Clicks32
Fatima.

Ho atteso quattro giorni che Lazzaro fosse morto per voi. Perché crediate. Perché cresciate nella fede.

Valtorta – quaderni – 23 marzo 1944
-----------------------------------------------------------

Vedo svolgersi la seguente visione (Giovanni 11,1-46), di cui ho avuto un segnale nell’apparizione di Lazzaro che le ho detta a voce.

Un uomo si avvicina al gruppo apostolico, radunato in una poverissima casa di un posto che non si può neppure chiamare paese tanto è meschino. È già fargli grazia a chiamarlo villaggio.

È una manciatina di casupole motose (sembrano fatte proprio di mota e di canne) di un solo piano: il terreno, senza terrazze, senza nulla di gradevole all’aspetto, seminate lungo una stradetta polverosa che finisce in un canneto frusciante, come se ne vedono presso i corsi fluviali.

Le canne non sono come le nostre, ma su per giù come se ne vedono presso le risaie, non so il nome esatto di queste erbe fatte di uno stelo lungo e cilindrico, ornate di foglie nastriformi e di una bacca lunga quanto un dito, che sarà il fiore o il frutto di questa erba lacustre.

L’uomo parla a Pietro e questo si avvia verso un secondo ambiente, seguito dall’uomo. Entra in questa stanza, dove è Gesù seduto sulla sponda di un povero letto, che è anche l’unico mobile della stanza piccola e bassa.

L’uomo saluta e Gesù risponde al saluto sorridendo. Comprendo che conosce quell’uomo perché gli chiede: “Che nuove mi porti?”

“Mi mandano le mie padrone a dirti di andare subito da loro perché Lazzaro è molto malato e il medico dice che morrà. Marta e Maria te ne supplicano. Vieni, perché Tu solo lo puoi risanare”.

“Di’ loro che stiano tranquille. Questa non è infermità da morirne, ma è gloria di Dio affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo”.

“Ma è molto grave, Maestro. La sua carne cade in cancrena ed egli più non si nutre. Ho sfiancato il cavallo per giungere più in fretta”.

“Non importa. È come Io dico”.

“Ma verrai?”

“Verrò. Di’ loro che verrò e che abbiano fede”.

L’uomo saluta a se ne va. Pietro lo riaccompagna e Gesù rimane solo.

Fin qui la prima parte della visione. La seconda parte è questa.

Siamo ancora nella povera casa di prima. È sera. Già le prime stelle si accendono in cielo e le canne in fondo alla via si agitano nella brezza serale battendo insieme i loro bizzarri frutti, che suonano come piccole nacchere, e scuotendo i nastri delle foglie che frusciano come seta.

Gli apostoli congedano gli ultimi che ancora si ostinano a rimanere per sentire ancora Gesù, e chiudono la porta in faccia a tutti. Nell’interno un lume ad olio rischiara le pareti scure sulle quali si riflettono le ombre mobili degli apostoli intenti a preparare un po’ di cena.

Gesù è seduto presso un rustico tavolo e sta col gomito appoggiato ad esso e la fronte appoggiata sulla mano. Pensa. Si astrae, nel suo pensare, dalle parole e dai fatti degli altri.

Pietro, con una manciata di foglie che mandano un odore amarognolo, spazza il tavolo dalla polvere che vi può esser sopra e vi appoggia sopra un pane, un’anfora piena d’acqua, una coppa per Gesù ‑ che si versa subito da bere come avesse arsione dopo avere parlato per tutta la giornata alle turbe ‑ e un’altra coppa per tutti loro. Poi Andrea porta dei pesci arrostiti, e li pone in mezzo alla tavola, e dei pani. Giovanni prende il lume, che era verso il focolare, e lo pone in mezzo al tavolo.

Gesù si alza mentre tutti si avvicinano alla tavola. Pregano tutti in piedi. Gesù, veramente, prega per tutti tenendo il pane sulle palme alzate al cielo e gli altri seguono mentalmente la preghiera. Poi siedono, come possono, perché l’arredamento è molto scarso, e Gesù distribuisce il pane e i pesci.

