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Pasqualino Tolmezzo. Il primo alpino nero

Questa che voglio raccontare è una storia bellissima e dimenticata, che rende onore ed omaggio all’umanità dei nostri soldati del Regio Esercito e più precisamente ad uno dei corpi più amati dagli italiani: gli Alpini.

Ma per raccontare questa storia devo partire dall’inizio: Giorno di Pasqua. Libia. Anno 1913.


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1913. Il Generale Antonio Cantore
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Gli italiani sono da tempo ormai impegnati a combattere per sottrarre al dominio Ottomano (ormai in decadenza) la cosiddetta “Quarta Sponda”. La guerra infuria violenta. Ma anche in questa occasione i nostri soldati si distinguono per umanità e gentilezza anche in un contesto ed in un tempo del genere! – Già ma oggi secondo molti erano tutti colonizzatori imperialisti ed assoggettatori -.
E’ il giorno di pasqua, ma la guerra non si ferma mai… gli italiani sono informati da pattuglie rientrate dopo il loro canonico giro, che una tribù di beduini alleati dei turchi hanno messo sù un campo nei pressi di Assaba. Non c’è tempo da perdere! Il Generale degli Alpini Antonio Cantore ordina immediatamente al suo Ottavo Reggimento di attaccare e distruggere l’accampamento nemico, cosa che avviene puntualmente. Il nemico è in rotta ed ha subito gravi perdite (alcune delle quali causate dai turchi stessi che sparavano sui “codardi” che secondo loro non aveano opposto una grande resistenza contro gli italiani).
Mentre gli alpini perlustrano le rovine del campo nemico cercando feriti che avessero bisogno di cure e di aiuti (e già, gli Italiani si comportavano bene sempre, anche coi loro nemici)… è proprio in quel momento che accade l’evento che darà vita ad una delle storie più belle ed amorevoli della nostra storia coloniale, ad opera dei nostri alpini.
Cosa succede dunque? Un nucleo di alpini, ispezionando una delle uniche tende rimaste in piedi trova una donna gravemente ferita a causa dei combattimenti (l’identità è sconosciuta, ma si pensa sia una prostituta mandata lì per soddisfare i turchi e probabilmente dagli stessi colpita a morte affinché non rivelasse informazioni, ma anche questa versione non ha prove certe) che però ha vicino a lei un bambino di circa un anno di età che piange disperato.

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Pasqualino Tolmezzo
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Gli alpini chiamano subito un medico, ma le ferite della donna sono troppo gravi e muore poco dopo, ma con le ultime forze riesce a pronunciare queste parole: “Voi Italiani bravi… non come turchi… vi prego, questo mio figlio! Occupatevi di lui!”.

Gli alpini si guardano negli occhi, sanno bene che prendersi un bambino – per giunta straniero – a carico violerebbe tutti i regolamenti ed il codice militare di guerra… ma quei soldati, come tutti, erano uomini! Anche loro erano padri e non i mostri che certa “cultura” oggi vorrebbe dipingere! Quindi al diavolo i regolamenti! Un alpino si avvicina, lo prende in braccio e sorride, il bambino si calma subito, comincia a sorridere un po’ anche lui e presto i suoi nuovi amici lo accompagnano fuori dalla tenda ridendo e facendogli fare il gioco dell’altalena prendendolo per le braccia. Una scena surreale che nessuno si sarebbe aspettato in un panorama di guerra… e forse gli alpini lo fecero proprio per questo.
Presto però arriva il Generale Cantore in persona: “Che succede qui?!” Tuona il generale! Gli alpini spiegano la questione, ma al posto di venir puniti come si aspettavano succede il miracolo! Sarà stata la giornata speciale o forse sarà che il vedere un bambino così sorridente ed allegro nonostante tutto… chissà… fatto sta però che il generale si commuove ed afferma: “Per Diana! Ma allora bisogna regolarizzare questa situazione! Che venga adottato immediatamente! Da noi tutti! E che tutti facciano la loro parte!”. Gli alpini entusiasti si mettono subito all’opera, ma come si alleva un bambino? Normalmente queste erano cose da donne. Si comincia con il trovare una “tata” al piccolo e per questo ruolo viene scelto il Sergente Maggiore Michele Toldo, il quale, basandosi sulle istruzioni inviategli per posta dalla sua fidanzata in Italia (ammettiamolo, solo noi siamo stati capaci di una cosa del genere nei confronti di un bambino che altri eserciti avrebbero quasi sicuramente abbandonato al suo destino), se ne prende cura con grande amore nutrendolo con pappine di latte condensato e pasta asciutta tagliata in piccole parti, mentre i commilitoni a turno passano del tempo con il piccolo insegnandogli l’italiano e giocando insieme.
Mancava solo il nome! “Beh è Pasqua – disse un alpino – perché non chiamarlo Pasqualino? E dato che noi del Tolmezzo siamo tutti come una grande famiglia, perché non dargli anche Tolmezzo di cognome, dato che ora è uno di noi?”. L’idea viene accolta con grande felicità ed ecco dunque Pasqualino Tolmezzo!

