non deve essere così triste; se lo hai offeso, fai penitenza e confessati, e, senza dubbio, il buon Dio, che è così buono, ti perdonerà».

«Ma come mi conosci?», gli chiese Pelagio.

«Ti conosco molto bene: tu sei quel tale Pelagio, che passa per un santo in tutto il paese.
Se vuoi uscire da questa tristezza, confessati, e ritroverai la primitiva pace dell’anima, e la tua precedente tranquillità».

Il povero Pelagio, rimase tutto frastornato per ciò che gli aveva detto quel pellegrino, ma poi, guardando tutt’intorno, non scorse più il suo pellegrino, perchè era scomparso; la qual cosa gli fece comprendere che si trattava di un avvertimento del Cielo.

Allora prese la risoluzione di fare una vera penitenza, che fosse capace di placare la Giustizia di Dio, e per meglio eseguire il suo proposito, decise di recarsi in un monastero vicino, dove si facevano grandi penitenze.

Andò a trovare il superiore, dicendogli che nutriva un forte desiderio di prendere il santo abito.

L’abate, e tutti i religiosi, ne ebbero una grande gioia, tanto più che era considerato un gran santo.
Infatti, appena fu entrato in monastero, era sempre il primo in ogni esercizio di pietà; faceva penitenze rigorose, portava sempre un cilicio, e digiunava molto puntualmente.

Qualche tempo dopo, cadde malato, e non ebbe alcun dubbio che stesse per morire.

Il buon Dio, nella sua Misericordia, come riconoscenza per le tante virtù che quello aveva praticato in quel monastero, gli ispirò forti pensieri di confessare il suo peccato nascosto, ma egli non ebbe mai la forza di farlo.
Sempre trattenuto dalla paura e dalla vergogna, egli confessò per bene tutti gli altri peccati, con molto dispiacere.
Un istante dopo aver ricevuto il santo Viatico, morì.

I religiosi lo seppellirono, non come si fa con un morto qualunque, ma come se si trattasse di un santo, del quale si cominciava già a implorare la protezione, presso il buon Dio.

Tutti gli abitanti dei paesi vicini venivano in gran folla, per raccomandarsi alle sue preghiere.

Ahimè! come il buon Dio giudica le cose molto diversamente dagli uomini!

La notte seguente, il sacrestano, essendosi alzato per andare a suonare l’ufficio mattutino, attraversando la chiesa, gettò lo sguardo verso il luogo dove era sepolto Pelagio, e si accorse che il corpo era dissotterrato, e pensando che non fosse stato coperto per bene, lo interrò di nuovo senza dire nulla a nessuno.

Ma l’indomani, lo trovò di nuovo fuori della tomba, e notò che era come se la terra lo avesse espulso all’esterno.

Allora andò a trovare l’abate e gli raccontò quello che aveva visto.
L’abate, radunò tutti i suoi religiosi e ordinò di recarsi in chiesa.

Avvicinatisi al luogo della sepoltura di Pelagio, pregarono Nostro Signore Gesù Cristo di manifestare la sua volontà: se bisognasse, per caso, seppellire il defunto in un luogo più onorabile.
Poi si rivolsero direttamente al defunto, chiedendogli ad alta voce:

«Tu, Pelagio, che durante la tua vita sei stato così obbediente, dicci se è Volontà di Dio che il tuo corpo venga posto in un luogo più degno di te!».

Allora il defunto gettò un grido spaventoso, dicendo loro:
«Ah! disgraziato che non sono altro! per aver taciuto un certo peccato nella Confessione, sono stato condannato al fuoco dell’inferno, per tutto il tempo che Dio sarà Dio; se volete accertarvene, avvicinatevi e guardate il mio corpo».

L’abate si avvicinò e vide il suo corpo tutto riarso, simile a un pezzo di ferro nella fornace del fonditore.
Allora il defunto aggiunse che la Volontà di Dio era che egli fosse gettato all’aperto, come una bestia.

Ahimè! quale sciagura, fratelli miei!
Quanto gli sarebbe stato facile salvarsi, dato che era un santo, riguardo a tutte le altre virtù!