Mangiano e parlano degli avvenimenti della giornata, e Giovanni ride di gusto rievocando lo sdegno di Pietro per la pretesa di quell’uomo che voleva che Gesù andasse da lui per guarire le sue pecore malate. Gesù sorride e tace.

Verso la fine del pasto, Gesù, come prendendo una decisione e annunciandola, disunisce le mani che teneva appoggiate al tavolo e, allargando gli avambracci (come per dire: “Dominus vobiscum” ), dice: “Eppure bisogna andare”.

“Dove, Maestro? ‑ chiede Pietro. “Da quello delle pecore?”. Si capisce che questa faccenda delle pecore non gli va giù.

“No, Simone. Da Lazzaro. Torniamo in Giudea”.

“Maestro, ricorda che i giudei ti odiano” (Pietro).

“Volevano lapidarti or non è poco” (Giacomo).

“Ma, Maestro, questa è una imprudenza” (Matteo).

“Non ti importa di noi?” (Giuda Iscariota).

“Oh! Maestro, tutela la tua vita! Che sarebbe di me, di tutti, se non ti avessimo più?” Giovanni è l’ultimo a parlare apertamente.

Gli altri sette parlottano fra di loro e non nascondono che disapprovano.

“Pace, pace” risponde Gesù. “Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte inciampa perché non ci vede. Io so quello che mi faccio perché la Luce è in Me. Voi lasciatevi guidare da Chi ci vede. E poi sappiate che, sinché non è l’ora delle tenebre, nulla di tenebroso potrà avvenire. Quando poi sarà quell’ora, nessuna lontananza e nessuna forza, neppure le armate di Cesare, potranno salvarmi dai giudei. Poiché ciò che è scritto deve avvenire e le forze del male già operano in occulto per compiere la loro opera. Perciò lasciatemi fare. E fare del bene sinché sono libero di farlo. Verrà l’ora in cui non potrò più muovere un dito, né dire una parola per operare il miracolo. Il mondo sarà vuoto della mia forza. Ora tremenda di castigo per l’uomo. Non per Me. Per l’uomo che non mi avrà voluto amare. Ora che si ripeterà, per volontà dell’uomo che avrà respinto la Divinità sino a fare di sé un senza Dio, un seguace di Satana e del suo figlio maledetto. Ora che verrà quando sarà prossima la fine di questo mondo. La non‑fede imperante renderà nulla la mia potenza di miracolo. Non perché Io la possa perdere. Ma perché il miracolo non può esser concesso là dove non è fede e volontà di ottenerlo, là dove del miracolo si farebbe un oggetto di scherno e uno strumento di male, usando il bene avuto per fare un male maggiore. Ora posso ancora fare il miracolo, e farlo per dare gloria a Dio. Andiamo dunque dal nostro amico Lazzaro che dorme. Andiamo a svegliarlo da questo sonno perché sia fresco e pronto a servire il suo Maestro”.

“Ma se dorme è bene. Finirà di guarire. Il sonno è già un rimedio. Perché svegliarlo”

“LAZZARO È MORTO. HO ATTESO CHE FOSSE MORTO PER ANDAR LÀ, NON PER LUI E LE SORELLE. MA PER VOI. PERCHÉ CREDIATE. PERCHÉ CRESCIATE NELLA FEDE. ANDIAMO DA LAZZARO”.

“Va bene. Andiamo pure. Moriremo tutti come è morto lui e come Tu vuoi morire”.

“Tommaso, Tommaso, e voi tutti che nell’interno avete critiche e brontolii, sappiate che chi vuol seguire Me deve avere per la sua vita la stessa cura che ha l’uccello per la nuvola che passa. Lasciarla passare a seconda che il vento la porta. Il vento è la volontà di Dio, il quale può darvi o levarvi la vita a suo piacere, né voi ve ne avete a rammaricare, come non se ne rammarica l’uccello della nube che passa, ma canta ugualmente, sicuro che dopo tornerà il sereno. Perché la nuvola è l’incidente, il cielo è la realtà. E il cielo resta sempre azzurro anche se le nuvole sembrano farlo grigio. È e resta azzurro oltre le nubi. Così è della Vita vera. È e resta anche se la vita umana cade. Chi vuol seguirmi non deve conoscere ansia della vita e paura per la vita. Vi mostrerò come si conquista il Cielo. Ma come potrete imitarmi se avete paura di venire in Giudea, voi a cui nulla sarà fatto di male, ora? Avete scrupolo di mostrarvi con Me? Siete liberi di abbandonarmi. Ma se volete restare dovete imparare a sfidare il mondo, con le sue critiche, le sue insidie, le sue derisioni, i suoi tormenti, per conquistare il Regno mio. Andiamo”.

