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I misteri del Papa emerito

I misteri del Papa emerito
Editoriali
28-02-2019
Il 28 febbraio di sei anni fa Benedetto XVI lasciava definitivamente il Palazzo apostolico e proseguiva il suo ministero in una vita di preghiera. Ma il significato di quella rinuncia è sempre rimasto incompreso, lui stesso ha avallato l'idea di una riforma del papato ma senza spiegarne i dettagli. È un tema di cui poco si parla, eppure avrà grandi conseguenze per la Chiesa.

Molti avranno ancora impresse negli occhi le immagini di quel 28 febbraio di sei anni fa quando papa Benedetto XVI in elicottero lasciò definitivamente il Palazzo apostolico in Vaticano per spostarsi temporaneamente a Castelgandolfo, per iniziare «da pellegrino l’ultimo tratto della sua vita». Il precedente 11 febbraio, festività della Madonna di Lourdes, aveva annunciato la sua rinuncia al Papato.
Per molto tempo si è discusso, e tuttora si discute, sulle reali ragioni di quella rinuncia, spesso fantasticando, malgrado Benedetto abbia sempre affermato che si trattasse di una decisione «in piena libertà». Molto meno si è invece riflettuto sul “dopo rinuncia”, che a ben vedere è il fatto maggiormente gravido di conseguenze per la Chiesa. Perché se la rinuncia al Papato è già avvenuta nel passato ed è anche prevista dal Codice di Diritto canonico, mai è stato pensato e, men che meno teorizzato, il papato “emerito”.
Per capire quanto la cosa abbia colto di sorpresa basti citare l’articolo della Civiltà Cattolica (che esce dopo il visto della Segreteria di Stato) pubblicato subito dopo l’11 febbraio a firma del canonista padre Gianfranco Ghirlanda: «È evidente che il Papa che si è dimesso non è più Papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa».

Invece Benedetto XVI aveva in mente altro e volle essere “papa emerito”, conservando il titolo di “Sua santità” e vestendo la talare bianca semplice. Un inedito, il cui significato e le cui conseguenze per la Chiesa sono ancora tutte da esplorare. Di sicuro, in qualche modo si è verificato un cambiamento del papato. Seppure sia improprio parlare di “due Papi”, di certo Benedetto XVI non ha inteso rinunciare in toto al suo ministero. Lo disse chiaramente nell’ultima udienza del 27 febbraio: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro».
Come spiegherà monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI e prefetto della Casa Pontificia, in uno storico discorso il 21 maggio 2016, seppure non vi siano «due papi», tuttavia si può parlare «de facto di un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo». E poco prima aveva detto che «dall’11 febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione».
Si tratta di affermazioni di una portata enorme, eppure sono cadute nel dimenticatoio. Papa Francesco non ha mai assecondato questa visione, cercando di relegare Benedetto XVI al semplice ruolo di «nonno saggio in casa» e valorizzando soltanto l’istituto delle dimissioni del Papa. Anche qui, di fronte a due modi così diversi di comprendere il passaggio storico, ci si aspetterebbe un dibattito all’altezza della novità. Invece niente.
Si può continuare a fare finta di nulla, ma il fatto storico, la «riforma del Papato» resta e produrrà comunque delle conseguenze. Meritoriamente, nel suo ultimo libro (Il segreto di Benedetto XVI, Rizzoli) Antonio Socci ripercorre tutti i passaggi fondamentali di questa vicenda, esaminando gli interventi di Benedetto XVI e di monsignor Gänswein, che hanno aggiunto via via dettagli e criteri per comprendere almeno in parte il senso della decisione del papa emerito. La parte centrale del libro, con tanto di commenti di diversi canonisti, diventa dunque una sintesi imperdibile per comprendere la posta in gioco.
Si può o meno concordare sulle premesse alla rinuncia di Benedetto XVI e sulle conclusioni che Socci trae, ma resta il fatto che oggi, a distanza di sei anni, non è meno importante di allora comprendere come sia cambiato il papato. Anzi, visti gli sviluppi recenti, si direbbe che sia ancora più urgente.

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