O mio Dio, quale disgrazia!
Per non avere avuto la forza di confessare un solo cattivo desiderio, che aveva permesso, appena appena, che nascesse nel suo cuore, per poi subito pentirsene.

Ahimè! quanti rimpianti e quante lacrime, per tutta l’eternità!
Ahimè! fratelli miei, com’è vero che quel peccato fa fare delle cattive confessioni, o, piuttosto, quante anime conduce all’inferno!
Ahimè! quanti, tra coloro che in questo momento mi stanno ascoltando, fanno parte del numero di costoro, e si sforzano in tutti i modi di non farsene accorgere!
Ah! amico mio, allenta le briglie al tuo rimorso, lascia colare le tue lacrime, vieni a gettarti ai piedi del Signore, e troverai la pace e l’amicizia del tuo Dio, che tu hai perdute.

(Eppure si trattava solo di un pensiero, al quale Pelagio aveva concesso una breve sosta nella sua mente e nel suo cuore…

A parte l’evidente esagerazione, insita nel racconto che il santo curato riporta fedelmente, a titolo di esempio, non si dimentichi ciò che il Vangelo dice riguardo all’ “adulterio del cuore”, in Matteo 5,28, e Gesù non stava affatto esemplificando.

La “Madonnina” di Fatima, nella prima apparizione, riguardo a una certa Amelia, che era poco più che una ragazzina, rispondendo a una domanda di Lucia sul destino di lei, afferma “che sarebbe rimasta in Purgatorio fino alla fine del mondo”: cosa mai poteva aver fatto, alla sua età?

Anche a voler interpretare la frase come un modo di dire “portoghese”, indica comunque un lunghissimo lasso di tempo.

Ma, purtroppo, riguardo a Fatima, sembra che l’unico interesse dei soliti curiosi sia rivolto esclusivamente ai cosiddetti segreti, e non alla sostanza del messaggio mariano.
Morale del racconto: Dio fa sul serio, quando decide di donarsi a noi, senza riserve, ed esige che anche da parte nostra si faccia altrettanto: i dettagli contano poco o nulla).

Ma, forse, qualcuno di voi penserà: «Io non credo che ci sia nessuno capace di nascondere i propri peccati, perchè ne sarebbe troppo tormentato».

Ah! fratelli miei, se dovessi giurare se ve ne sono oppure no, io non esiterei ad affermare che ce n’è almeno cinque o sei, tra voi qui presenti, che sono arsi dal rimorso di certi peccati, e che mi stanno ascoltando, e sanno che ciò che dico è vero; ma abbiate pazienza, li vedrete nel giorno del Giudizio, e allora vi ricorderete di quello che vi sto dicendo oggi (è comprovato da numerosi epoisodi della sua vita, che il santo curato aveva il dono di poter leggere nella mente e nel cuore di coloro che lo accostavano; n.d.a.).

O mio Dio! possono mai la vergogna o la paura, mantenere un cristiano in uno stato così spaventoso?
Ah! amico mio, che cos’è che stai preparando a te stesso?
Non hai il coraggio di aprirti con il tuo pastore?
Ma forse che esiste lui solo al mondo?
Non potresti forse trovare altri sacerdoti, che ti farebbero la carità di ascoltarti?
Hai forse paura che ti verrebbe data una penitenza troppo gravosa?
Ah! amico mio, questo non deve bloccarti!
Verrai aiutato, sarà il sacerdote stesso a farne la parte maggiore, si pregherà per te, si piangeranno i tuoi peccati, per attirare con maggiore abbondanza la Misericordia di Dio su di te! (meraviglioso esempio di “maternità spirituale”: 1Tessalonicesi 2,7!; il santo curato allude a quella che era una sua abitudine, e cioè, quella di assumere su di sè gran parte della penitenza che imponeva a chi si era confessato da lui, sacrificandosi, pregando e piangendo per i peccati dei suoi penitenti; n.d.a.).