Ed ha fine la seconda parte della visione.

La terza è questa.

Per un bello e vasto giardino che si muta ai margini in frutteto, ora spoglio di foglie e di frutta perché deve essere ancora inverno, si entra nella dimora di Lazzaro. Molta gente va e viene per i viali del giardino. Sono ricchi giudei, e le cavalcature di essi sono legate al cancello che delimita la proprietà cinta di muro e ornata di un pesante cancello di ferro, tutto lavorato come una inferriata araba.

Vedendo entrare Gesù, dei giudei vanno nella casa, bella e vasta, che sorge in mezzo al giardino, e ne escono con una donna alta e bruna dal profilo piuttosto accentuato ma non brutto. Sembra essere sui quaranta anni. Essa corre verso Gesù e con un grande scoppio di pianto gli si inchina e dice: “La pace sia con Te, Maestro. Ma pace per la tua serva non c’è più. Lazzaro è morto. Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro? Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro! Or vedi: io sono desolata e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavano. Speravamo tutto da Te. Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa”.

“Tuo fratello risorgerà”.

“Lo so, Maestro. Egli risorgerà all’ultimo giorno”.

“Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto vivrà. E chi crede e vive in Me non morrà in eterno. Lo credi tu tutto questo?”.

Gesù è pieno di maestà e di bontà nel dire ciò. Tiene la mano appoggiata sulla spalla di Marta che, per quanto alta, è molto più bassa di Lui e che lo guarda col viso lievemente alzato e tutto afflitto.

“Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto al mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo. Ora vado ad avvertire Maria”.

Gesù attende nel giardino. Si accosta ad una bella fontana, che col suo zampillo irrora l’aiuola che la circonda e canta ricadendo nel bacino dove dei pesci guizzano con barbagli d’oro e d’argento. Dei giudei non se ne cura mai, come non esistessero affatto. Non li guarda neppure. All’entrare non ha neppure detto come sempre: “Pace a questa casa”.

Accorre Maria e gli si getta ai piedi, baciandoglieli e singhiozzando fortemente. Molti giudei con Marta l’hanno seguita e fanno cordoglio con lei.

Anche Maria si lamenta: “Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato. Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l’ho angustiato il fratello mio! E ora, ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto. Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù, Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!”

“Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell’amico fedele. Ma ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni. Andiamo da Lazzaro. Dove to avete posto?”

“Vieni e vedi”.

Gesù prende per il gomito Maria e la obbliga a rialzarsi e, tenendola così, si incammina a fianco di Marta che gli indica la via.

Vanno nel frutteto, verso il limite di esso. Qui il terreno mostra delle anfrattuosità 4 rocciose, perché il luogo non è in pianura ed il terreno è di una composizione calcarea come se ne vede in molte zone del nostro Appennino.

“È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto” dice piangendo Marta, e indica una botola messa non proprio piana né ritta ma obliqua 5 contro una sporgenza di roccia.

Gesù osserva e piange. Le due sorelle, Maria in specie, vedendolo piangere singhiozzano più forte.

“Levate quella pietra” ordina Gesù.

“Maestro, non è possibile” risponde Marta. “Già da quattro giorni è là sotto. E Tu sai di che male è morto. Solo il nostro amore lo poteva curare. Ora egli già puzza fortemente nonostante gli unguenti. Che vuoi vedere? La sua putredine?”

“Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!”

Dei servi levano la pietra pesante. Appare una specie di cunicolo scuro, in pendenza verso il basso. Non si vede altro dopo che la chiudenda di questa specie di botola è levata.

