Clicks1K

Ciò che il regime [della neochiesa] teme di più – la Scure di Elia

Più la vita di silenzio è densa, più l’anima è sola con Dio; e più l’anima è vergine, più si ritira dall’agitazione del mondo (Robert Sarah, Dio o niente, Siena 2015, 274).

La peggiore malattia spirituale, peculiare al nostro tempo, è una fondamentale disposizione di spirito che attacca proprio la fede. Sullo scorcio del Medioevo, prima che le idee nominalistiche e umanistiche impregnassero la cultura, il realismo del pensiero cristiano rendeva il soprannaturale un elemento familiare e quasi normale della vita; una fede semplice e diretta faceva sì che i miracoli fossero frequenti e comunicava perciò, anche in tempi calamitosi, una sicura fiducia nella vigile e onnipotente presenza di Dio. Fu per la crisi della scolastica (che trasformò la teologia in una selva di sottigliezze mentali riservate a pochi), poi per la diffusione della gnosi rinascimentale e per lo sconquasso dottrinale della rivoluzione protestante che dilagarono la credulità fideistica e l’insana attrattiva per la magia, fino allora contenute in margini abbastanza ristretti. L’autorità ecclesiastica, in ogni caso, vigilava sui fenomeni eccezionali onde accertarne l’origine.

Oggi la temperie culturale della postmodernità ha amputato dal cervello di molti cattolici la nozione stessa di spirito e di trascendenza. Da un lato, la loro fede positivistica è paralizzata da un tirannico naturalismo che esclude a priori il soprannaturale; dall’altro, abbandonati a una concezione arbitraria e soggettivistica del divino, abboccano con estrema facilità a tutto un ventaglio di spiritualismi, che si presentino come apparentemente tradizionali o seducentemente orientaleggianti. Il risultato è che i veri miracoli son diventati rari e che la gente, alle prese con disgrazie e malattie, cade spesso nelle dipendenze o nell’occultismo, se non nella disperazione fino al suicidio. Il filtro della fede adulta mette in dubbio tutto, anche fatti accertati da testimonianze incontrovertibili, ma lascia al contempo passare qualunque assurdità per un malinteso rispetto della libertà di coscienza o per un’acritica accondiscendenza alla religiosità di massa, illudendosi poi di rimediare al disastro con chiacchiere fumose o con palliativi che curano i sintomi senza arrivare alla radice del male.

Per combattere bene all’esterno, dunque, bisogna prima controllare se per caso il nemico non sia già in casa. A lungo andare persino la sana dottrina, senza una viva relazione con Dio coltivata nella preghiera, può risolversi in un gioco intellettuale costruito con puri nomi cui non è più associato alcun contenuto reale. Anche su questa strada, proprio per la buona causa della Tradizione, si può finire con l’escludere l’azione soprannaturale del Salvatore contando presuntuosamente solo sul proprio agire puramente umano, magari determinato da malattie spirituali. Coltivare l’umiltà, prima ancora che la via regia dell’unione con Dio, è una questione di interesse personale: chi si lascia dominare dalla superbia, infatti, perde progressivamente il contatto con la realtà, che vede ormai unicamente attraverso le lenti deformanti delle sue convinzioni soggettive. L’umile è invece in grado di acquisire un sano realismo che gli permette di valutare le situazioni in modo obiettivo e di discernere con sicurezza cosa è alla sua portata e cosa non lo è.

Da più parti si sfidano i consacrati a uscire allo scoperto. Debbo anzitutto domandarmi: è volontà di Dio? oppure è una suggestione del demonio? o ancora una spinta proveniente dall’io ribelle? Quale ne sarebbe, inoltre, la reale utilità? Non è diventando rivoluzionari di segno contrario, insubordinati alla legittima autorità e insofferenti alla croce, che si giova alla Chiesa. Per il bene delle anime, basta che buoni sacerdoti si facciano discretamente individuare, senza per questo farsi impallinare dagli avversari: se quelli che celebravano per i vandeani o per i cristeros si fossero esposti all’arresto senza necessità, chi sarebbe rimasto a fianco dei combattenti? Perché il loro ministero porti frutto, tuttavia, occorre altresì che i fedeli siano docili alla loro guida. Chi rigetta ogni messa in guardia dalle derive scismatiche o dai misticismi fasulli non ha bisogno di preti, visto che ha già deciso tutto da solo; a che scopo reclama allora che si manifestino apertamente? Semplicemente per sentirsi confermato nell’orientamento che ha scelto da sé? Mi dispiace, ma non è questo il ruolo dei Pastori – e non è proprio il caso di bruciarsi per il gusto di avere al proprio seguito una masnada urlante di gente accecata dalla rabbia, dal risentimento e dal disprezzo verso tutti gli altri. Sarebbero questi i veri cristiani?

Ciò che è in nostro potere, oltre alla preghiera e alla difesa della verità, è richiedere una presa di posizione da parte di coloro che hanno l’autorità e la responsabilità di intervenire. Non illudiamoci che qualcuno, in Vaticano, tremerà alla nostra voce, se ci faremo riconoscere. Quel che il regime teme di più, al contrario, è l’esistenza di reti sotterranee che sfuggano alla sistematica sorveglianza su tutte le iniziative pubbliche. Non intendo pertanto fare il suo gioco lasciandomi incasellare in un’opposizione controllata: sono proprio i più esposti che possono essere utilizzati per attirare i dissidenti e individuarli. Ma, al di là di queste considerazioni tattiche, è una questione di fede che deve rimanere il criterio ultimo e decisivo di ogni scelta: la Chiesa è e rimane una e apostolica, soprannaturalmente coesa e guidata grazie al ministero dei successori degli Apostoli, i quali non possono diventare tutti eretici, nemmeno se permangono in comunione (almeno esternamente) con un papa materialmente, ma non formalmente eretico. Chi non riconosce questo non è cattolico, in quanto non crede più l’indefettibilità della Chiesa.