Amico mio, abbi pietà di questa povera anima, che è costata tanto cara a Gesù Cristo!…
Ah! mio Dio! chi potrà mai comprendere l’accecamento di questi poveri peccatori?

Hai nascosto il tuo peccato, amico mio, ma un giorno verrà comunque scoperto, e agli occhi di tutto l’universo, mentre, con una sola parola, lo nasconderesti per sempre, e cambieresti il tuo inferno, in un’eternità di felicità!

Ahimè! come un sacrilegio conduce tanto lontano questi poveri peccatori! Essi non vorrebbero morire in questo stato, e tuttavia non hanno la forza di uscirne.
Mio Dio! tormentali così fortemente, che non riescano a resistere!…

Abbiamo detto, in terzo luogo, che la mancanza di contrizione, rende cattive le nostre confessioni.
Sebbene abbiate appena visto, da ciò che vi è stato detto, quante persone facciano delle cattive confessioni, io vi dirò tuttavia che, dopo aver ben esaminato, la mancanza di contrizione è la causa del più grande numero di confessioni sacrileghe.

Non intendo soffermarmi su questo aspetto, visto che, forse, ve ne parlerò domenica prossima; vi dirò soltanto, di sfuggita, che non dovremmo mai confessarci, senza aver chiesto al buon Dio la contrizione con tutto il cuore, con fervide preghiere.

E’ vero, fratelli miei, che facciamo molto bene a industriarci, per ottenere la grazia di accusare adeguatamente i nostri peccati.
Ma dobbiamo industriarci molto di più ancora, per ottenere la contrizione per i nostri peccati.

Quando abbiamo la disgrazia di tenere nascosto un peccato, è come se avessimo dentro di noi una tigre che ci divora (allude al rimorso; n.d.a.).
Ma, quando c’è mancanza di contrizione, non succede nulla (allude al fatto che il difetto di contrizione può essere “asintomatico”; n.d.a.).

«Ma – mi direte voi – cosa bisogna fare per averla?».
Occorre, anzitutto, domandarla al buon Dio, qualche tempo prima di confessarsi, e, se volete conoscere se ce l’avete, cosa molto facile, guardate se avete cambiato vita.

Affinchè la nostra confessione non ci lasci inquieti, è necessario che, dopo aver confessato i nostri peccati, noi acquisiamo le virtù ad essi contrarie.
Bisogna che l’umiltà, il disprezzo di noi stessi, prendano il posto dell’orgoglio e di quella certa buona opinione che abbiamo di noi (non si riferisce alla mancanza di autostima ma di egocentrismo; n.d.a.); occorre che lo spirito di carità, di bontà e di misericordia, prendano il posto di quel certo spirito di odio, di vendetta, di gelosia e di invidia; bisogna che lo spirito di distacco dai beni di questo mondo, subentri allo spirito di avarizia, di cupidigia, e al desiderio di imbrogliare il prossimo; bisogna che lo spirito di mortificazione e le lacrime, prendano il posto dell’ingordigia e dell’amore per i piaceri del mondo; occorre che quella bella virtù della purezza, spodesti dal suo trono, sul quale si era piazzato, il vizio infame dell’impurità.

Ah! ma che dico, fratelli miei, bisogna soprattutto che il fervore, l’amore per la preghiera e la vigilanza nel rigettare le tentazioni del demonio, rimpiazzino quella tiepidezza, quella negligenza e quella indifferenza verso tutto ciò che ha relazione con Dio e con la salvezza della nostra anima, e che la dolcezza, la pazienza, siano piazzate nel medesimo posto in cui si erano piazzate la collera, la rabbia, e tutte quelle inprecazioni.
In una parola: mentre prima eravamo dei peccatori, ora che ci siamo confessati, bisogna che ci sforziamo di non esserlo più (si tratta dell’intenzione e del proposito, pur sapendo bene che peccatori lo si resta, comunque, per sempre; il curato vuole invitarci, come si suol dire, a mirare più in alto che si può; n.d.a.).

