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Note sul riconoscimento ed autenticazione delle reliquie delle catacombe romane nella prima età moderna- Parte seconda /fine

Quae signa erant illa, quibus putabant esse significativa martyrii ?

Massimiliano Ghilardi

journals.openedition.org/mefrim/561

10Ma anche epigrafi vere generarono falsi culti, alcuni dei quali ancora oggi molto seguiti. Il caso più eclatante è certamente – ma siamo nei primissimi anni del XIX secolo, pertanto oltre i limiti cronologici di questa breve ricerca limitata al XVII secolo – quello di santa Filomena, mai esistita martire delle persecuzioni dioclezianee83. Allo stesso modo generato da una erronea lettura del testo iscritto è, per gli anni della nostra breve ricerca, il culto tributato alla presunta martire cristiana Deppa84, il cui corpo, estratto dal cimitero di Ermete, giunse sul finire del mese di giugno del 1612 alla Ecclesia Novitiatus Societatis Jesu di Tournai, ove fu accolto con grandi celebrazioni85. Il semplice elemento onomastico – assolutamente sconosciuto al mondo antico86 – lascia pochi dubbi sulla effettiva natura del « corpo santo » e sulla discutibilità dei criteri adottati dai cavatori di reliquie seicenteschi per il riconoscimento dei segni di martirio nelle antiche sepolture delle catacombe.

87 Nel 1639, ad esempio, l’agostiniano anconetano Fortunato Scacchi (1575-1643), Sacrista di Urbano VI (...)

88 Cfr. U. M. Fasola, Il culto del sangue dei martiri nella Chiesa primitiva e deviazioni devozionisti (...)

89 L’analisi pù completa, alla quale si rimanda, rimane ad oggi quella del Ferrua (Sulla questione del (...)

90 Su di lui, oltre ai brevi profili redatti da G. Bovini, Fabretti, Raffaele, in Enciclopedia Cattoli (...)

91 Di tale interessante episodio siamo informati dalle parole dello stesso Fabretti (che pertanto ne e (...)

92 A puro titolo di esempio si pensi – secondo una preziosa testimonianza fornitaci dal gesuita Antoni (...)

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Come è evidente, non solo le letture inesatte dei testi epigrafici contribuirono a generare falsi martiri, ma anche – e soprattutto – l’erronea interpretazione dei simboli incisi sulle lapidi favorì il propagarsi di mai esistiti antichi santi. Palme, colombe, strumenti di lavoro o di vita quotidiana rappresentati sulle lastre furono, come è ben noto, senza spirito critico alcuno ritenuti simboli eloquenti di martirio, nonostante voci isolate iniziassero a sollevare sei dubbi sulla « martirialità » dei segni individuati87. Assieme alle palme ed alle colombe, i tre gesuiti interrogati al processo affermarono che i « vasi di sangue » rappresentavano certissima signa per l’individuazione dei corpi dei martiri. Molto si è scritto su tali recipienti vitrei o fittili – si trattava ovviamente di balsamari e non certo di contenitori per la raccolta di sangue88– che, affissi nella calce di chiusura dei loculi, decoravano le tombe dei comuni defunti e non è certamente questa la sede più idonea per tornare ad affrontare l’argomento89. In ossequio al tema della presente indagine, ovvero per illustrare i processi di riconoscimento ed autenticazione delle reliquie, non è però certamente sconveniente ricordare che l’erudito urbinate Raffaele Fabretti90, nel tentativo di difendere l’essenza ematica dei liquidi rinvenuti nelle ampolle in risposta alle frequenti e pungenti voluto in questo caso far apparire il testo critiche dei protestanti, decise di ricorrere ai metodi scientifici dei quali a quei tempi si disponeva. In più, per poterne assicurare in qualche modo l’imparzialità del giudizio, decise di non interrogare scienziati cattolici, ma preferì chiedere il consulto di un celeberrimo dotto a Romana religione alienus. Inviò pertanto a Gottfried Wilhelm Leibniz un frustum phyalae vitreae rubedine tinctum affinché potesse essere analizzato chimicamente e si potessero ottenere, con gli argomenti incontrovertibili della chimica, risultati scientificamente probanti. L’analisi, condotta con sal armeniacum, escluse l’origine terrestre o minerale del sedimento colorato e si suppose, per la gioia dei credenti, che sanguineam potius materiam esse91. Il giudizio positivo fornito alla causa cattolica da un protestante di celebrata autorità, favorì – ancora più di quanto lo era stato sino a quel momento – il moltiplicarsi di improbabili santi martiri estratti dalle catacombe romane92.

93 Ad un numero straordinariamente alto di martiri sepolti nei cimiteri romani – addirittura 64 milion (...)

94 Per un’ampia panoramica dei lavori svolti dai primi cristiani documentati dalla produzione artistic (...)

95 Cfr. Roma sotterranea... cit., p. 433.

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Concordemente i tre gesuiti del processo dal quale abbiamo iniziato la nostra breve indagine, riferirono che uno dei criteri per il riconoscimento dei martiri era la presenza nel sepolcro degli strumenti di martirio, ed in particolare delle tenaglie. Secondo quanto testimoniato reiteratamente dalle antiche fonti letterarie cristiane, spesso i congiunti dei martiri riuscivano – dietro talvolta il pagamento ai carnefici di forti somme in denaro – a recuperare i corpi dei propri cari e con essi gli strumenti del martirio, che provvedevano poi a seppellire assieme ai resti straziati dei defunti. Appellandosi a tali fonti, i cercatori di reliquie seicenteschi riferirono spesso di aver incontrato nelle tombe che aprivano gli strumenti più disparati del martirio. La frequenza di tali scoperte e la superficialità che distinse gli esperti chiamati ad esprimersi sui segni del martirio ci induce a dubitare fortemente di tali ritrovamenti. Si trattò dunque, quando si rinvennero realmente, di oggetti di uso comune – quasi sempre da mettersi in relazione con l’attività lavorativa svolta in vita dal defunto – piuttosto ricorrenti nelle sepolture, non solo cristiane di ogni tempo e cultura. Nel Seicento vollero però vedere in essi degli oggetti atti ad offendere e li trasformarono, senza spirito critico alcuno, in preziose reliquie da venerare, tanto da credere che nei cimiteri romani fossero stati sepolti milioni di antichi martiri93. Asce, tenaglie, catene, chiodi, seghe – tutti utensili di lavoro ascrivibili all’ambito dell’attività edilizia o alla carpenteria – e, ancora, pettini ferrei per cardare la lana, rastrelli, falci, roncole o altri attrezzi agricoli, coltelli e mannaie per la macellazione delle carni, vasi fittili in frammenti, conchiglie, pietre squadrate o sassi di forma tendenzialmente sferica, finirono dunque per rappresentare improbabili strumenti di martirio, finendo nelle collezioni più prestigiose di privati ed ecclesiastici. Anche nel caso degli oggetti raffigurati sulle lastre marmoree che chiudevano i loculi i fraintendimenti non furono di minore rilevanza. Modii ricolmi di spighe di grano scambiati per bracieri ardenti e fiammeggianti, botti vinarie credute minuscole prigioni mortali dentro cui rinchiudere i cristiani sino al soffocamento, strumenti medici o chirurgici – quali bisturi o pinze per dentisti – o forbici e rasoi per barbieri, ritenuti crudeli strumenti di tortura e martirio94(fig. 11). Non mancarono tuttavia, tra tante facili e fallaci suggestioni, voci più equilibrate. Un caso esemplare, in tal senso, è rappresentato dal Bosio che, commentando un’iscrizione del pavimento della chiesa di Sant’Agnese in cui compariva incisa una sega, confutò « l’opinione d’alcuni, che la sega scolpita in questa Iscrittione denoti l’istromento del martirio » suggerendo al contrario – anche per motivi cronologici, riportando l’iscrizione i nomi dei consoli del 408 d.C. (un momento, dunque, di « pace della Chiesa ») – « che conuien dire, che questa sega dinoti più tosto l’istromento dell’arte di segatore di pietre »95.

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Fig. 11 – Lapide di Alexander, proveniente dal cimitero di Pancrazio sulla via Aurelia ma oggi perduta, su cui erano incisi un dente ed un forcipe da estrazione (da M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri ed antichi cristiani di Roma, aggiuntavi la serie di tutti quelli che fino al presente si sono scoperti, e di altri simili, che in varie parti del mondo si trovano, con riflessioni pratiche sopra il culto delle sagre reliquie, Roma, 1720, p. 316).

96 Sull’argomento mi sia consentito rimandare al mio articolo : Forceps ferreus seu instrumentum ad to (...)

97 Per conoscere più da vicino la figura del padre Gallonio, Bibliotecario presso la Biblioteca Vallic (...)

98 Per il Trattato de gli instrumenti di martirio, e delle varie manière di martoriare usate da’ genti (...)

99 Cfr. Descrizione della basilica antica di San Pietro in Vaticano. Codice Barberini latino 2733, edi (...)

100 Cfr. De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura. Pubblicato per la prima volta con intro (...)

101 Vat. Lat. 5409, f. 2r.

102 Antichità di Roma, Napoli vol. 10, c. 146v (Napoli, Biblioteca Nazionale, Ms. XIII.B.10).

103 Cfr. De praecipvis Vrbis Romae sanctioribusq ; basilicis, quas Septem ecclesias uulgo uocant, Liber(...)

104 Cfr. De septem urbis ecclesiis una cum earum Reliquijs, Stationibus, & Indulgentijs, Roma, 1575, p. (...)

105 Cfr. Historia delle Stationi di Roma Che si celebrano la Quadragesima ... dove oltre le vite de san (...)

106 Cfr. Martyrologium Romanum, Venezia, 1605, p. 357.

107 Roma sotterranea... cit., p. 21 e 26-27

108 Memorie Sacre delle Sette Chiese di Roma E di altri luoghi, che si trouano per le strade di esse. P (...)

109 Cfr. Roma subterranea novissima, I-II, Roma, 1651, I, p. 152-153; I, p. 220-222; II, p. 683-689.

110 Trattato de gli instrumenti di martirio, e delle varie maniere di martoriare... cit., p. 62-69.

111 Per le immagini ispirate all’ungula del Vaticano mi sia perdonato rimandare a M. Ghilardi, Sacrate (...)

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Un caso straordinario di una falsa reliquia / preteso strumento di martirio asceso ai gradi più alti della devozione è rappresentato dalla cosiddetta ungula vaticana (fig. 12), tenaglia presuntamente rinvenuta al tempo di Paolo III all’interno di un’antica sepoltura tornata in luce durante i lavori di ricostruzione della basilica vaticana96. Menzionata a partire dal 1550 – a quell’anno è databile infatti il più antico documento manoscritto che ne ricorda l’esistenza (il Liber Bonorum Sacrestie Principis Apostolorum de Urbe) – la tenaglia utilizzata per scarnificare le membra dei martiri dell’età apostolica divenne in breve tempo, assieme alla « Veronica » ed alla « Lancia di Longino », uno dei cimeli più preziosi della cristianità, da non dimenticare di vedere e venerare nel corso della visita a Roma. Sovrani, principi e ambasciatori in visita ad limina Petri potevano addirittura baciarla, cosa che fece « indegnamente » – come lui stesso ci testimoniò – anche il padre oratoriano Antonio Gallonio97, l’autore di un celebre repertorio di strumenti di martirio pubblicato nel 1591 in italiano e tre anni più tardi in latino98 (fig. 13). Giacomo Grimaldi99, Tiberio Alfarano100, Alonso Chacón101, Pirro Ligorio102, Onofrio Panvino103, Marco Attilio Serrano104, Pompeo Ugonio105, Cesare Baronio106, Antonio Bosio107, Giovanni Severano108, Paolo Aringhi109 – oltre che lo stesso Gallonio110, per volerne citare solo alcuni – celebrarono nelle proprie opere la sacralità del reperto che, come è facilmente intuibile, ebbe un ruolo dominante – in due lievemente differenti tipologie – anche nella crescente produzione artistica ispirata al martirio cruento111 (fig. 14).