La guerra finisce e gli italiani vittoriosi rientrano a casa… ma si poteva tornare a casa senza Pasqualino? Assolutamente no! E quindi ecco che anche lui torna in Italia, ad Udine (sede del battaglione), frequenta prima un istituto elementare gestito da suore per poi conseguire con ottimi voti il diploma in un istituto tecnico. Tutto a spese dei “suoi” alpini, ben felici di pagargli gli studi. I contatti con gli alpini sono sempre strettissimi e finalmente (dopo essere cresciuto a casa del padre del Generale Eugenio Morra – famiglia udinese a cui lui farà sempre riferimento -) il nostro Pasqualino diventa cittadino italiano ed udinese in tutto e per tutto quando, il 10 Maggio 1923, un maresciallo e quattro ufficiali dell’Ottavo Alpini rendono pubblica testimonianza di fronte al pretore della città affinché egli venga iscritto all’anagrafe di Udine.

Il sogno di Pasqualino è presto realizzato: diventare un alpino come coloro che lo avevano sempre accudito e curato. Parte per l’Accademia Militare di Modena, dalla quale esce brillantemente con il grado di Sottotenente alpino del Regio Esercito Italiano (attenzione! Proprio del Regio Esercito e non delle truppe coloniali). Cresciuto alto, robusto, dall’italiano fluentissimo, rispettato dai suoi soldati e sottoposti bianchi, il futuro per lui sembra radioso… ma è proprio in questi momenti che la vita ed il destino dimostrano tutta la loro crudeltà.
Infatti il nostro caro Pasqualino, proprio lui che ormai era forte come una roccia, si ammala di una violenta tubercolosi fulminante che se lo porta via a soli 23 anni. La malattia è così rapida che i suoi alpini non fanno nemmeno a tempo a raggiungerlo… e così Pasqualino se ne va, da solo e lontano dal suo amato Friuli. Gli alpini, tristi ed amareggiati per quel fratello andatosene via molto prima del giusto, lo riaccompagnano nel suo ultimo viaggio verso casa, lo fanno seppellire con tutti gli onori nel cimitero di Udine(dove ancora riposa) e fanno si che la sua tomba sia costantemente protetta, pulita e sistemata dagli alpini del Tolmezzo (anche oggi).

La sorte, ahimè, non sorrise nemmeno a colui che era stato la sua “tata” , infatti, negli anni bui che segnano il periodo della Seconda Guerra Mondiale, il Sergente Maggiore Michele Toldo, muore di stenti in un campo di concentramento nazista nel 1944.
Dopo aver letto questa storia, ho solo una domanda da porre a tutti coloro che oggi dicono che “ci meritiamo ciò che ci sta succedendo con l’immigrazione” perché siamo stati solo “dei perfidi e violenti colonizzatori imperialisti”; Voi la conoscete la storia di Pasqaulino Tolmezzo, il primo alpino nero, salvato il giorno di pasqua dagli Italiani?
di Leonardo Sunseri

Libri
Enrico Folisi “La Domenica del Corriere nella Guerra di Libia. 1911-1913 Alpini nel deserto” Edito da “ Gaspari, La Storia Raccontata ed Illustrata”, 2013 (fonte delle immagini)
Quotidiani
Articolo su Pasqualino Tolmezzo (1913/1936) – dal quotidiano “Il Tempo” / supplemento del 4 novembre 1993.

italiacoloniale.com
Negli Stati Uniti solo negli anni sessanta del secolo scorso fu possibile per i neri diventare sottufficiali, non certamente ufficiali, e potevano comandare esclusivamente truppe di colore.
Invece, in Italia, durante il Fascismo qualunque cittadino italiano, purché con titolo di studio adeguato ed idoneità fisica poteva diventare Ufficiale del Regio Esercito. Ed i razzisti saremmo stati noi !
TommasoG likes this.
Diciamola tutta... negli u.s.a. (nazione massonico-protestante) fino alla metà degli anni '60 non potevano nemmeno sedersi nei cessi pubblici riservati ai WASP.
Suari
Bellissima storia