Ahimè! fratelli miei, se non scorgiamo in noi questi cambiamenti, dopo tante confessioni e tante comunioni, dobbiamo tremare, o piuttosto, dobbiamo tornare sui nostri passi,per evitare che ne sentiamo la necessità, quando, ormai, è troppo tardi.

In quarto luogo, fratelli miei, diciamo che le nostre confessioni non valgono nulla, se non precisiamo il numero dei peccati mortali, almeno, per quanto lo possiamo.

Ci sono di quelli che si accontentano di dire: «Mi accuso di aver giurato, di aver ripetuto cattive canzoni, e niente più».
Le vostre confessioni non saranno valide, se non determinate il numero dei vostri peccati mortali.
E’ vero che non sempre si riesce a precisare con esattezza, ma bisogna avvicinarvisi meglio che si possa (il santo non faceva altro che obbedire alle leggi tassative della chiesa; oggi si è più elastici su questo punto, purchè non si scada troppo nel generico, in base al sillogismo: “Tutti gli uomini sono peccatori, io sono un uomo, dunque anch’io sono peccatore”, come non di rado, anche se con altri termini, succede…; n.d.a.).

In quinto luogo, abbiamo detto che una confessione è fatta male, allorchè, ricevuta l’assoluzione, non si abbia l’intenzione di fare la penitenza che il sacerdote ci ha imposto.

In tal caso, confessandosi in seguito, non ci si dovrà accontentare di dire che non si è adempiuta la penitenza, ma occorrerà precisare che, confessandovi, avevate già l’intenzione di non farla, oppure che l’avete mancata per negligenza.

Se l’avete mancata volontariamente, e avevate confessato dei peccati mortali, voi avete commesso un altro peccato mortale.

Dobbiamo fare la nostra penitenza sempre in ginocchio, a meno che il sacerdote non ci dica che possiamo farla seduti (naturalmente, se si tratta di preghiere; n.d.a.).
Ci sono di quelli che la fanno camminando, lavorando: questo non è fare la penitenza.

Non dovete mai cambiare la vostra penitenza, nè farla cambiare da un altro sacerdote, a meno che vi troviate nell’impossibilità di andare a trovare colui che ve l’ha imposta; e, comunque, tale cambiamento si può fare solo quando vi è impossibile adempierla.

Ci sono di quelli, ad esempio, che non sanno leggere; se viene data loro qualche preghiera che si trova su di un libro, essi, per orgoglio, sul momento non dicono di non saper leggere, e in seguito la dicono tutta di traverso.
Dovete semplicemente dire che non sapete leggere, affinchè ve la si cambi, e, nel caso vi sia successo, direte nella prossima confessione che ve ne venga data un’altra (si tratta della disciplina sulla confessione, com’era codificata ai tempi del santo curato, ma ancora valida nella sostanza; chi dovesse avere il mal di pancia a causa di tutta questa casistica, pensi a come si sia costretti, ogni giorno, a seguire certe regole di galateo, anche quando si tratta di schemi comportamentali ormai desueti, obsoleti, ridicoli, goffi e senza senso, di cui si potrebbero addurre decine e decine di esempi, ma che tutti continuiamo a seguire con cieco ossequio alla civile convivenza…; n.d.a.).

Abbiamo detto, infine, che la mancanza della “restituzione”, rende le nostre confessioni sacrileghe.
Non sto parlando di coloro che hanno derubato o imbrogliato il loro prossimo, e neppure se ne confessano: costoro sono già perduti.
Parlo, invece, di coloro ai quali il confessore ha imposto la restituzione (del mal tolto; n.d.a.): se nel momento dell’assoluzione, non avevano l’intenzione di restituire, la loro confessione non vale nulla; e se avete mancato di restituire, pur potendolo fare, e come avevate promesso, dovrete dirlo nella prossima confessione (è un aspetto da sottolineare, perchè spesso viene preso sottogamba: si pensi, ad esempio, a quanti milioni di ricchi, dovrebbero restituirequello che, in un modo o nell’altro, hanno rubato agli altri: rientra pienamente in ciò anche, o soprattutto, l’aver evaso le tasse…; n.d.a.).