Se nelle mie disamine evito generalmente di fare nomi, è per il semplice motivo che il mio intento non è polemizzare con persone o istituzioni, ma porre in luce, per utilità dei lettori, i pericoli che intravedo, indicando quanto basta perché chi deve intendere, ritrovandosi in quelle osservazioni, intenda, se il suo cuore è umile e sincero. C’è pure chi pensa di saper tutto e prova ogni volta a deviare il discorso in diatribe su dettagli secondari, ma lo fa soltanto a proprio danno, non perché chi scrive sia infallibile, bensì perché, quando la divina Sapienza – benché per mezzo di strumenti indegni e insufficienti – bussa alla coscienza, uno ha tutto l’interesse a darle ascolto. Il Signore può scegliere chi vuole per parlarci, persino dei credenti non ancora battezzati che, per purezza di cuore, sono ricettivi alla grazia preveniente. È così che io stesso ho potuto riudire, espressa con spontanea semplicità, una legge fondamentale della vita soprannaturale, ossia l’interdipendenza tra le virtù teologali: «Quando la fede va giù, la speranza e la carità la riportano su».

Quando ci sentiamo vacillare nella prima, il desiderio e l’amore di Dio intervengono a sostegno e rinforzo. Viceversa, qualora lo scoraggiamento offuschi la seconda, la conoscenza e la dilezione di Lui la ravvivano con la certezza che non può abbandonare chi Lo ama né deludere chi Lo serve con abnegazione. Anche le tentazioni contro la terza possono essere vinte, se l’intelletto è illuminato dalla verità rivelata e la volontà fortificata dall’attesa della ricompensa celeste. È sempre l’unico e medesimo Sommo Bene che, con le virtù teologali, viene conosciuto, desiderato e amato. Questa dinamica spirituale consente di spalancare la gabbia del soffocante materialismo, dell’appiattente immanentismo e del fluttuante storicismo in cui si è rinchiusi dal pensiero dominante, ma pure di superare le secche di un’adesione meramente formale alla dottrina, priva di speranza e di carità, che sterilizza l’anima e la lascia preda dei sentimenti cattivi generati dalle sue malattie. In quest’ultimo caso, una fede solo pensata (e quindi non autentica) può a poco a poco inaridire le altre due virtù, già così poco sviluppate, e degenerare in una disposizione permanente di astio indiscriminato contro tutto e contro tutti, anticamera dell’Inferno.

Conserva e accresce le virtù teologali solo chi si mantiene umile, si mortifica volentieri, pratica la penitenza e dimentica l’amor proprio. Si illude chi pensa di poter saltare direttamente all’ultima casella del gioco (l’unione consumata con Dio) senza passare per quelle precedenti (la purificazione del cuore, la lotta contro le passioni, la correzione di vizi e difetti, l’espiazione dei peccati passati, l’esercizio della carità verso il prossimo…).

Digiunare regolarmente, ognuno secondo le sue forze; curare il raccoglimento, riducendo la dipendenza dai mezzi di comunicazione; coltivare il silenzio, tralasciando letture o conversazioni inutili; imporsi qualche privazione o accettare con serenità le afflizioni inflitte dall’esterno, purché non vada a detrimento di altri o delle proprie responsabilità; per chi se la sente, portare il cilicio (almeno per qualche ora il venerdì, sospendendone l’uso, però, nel caso abbia ripercussioni troppo gravose sulla psiche): ecco gli elementi principali di un’ascesi discreta e incisiva che rende la preghiera irresistibile fino a fare miracoli, come quella dei Santi. Per imparare a pregare come loro, con la stessa audacia e confidenza, meditiamo l’invocazione posta in chiusura, scaturita dall’intimo di un predicatore di sicura dottrina.

«Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne» (2 Sam 5, 1; cf. 1 Cor 12, 27). Così i penitenti devono dire a Cristo: «Abbi pietà di noi, perdona i nostri peccati, perché noi siamo tue ossa e tua carne. Per noi uomini ti sei fatto uomo, per redimerci. […] Ad un angelo non possiamo dire: “Siamo tue ossa e tua carne”. Ma a te, che sei Dio, Figlio di Dio, che non hai assunto gli angeli, ma il seme di Abramo, possiamo dirlo in verità. Abbi dunque misericordia delle tue ossa e della tua carne! E chi mai ha avuto in odio la sua carne (cf. Ef 5, 29)? Tu sei nostro fratello e nostra carne, quindi sei obbligato ad aver pietà e a compatire le miserie dei tuoi fratelli. Tu e noi abbiamo lo stesso Padre: ma tu per natura, noi per grazia. Tu dunque, che nella casa del Padre hai ogni potere, non volerci privare di quella sacra eredità, perché noi siamo tue ossa e tua carne» (sant’Antonio di Padova, Sermone per la Domenica III dopo Pentecoste, I, 4).

Fonte:

lascuredielia.blogspot.com
fasoms and 4 more users like this.
fasoms likes this.
Micheleblu likes this.
nolimetangere likes this.
Christoforus78 likes this.
Memorare likes this.