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TommasoG
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La sodomia era accettata dagli antichi Greci?

Il tema presentato nel titolo ricopre indubbiamente un certo interesse, in quanto la narrazione generica che viene evulgata sul mondo antico tende, negli ultimi due secoli, a presentare la sodomia come atto comune presso gli Antichi; taluni hanno poi naturalmente usato questa supposizione per screditare i principi morali della Religione Cristiana che vieterebbero qualcosa di naturale.

La risposta a questa questione è decisamente complessa, e deve partire sicuramente dalla definizione di "naturale". In senso filosofico, "naturale" è ciò che è conforme alla legge eterna: nella quadripartizione tomistica del diritto, lo jus naturale è difatti la partecipatio legis aeternae in rationali creatura. Già nella formulazione aristotelica, il "naturale" dunque riguarda solo la "creatura razionale", cioè l'uomo, nella misura in cui egli è l'unica creatura in grado di pensare in modo complesso, cioè di elaborare e attuare la lex aeterna, costituita da principi assoluti (Kierkegaard li definirebbe "scandali") non rispondenti necessariamente (anzi, quasi mai) all'istinto. In teologia classica, infatti, quando l'istinto, che è distintivo dell'anima sensitiva, per Aristotele propria degli animali, prevale sulla ratio della legge eterna, l'uomo in tal guisa umilia la sua dignità razionale e regredisce a bestia: è questa una delle conseguenze più notevoli del peccato originale. In questo significato, la parola "naturale" implica un giudizio, perché non si limita ad osservare una realtà, ma la elabora intellettualmente, conferendole un senso e un posto all'interno di una costruzione più ampia e razionale.
In senso biologico, "naturale" è banalmente qualcosa che si manifesta nella natura: è un criterio cioè puramente osservativo, descrittivo, che non implica un giudizio.
In questo modo, tuttavia, diventa assolutamente insensata la pretesa di certuni paladini dei "diritti moderni" di giustificare alcuni atti perché "naturali": essi confondono ripetutamente i piani, poiché parlano di qualcosa di naturale in senso biologico (dicono infatti ad esempio che gli atti "omosessuali" sono diffusi tra gli animali...) e subito poi lo traslano in un senso pseudo-filosofico (...e quindi sono giusti). Ma la trasposizione risulta chiaramente falsa e illogica. La summenzionata posizione è facilmente smentibile nel momento in cui si espongono tutti quegli atti che sono biologicamente naturali, praticati da animali, ma finanche da taluni consorzi umani (verbigrazia, il cannibalismo), che nemmeno il corrotto giudizio dei contemporanei si sognerebbe di classificare come giusti.

Venuto meno il criterio di naturalità, si potrebbe chiudere la questione; in realtà è interessante analizzare la parte più prettamente storica: era la sodomia accettata presso gli Antichi Greci? Se parlando delle tribù indigene delle Antille (le quali appunto praticavano il cannibalismo) si può banalmente premettere che il loro stato d'irredenzione permetteva lo svilupparsi delle pratiche più turbi, è maggiormente difficile applicare questo ragionamento agli Antichi Greci, nella misura in cui essi erano -giusta i Padri d'Occidente- i depositarj dei Semina Verbi, nonché la cui cultura costituisce ineluttabilmente il fondamento della Cristianità (da Lisbona a Vladivostok, e da Amburgo ad Alessandria d'Egitto). Tuttavia, possiamo affermare che la società della Grecia classica non accettava in alcun modo la sodomia. Si deve infatti nettamente distinguere il fatto che fosse praticata (come lo è sempre stato, anche nei secoli più moralisti; ma del resto anche l'omicidio si è sempre praticato) da quello che fosse socialmente e culturalmente accettata. Il carattere morale della società non dipende dalla moralità dei suoi singoli individui.

In soluzione dei predetti dubbj, mi permetto di tradurre un intervento in merito del prof. Dimitrios Michmizos, docente presso l'Università della Tessaglia, nonché apprezzato filosofo e cultore di Storia Greca. Un intervento simile potrebbe farsi anche per quanto riguarda l'Antica Roma, basta vedere, per esempio, cosa ne pensano Marziale e Giovenale dei sodomiti.