Converrete con me che è alquanto necessario fare, di tanto in tanto, qualche piccola revisione della propria vita passata, al fine di riparare alle cattive confessioni che avremo potuto fare, anche senza saperlo (sebbene “ignorantia excusat”, almeno, nell’ambito della legge morale; n.d.a.).

Ma, ahimè! fratelli miei, che vita infelice conducono coloro che nascondono i loro peccati nella Confessione, e che rimangono in compagnia di questi carnefici nel loro cuore! (si riferisce ai rimorsi; n.d.a.).

Voi pensate sempre di accusarli nella prossima confessione, o prima di morire.
Amico mio, sei cieco, non succederà affatto: il demonio te lo impedirà nelle altre confessioni o nell’ora della morte, così come te lo ha impedito fino ad ora. Se ne dubiti, ascoltami, e vedrai che quello che dico è vero, e cioè che colui che vive nel sacrilegio, è quasi sicuro che morirà in esso.

Si racconta, da parte del padre Jean Romain, della Compagnia di Gesù, che il famoso Giovanni d’Avila, mentre predicava in una città della Spagna, venne chiamato per ascoltare la confessione di una giovane la quale, per le cure della madre, era stata allevata in ogni genere di virtù.
Quella madre, non mancava di fare la Comunione ogni sabato, in onore della santa Vergine.

Essendo morta la madre, la figlia continuò nella medesima devozione, aggiungendovi in più parecchie elemosine, digiuni, e altre buone opere.

Poichè ascoltava spesso le prediche del padre Giovanni d’Avila, ne rimaneva fortemente commossa, e si sentiva vivamente portata alla virtù.

Essendo caduta malata, lo fece pregare di venirla a trovare, perchè voleva confessarsi da lui.
Sebbene la sua malattia non fosse troppo pericolosa, ella voleva provvedere di buon’ora alla salvezza della sua anima. Lo pregava di avere la carità di ascoltarla, perchè era da molto tempo che desiderava confessarsi, e manifestargli lo stato della sua anima.

Il padre le accordò con gioia ciò che chiedeva.
Ella cominciò a confessarsi, con dei segni di dolore così vivi, e con una tale abbondanza di lacrime, che il padre rimase ammirato di trovare un’anima così bella, almeno in apparenza.

Essendo terminata la confessione, il padre se ne va tutto consolato; avendole accordato l’assoluzione, la lasciò in una stato di grande sicurezza per la sua salvezza, sempre, però, in apparenza.

Tuttavia accadde una cosa alquanto straordinaria: il fratello, che quel padre aveva portato con sè per accompagnarlo, trovandosi in un’altra stanza (durante la confessione), vedeva venire, di tanto in tanto, dalla parte della parete, una mano nera, tutta coperta di peli, che stringeva la gola della malata, in modo tale che sembrava volesse soffocarla.

Il fratello, che aveva visto ciò, ne rimase molto stupito.
Essendo ritornato in convento, va a trovare il superiore, e gli racconta ciò che aveva visto.
Il superiore gli chiese se ne fosse ben certo, e quello rispose:
«Ne sono tanto sicuro, come sono sicuro di trovarmi davanti a te. Per qualche istante ne dubitai, ma, avendo raddoppiato l’attenzione, ho visto tutto quello che ti ho detto».

Allora il superiore fa chiamare il padre Giovanni e, benchè fosse già notte, gli ordina di ritornare dalla malata, dicendogli di fare tutto il possibile per indurla a riconciliarsi, se sentiva dentro di sè qualche cosa che le procurasse pena.

Il padre partì, con il medesimo compagno.
Quando furono presso la porta, udirono delle grida e dei gemiti, e, non appena ebbero bussato, un servo venne ad annunziare loro che la padrona era morta, e che, quasi subito, dopo la confessione, aveva perso l’uso della parola e dei sensi, di modo che non aveva potuto ricevere la Comunione.

Dopo aver visitato la defunta, ritornarono al convento, dove riferirono al superiore quello che era accaduto, cosa che lo afflisse non poco.