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Fig. 12 – Disegno dell’ungula, strumento in ferro – utilizzato per martirizzare i primi cristiani – presuntamente trovato durante i lavori di ricostruzione della Basilica Vaticana ed oggi custodito presso il Museo del Tesoro nella Città del Vaticano (rilievo e disegno dell’Autore).

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Fig. 13 – Strumenti di martirio quibus Christi fidelium carnes Gentes discerpebant ;indicata con la lettera A è l’ungula (da A. Gallonio, De Ss. Martyrvm crvciatibvs Antonii Gallonii Rom. Congregationis Oratorii presbyteri liber. Quo potissimum instrumenta, & modi, quibus ijdem Christi martyres olim torquebantur, accuratissime tabellis expressa describuntur, Romae, 1594, p. 137).

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Fig. 14 – Antonio Circignani (Pomarancio), affresco con putti alati che portano in processione gli strumenti di martirio (particolare con la rappresentazione dell’un-gula). Roma, Palazzo Altemps, Chiesa della Beata Vergine della Clemenza e di Sant’Aniceto Papa e Martire (foto dell’Autore).

112 La grossa tenaglia metallica, lunga ca 60 cm e del peso di 2205 grammi, possiede manici lignei parz (...)

113 Sul culto dei santi nella devozione tridentina si veda ora l’ampia panoramica offerta da S. Ditchfi (...)

114 Sul tema si veda ora la dettagliata e pregevole ricostruzione di D. Julia, L’Église post-tridentine (...)

115 Tert., Apolog. L 13 = CCL I, 171.

116 Sulla devozione al sangue degli antichi martiri mi sia concesso rimandare al mio recente saggio : S (...)

117 Si conoscono, soprattutto da produzioni vascolari attiche o magnogreche o da rilievi funerari o rel (...)

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Analizzando oggi la gigantesca tenaglia112 con attenzione – e, mi sia consentito dire, con minor devozione e sensus ecclesiasticus rispetto al Gallonio – ci si rende conto però che il terribile strumento di martirio è ascrivibile con certezza a quell’ampio repertorio di presunte o false reliquie la cui inventio esplode all’indomani delle decisioni conciliari tridentine sul culto dei santi113 ed il culto delle reliquie114. La necessità di difendere l’apostolicità della Chiesa di Roma dalle minacce dei riformatori spinse, come è noto, le gerarchie cattoliche a potenziare il culto dei martiri delle origini. La devozione popolare corse allora sul filo della pietas e dell’emotività. L’assunto tertullianeo – semen est sanguis christianorum115– tornò dunque di grande attualità : il sangue degli antichi martiri cristiani divenne nuovamente linfa vitale per i credenti dell’età moderna116. La crudele tenaglia che secondo le gerarchie ecclesiastiche del tempo aveva fatto scorrere tanto sangue innocente divenne allora prepotentemente una delle reliquie della cristianità più importanti da venerare. La presenza del bullone con dado ottagonale come snodo e congiunzione dei due bracci metallici è senza dubbio però – non risultando aggiunto in un secondo momento –, un elemento determinante per poter escludere l’antichità dell’oggetto, creato e propagandato ad arte dalle alte sfere della cattolicità romana117.

118 Su di lui si veda ora quanto raccolto da B. Joassart, Hippolyte Delehaye. Hagiographie critique et (...)

119 Cfr. H. Delehaye, Les reliques des saints, in Id., Cinq leçons sur la méthode hagiographique, Bruxe (...)

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Ma, inserito nel delicato contesto storico della Controriforma, nulla o poco importa oggi se il reperto in questione – come la maggior parte di quelli venerati o in circolazione nella prima età moderna – non sia realmente antico o autentico : del resto, in questo caso, va richiamata la distinction essentielle fissata nella prima metà del secolo scorso dal celebre agiografo bollandista belga Hippolyte Delehaye118, « c’est qu’une relique authentiquée n’est pas nécessairement une relique authentique »119.
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Allegato

Appendice*

Testes examinati pro comprobatione Reliquiarum existentium penes Reverendissimum P. Generalem Societatis Jesu. Per Acta Spadae Notarii Illustrissimi D. Cardinalis Vicarii.

Die 23. Novembris 1628

Examinatus fuit Romae in domo Reverendissimi Patris D. Vicesgerentis per eumdem Reverendissimum D. & per me &c.

R. P. Ubertus de Fornariis Societatis Jesu Coadju-tor temporalis medio Juramento tactis &c. Juravit de Veritate dicenda super tota Causa ; & interrogatus de aetate.
Io sono in età di sessantanove anni in circa, e sono cinquantadue anni, che sono Religioso.

Interrogatus. An ipse testis sciat causam suae vocationis ?

Respondit.
M’immagino, che sia stato chiamato ad effetto di deporre quel che io so in materia di Reliquie, che si ritrovano nelle nostre Chiese, ed in potere del nostro Padre Generale.

Interrogatus. Quid sciat ipse testis de Reliquiis huiusmodi ?

Respondit. Perché io sono stato Compagno di più Generali della nostra Compagnia, cioè del P. Everardo un poco, e poi del P. Claudio Acquaviva, e del presente Generale P. Mutio Vitelleschi, e con quella occasione io so, che la Santa memoria di Papa Clemente Ottavo, e poi di Paolo V., e successivamente di Gregorio XV., il Padre Generale Acquaviva, ed il P. Muzio Vitelleschi oggi vivente, ebbero ordini da’ detti Sommi Pontefici in diversi tempi, cioè il detto P. Acquaviva dal detto Papa Clemente, ed il P. Vitelleschi da Papa Paolo, e da Papa Gregorio XV, di far cavare nel Cimitero di Priscilla Corpi, o Reliquie de’ Santi, che vi si trovano, e perché l’ordine era, che si cavassero segretamente ; però li detti PP. Generali mandarono Uomini fidati, insieme con alcuni zappatori, co’ quali fui io, ed il fratello Niccolò Bianchi, ed il P. Brustonio Greco, ed in conseguenza molto intelligente della lingua Greca, con altri de’ nostri Padri, e Fratelli, quali non occorre, che io dica perché sono morti, ed andammo nel detto Cimitero di Priscilla, ed ivi facemmo cavare molti Corpi di Santi, parte de’ quali d’ordine dei detti Pontefici sono stati distribuiti a diversi Principi, ed in diverse Provincie, e parte si ritrovano oggi nelle nostre Chiese, ed appresso al nostro Padre Generale.

Interrogatus. Quando ipse Testis, cum ejus sociis accessit ad dictum Coemeterium Priscillae, si dictum Coemeterium esset apertum, vel Clausum ?

Respondit.
Nel detto Cimitero v’è la Chiesa antica, della quale l’ingresso, e porta era serrata, e v’era una finestra assai alta dalla quale non si poteva scendere se non con una scala, e perché era cosa molto pericolosa, però fu di bisogno pigliare una scala assai lunga, per la quale scendemmo nella Chiesa, e nella Chiesa non v’erano Reliquie, ma terra, pitture, e sassi.

Interrogatus. An loca, ex quibus fuerunt excavatae Reliquiae, essent aperta, vel clausa ?

Respondit
. I luoghi dai quali furono cavate le Reliquie erano diversi corritori ordinati uno sopra l’altro : i quali corritori noi li trovammo al principio ripieni di terra, in modo, che per entrare nelle Grotte, fu necessario adoperare Zappatori, che cavassero la terra, e ci facemmo la strada.

Interrogatus. Quid repererunt in dictis Curritoriis postquam terra fuit effossa ?

Respondit.
Ritrovassimo, che dall’una, e dall’altra parte vi erano diversi Sepolcri, alcuni dei quali si ritrovarono rotti con alcuni pochi frammenti d’ossa, ed altri erano Sepolcri interi, i quali non erano ancora stati tocchi, ma stavano molto ben sodati nel muro uno posto sopra dell’altro in diverse casse, e con diverse Iscrizioni.

Interrogatus. Ex quibus Sepulchris Corpora, seu Reliquiae fuerunt per ipsum testem, & alios Socios extractae ?

Respondit.
Nel pigliare le Reliquie noi osservammo questo modo ; cioè i frammenti, che si trovano nelli Sepolcri aperti non si pigliavano se non vi si trovava i segni di Martirio, e di quelli, i Sepolcri de’ quali erano interi, prima di rompere, si faceva diligenza particolare per conoscere i veri segni del Martirio, e se non vi si trovavano i segni, non si toccavano, ma si lasciavano stare, ed io so benissimo, che tutti quei Corpi, e Reliquie, che noi pigliavamo, erano quelle solamente, nelle quali concorrevano i segni del Martirio.

Interrogatus. Quae signa erant illa, quibus putabant esse significativa Martyrii ?

Respondit.
I segni dalli quali i Padri, che erano ivi presenti, ed erano periti di simili materie, giudicavano, che fossero concludenti di Martirio erano questi ; Cioè Palme ; Colombe con Palme in bocca ; Bicchieri di Sangue e dentro la Cassa Tenaglie, Piombarole, ed altri strumenti simili di tormenti ; ed oltre ai suddetti segni, v’erano ancora cumulativamente le iscrizioni del nome del Martire, quale stava scritta, quale in pietra, e quale in altro modo.

Interrogatus. An praefatae Inscriptiones essent antiquae, vel modernae, seu ab alio confictae ?

Respondit.
Per quello, che io giudicava, e posso giudicare, le Iscrizioni erano antiche, perché ivi erano Padri molto intelligenti mandati per questo effetto, perche si conoscessero le Iscrizioni, e che non si cavassero se non quelle, le quali erano vere, ed indubitate.

Interrogatus qui sunt illi, qui accesserunt ad effectum dignoscendi veras Inscriptiones, & signia significantia Martyrii ?

Respondit.
Furono diversi, perche io vi andai diverse volte, anzi sempre, che vi si doveva andare d’ordine de’ Papi, io vi andava di’ ordine del mio Generale. E nel tempo di Papa Clemente, vi venne la buona memoria del Signor Card. Baronio, il quale per entrare, fu di bisogno che lasciasse l’abito di Cardinale di lungo, e si vestisse tutto di tela bianca ; e perché il tempo è lungo, non mi ricordo chi fosse con lui ; ma bene vi erano molti Padri della Compagnia. Ed a tempo di Papa Paolo, vi venne la buo. me. del Sig. Cardinale Cobellucci, il quale non era Cardinale, ma Segretario de’ Brevi, ed il Signor Confalonieri, ed altri della Compagnia : Ed a tempo di Papa Gregorio vi fu il Fratello Niccolò Bianchi ed altri della nostra Compagnia, che non mi ricordo precisamente. Mi ricordo bene, che vi venne Monsignor Boschetti in compagnia del Duca di Mantova, ed il Padre Stefano del Bufalo Rettore della Penitenziaria.

Interrogatus. An dictae Reliquiae postquam fuerunt extractae, fuerunt habitae, & reputate pro veris reliquiis, & à quibus ?

Respondit.
Le suddette Reliquie furono non solo da’ nostri Padri, ma da i Sommi Pontefici esistenti pro tempore tenute, e reputate per vere Reliquie ; e come tali, ne hanno sempre disposto, distribuite, e fatte distribuire a diversi Principi, luoghi, e Provincie ; ed a tempo del P. Claudio Acquaviva, mi ricordo, che vennero alcuni libri stampati di fuora, ne i quali si contenevano molti miracoli fatti dal Signor Iddio, in riconoscimento delle dette Reliquie ; E fra i Padri della nostra Compagnia non vi è stato, né vi è chi dubiti della verità, perché se vi fosse stato, io, come vecchio nella Religione, l’avrei saputo.

Ex tunc Reverendissimus Dominus Examen dimisit, injuncto se subscribat, prout subscripsit.

Io Uberto de’ Fornari ho deposto quanto di sopra per la verità.