Gesù alza gli occhi e apre le braccia a croce e prega forte, mentre tutti trattengono il respiro: “Padre, Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l’ho detto per il popolo che mi circonda. Per esso ho agito come ho agito, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato”.

Resta per qualche momento come rapito, in comunicazione col Padre. Il viso gli si trasfigura. Pare farsi più spiritualizzato e luminoso. La statura pare allungarsi più ancora.

Poi si avanza fin sulla soglia del cunicolo, passa le braccia dalla posizione di croce in avanti, tese con le mani tese a palma verso terra, le sue lunghe mani dalle quali fluisce tanto bene, e con voce potente e occhi che brillano come zaffiri accesi grida: “Lazzaro, vieni fuori!”.

La sua voce, ritto come è sulla soglia dello speco, rimbomba nella cavità petrosa, si sparge per eco ripercossa per tutto il giardino.

La gente ha un brivido di emozione e guarda con occhi sgomenti e attenti nei volti impalliditi. Anche le due sorelle guardano. Marta in piedi. Maria in ginocchio tenendo inconsciamente un lembo del mantello di Gesù in una mano.

Un lungo biancore si disegna nella cavità oscura. E sebbene stretto nelle fasce e a volto coperto, il già morto avanza fin sulla soglia mentre Gesù arretra. Un passo in avanti il morto e uno indietro Gesù, che obbliga così Maria a lasciargli andare il manto.

Quando il risuscitato è sul limitare e si ferma là, come una mummia messa in piedi, macabro e spettrale contro il nero della grotta, Gesù ordina: “Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo”.

“Maestro...” Marta vorrebbe dire qualche altra cosa.

Ma Gesù l’interrompe: “Qui, subito. Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare”.

I servi si affrettano, chi a portare una tunica, chi a sciogliere le bende, chi a portare dell’acqua e chi del cibo.

Le bende si srotolano come un nastro. Sono decine di metri di bende strette e pesanti di aromi e di scoli umani. Cadono sul terreno come mucchio di marciume. Fanno scendere il lenzuolo che è sotto le bende, il quale resta trattenuto dai giri sottostanti di bende e cade piano piano man mano che le bende cadono.

Lazzaro emerge piano piano dal suo bozzolo di morte e pare proprio una crisalide che buchi un bozzolo. Appare il volto magrissimo e cereo, dai capelli appiccicati dagli aromi e dagli occhi ancor chiusi dagli stessi. Poi si liberano le mani congiunte sul pube.

I servi e Marta si affrettano a detergere le membra, man mano che appaiono, con una spugna inzuppata in acqua calda aromatizzata con non so che, che la fa rosea e opaca. Quando Lazzaro è pulito sino ai fianchi e il corpo magrissimo appare a tutti respirante, Marta lo veste di una tunichella corta sino al bacino. Poi lo fa sedere, con amore, e vengono slegate le gambe e lavate esse pure. Sono tutte segnate da cicatrici rosso‑livide, come di ferite appena rimarginate. Marta e i servi fanno un “Oh!” di stupore. Gesù sorride.

Anche i giudei osservano. Si accostano, per quanto osano per non contaminarsi con le bende, credo, e guardano, e guardano Gesù, che continua a non curarsi di loro come non ci fossero.

Vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza sicuro e da sé infila la lunga tunica che Marta gli offre.

Ora, tolta la magrezza e il pallore, egli è come tutti.

Si lava da sé le mani una nuova volta e poi, cambiata l’acqua, si lava di nuovo il viso e tutto il capo. Si asciuga. E così mondo va a prostrarsi ai piedi di Gesù e glie li bacia.

“Ben tornato, amico” dice Gesù. “La pace sia teco e la gioia. Vivi per compire la tua felice sorte. Alzati, che Io ti dia il bacio di saluto”. E i due si baciano sulle guance.

Poi Gesù stesso offre un pezzo di focaccia, mi pare coperta di miele, e una mela a Lazzaro, e gli mesce del vino bianco.

I giudei strabiliano vedendo Lazzaro che mangia con l’appetito di un sano. Le sorelle lo carezzano e adorano, con sguardi d’amore, Gesù.

La visione mi cessa così.