Il padre che aveva confessato la malata, fu colto da un dolore così grande, che iniziò a piangere amaramente e se ne andò davanti al SS. Sacramento, e lì, prostrato per terra, cominciò a pregare il Signore perchè concedesse il riposo eterno a quella figlia disgraziata, domandandogli di volerla esimere dalla dannazione eterna.

Dopo aver pregato per qualche momento, udì un forte rumore, come di grosse catene trascinate sul pavimento.
Essendosi voltato verso il luogo da cui proveniva il rumore, egli vide davanti a sè una persona avviluppata, dai piedi alla testa, di catene e di fiamme oscure (ricorda il movimento suggestivo, dal basso verso l’alto, del dantesco Farinata degli Uberti: “dalla cintola in sù, tutto il vedrai”; n.d.a.).

Il padre, per nulla spaventato, le domandò chi fosse.
Quella rispose: «Sono l’anima di quella figlia disgraziata, che sei venuto a confessare questa mattina; sono colei per la quale hai pregato, ma invano.
Ho ingannato il mondo intero con le mie ipocrisie e con le mie false virtù.
Bisogna che tu conosca queste ipocrisie: dopo la morte di mia madre, un giovane fu conquistato dall’amore verso di me; io, dapprima, opposi qualche resistenza, ma egli riuscì a vincere la mia debolezza.
Se la mia colpa fu grande, la ripugnanza che il demonio fece nascere in me per confessarla, fu ancora più forte.
Sentivo dei vivaci rimorsi di coscienza, e il timore dei tormenti, nei quali adesso mi trovo, era per me un vero supplizio.
Inconsolabile, e desiderosa di uscire da questa pena, aveva deciso più volte di confessarmi, ma la vergogna, e la preoccupazione che il confessore perdesse la buona opinione che aveva di me, me ne aveva sempre distolta.
In questo continuo timore, volli sempre continuare le mie confessioni e le mie comunioni (sacrileghe).
Quando ascoltavo i tuoi sermoni, erano come tanti dardi che mi trapassavano il cuore, e, alla fine, presi la decisione di confessarmi da te: è per questo che ti feci chiamare.
Ah! avrei dovuto cominciare dai sacrilegi, e non dalle piccole colpe! poichè in seguito non ebbi più la forza di confessarti il mio peccato nascosto.
E ora, eccomi dannata per sempre! Non perdere più tempo a pregare per me».

«Ma, qual è la più grande delle tue pene?» – gli chiese quel padre.
«E’ quella di vedere – le rispose – che avrei potuto salvarmi, confessando il mio peccato, così come te lo sto dicendo adesso, anche se ormai non serve più».
Detto ciò, scomparve lanciando urla spaventose, e facendo un rumore terribile con le sue catene.
(Può sorprendere alquanto questa insistenza del curato sulla gravità dei peccati nascosti in Confessione, ma si tratta di ipocrisia o di insincerità verso Dio, ossia di quel peccato contro lo Spirito Santo, che Gesù dichiara che “non verrà perdonato in eterno, e che sarà reo di colpa eterna”; lo affermano, concordemente i sinottici Matteo 12,31-32; Marco 3,28-29; Luca 12,10; e Giovanni, l’apostolo dell’amore, insiste sul fatto che vi è un peccato per il quale non si deve pregare, perchè conduce, per sua natura, alla morte eterna: 1 Giovanni 5,16-17!

Perciò, prima di prendersela col curato, occorre prendersela con se stessi, perchè si conosce poco il “vero” Vangelo, o con quei predicatori di misericordia abusiva, che pullulano, ai nostri giorni, come la gramigna…; n.d.a.).

Ah! fratelli miei, quale stato deplorevole è quello di un’anima che sta per comparire davanti al tribunale di Gesù Cristo, con dei sacrilegi!

Cerchiamo nei meandri più reconditi della nostra coscienza, e se sentiamo qualche rimorso, impegniamoci a farlo scomparire con una buona confessione, che è l’unico rimedio, poichè nè le penitenze, nè le elemosine, potranno porvi rimedio.