Eadem die.

R. Nicolaus Blancus ejusdem Societatis Coadjutor, cui delato Juramento veritatis dicen. tactis &c. In manibus dictis Reverendissimi &c. juravit &c., & dixit ut infra videlicet.

Interrogatus de aetate.
Io sono di età di sessanta sei anni, e sono quarantaquattro anni, che sono nella Compagnia.

Interrogatus. An sciat causam suae vocationis ?

Respondit.
Mi ha parlato il P. Virgilio Cepari, che doveva essere esaminato sopra la verità delle Reliquie, che in tempo di molti Pontefici sono state distribuite, e parte delle quali si trovano al presente nelle nostre Chiese, ed in potere del nostro Padre Generale, e però m’immagino esser stato chiamato per questo.

Interrogatus. Quid sciat ipse testis de Reliquiis huiusmodi ?

Respondit.
Io d’ordine del P. Claudio Acquaviva, e poi del P. Muzio Vitelleschi Generali della nostra Compagnia, sono andato nel tempo della felice memoria di Papa Clemente VIII. e di Papa Paolo V. e di Papa Gregorio XV. e della Santità di N.S. Urbano VIII. più, e diverse volte nel Cimitero di Priscilla, nel tempo, che vi è stato ordine di detti Sommi Pontefici di ritrovare Corpi, e Reliquie di Santi e con questa occasione so, che le Reliquie, delle quali ho parlato di sopra, sono vere, ed autentiche, perché prima di cavarsi, si sono fatte tutte quelle diligenze, che si ricercano ad esser sicuri, che le Reliquie siano vere.

Interrogatus. In quo statu repererit Coemeterium, seu loca, ex quibus fuerunt extractae Reliquiae ?

Respondit.
Avanti al Cimitero vi è una Chiesa, che oggi è sotterranea, alla quale non si poteva entrare, se non per una finestra alta trenta scalini, più sotto più, che meno, dalla quale noi calammo con una scala di legno dentro detta Chiesa, nella quale vi era una Porta bassa serrata di terra, sotto la quale a carponi entrammo quasi due canne, e perche il resto era tutto ripieno di terra, fu bisogno per mezzo di zappatori farvi la strada, e cavando la terra entrammo nel Cimitero, nel quale trovammo diversi corritori, ch’erano più di cinque, ed all’una, e all’altra mano di detti corritori erano pieni di Sepolcri, parte dei quali si trovarono aperti, e parte serrati, e mentre io vi fui, non si pigliò cosa alcuna dalli aperti, ma furono riconosciuti i Sepolcri serrati, e poi quelli aperti. Vi furono trovati i segni, e prima di aprire osservate le Iscrizioni e fatte tutte queste diligenze, furono pigliate le Reliquie.

Interrogatus, quomodo fiebant diligentiae super recognitione Inscriptionum, & signorum, quae reperiebantur in dictis Sepulchris ?

Respondit.
Le diligenze erano queste. Si conosceva prima se erano cose antiche, o moderne ; e perche si ritrovarono ch’erano antiche, si levavano in una carta dai Padri della nostra Compagnia, e si portavano al P. Generale, il quale col consiglio de gli altri Padri, giudicavano, se si dovevano, o non dovevano cavare ; E poi si cavavano solamente quei Sepolcri, ch’erano ordinati dal P. Generale, che si cavassero, e gli altri si lasciavano. Quanto poi a i segni che si trovarono in quelli, che furono cavati, quando io fui presente ; i segni erano differenti, perché in alcuni vi si trovava il segno della Palma, in altri della Colomba colla Palma in bocca, in altri di Bicchieri di Sangue. In altri si trovarono Accette ; in altri Pettini o Rastri, e Piombarole, e simili stromenti ; E questi segni vi erano oltre alle Iscrizioni de i Sepolcri. Oltre a ciò in tre di quei corritori, da i quali furono cavate le dette Reliquie, vi era una Iscrizione generale. In uno diceva : Martiri di Cristo cinquecento, cinquanta ; e nell’altro : Cento cinquanta Martiri di Cristo : E nell’altro la medesima Iscrizione, cioè : Martiri di Cristo cento cinquanta.

Interrogatus de Contestibus, qui fuerunt praesentes, quando praedicta fuerunt facta ?

Respondit.
Perché io vi andai moltissime volte, però vi furono presenti diversi, tanto della nostra Compagnia, quanto di fuora. Di fuora vi venne a tempo mio Monsignor Boschetti in compagnia del Duca di Mantova, il P. Generale di S. Onofrio, ed il Signor Odoardo Tibaldeschi ; vi furono presenti Francesco Fantino, il P. Vincenzo Godono, il P. Stefano del Bufalo, ed il P. Giorgio Brustonio ; il Fratello Uberto Fornari, il Fratello Antonio Maria Nazario, ed altri.

Interrogatus. An praedictae Reliquiae postquam fuerunt extractae, fuerunt habitae pro veris, & realibus ?

Respondit.
Le suddette Reliquie d’allora, e poi sempre consecutivamente furono, e sono reputate vere, ed autentiche, e reali, e come tali sono state distribuite d’ordine de i suddetti Pontefici, e dal Padre Claudio Acquaviva Generale intesi che in Fiandra avevano fatti miracoli.

Et fuit dimissum Examen, & examinatus licentiatus, injuncto, ut se subscribat, prout subscripsit.

Io Nicolò Bianchi della Compagnia di Gesù depongo quanto di sopra.

Examinatus fuit, ut supra.

Rev. P. Georgius Brustonius Graecus Sacerdos Societatis Jesu aetatis suae annorum 42. Religionis vero 59., cui delato Juramento veritatis dicen. prout tacto pectore &c. Juravit &c., & dixit, ut infra. Videlicet.

Interrogatus. An sciat causam suae vocationis ?

Respondit.
Ho inteso dal P. Virgilio Cepari, che mi ha fatto sapere, ch’era necessario che fossi quì ad esaminarmi ad effetto di far fede della verità delle Reliquie, che sono state dispensate in diversi tempi dal nostro P. Generale, e che oggi si ritrovano nelle nostre Chiese, ed appresso al nostro P. Generale, ed altri Padri.

Interrogatus ; ut dicat quid scit de veritate praedictarum Reliquiarum.

Respondit.
Da diecisette anni in quà io sono andato di ordine del mio P. Generale nel Cimitero di Priscilla, ad effetto di riconoscere le Iscrizioni tanto latine, quanto Greche de i Sepolcri, che ivi si ritrovavano, e quando io vi andai, fui necessitato calare per una finestra, dalla quale, mediante una scala di legno fatta a piroli, scesi nella Chiesa, nella quale non si toccò cosa alcuna, ma da quella si entrò a carponi per spazio di due canne in circa, e poi per entrare ne i corritori, fu bisogno, che adoperassimo zappatori per cavare la terra, e scoprire i corritori, da i lati de’ quali vi erano le lastre dei Sepolcri.

Interrogatus, ut dicat formaliter, quomodo stabant sepulchra in dictis Curritoriis.

Respondit.
I Sepolcri ne i Corritori stavano dall’una, e dall’altra mano coperti di tufo, e con mattoni legati in calce, nella qual calce per ordinario vi era il nome del Martire scritto a mio parere con canna, o con legno.

Interrogatus. Quot Corpora extraxit ipse Testis à dictis Curritoriis ?

Respondit.
Io estrassi in diverse volte ventidue Corpi di Santi Martiri ; e di più perché io partii da Roma, lasciai segnati di mia mano undici nomi in altri Sepolcri, i quali intesi, che dopo la mia partenza (per quanto dicevano i Padri) sono stati d’ordine de’ Sommi Pontefici, mediante i nostri Padri, cavati.

Interrogatus. Quae signa sunt illa quae reperiebantur tam extra, quàm intus Sepulchra, ex quibus fuerunt extracta Corpora ?

Respondit.
Fuori del Sepolcro aveano l’Iscrizione col nome del Martire, ed insieme in ciascuno v’era alcuno de i seguenti segni ; cioè in alcuni la Palma ; In altri Caraffine di Sangue ; in altri Tenaglie ; in altri Coltello o Spada, ed in altri Piombarole. Dentro poi il Sepolcro si trovava il Corpo con soavità di odore, e gran pulitezza.

Interrogatus. An ipse testis uti practicus ; & peritus sciat, vel judicet, quòd Inscriptiones, quae reperiebantur in Sepul chris, essent antiquae, vel modernae ?

Respondit.
Per necessità bisogna, che fossero antiche, perché la maggior parte erano Greche, e la qualità del carattere era antico ; oltre che nella calce così secca, che mostrava molta antichità, non si poteva scrivere di fresco ; Oltre che i medesimi Sepolcri erano coperti di terra, e si scoprivano in mia presenza : per le quali ragioni è impossibil cosa, che potesse esser Iscrizione fatta di fresco ; ma è necessario dire, che fosse fatta nel tempo antico, che vi fu riposto il Corpo di quel Santo Martire, e se fosse altrimenti, io me ne sarei avvisato per la perizia, che tengo di simil materia.

Subdens ex se. I medesimi Sepolcri, che io lasciai segnati, e che furono poi i Corpi estratti dopo la mia partita, erano della medema qualità, che io ho detto di sopra.

Interrogatus, an ipse Testis extraxerit, vel sciat, quod alii extraxerint aliquod Corpus dubium ; ita quod probabiliter dubitaretur, an esset Sanctus, nec ne ?

Respondit.
Quelli che io ho cavato, e che lasciai segnati, hanno avuti tutti la certezza, che ho deposto di sopra ; e mi sarei guardato cavarne alcuno dubbio : Il medesimo credo, che abbiano fatto gli altri Padri, perché in simili materie so con quanta circospezione si deve andare.

Interrogatus de Contestibus, qui secum accesserunt ad praedicta facienda.

Respondit.
Vi fu il fratello Niccolò Bianchi, fr. Uberto Fornari, ed un Fratello Nicolò, che non ricordo il Cognome, né mi ricordo d’altri.

Et fuit dimissum examen injuncto testi, ut se subscribat, prout subscripsit.

Ego Georgius Brustonius Professus Societatis Jesu deposui, ut sopra pro veritate manu propria.

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Note

1 M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri ed antichi cristiani di Roma, aggiuntavi la serie di tutti quelli che fino al presente si sono scoperti, e di altri simili, che in varie parti del mondo si trovano, con riflessioni pratiche sopra il culto delle sagre reliquie, Roma, 1720.

2 Su di lui, deputato dal cardinale Gaspare Carpegna ad assistere alle prediche forzate agli ebrei nell’Oratorio della Trinità dei Pellegrini per via dell’ottima conoscenza della lingua ebraica e più tardi nominato Scrittore della Biblioteca Vaticana da Innocenzo XII prima di essere incaricato da Clemente XI « Custode delle Reliquie e dei Cimiteri », si veda – oltre a G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano, 1942, p. 206-211 – quanto raccolto da A. Ferrua, Boldetti, Marcantonio, in Enciclopedia Cattolica, 2, Città del Vaticano, 1949, col. 1771. Cfr. anche, per maggiore completezza, il più dettagliato ritratto di N. Parise, Boldetti, Marcantonio, in Dizionario biografico degli Italiani, 11, Roma, 1969, p. 247-249

3 Cfr. M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri... cit., p. 242-245.

4 Nonostante il processo riportato dal Boldetti non specifichi il nome del Notaio, esclusivamente ricordato come Notaio Spada, è certo che dovette trattarsi di Silvestro Spada, responsabile dell’Officio II della Curia del cardinale Vicario di Roma dal 1619 al 1638 : cfr. A. Francois, Elenco di Notari che rogarono atti in Roma dal secolo XIVall’anno 1886, Roma, 1886, p. 113.

5 Per agevolare il lettore e per favorire la lettura dell’interessante documento giunto nelle mani del Boldetti grazie alla liberalità del cardinale Carpegna, ho creduto cosa opportuna riportarlo in extenso in Appendice I.

