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La parabola del “buon Giorgio Mario”

«Dobbiamo ammettere realisticamente e con profonda sofferenza, che i Cristiani oggigiorno si sentono smarriti, confusi, perplessi ed anche delusi; vengono diffuse tante idee che si oppongono alla verità come è stata rivelata e insegnata da sempre; vere e proprie eresie si sono diffuse nelle aree del dogma e della morale, creando dubbi, confusioni e ribellioni; la liturgia è stata alterata; immersi in un relativismo intellettuale e morale e quindi nel permissivismo, i Cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, da un illuminismo vagamente morale e da una cristianità sociologica priva di dogmi o di una moralità obbiettiva» (Giovanni Paolo II, da L’Osservatore Romano, 7 febbraio 1981)

La parola Parabola deriva dal greco παραβολή (parabole), che significa “paragone, parallelo, illustrazione, analogia.” Era il nome dato dagli oratori greci ad un’illustrazione nella forma di un breve racconto di fantasia. Si abbozza uno scenario, si descrive un’azione, e si mostrano i risultati. Le caratteristiche che definiscono la Parabola sono l’uso del linguaggio metaforico e l’insegnamento che suggerisce come una persona deve comportarsi o cosa deve credere, fornendo essenzialmente una guida per il comportamento corretto nella propria vita.
Gesù, il Maestro per eccellenza, l’Unico vero Dio che si è Incarnato facendosi Uomo, ha usato semplici storie e personaggi tratti dalla vita quotidiana del suo tempo per trasmettere il Suo Vangelo, con insegnamenti importanti e di Verità, rivelandoci il Padre e lo Spirito Santo, ammaestrando le genti sulla Santissima Trinità e il Progetto di Dio per la Redenzione e il Suo Regno che non avrà fine.
Egli ha insegnato per analogie e paralleli, per esempio: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». – (Mc.4,30-32).

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Giorgio Mario chiese: «Ehi, Gesù, compagno e amico mio, tu che cosa ne pensi? Chi è il prossimo di tutti? Il povero oppresso, non è vero?».

Gli fu risposto: «Un uomo, senza un motivo valido, decise di emigrare da Roma a Buenos Aires. Lungo la via, fu aggredito da un gruppo di rivoluzionari che lo derubarono e lo spogliano di tutto ciò che aveva, lasciandolo infine mezzo morto sul ciglio della strada.

Allora passò un turista gesuita che si era messo in viaggio dal fiume Reno per andare al Rio delle Amazzoni. Vedendo di sfuggita il malcapitato, s’indignò e disse: “Quando arriverò in America Latina, urlerò e strepiterò, muoverò mari e monti per lui e per quelli come lui, affinché non subiscano più un sopruso del genere!”. E continuò la sua strada.

Poco dopo, passò un prete di strada diretto in Sicilia per una conferenza in difesa delle legalità e la lotta alla criminalità organizzata. Quando vide in lontananza il poveretto sul ciglio della strada, pensò: “Appena arriverò in Sicilia, comunicherò a qualche funzionario statale della sua situazione affinché vengano a raccoglierlo il prima possibile”. E anche lui proseguì per la sua strada.

Invece un cattolico “rigido” (o tradizionalista), che era in pellegrinaggio da Gerusalemme a Roma, passando accanto al poveretto mezzo morto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”.

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è stato defraudato dai rivoluzionari?».

Giorgio Mario rispose: «Prima di tutto, Gesù, compagno e amico mio, ti ringrazio perché, con questa parabola, hai voluto lodarmi con diplomazia, poiché sai che sono umile e modesto e non mi piace mettermi in mostra. È ovvio, dunque, che il prossimo di quel poveretto sono io. Prima di tutto perché lo porto nella locanda, ma facendo meglio di quel rigido, giacché lascio al locandiere molto più di due monete, cosicché non ci sia bisogna del mio ritorno. Sai anche che non sono un gesuita “di strada” che urla e strepita, ma che lavora concretamente per la giustizia sociale, sempre pronto a richiamare persino lo Stato al suo dovere di assistenza. D’ora in poi, esigerò che tutti facciamo come me».

Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi andate e non fate come lui».

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Per ulteriore approfondimento, o comprensione, si legga anche qui.


Fonte originale qui.
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bella! Ma preghiamo però
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La parabola del “buon Giorgio Mario”
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