Ahimè! fratelli miei, un povero cristiano che si trovi in questo peccato, non ha alcun merito in tutte le buone opere che fa; tutto è perduto, riguardo al Cielo.

Mio Dio, si può mai vivere bene, con dei sacrilegi sulla coscienza, soprattutto se li si conosce?
Non è come trovarsi già nell’inferno, a causa dei rimorsi che si provano continuamente?
Si potrà mai provare qualche piacere nella vita?

Sant’Antonio ci racconta che il buon Dio rivelò a un santo prelato, mentre ascoltava la confessione di una persona, che costei, per vergogna, stava nascondendo un peccato d’impurità.
Il santo vedendo a fianco a lei un demonio, gli domandò che cosa facesse lì.
Il demonio gli rispose che stava osservando un precetto di Gesù Cristo.
«E che? gli disse il santo, da quando in qua tu osservi i precetti di Gesù Cristo?»
«Sì, gli rispose il demonio, io che avevo tolto la vergogna a questa persona, affinchè cadesse nel peccato con audacia, adesso gliela restituisco, affinchè, vinta dalla vergogna, ella non confessi il suo peccato» (sottile ragionamento diabolico; n.d.a.).

O mio Dio! com’è da compiangere un orgoglioso, che è nel rischio di dannarsi; poichè, se nascondiamo i nostri peccati, se non li confessiamo così come sono, non è altro che effetto dell’orgoglio.

O mio Dio! consentire a essere dannato! o, piuttosto, scambiare una umiliazione di cinque minuti, con una eternità!…
Ahimè! questi poveri dannati, accuseranno i loro peccati nascosti e i loro sacrilegi, per tutta l’eternità, senza poterne ottenere il perdono!
Mentre, finchè si era in questo mondo, una semplice accusa a un sacerdote pieno di carità, che ci aiuti a chiedere il nostro perdono al buon Dio, che desidera quanto noi la nostra salvezza, ci avrebbe salvati!

Ah! no, no, fratelli miei, non lo si può comprendere!
Spingere il proprio accecamento, fino a questo punto!…
Amico mio, sei caduto, hai fatto male, senza alcun dubbio, ma ora rialzati subito, perchè lo puoi ancora, può darsi che un altro giorno non lo potrai più fare.
Ed eccotene la prova.

Si racconta nella storia, che un missionario, era andato a trovare una malata, durante la notte.
Vedendo che la sua malattia la stava conducendo verso la morte, accostatosi al letto le disse:
«Signora, sei prossima a rendere conto a Dio della tua condotta; temo grandemente che tu abbia nascosto qualche peccato nelle tue confessioni, e, se non te ne accusi, sarai dannata: pensaci bene».
«E’ mai possibile, gridò la malata? sto per morire? Voglio confessarti, disse, che da molto tempo mi confesso male, nascondendo, per vergogna, alcuni peccati».

Ma, nel dire ciò, ella perse la parola, senza potere più aggiungere una sola sillaba, e morì in questo miserabile stato, e così, senza dubbio, fu dannata (perchè, nonostante la sua resipiscenza finale, non ebbe il tempo di specificare di quali peccati si trattasse; n.d.a.).

Ahimè! in quale stato orrendo compariranno queste persone, nel giorno del Giudizio, tutte coperte di sacrilegi!

«Oh! montagne, grideranno, cadeteci addosso, nascondeteci a Dio» (Apocalisse 6,16), così come noi abbiamo nascosto i nostri sacrilegi agli occhi del mondo!

Ah! quali rimpianti, per aver vissuto tre o quattro anni, forse, in quello stato, ed essere stati divorati dai rimorsi di coscienza, senza aver voluto porvi rimedio!

Ma, ditemi, che cosa deve pensare una persona che si sente colpevole di questo peccato, allorchè riceve l’assoluzione?
Cosa deve pensare, quando il sacerdote le dice: «Va’ in pace e cerca di perseverare?».
Ah! se potesse udire Gesù Cristo che, dall’alto del Cielo, grida al suo ministro:
«Fermati! fermati! sciagurato! questo Sangue prezioso che stai facendo colare su quest’anima, grida vendetta!
Stai scrivendo, con esso, la sentenza di dannazione! Fermati, ministro! Io respingo e maledico quest’anima! (Matteo 25,41!)».