6 Sul cimitero, dotato di una basilica semipogea impostata sul sepolcro del martire Ermete, si vedano : O. Marucchi, Le catacombe romane. Opera postuma, Roma, 1933, p. 568-581 ; P. Styger, Die römischen Katakomben. Archäologische Forschungen über der Ursprung und die Bedeutung der altchristlichen Grabstätten, Berlin, 1933, p. 245-253 ; con bibliografia, Ph. Pergola, Le catacombe romane. Storia e topografia, catalogo a cura di P. M. Barbini, Roma, 19982, p. 115-119. Sulla basilica in particolare, si veda lo studio di R. Krautheimer, Corpus Basilicarum Christianarum Romae. Le basiliche paleocristiane di Roma (sec. IV-IX), I-IV, Città del Vaticano, 1937-1980, I (1937), p. 195-208.

7 Come è noto, infatti, tutti i distinti cimiteri sotterranei delle vie Salaria nova et vetus erano creduti essere parte dell’unico enorme complesso funerario ipogeo intitolato a Priscilla.

8 Sul significato e sul valore di tale locuzione si veda quanto proposto da A. Ferrua, Corpi santi, in Enciclopedia Cattolica, 4, Città del Vaticano, 1950, col. 586-588

9 Quindi, prima che Clemente X istituisse – il 13 gennaio del 1672 (cfr. Bullarium Romanum seu novissima et accuratissima collectio Apostolicarum Constitutionum. Ex autographis, quae in Secretiori Vaticano, aliisque Sedis Apostolicae Scriniis asservantur. Cum Rubricis, Summariis, Scholiis, & Indice quadruplici, tomus septimus, Complectens Constitutiones a Clemente X. editas, Roma, 1733, XCII : Diversae Ordinationes circa extractionem Reliquiarum ex Coemeteriis Urbis, & Locorum circumvicinorum, illarumque custodiam, & distributionem, p. 161-162) – la figura del « custode delle sante reliquie », le perizie erano eseguite da illustri personaggi di Chiesa in qualche modo legati al mondo ipogeo. Solamente più tardi, pertanto, nell’ultimo trentennio del XVII secolo si definì la figura giuridica di un esperto, nominato direttamente dal cardinale Vicario, in grado di distinguere i resti dei santi martiri da quelli dei comuni defunti sepolti nei cimiteri sotterranei. Solo il « custode », e nessun altro, poteva quindi – avvisato dalla squadra dei suoi cavatori – riconoscere i « segni » del martirio e procedere all’apertura dei loculi. Tale prerogativa è chiaramente indicata nelle norme del testo di un capitolo, il XII (Del custode delle sante reliquie), dell’opera Della giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma del canonico Nicolò Antonio Cuggiò : « Sicome deve portarsi nell’istessi cemiteri a riconoscere i segni specifici del martirio, quali sono unicamente il vaso di sangue o sia di vetro o pure di terra cotta e la palma scolpita et incisa al sepolcro o su la calcina che lo chiude, o se vi fusse qualche iscrizione che dichiarasse il martirio, poiché l’ufficio de’ cavatori non s’estende più se non che di vuotare le strade o corridori de’ cemiteri della terra di cui sono state riempite antichissimamente, e ritrovando in dette strade i sepolchri con sudetti segni, non è lecito loro sotto gravi pene l’aprirli, ma darne parte subito al custode, il quale vi si trasferisce a fare detta ricognizione e riconosciuti quei corpi esser di martiri fa aprire i detti sepolchri e colloca nelle cassette fatte a questo effetto le ss. reliquie e sigillatele per di fuori col sigillo dell’e.mo vicario vengono da detti cavatori portate a spalla nella custodia, ove il custode poi le stende, fa asciuttare e pulire, le accommoda ne’ credenzoni a ciò destinati, collocando a parte le ossa e corpi di que’ martiri, che oltre al segno specifico di martirio, sono ancora distinti col nome proprio o su la lapida che chiude il sepolcro, la quale etiandio si conserva col corpo o pure delineato nella calcina » (cfr. D. Rocciolo [a cura di], Della giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma. Opera del canonico Nicolò Antonio Cuggiò segretario del tribunale di Sua Eminenza, Roma, 2004, p. 113-114).

10 Odoardo Tibaldeschi, chierico di Norcia, fu eletto nel 1622 primo Segretario del Tribunale del Vicario ; cfr. G. Moroni, Vicario Generale di Roma del Papa, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro ai nostri giorni, I-CIII, Venezia, 1840-1861, XCIX (1860), p. 64-104, partic. p. 80.

11 Sugli editti promulgati nel Seicento dai pontefici per vietare la frequentazione delle catacombe e per impedire il trafugamento di reliquie, sia perdonato il rimando al mio articolo « Auertendo, che per l’osseruanza si caminarà con ogni rigore ». Editti seicenteschi contro l’estrazione delle reliquie dalle catacombe romane, in Sanctorum, 2, 2005, p. 121-137 (partic. p. 135-136 per la trascrizione completa del testo di questo editto). Cfr. anche Regesti di bandi editti notificazioni e provvedimenti diversi relativi alla città di Roma ed allo Stato Pontificio, I-VII, Roma, 1920-1958, IV, p. 12, num. 59.

12 Su di lui, in sintesi, – oltre a quanto ricostruito da E. Santovito, Cobelluzio (Cobelluzzi), Scipione, in Enciclopedia Cattolica, 3, Città del Vaticano, 1949, col. 1902 – si veda quanto raccolto da F. Petrucci, Cobelluzzi, Scipione, in Dizionario biografico degli Italiani, 26, Roma, 1982, p. 433-435. Documenti interessanti sul personaggio in questione sono stati di recente segnalati da F. Nicolai, La collezione di quadri del cardinale Scipione Cobelluzzi. Cavarozzi, Grammatica e Ribera in un inventario inedito del1626, in Studi Romani, 52, 2004, p. 440-462. Con particolare riferimento al suo rapporto con le antichità cristiane, mi sia consentito rimandare anche a M. Ghilardi, Cobelluzzi, Scipione, in Prosopographia christiana, a cura di S. Heid (in corso di stampa).

13 Un suo breve ma accurato profilo si veda a cura di A. Foa, Confalonieri, Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli Italiani, 27, Roma, 1982, p. 778-782.

14 Su di lui, con bibliografia precedente, si perdoni il rimando al mio saggio Le catacombe di Roma dal Medioevo alla Roma sotterranea di Antonio Bosio, in Studi Romani, 49, 1-2, 2001, p. 27-56.

15 Cfr. A. Bosio, Roma sotterranea, Roma, 1632, p. 563 : « Visitammo questa Chiesa alli 7 di Decembre dell’anno 1608. insieme con Monsig. Scipione Cobelluzzi, poi degnissimo Cardinale di Santa Chiesa, del Titolo di Santa Susanna, con Baldassarre Ansidei Custode della libraria Vaticana, e con Gio.Battista Confaloniero, guidati da alcuni Padri della medesima Compagnia, e particolarmente dal Padre Laurino, Scrittore illustre e celebre ; e da detta Chiesa entrammo poi nel Cimiterio per la bocca, notata nel disegno con la lettera I. la quale frà tutte l’altre era manco ripiena ; se bene vi bisognò andar con il corpo per terra, serpendo alquanto innanzi, finche ritrouammo strade vn poco più commode, per le quali si poteua caminar’in piedi. Questo Cimiterio è assai grande di circuito, & hà diuersi ordini di grotte superiori, & inferiori : le strade sue sono strette, e basse ; essendo poco più alte della statura d’vn’huomo, e larghe quanto appunto vi può caminar’vn solo ».

16 A. Bosio, Historia passionis B. Caeciliae Virginis, Valeriani, Tiburtii, et Maximi martyrum, Roma, 1600, p. 160.

17 Sul Baronio e le antiche iscrizioni cristiane rimando ora a quanto puntualmente proposto da D. Mazzoleni, Il cardinale Cesare Baronio e le iscrizioni cristiane, in L. Gulia (a cura di), Baronio e le sue fonti. Atti del Convegno internazionale di studi, Sora 10-13 ottobre 2007, Sora, 2009, p. 411-434.

18 Cfr. M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri... cit., p. 243 : « E nel tempo di Papa Clemente, vi venne la buona memoria del Signor Card. Baronio, il quale per entrare, fu di bisogno che lasciasse l’abito di Cardinale di lungo, e si vestisse tutto di tela bianca ». Su tale episodio – che dovette svolgersi tra il 5 giugno del 1596, data della nomina cardinalizia del prelato sorano, ed il 3 marzo del 1605, morte di Clemente VIII – e più in generale sul rapporto del Baronio con i religiosi della Compagnia di Gesù per quanto attiene alle antichità paleocristiane, rimando al mio studio Baronio e la ‘Roma sotterranea’ tra pietà oratoriana e interessi gesuitici, in L. Gulia, Baronio e le sue fonti... cit., p. 435-487, partic. 469-472.

19 Sul Cepari (1564-1631), autore tra le altre cose delle biografie dei santi Luigi Gonzaga, Francesca Romana, Francesco Borgia, Maria Maddalena de’ Pazzi e Giovanni Berchmans, si veda in breve – oltre a C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, I-XI, Bruxelles-Parigi, 1890-1932 (vidi rist. anast. 1960), II, col. 957-965 – quanto raccolto da P.Tacchi Venturi, Cepari, Virgilio, in Enciclopedia Italiana, 9, Roma, 1931, p. 758 ; C. Testore, Cepari, Virgilio, in Enciclopedia Cattolica, 3, Città del Vaticano, 1949, col. 1307 ; A. De Bil, Cepari, Vergilio, in Dictionnaire d’Histoire et de Géographie Ecclésiastique, 12, Parigi, 1953, col. 149-150 ; F. W. Bautz, Cepari, Virgilio, in Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon, 1, Hamm, 1990, p. 970. Un più ampio profilo, limitatamente ai primi anni di attività, è stato curato da A. M. Pignatelli, Il P. Virgilio Cepari S.I. La formazione e la prima attività : 1582-1601, in Archivum Historicum Societatis Iesu, 51, 1982, p. 3-42.

20 Su di lui, oltre all’attento ritratto di M. Rosa, Acquaviva, Claudio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 1, Roma, 1960, p. 168-178, si veda ora, con bibliografia aggiornata, il profilo di M. Fois, (Generales : 5) Aquaviva Claudio, in Diccionario Histórico de la Compañía de Jesùs, Biográfico-Temático, I-IV, a cura di Ch. E. O’Neill, J. M.a Domínguez, Roma-Madrid, 2001, II, p. 1614-1621. A conferma del rinnovato interesse storiografico per il generalato di Acquaviva – oltre al classico saggio di J. de Guibert, Le Généralat de Claude Aquaviva (1581-1615). Sa place dans l’histoire de la spiritualité de la Compagnie de Jésus, in Archivum Historicum Societatis Iesu, 10, 1941, p. 59-93 – si vedano ora A. Guerra, Un Generale fra le milizie del Papa. La vita di Claudio Acquaviva scritta da Francesco Sacchini della Compagnia di Gesù, Milano, 2000 ; e La linea Acquaviva. Dal nepotismo rinascimentale al meriggio della riforma cattolica. Atti del Secondo Convegno Internazionale di studi su « La casa Acquaviva d’Atri e di Conversano », Conversano 24-26 novembre 1995, a cura di C. Lavarra, Galatina, 2005 ; e si ricordi anche il seminario di studi organizzato dall’Università Roma Tre e dall’École des hautes études en sciences sociales a Roma nei giorni 28-30 ottobre 2002 sul tema « Politica e religione nell’Europa moderna. Il generalato di Claudio Acquaviva (1581-1616) ». In ultimo si veda ora P. Broggio et alii (a cura di), I gesuiti ai tempi di Claudio Acquaviva. Strategie politiche, religiose e culturali tra Cinque e Seicento, Brescia, 2007.