Contrariamente a quanto potreste aver sentito, l'omosessualità non fu mai accettata dalle culture antiche. Il caso più emblematico è la Grecia classica.

I Greci erano consci del fatto che l'omosessualità esistesse, e riconoscevano che potesse essere un'inclinazione transitoria, ma certamente non un modo di vivere in società. La nozione che i Greci classici accettassero l'omosessualità tra adulti
[questo è fondamentale: la pederastia, costume che anche gli omosessualisti odierni rifiutano, era praticata all'interno di ristrette cerchie aristocratiche, ma l'omosessualità tra adulti, cioè come condotta sessuale ordinaria, era inconcepibile, ndt] è un mito, generato e propagato soprattutto dall'aristocrazia britannica, che, tra XVIII e XIX secolo, si dedicava agli "studi classici": essendo nobili oziosi, tuttavia, la maggior parte si avvicinava ai testi a casaccio, in isolamento culturale e con occhiali in stile vittoriano, pervenendo così, il più delle volte, a risultati erronei.

Nel V secolo a.C. ad Atene, per esempio, era costume che un uomo di potere attraesse numerosi seguaci, sia femmine che maschi, tutti sgomitanti per il suo favore e, in cambio, offerenti ogni tipo di favore fisico per assicurarselo. Nondimeno, la società Greca trattava questi pedissequi con il peggior disprezzo, come immorali arrampicatori sociali.

Questo è il motivo per cui Aristofane, il famoso commediografo, quando voleva insultare Socrate nella sua commedia "Nuvole", lo chiama "evriproctos", che si può tradurre "dal largo sfintere", intendendo così ch'egli fosse un
μαλακός, cioè un omosessuale effeminato e passivo. [è importante notare che la distinzione di sesso, nella cultura greco antica, è molto marcata, e nell'atto sessuale l'uomo è sempre la parte attiva, la donna la parte passiva; quale immoralità più grande per un maschio prendere parte passivamente all'atto?, ndt]

Durante la sua breve egemonia sulla Grecia, la città-stato di Tebe aveva uno speciale distaccamento, il Battaglione Sacro, formato da 150 coppie di amasi. Questi erano forti guerrieri, famosi per essere una delle poche unità a esser riuscite a vincere gli Spartani un aperta battaglia. Nel 338 a.C., Tebe si scontrò con l'esercito di Filippo di Macedonia e suo figlio Alessandro III (che fu poi chiamato il Grande) a Chronea. L'armata oplitica tradizionale tebana non durò a lungo, e cadde sotto i colpi della nuova falange macedone. Nondimeno, il Sacro Battaglione resisté sul campo e combatté eroicamente fino all'ultimo uomo, guadagnando il rispetto di Filippo. Per onorare i suoi avversari caduti, il re macedone fece costruire un monumento al loro sacrificio, dichiarando, secondo lo storico Plutarco: "Che muoia chiunque sospetti che questi uomini abbiano mai fatto o subito qualcosa di sconveniente". S'intenda: morire in battaglia difendendo i propri altari e le proprie case è la morte più onorevole per un greco. Quindi, la necessità di un tale chiarimento, anche dopo una morte così onorevole, rivela quanto negativamente l'omosessualità fosse considerata in tutta la Grecia in quel momento.

E alla comune obiezione, che porta il Simposio e le relazioni amorose ivi descritte, come esempio contrario, si consideri che nella lingua greca vi sono quattro livelli di amore, non tutti fisici. Non certo fisico era l'amore platonico, dove l'amore rappresenta la forza vitale che muove il pensiero, costituendo un tramite tra la dimensione terrena e quella sovrasensibile delle idee nell'Iperuranio. Talora ci possono essere dei fraintendimenti dovuti a errori di troduzioni: ce ne sono persino in alcune versioni della Bibbia, figurarsi in un testo filosofico di difficile accesso.

Si pensi anche al fatto che, in tutta la letteratura greca classica, dall'Iliade e l'Odissea alla lirica, alla prosa e ai testi scientifici di età ellenistica, non c'è una singola descrizione, esplicita o implicita, di un atto omosessuale, quando invece vi sono abbondanti descrizioni di atti eterosessuali.


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