Ah! disgraziato! stai vendendo il tuo Dio!
Vai, vai, perfido Giuda traditore, recati alla santa Tavola per completare l’opera del tuo furore! vai a metterlo a morte! (si riferisce a Dio, nuovamente crocifisso dal peccatore sacrilego; n.d.a.).

Ah! se tu ascoltassi Gesù Cristo che ti grida, dall’interno del Tabernacolo:
«Fermati! fermati! figlio mio! Ah! per favore, risparmia tuo Padre! Perchè mi vuoi far morire? Fermati! fermati! figlio mio! risparmia il tuo Dio, perchè vuoi infliggergli il colpo mortale?».

Ah! se un cristiano potesse comprendere la grandezza del suo crimine, potrebbe mai portare il suo furore a un tale eccesso, contro un Dio tanto buono, un Dio che ci ama più di se stesso, che non vuole e non desidera altro che la nostra felicità? (l’ira di Dio, esiste, ed è attestata continuamente nelle Scritture, checchè ne pensino i moderni eretici, e non è altro che il rovescio della medaglia, del suo immenso Amore, per ciascuna persona in particolare; n.d.a).

O mio Dio! un cristiano che abbia commesso un crimine come il sacrilegio, come potrebbe ancora vivere?
Non gli sembrerà forse di sentire senza sosta, interiormente, dentro se stesso, una voce come quella di quel giovane uomo che aveva ucciso suo padre:
«Figlio mio, perchè mi hai sgozzato, perchè mi hai tolto la vita?»(impossibile determinare a cosa il curato si riferisca: forse a un episodio di cronaca? n.d.a.).

Un cristiano che abbia compiuto un tale gesto verso il suo Dio, potrebbe ancora una sola volta dirigere i suoi occhi verso questa Croce, verso questo Tabernacolo?
Ma che dico? meglio ancora, potrebbe mai guardare questa Tavola santa sulla quale ha fatto morire Gesù Cristo, suo Dio e suo Salvatore, in una maniera così spaventosa e orribile? (1 Corinzi 11,28-30!; Lettera agli Ebrei 10,28-31!).

Sì, fratelli miei, questo peccato è terribile, sebbene sia tanto comune; ci sarebbe da morire sul colpo, a pensarci!…

Che cosa dobbiamo concludere, da tutto ciò che stiamo dicendo?
Ecco:
Dobbiamo prendere tutte le precauzioni possibili, per fare una buona confessione;
non dobbiamo mai accettare l’assoluzione, quando abbiamo qualche cattiva abitudine, se non abbiamo anche l’intenzione di correggercene;
non dobbiamo mai fare in fretta le nostre confessioni;
non dobbiamo mai cercare le parole che possano addolcire l’accusa dei nostri peccati, o sminuirli ai nostri occhi o a quelli del nostro confessore;
non dobbiamo mai confessarci, senza aver chiesto a Dio la contrizione dei nostri peccati;
infine, anche se fossero trascorsi vent’anni o trent’anni, da quando abbiamo nascosto i peccati, dobbiamo, senza ascoltare nessuno, confessarli subito, e, se saremo sinceri, siamo certi che il buon Dio ci perdonerà.

Se, invece, attendiamo il giorno della nostra morte, potrà succedere che, o non potremo più farlo, o addirittura, per un terribile castigo della Giustizia di Dio, non lo vorremo più fare, come abbiamo visto negli esempi riportati.

Quando ci verrà il pensiero di nascondere qualche peccato, pensiamo subito ai rimproveri che ci farà il nostro stesso confessore, nel giorno del Giudizio, quando si accorgerà che lo abbiamo ingannato.

Sì, facciamo tutto quello che facciamo, così come vorremmo averlo fatto nell’ora della nostra morte, e così tutto verrà fatto nel modo giusto.
E’ ciò che vi auguro…
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