21 Un suo sintetico ritratto si veda a cura di C. Testore, Vitelleschi, Muzio, in Enciclopedia Cattolica, 12, Città del Vaticano, 1954, col. 1529-1530. Per conoscere meglio la sua figura, si veda ora, con bibliografia, il ritratto di M. Fois, (Generales : 6) Vitelleschi, Mucio [Muzio], in Diccionario Histórico de la Compañía de Jesùs... cit., II, p. 1621-1627. Da non sottovalutare, per quanto riguarda il rapporto del Vitelleschi col mondo delle ricerche cimiteriali, che lo stesso Generale della Compagnia di Gesù conobbe certamente il Bosio del quale fu insegnante di filosofia presso il Collegio Romano : cfr. A. Valeri, Cenni biografici di Antonio Bosio con documenti inediti, Roma, 1900, p. 17.

22 Contrariamente a quanto solitamente si afferma – che l’ambiente oratoriano, cioè, sia stato sul finire del Cinquecento il promotore della nascita dell’interesse verso gli antichi cimiteri cristiani e le reliquie in essi custodite – ho provato a documentare il ruolo preminente della Compagnia di Gesù nella promozione delle pionieristiche ricerche archeologiche catacombali nel saggio Oratoriani e gesuiti alla ‘conquista’ della Roma sotterranea nella prima età moderna, in Archivio Italiano di Storia della Pietà, 22, 2009 (in corso di stampa).

23 Al momento del rinvenimento si pensò, infatti, di aver riportato alla luce il cimitero di Priscilla e tale denominazione rimase nella storia degli studi sino al tempo di Giovanni Battista de Rossi che, nel 1873, ritenne invece le gallerie scoperte accidentalmente nel 1578 parte del coemeterium Iordanorum (G. B. de Rossi, Scoperte nell’arenaria tra i cimiteri di Trasone e dei Giordani sulla Via Salaria Nuova, in Bullettino di Archeologia Cristiana, 4, 1873, p. 8), nonostante la proposta del Garrucci che vedeva in esse parte del cimitero di Trasone (R. Garrucci, Storia dell’arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa, I-VI, Prato, 1873-1881, I, p. 63). Nuovi dubbi di attribuzione furono formulati da P. Styger, Die römischen Katakomben... cit., p. 265, ma l’identificazione col cimitero dei Giordani rimase fino alla scoperta, nel 1966, della tomba del martire Alessandro, che le fonti reiteratamente indicavano in coemeterio Iordanorum, nella vicina regione catacombale di Villa Massimo (U. M. Fasola, Le recenti scoperte nelle catacombe sotto Villa Savoia. Il « Coemeterium Iordanorum ad S. Alexandrum », in Actas del VIII Congreso Internacional de Arqueologia Cristiana, Barcelona, 5-11 octubre 1969, Città del Vaticano, 1972, p. 273-297). Da allora al cimitero è rimasta la denominazione « meno nobile, ma sicuramente più veritiera » (cfr. V. Fiocchi Nicolai, Storia e topografia della catacomba anonima di via Anapo, in J. G. Deckers, G. Mietke, A. Weiland [a cura di], Die Katakombe « Anonima di via Anapo ». Repertorium der Malereien, Città del Vaticano, 1991, p. 7) di « Anonimo di via Anapo », nonostante vada lamentata ancora oggi, a circa quaranta anni di distanza dal cambiamento di nome ed anche in sedi altamente scientifiche, la mancata ricezione di tale significativa nuova attribuzione. Quanto all’episodio apparentemente casuale del recupero del cimitero ipogeo, mi sono più volte in passato soffermato a ricordare la scoperta, avvenuta il 31 maggio del 1578, cercando di riflettere sul valore del ritrovamento e sullo sfruttamento apologetico che prontamente se ne fece ; per brevità, mi sia quindi permesso rimandare in ultimo a quanto raccolto nella Premessa del mio volume : Subterranea civitas. Quattro studi sulle catacombe romane dal medioevo all’età moderna, Roma, 2003, p. 7-11. Sulla riscoperta del cimitero e sulla nascita degli studi di antichità cristiane – ma senza elementi di novità, ripetendo cose ampiamente note – si veda la panoramica offerta ora da R. Giordani, La scoperta della catacomba sotto la vigna Sanchez e la nascita degli studi d’antichità cristiane, in Rivista di Archeologia Cristiana, 83, 2007, p. 277-315.

24 Per conoscere meglio la figura di Giovanni Nicolò de Notari, preposto provinciale della Compagnia per due volte – dal 1574 al 1579 e dal 1581 al 1584 –, si veda quanto raccolto da M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti d’Italia (1540-1565), Roma, 1968, p. 106.

25 Archivum Romanum Societatis Iesu (d’ora in poi ARSI), Busta 152/1526, doc. 3. Alcuni dei documenti da me in questo contesto citati – tra i quali quello appena menzionato – sono stati rintracciati da Andrea De Luca nel corso delle ricerche condotte per la compilazione della tesi di laurea in « Storia moderna » Alla ricerca della santità. Catacombe e reliquie nella politica religiosa della Compagnia di Gesù nel XVII secolo, da lui discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma « La Sapienza » nella sessione autunnale dell’anno accademico 2006-2007, relatore Marina Caffiero, correlatore Massimiliano Ghilardi.

26 Cfr. G. Signorotto, Cercatori di reliquie, in Rivista di storia e letteratura religiosa, 21, 3, 1985, p. 383-418, partic. p. 407.

27 Su tale editti, oltre all’articolo menzionato supra a nota 11, sivedano C. Damen, De excommunicatione contra extrahentes reliquiasex catacumbis romanis olim lata, in Apollinaris, 14, 1941,p. 52-60 e G. Pennacchi, Commentaria in Costitutionem ApostolicaeSedis qua censurae latae sententiae limitantur, I-II, Roma,1883, I, p. 1031-1040 (Appendix XXVIII. De excommunicationein eos lata, qui absque legitima venia extrahunt reliquias e sacriscoemeteriis sive catacumbis urbis Romae).

28 Se per un periodo così antico le « patenti di scavo » sono almomento soltanto un’ipotesi di lavoro da approfondire, perl’ultimo trentennio del XVII secolo abbiamo la certezza dellaloro esistenza ; il conforto viene dalle parole del canonicoCuggio, il quale ci informa che spettava al cardinale Vicario ilrilascio di attestati di accesso e di libera circolazione nei cimiteri per i cavatori autorizzati : « Deve anche il signor card. vicario concedere le patenti da lui sottoscritte alli cavatori, accio siano riconosciuti, e non molestati da alcuno nell’accesso e recesso da Roma, e loro permanenza, ne sia loro impedito l’accesso a’ cemiteri che sono nelle vigne e poderi, tanto nell’Agro romano, quanto altrove bisognando » (cfr. Della giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma... cit., p. 115).

29 Cfr. Bullarum privilegiorum ac diplomatum Romanorum Pontificum amplissima collectio. Cui accessere Pontificum omnium Vitae, Notae, & Indices opportuni. Opera et Studio Caroli Cocquelines, Tomus IV, Pars III, Ab anno tertio Pii V. usque ad annum nonum Gregorii XIII., scilicet ab anno 1568. ad 1580., Roma, 1746, p. 325-327.

30 Di permessi rilasciati dal papa al Generale dei gesuiti per estrarre reliquie dal cimitero di Ermete si parla chiaramente in una lettera inviata nel 1612 dal gesuita nativo di Saint-Pol (Pas-de-Calais) Angelin Gazet al confratello tournaisien Louis de Landres, Rettore del Collegio gesuita di Arras ; cfr. M. Van Cutsem, Une lettre inédite du P. Gazet sur la catacombe de Saint-Hermès, in Analecta Bollandiana, 52, 1934, p. 334-342, partic. p. 340 « Notre R.P. General ayant este requis de plusieurs de leurs donner ou envoier quelque relique, demanda licence du Sainct Pere de pouvoir ouvrier le cimetiere de Priscille et y envoier quelcu’un des Nostres pour en tirer quelques corps sainct. Or le Pape veult etre demande toutes les fois et c’est pour un certain temps, apres il faut murer l’entree et veult il encores avoir sa part aux reliques. Il y avait plus de deux ans qu’on n’y avoit este et lors le Pape receut aussy aucunes reliques pour en donner a plusieurs quy l’avoint requis. Je fus lors au Pape avecque le P. Procureur General et un coadjuteur qui portoit une guisse plaine des os de quelques saincts. Le Sainct Pere fit grande reverenc aux dictes reliques, les baisa et montra d’en avoi grand plaisir et contentement ; il donna des benedictions nostre Frere, disant les donner propter retributionem de c qu’il avoit porte la quaisse ».

31 Ho trascritto integralmente e commentato i documenti ch citero nelle prossime note nel saggio Baronio e la ‘Roma sotterranea’... cit., p. 473-487.

32 ARSI, Chiesa del Gesu, Busta I, doc. 82 a-d. Cfr. M. Ghilardi, Baronio e la ‘Roma sotterranea’... cit., p. 474-476.

33 Sulla politica nepotista del papa Paolo V cfr. W. Reinhard, Papstfinanz und Nepotismus unter Paul V (1605-1621), I-II, Stuttgart, 1974. Sui rapporti familiari della famiglia del pontefice, non troppo distesi, cfr. anche quanto raccolto da Id., Ämterlaufbah und Familienstatus. Der Aufstieg des Hauses Borghes 1537-1621, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archive und Bibliotheken, 54, 1974, p. 328-427.

34 Nato probabilmente a Turbigo, piccolo centro lombardo a confine con il novarese, da una famiglia di ricchi mercanti d origine milanese nel 1556, entro nella Compagnia di Ges nel 1589 divenendo piu tardi Procuratore della Casa Profess di Roma, dove mori il 26 dicembre del 1643. Cfr. C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus... cit., VI, col. 691-692. Cfr. pure quanto raccolto da G. Mellinato, Piatti (Domizio), in Dictionnaire de spiritualité ascétique e mystique, doctrine et histoire, I-XVII, Parigi, 1937-1994, XII, 2 (1986), col. 1409. Domizio, la cui famiglia era legata d vincoli parentali al pontefice Gregorio XIV, ebbe anche u altro fratello maggiore con se nella Compagnia di Gesu : Gerolamo, al secolo Ottavio (1548/49-1591). Diversament da quanto da me indicato, non li ritiene legati da vincoli d parentela R. Tamponi, Il De Cardinalis Dignitate et Offici del milanese Girolamo Piatti e la trattatistica cinque-seicentesca su cardinale, in Annali di storia moderna e contemporanea, 2, 1996, p. 79-129, partic. p. 82, n. 29.

35 Per un suo profilo – oltre alla sintetica scheda di G. Moroni, Plato o Piatti Flaminio, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica... cit., LIII (1852), p. 313 – si veda, con bibliografia, quanto raccolto da P. Mira, Flaminio Piatti cardinale (1550-1613), in Bollettino Storico per la Provincia di Novara, 91, 1,2000, p. 121-136.

36 In compagnia del cardinale viterbese Cobelluzzi, oltre a cimitero di Ermete – come sopra ricordato (cfr. supra, not 15) – Antonio Bosio visito anche il cimitero di Ponziano sull via Portuense ; cfr. Roma sotterranea... cit., p. 125 : « Visitamm questo luogo in compagnia del Cardinale Scipion Cobelluzzi, huomo di molta eruditione, e studiosissimo dell memorie Ecclesiastiche ; & insieme vi furono Baldassarr Ansidei, Custode della Biblioteca Vaticana, e Nicol Alemanni, che poi gli successe in quel carico, tutti huomin eruditi ». Il rapporto di amicizia tra Cobelluzzi e Bosio e stat ancora di recente documentato con la pubblicazione di un lettera inedita (conservata in Barb. Lat. 6458, f. 218-219) inviata dall’archeologo barocco al prelato viterbese in data 26 ottobre 1620 : cfr. M.C. Misiti, « Pro collegio Patrum Iesuitarum civitatis Viterbii » : la libraria del cardinale Scipione Cobelluzzi, in Le biblioteche private come paradigma bibliografico. Atti del convegno internazionale, Roma 10-12 ottobre 2007, a cura di F. Sabba, Roma, 2008, p. 195-233, partic. p. 212 e 232-233 per la trascrizione completa della lettera (devo a Ingo Herklotz, che ringrazio cordialmente, la segnalazione di questo interessante documento).

37 ARSI, Chiesa del Gesu, Busta I, doc. 85. Cfr. M. Ghilardi, Baronio e la ‘Roma sotterranea’... cit., p. 477.

38 Su di lui, in servizio presso l’Officio III dal 1607 al 1634, cfr. A. Francois, Elenco di Notari che rogarono atti in Roma... cit., p. 83.

39 Giovanni Paolo Taurino (o Taurini), nato a Milano nel 1579 e morto a Roma nel 1656, magister lignaminis, intagliatore, fu attivo a Milano, Pavia e Roma. Formatosi nell’atelier paterno dove apprese cifre stilistiche e tecniche d’intaglio d’oltralpe (il padre Rizzardo, intagliatore, era originario di Rouen), vi lavoro a lungo con i fratelli Giacomo e Giovanni, per poi dedicarsi ad opere commissionategli dalla Compagnia di Gesu (in particolare, ad esempio, la sua maestria va segnalata per i sei confessionali posti in opera nella chiesa di S. Fedele a Milano tra il 1601 e 1603). Sugli intagliatori gesuiti italiani del Cinque e Seicento si veda quanto raccolto da P. Pirri, Intagliatori gesuiti italiani dei secoli XVI e XVII, in Archivum Historicum Societatis Iesu, 41, 1952, p. 3-59 (per l’attivita di Giovanni Paolo Taurino si vedano in particolare le p. 44-52).

40 Nessuna notizia biografica ho potuto rintracciare sul gesuita in questione. La prova della sua familiarita con il mondo delle reliquie, tuttavia, e possibile ricavarla – oltre che, naturalmente, dall’episodio in questione – da un atto notarile, conservato nel Monastero umbro di S. Maria del Fonte a Fossato di Vico ma rogato a Roma e databile al 5 giugno del 1641, in cui si ricorda la sua elargizione di reliquie cimiteriali (i santi Benigno, Giulio, Vittorino, Anastasia, Costanza, Ciriaco, Bonifacio, Alessandro, Giustino, Artemio, Felice, i resti dei quali a sua volta Rocchetti aveva avuto in dono dal nobile romano e poi vescovo di Camerino Giovanbattista Alterio) alla chiesa di S. Maria quae dicitur della Fonte, affinche le monache le esponessero alla devozione dei fedeli ; cfr. L. Galassi, Le cinquanta chiese della storia fossatana, Fossato, 2006, p. 24.

41 Relativamente a tale episodio, ad esempio, oltre ai resti ceduti ad Ortensia – e da lei donati al Sacro Eremo di Camaldoli sul Tuscolo, dove nel 1616 sarà sepolta appena cinquantenne – ho potuto ricostruire solo la storia di pochi altri corpi santi : Olivo, Pelbonia e Fortunio e la coppia Dizolo e Recesso. I corpi di Olivo, Pelbonia e Fortunio furono inviati da Piatti a Carpignano Sesia, dove ancora oggi si venerano all’interno della Chiesa parrocchiale intitolata alla Beata Vergine Assunta (cfr. P. Mira, Flaminio Piatti cardinale... cit., p. 128. Cfr. D. Pomi, Una ricerca inconsueta : corpi santi in Valsesia, in Bollettino Storico per la Provincia di Novara, 93, 2, 2002, p. 452 ; cfr. pure Id., Il viaggio dei corpi santi dalle catacombe alla Valsesia, in de Valle Sicida, 14, 1, 2003, p. 131, n. 9.) ; mentre i corpi di Dizolo e Recesso furono inviati al collegio di Saint Omer, al Pas-de-Calais, ma le reliquie andarono disperse nel corso della Rivoluzione francese (Cfr. P. Villette, Dizolo e Recesso, in Bibliotheca Sanctorum, 4, Citta del Vaticano, 1964, col. 667-668).

42 Diversamente da me su questo argomento, cfr. M. Gana, Reliquie e nobildonne nella Roma barocca, in Sanctorum, 2, 2005, p. 111-120, partic. p. 113-116, che ritiene che le donne dell’aristocrazia romana fossero le principali destinatarie dei doni e della custodia delle preziose particelle ossee.

43 Un esempio significativo di tale indirizzo di politica religiosa è stato recentemente illustrato da G. Cracco e L. Cracco Ruggini, « Cercatori di reliquie » e parrocchia nell’Italia del Seicento : un caso significativo, in C. Ossola, M. Verga e M. A. Visceglia (a cura di), Religione cultura e politica nell’Europa dell’età moderna. Studi offerti a Mario Rosa dagli amici, Firenze, 2003, p. 139-159.

44 Le pene previste per tale genere di reati potevano giungere fino alla confisca dei beni o al carcere, oltre alla scomunica ipso facto incurrenda. Cfr. G. Calore, Catacombe, in Enciclopedia del diritto, I-XLVII, Varese, 1958-1993, VI (1960), p. 475-479, partic. p. 475-476.

45 Va in realtà notato che la sua appartenenza alla sfera religiosa per i primissimi anni del XVII secolo non e del tutto confermata : se, infatti, alcune fonti coeve lo ricordavano inequivocabilmente quale uomo di Chiesa, altri documenti, altrettanto coevi, lo ricordavano laico e coniugato. Su di lui (1555 ca-1619), si veda quanto raccolto da P. Zanetta, Mommo loco del novarexe, Borgomanero, 1985, passim [p. non numerate]. Crederei possibile, tuttavia, indicare una spiegazione : nel 1603 – anno in cui sarebbe stato imprigionato per qualche tempo – il Cavagna poteva non aver ancora intrapreso la vita religiosa ed essere un laico. Solo piu tardi, stando a Roma, avrebbe rinunciato alla propria condizione sociale per vestire l’abito francescano. Un interessante documento del giugno del 1612 recentemente pubblicato, infatti, lo definisce Reverendus Pater Dominus Ioannes Baptista Cavagna Novariensis hodie habitu S. Francisci indutus. Dunque, l’utilizzo dell’avverbio hodie potrebbe indicare che la scelta della vita religiosa era una decisione piuttosto recente. Il documento menzionato e pubblicato nel volume a cura di R. Massa, Il tesoro ritrovato. Reliquie e reliquiari dell’antica Prevostura di S. Erasmo in Castel Goffredo, Castel Goffredo, 2002, p. 156-158.

46 Il riferimento è al romanzo storico La chimera del genovese –ma piemontese di adozione – Sebastiano Vassalli. Nell’opera vassalliana, « Premio Strega » e « Premio Selezione Campiello », Cavagna ha un ruolo assolutamente secondario, ma ha la fortuna di essere descritto dalla felice – ma in questo caso crudele – penna dello scrittore, che – fantasiosamente – lo immagina goloso, piuttosto goffo e di scarsa intelligenza ; cfr. S. Vassalli, La chimera, Torino, 200722 (19901), p. 19-20 : « Dietro i seminaristi apparvero poi i canonici, riconoscibili per i cappelli rotondi e per i contrassegni di porpora dell’abito talare ; tra essi faceva spicco da lontano, per grandezza di corporatura e floridezza di carni, quel Giovan Battista Cavagna da Momo che era destinato, di li a pochi anni, a diventare più celebre di quanto lui stesso potesse prevedere o desiderare [...]. Il giorno in cui venne in visita alla Pia Casa con il vescovo, invece, monsignor Cavagna era ancora poco conosciuto, un prete come tanti : ma gia circolava sul suo conto la facezia che il poeta medioevale Dante Alighieri avesse previsto la sua nascita con tre secoli d’anticipo, e che avesse pensato a lui quando scrisse quel verso, in cui si parla d’un’“oca bianca piu che burro”... I preti della provincia italiana, nel Seicento, ridevano cosi e nel caso del Cavagna qualche ragione di ridere ce l’avevano davvero : perche il poveretto, che veniva da una zona del novarese ricchissima di oche, sembrava lui stesso un’oca, anzi un ocone smisurato, nell’andatura e nella voce e nella struttura fisica ; aveva infatti un gran sedere, spalle strette e una testolina da bambino su un lungo collo che muoveva camminando, come per curiosare ai due lati della strada. Soltanto il colore dell’abito, che era nero, non corrispondeva all’immagine dell’oca ». Cfr. pure ibid., p. 117 : « Era un incarico importante, e di gran fiducia, questo che Bascapè aveva dato all’“oca bianca più che burro” ; il fatto poi che per tale incarico avesse scelto proprio monsignor Cavagna, e non altri, significava innanzi tutto che lo considerava un fedele servitore di Dio e del vescovo ; dotato, in piu, di qualità e difetti specifici che lo rendevano particolarmente adatto per vivere e operare nella città dei Papi. I difetti del Cavagna –secondo Bascapè – erano la curiosita dei fatti altrui, la propensione al pettegolezzo e alla mondanità, la ghiottoneria, la scarsa fantasia ; per contro, le sue qualita avrebbero dovuto essere il temperamento flemmatico e la mancanza di ambizioni : ma, su quest’ultimo punto, Bascapè sbagliava. Cavagna era ambizioso, come tutti ; soltanto, era ambizioso a modo suo e non a modo del vescovo ; in più, aveva nel suo carattere una componente di dabbenaggine che il vescovo sottovalutava. Data la sua scarsa inclinazione per i grandi voli del pensiero, e la sua scarsa attitudine a farsi impressionare, Roma non lo intimorì, né lo eccitò ; lo incuriosirono, invece, alcuni traffici di reliquie che allora si svolgevano attorno alle basiliche fuori porta e ai sepolcreti ad esse annessi, e che smuovevano le stesse cupidigie, e gli stessi interessi, che in altri luoghi del pianeta erano mossi dall’oro ». Sulla fortuna del romanzo di Vassalli, vero e proprio caso letterario, si veda quanto raccolto in R. Cicala, G. Tesio (a cura di), La chimera. Storia e fortuna del romanzo di Sebastiano Vassalli, Novara, 2003. Sull’opera in questione si vedano pure le piu corrette ed equilibrate valutazioni – pienamente condivisibili – di S. Pagano, Carlo Bascapè fra romanzo e storia. (In margine a « La chimera » di Sebastiano Vassalli), in Barnabiti studi, 7, 1990, p. 239-278.

47 Cfr. Regesti di bandi editti notificazioni... cit., II, p. 250-251, num. 1924.

48 Assume un valore ancora maggiormente ricco di significati tale arresto, particolarmente se ci si sofferma a confrontarlo con le benemerenze accordate in patria al Cavagna : i locali organi di governo, infatti, proprio per aver ricevuto in dono venerabili reliquie di antichi martiri, avevano esonerato a vita il benemerito cittadino dal pagamento delle tasse. Cfr. P. Zanetta, Mommo loco del novarexe... cit., [p. non numerata] : « et insieme hanno ordinato che si levi dal libro dell’estimo tutto il carico del signor Cavagna, per tanto quando vivera et questo per parte di remuneratione delle sante reliquie portate da Roma ».

49 Cfr. S. Vassalli, La chimera... cit., p. 120-132.

50 Su di lui, in breve, cfr. P. Prodi, Bascapè, Carlo, in Dizionario biografico degli Italiani, 7, Roma, 1965, p. 55-58. Sugli aspetti devozionali della sua pastorale delle reliquie si veda quanto raccolto da F. Mattioli Carcano, Carlo Bascapè e il culto dei santi Giulio e Giuliano, in Carlo Bascapè sulle orme del Borromeo. Coscienza e azione pastorale in un vescovo di fine Cinquecento. Atti dei Convegni di studio di Novara, Orta e Varallo Sesia, 1993, Novara, 1994, p. 319-334.

51 Cfr. I. Chiesa, Vita del Rev.mo Mons. D. Carlo Bascapè, Vescovo di Novara de Chierici Regolari di S. Paolo, Milano, 1636, p. 381 : « Con tutto ciò non passò molto che il cardinal Baronio, di ordine del pontefice, ch’era Clemente VIII, scrisse al vescovo che facesse prigione il Cavagna e riponesse le reliquie sotto l’altar maggiore infino a nuova deliberazione ». La biografia e stata recentemente ripubblicata, con ricchissime note ed attenti indici, a Firenze nel 1993 a cura di Sergio Pagano, Vita di Carlo Bascapè Barnabita e vescovo di Novara (1550-1615), per i tipi della Leo S. Olschki Editore.

52 Ingo Herklotz, che ringrazio cordialmente per la segnalazione, ha recentemente presentato – e sono in corso di stampa – alcune epistole inedite inviate dal Bascape al Bosio : cfr. Antonio Bosio und Carlo Bascapè. Reliquiensuche und Katakombenforschung im 17. Jahrhundert, in « ...die Augen ein wenig öffnen » : Der Blick auf die antike Kunst von der Renaissance bis heute. Festschrift für Max Kunze zum 65. Geburtstag, a cura di Stephanie-Gerrit Bruer e Detlef Rößler. A tali documenti inediti – a riprova dell’amicizia del Bascape col Bosio – mi ero riferito io stesso in passato : cfr. Propaganda controriformista e uso apologetico delle catacombe romane, in M. Ghilardi, Gli arsenali della Fede. Tre saggi su apologia e propaganda delle catacombe romane (da Gregorio XIII a Pio XI), Roma, 2006, p. 13-72, partic. p. 31 e Id., Baronio e la ‘Roma sotterranea’... cit., p. 446-447.

53 Lettere episcopali di Carlo Bascapè, XXVI voll. mss. Conservati nell’Archivio Storico dei Padri Barnabiti di Roma, XV, p. 190 : « Farò essequire quanto Vostra Signoria illustrissima comanda per ordine di Nostro Signore, senza dimora, di fare imprigionare quel Novarese ; costui ha portato quantita di reliquie ancora col nome di corpi in molte scattole, con le sue facolta et giustificationi et anche con indulgenze concesse alle chiese novaresi dove esse si havessero a riporre, et mi ha assicurato del parere di persone religiose di molta qualita che sopra la concessione che havea da Sua Beatitudine poteva cio fare senza incorrere le pene ; io stava piuttosto sospeso, parendomi cosa insolita. Credo fermamente che in lui non sia malitia, poi che non solamente non ci ha guadagnato, ma ha speso quel poco che haveva ».

54 Ibid., XV, p. 432 : « Torno a dire delle nostre reliquie che non veggo via di verificarle se non con fare vedere i luoghi onde furono tolte et dove ne sono tante altre, si che conosca il fatto il sig. Card. Baronio, che non sapeva tutto in questa materia ; et si fatti luoghi non puo dimostrare se non quel Toccafondo, dal quale ha imparata la via il nostro Cavagna ».

55 Cfr. I. Chiesa, Vita del Rev.mo Mons. D. Carlo Bascapè... cit., p. 375-378 : « Ma ritornato a Roma il Cavagna, piu altre reliquie assai, e piu segnalate delle prime di gran lunga, si diede a raccogliere, toltosi in quella impresa per compagno Flaminio Casella, prete novarese, il quale, lasciato l’ufficio che teneva di scrittore apostolico, tocco da spirito, impetrati gli ordini sacri e datosi al servizio di Dio, disegnava con quei celesti pegni ritornar alla patria, e quivi ai cenni di Carlo darsi tutto ad opere di pieta e del divin servizio. Concorrevano ambedue alle spese che lor conveniva di fare in presentare alcuna persona lor favorevole, in farle cercare, in condur notai, in guernimenti e lumi, e altri abbellimenti per tenerle il piu ch’essi potessero decentemente, e infine condurle per lunga strada al paese loro. Si servirono essi principalmente dell’opera di Giovanni Angelo Santini, dipintore romano, il quale, ottenuta facolta dal pontefice di disegnare i cimiteri sotterranei di Roma, fu in estremo curioso di penetrare e vedere ciascuna grotta e ripostiglio di quelli, e con questo si condusse a parti rimotissime, ove nessuno da gran tempo addietro non aveva animo di arrivare, poiche bisognava alcuna volta per certe rotture e luoghi angusti e stretti strisciarvisi, e faticarsi in modo che poi gli era necessario starsene piu giorni in letto. Aveva oltre a cio il pittore pratica di certi cavi o fosse di pozzolana, per le quali agevolmente si calava dentro le grotte, aprendo egli poi altrui le porte. Per questa via venne il Cavagna a trar gran quantita di reliquie, e vi trovo i nomi dei santi, e i segni dei martirii, il che non avviene a chi non penetra tant’oltre, contenti di appigliarsi a quelle poche ed incerte che trovano vicino all’entrata. Dalle grotte dunque, specialmente di San Lorenzo e San Sebastiano, cavarono molti corpi e gran numero di segnalate reliquie di santi martiri. Dico corpi, benche buona parte dell’ossa vi fossero dall’antichita e dall’acque che vi penetravano consumate, onde estratti da quelle sacre tombe, era di mestiero farle seccare. I sepolcri nei luoghi piu ampli erano scavati nei lati delle catacombe, nella medesima rena o pozzolana, divenuta dura poco men della pietra, alti dal suolo intorno a due braccia, e di lunghezza poco meno di un corpo umano, e di proporzionata larghezza e altezza, chiusi con pezzi di pietra o mattoni uniti con calce, nella quale, mentre era ancora fresca, con alcuno stilo avevano grossamente scritti i loro nomi e incise una o piu palme, e una o piu fiere, come di orsi, o leoni, dai quali erano sbranati. Delle ossa dunque di questi corpi il Cavagna e il Casella riempiute sei casse o cofani, con quelli a Novara s’inviarono, e ai 18 di maggio l’anno 1603 giunsero alla chiesa di San Martino, detto del Basto, alla costa del Tesino ».

56 Sugli aspetti propagandistici ed apologetici della riscoperta delle antichità cimiteriali romane – ed in particolare per il connubio instauratosi tra mercanti di reliquie e pittori – rimando al mio saggio Propaganda controriformista e uso apologetico...cit., p. 27-34.

57 La sua figura ed il suo operato, per troppo tempo sottovalutati, sono stati da chi scrive recentemente ristudiati anche alla luce di nuovi documenti. Mi sia quindi consentito rimandare al mio saggio Dall’inventio del corpo santo, alla costruzione della reliquia : Giovanni Angelo Santini, detto il Toccafondi, pittore romano, in Studi Romani, 53, 1-2, 2005, p. 94-121.

58 E lo stesso Giovanni Angelo Altemps a dircelo alle pagine 116-117 della versione latina di una Vita di papa Aniceto da lui composta dapprima in italiano (Vita di santo Aniceto papa, et martire, Roma, 1610) e piu tardi tradotta in latino (Vita Sancti Aniceti Papae, et Martyris. Cum rebus memorabilibus, quae eo Pontifice in Ecclesia sedente acciderunt. A Ioanne Angelo Duce ab Altemps collecta, Roma, 1617) : Cum requieuisset eius corpus in coemeterio Callixti 1429. annos, piae record. Clemens VIII. Pontifex Maximus, zelo & pietate motus, curauit exhumari, vt decenti in loco collocarentur, maioriq ; deuotione à viris coli possent ; & vt pluribus petentibus satisfaceret, fecit vt diligenter inquireretur in eodem coemeterio Callixti : & tandem reperta sunt quadraginta quatuor corpora Sanctorum Martyrum, quae quidem exhumata fuere à quodam Pictore, nuncupato Ioanne Angelo, vulgariter nominato, Toccafondo : & sciendum hunc virum in huiuscemodi coemeteria, & cryptas descendendi, corporaq ; illic existentia indagandi fuisse peritissimus. Haec Sanctorum Martyrum corpora in Palatij Apostolici sacrarium delata fuere, & inde distribute pluribus reuerenter expetentibus, ac inter ceteros alios, Ego humiliter petij Aniceti corpus, quod notum mihi erat inter ea esse, atque eo maior illud habe¯di desiderium me tenuit, quia in officio diuino fit de eo commemoratio, ac in Pontificia dignitate se optime gessit. Praedictus verò felicis recordationis Clemens VIII. amoris ergò petitionibus meis benignè annuens, corpus S. Aniceti Papae, & martyris mihi concessit, quod 28. die Octobris 1604. à Reuerendissimo D. Angelo Rocca Augustiniano, Tagastae Episcopo, eiusdem sanctissimi Sacrarij Praefecto mihi allatum, In Confessione electis marmoribus contexta ; Sacello in meis aedibus à fundamentis ad hoc erecto, in thecis argentea, cupressina, & plumbea, ac in labrum flaui marmoris, olim Alexandri Seueri Imperatoris sepulchrum, via Appia, tertio ab Vrbe lapide repertum, hoc addito monumento piè reponi iussi. Il presente brano, pur se con piccole modifiche ed aggiustamenti, e stato piu tardi edito in appendice al tomo secondo degli Acta Sanctorum per il mese di Aprile ; cfr. Acta Sanctorum, Aprilis Tomus II, Anversa, 1675, p. 477-478 (vidi ediz. Parigi e Roma, 1866, p. 474).

59 Mariano Armellini, promettente allievo del de Rossi spentosi prematuramente nel 1896 a soli 45 anni di eta, per primo segnalo di aver rinvenuto negli archivi della Biblioteca Apostolica Vaticana un prezioso documento manoscritto, intitolato Notula delle cose confessate da Gio : Angelo Santino preso in fragrante con Reliquie Leuate dal Cimiterio di S.ta Cedronella, Felicita, ò Novella fuora Porta Pia, in cui si menzionavano i cimiteri depredati dal Toccafondi (cfr. M. Armellini, Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d’Italia, Roma, 1893, p. 144-145). Dopo lunghe e non semplici ricerche negli archivi gia indagati dall’Armellini, sono riuscito a recuperare e visionare il documento (Misc. Arm. VI n. 37 = Vat. Lat. 11904, f. 3-4) : si tratta, in realtà, di un interessante sunto manoscritto del processo a carico del pittore, accusato di aver cavato reliquie da molti cimiteri della campagna romana. Il breve documento in questione, premesso nel codice vaticano alla manoscritta opera Descriptio aliquot Ecclesiarum Romanarum di Iulius Roscius Hortinus, servì al compilatore seicentesco dell’opera sulle chiese romane solo per documentare quali antichi cimiteri sotterranei fossero conosciuti al suo tempo, ma riveste per noi fondamentale importanza per conoscere in dettaglio l’attivita illecita del Toccafondi ed i cimiteri da lui indagati in maniera approfondita. È così stato possibile per me apprendere che il Toccafondi, spesso in compagnia di acquirenti e destinatari di reliquie da estrarvi, era penetrato numerose volte nei cimiteri delle vie Flaminia, Salaria (nova e vetus), Nomentana, Tiburtina, Labicana, Latina, Appia, Aurelia e Ostiense.

60 La rapida ascesa del mercato illegale di corpi santi, senza dubbio, fu favorita anche dalla lunghezza dei tempi di acquisizione delle reliquie riconosciute ufficialmente dalla Chiesa di Roma. Il caso di Metrobio Severiano analizzato recentemente da Giorgio Cracco e Lellia Cracco Ruggini (« Cercatori di reliquie » e parrocchia nell’Italia del Seicento...cit.) ne e in qualche modo esemplare : dalla richiesta ufficiale a Roma dei fedeli di Malesco all’arrivo delle reliquie in Piemonte trascorsero poco meno di tre anni (dal mese di dicembre del 1669 al mese di agosto del 1672), un tempo incredibilmente lungo se confrontato con la politica di « pronta consegna » promossa dai mercanti di reliquie. I costi previsti per l’ottenimento di reliquie ufficiali, allo stesso modo, non ostacolarono affatto il dilagare del fenomeno illegale : mentre con i venditori di frodo si poteva, infatti, in qualche modo mercanteggiare il prezzo per l’acquisto delle reliquie, la Chiesa di Roma – che, a tutti gli effetti, per non incorrere nel reato di simonia non vendeva le reliquie ma le cedeva a fronte di offerte – richiedeva forti somme di denaro per coprire tutte le spese ordinarie, che andavano dai lumi utilizzati nelle ricognizioni ipogee volte alle estrazioni alle spese notarili per l’autenticazione dei resti ossei. La vicenda maleschese e, anche in questo caso, esemplare per comprendere l’impegno economico richiesto dall’acquisizione di reliquie ufficiali : per poter ottenere i resti mortali del presunto San Metrobio, i fedeli piemontesi si impegnarono in una « cercha ossia recolta per alegerire detta spesa » (ovvero elemosine e donazioni) contraendo, peraltro con un privato cittadino locale, un forte debito al tasso di interesse del 5 %. Certamente, se si fossero orientati al mercato illegale le spese sarebbero state decisamente piu contenute.

61 Su Ambrogio Landucci (1599-1669) e le sue opere si vedano J. F. Ossinger, Bibliotheca Augustiniana. Historica, critica et chronologica in qua mille quadrigenti augustiniani ordinis scriptores, eorumque opera tam scripta, quam typis edita inveniuntur, Ingolstadii et Augustae Vindelicorum, 1768, p. 495-496 e D. A. Perini, Bibliographia augustiniana cum notis biographicis scriptores itali, Firenze, 1938, p. 143-145.

62 Per conoscere piu da vicino la figura del gesuita p. Antonio Ferrua, morto recentemente a 102 anni, si veda il bel profilo di C. Carletti in Studi Romani, 52, 2004, p. 236-242. Altrettanto circostanziato e commovente e il ricordo di D. Mazzoleni, Padre Antonio Ferrua S.I. 1901-2003, in Rivista di Archeologia Cristiana, 79, 2003, p. 3-8. E dello stesso studioso si veda anche il ricordo pubblicato in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, 75, 2002-2003, p. 455-461.

63 L’operetta, di carattere privato – redatta, cioe, dal Landucci ad uso personale per il pontefice Alessandro VII –, e contenuta nel codice Vat. Chig. G. III 82, f. 1-55 ed e stata parzialmente edita, ma con numerose sviste e significative modifiche testuali, dal padre Antonio Ferrua in appendice al volume Sulla questione del vaso di sangue. Memoria inedita di Giovanni Battista de Rossi, Citta del Vaticano, 1944, p. 99-129.

64 Landucci, oltre ad essere Priore dell’eremo di Lecceto, ne scrisse anche una celebre storia : Sacra Leccetana selva Cioè Origine, e progressi dell’Antico, e Venerabile Eremo e Congregatione di Lecceto In Toscana, Roma, 1657.

65 Cfr. P. Gauchat, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi sive summorum pontificum, S.R.E. cardinalium, ecclesiarum antistitum series e documentis tabularii praesertim vaticani collecta, digesta, edita, volumen quartum, Monasterii, 1935, p. 285.

66 Cfr. Pratica per estrarre li Corpi de’ Santi Martiri da Sagri Cimiteri di Roma, f. 46v-47v ( = A. Ferrua, Sulla questione del vaso di sangue... cit., p. 124-125) : « Inhorridisco, quando fo riflessione a quel tanto ch’e passato fra me, e due Padri di uita esemplare, superiori di due Monasteri di Padri regolari, che se non fra li maggiori, al certo neanche fra li minori Conuenti di Roma si deuon numerare. Q.ti due Religiosi in diuersi tempi pero, ma non e anco trascorso l’anno, che cio successe, mi trouorono nella propria habitatione, significandomi, che essendo stati ricercati con ogni mag.e Instanza da certi Popoli, ad ottenergli un’Corpo Santo, e che hauendo fatto capo ad uno di questi venditori, foss.o stati dal medemo introdotti in una stanza di casa sua, intorno intorno alla quale pero in piana terra, senza alcuna decenza, e decoro vi foss.oammotinate l’ossa, che diceua esser di santi, e spezzatamente, e di corpi interi, e che circa alli Corpi intieri dicesse loro q.to costa 60. scudi, questo 50. quest’altro 30., pero sciegliete, e sodisfateui ; questo modo di negotiare pensauo Io, che solamente s’usasse nelle publiche fiere, quando si tratta di comprare, ò vender alcun Cavallo, Bue, ò Somaro. § 9. Uno di questi superiori di Natione francese a questo trattar diabolico si stomaco, s’atterri, e spauento, e non uolle proseguir piu oltre in simil negotiati ; l’altro, ch’era Toscano, e grandem.te astratto dalle reiterate istanze, che gli ueniuan fatte dalla Patria, di procurar, et ottener onninamente d.o Corpo Santo, si fermò in uno di quelli di 30. scudi, con restringersi però nelle spalle, raccommandandosi, e con esporre, che non haueua tanta moneta, ma che sarebbe arriuato a dar per carità 12. o 15. scudi, e che per l’amor di Dio di compiacesse contentarsi di questi, hebbe per risposta il buon Padre (così constantemente et in verbo sacerdotis m’affermo) Padron mio, e se fossero meno un’baiocco di 30 scudi, non l’hauerete, Giuda il Traditor discepolo del Corpo di Christo uiuo, e uero, al quale era unità la diuinità, si contento di 30. danari che a raggione della moneta corr.tepoteuano ascendere alla Somma di 12. scudi in circa, e questi ingordissimi Avari dell’ossa d’un’Corpo, che Iddio sa, di chi sia, pretendono, e vogliono 30. 40. 50. scudi, e più. Distolsi il Padre da questo indegno traffico, persuadendolo à ricorrere con memoriale alla Somma bontà di N.ro Signore Regnante, almeno per qualche portione di sante reliquie, per sodisfare alla diuotione di chi le domandaua, e fu consolato ».

67 Ibid., f. 48rv ( = A. Ferrua, Sulla questione del vaso di sangue... cit., p. 125) : « Per dar S.E. qualche prouidemento a tanto male, nel far fare la perquisitione in casa di chi hau.a scritta la lettera, fu trouata la stanza mentionata di s.a piena di reliquie, e d’ossa tenute alla peggio in terra, e con gran confusione, e da persona degna di fede mi fu detto, che in d.a Camera ui foss.o anco alcuni pezzi di Prosciutto, ma q.ti pero attaccati al muro ».

68 Ibid., f. 50v-52r ( = A. Ferrua, Sulla questione del vaso di sangue... cit., p. 127-128) : « Qui mi sia lecito, non per calunniare, ma auuertire, chi legge, e per scoprire’l modo, col quale q.ti sagrileghi, e simoniaci Mercanti defraudano la giustitia, contaminano la verita, & ingannano la pieta de’ fedeli. Procurono questi tali d’hauere, et estorcono da chi cio puol concedere qualche Autentica per un’Corpo Santo, e piu, o di qualche parte di diuerse reliquie colla clausola. Cum facultate alteri donandi, in uirtu della quale donano (dicono loro) quel Corpo Santo, o quelle Reliquie a quelli, colli quali sono conuenuti del prezzo, asserendo di poter cio fare, e gle ne fanno stromento In authentica forma per uia di Notaro, il quale solo hauendo la mira a ricevere quei due ò trè testoni, rilascia nelle mani del Donatore, o uenditore l’istessa Autentica, che a.ppo di se dourebbe ritenere, o almeno notarui a tergo, che quel tale habbia dato quel Santo Corpo, o quelle reliquie, non hauendo riguardo, a che ddi Notari, che cio non deuono, ne possono fare, stante la prohibitione espressa, che ne hanno in virtu del Decreto della fel. m. d’Urbano 8.o delli 14 maggio 1624 § 6.o sotto grauissime pene, particolarm.e di scommunica riseruata al Papa, e d’altre ad arbitrio, colla quale Autentica poi ne danno ad altri sotto il medemo nome, come in quella col riguardo solo, che il Corpo, o altre reliquie, non uadino nell’istesso Luogo, e che l’Instromento non sia rogato dal med.o Notaro, non guardandosi q.ti tali d’alterare li sigilli, conformi a che gli torna piu commodo, Et in q.ta maniera con una sola Autentica con d.a cła, danno per diuersi Luoghi più Corpi, ò reliquie da loro cauate, ò rubbate dalli Sagri Cimiteri, ò da Communi sepolture. E pure ultimam.e l’Emin.mo Sig.e Cardinale Vicario Ginetti trouò giuridicam.e che in q.ta maniera erano stati dati molti, e molti corpi, e reliquie. Et Io stesso ho leuato di mano, anco con qualche termine di rigore di uno di q.ti uenditori un’Autentica con d.a cła spedita da un’Monsig. Viceg.te colla quale concedeua ad un’Cavatore, ò soprastante tre Corpi S.ti, e q.to tale poi in uirtù di detta Autentica distribuiua li Corpi, hora sotto nome d’uno de’3. nominati, hora sotto gl’altri, et in questo modo, e con questo Circolo si pensaua di non finir mai, nel por termine alla sua ingorda cupidigia. Che però molto bene si deuono guardare quei Ministri, che hanno l’incombenza di far cauare le sante reliquie ; Primieram.te di non darne per premio, ò pagamento ad alcun’operaio, che sia, e di non spedir mai Authentiche con detta clausola, se non sono persone più che qualificate, che cosi si rimediara a molti disordini, e s’assecurara in coscientia, che per lui non si commettino q.ti sacrilegi ».

69 Su di lui, segretario del tribunale del Vicariato di Roma dal 1700 al 1739, si veda quanto raccolto da D. Rocciolo nella sua Introduzione al volume Della giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma... cit., p. 15-24.

70 Della giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma... cit., p. 115 : « Et inoltre secondo l’ordine di papa Clemente IX, come costa dall’editto del signor card. Marzio Ginnetti sotto li 3 gennaro 1668, nessun notaro o altra persona etiam regostanze lare, ha facoltà di rogarsi o fare istromento, fede, o altra scrittura publica o privata d’estrazione, donazione, consegnazione, traslazione, ne qualsivoglia altra sorte di contratto o scrittura, dove si faccia menzione in qualsivoglia modo di reliquie, senza licenza speciale in scriptis del signor card. vicario sotto pena della perdita degl’ufficii et altre pene etiam corporali, et alli notari, sostituti et altri che contraverranno, di scudi cinquecento ».

71 La pittura, probabilmente sconosciuta al Bosio – che non la incluse pertanto nella Roma sotterranea – ed ai suoi immediati epigoni, fu rivista dal Boldetti nel XVIIIsecolo (cfr. M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri... cit., p. 21) e tornò definitivamente alla luce solo nel 1878 : cfr. G. B. de Rossi, Scavi nelle catacombe romane, specialmente nel cimitero di Domitilla, in Bullettino di Archeologia Cristiana, serie III, anno IV, 1879, p. 91-96, partic. p. 95. Cfr. M. Ghilardi, Gli scavi della Roma sotterranea cristiana, in F. Coarelli (a cura di), Gli scavi di Roma, 1878-1922, Roma, 2004, p. 117-129, partic. p. 117.

72 Diversamente dalla mia proposta di lettura – cioè che il Toccafondo modifico volontariamente l’immagine dell’Adorazione dei Magi –, la storiografia artistica – da Joseph Wilpert (Die Katakombengemälde und ihre alten Copien. Eine ikonographische Studie, Freiburg im Breisgau, 1891, p. 49) a Francis Haskell (History and its images. Art and the interpretation of the past, New Haven-Londra, 1993, p. 107 e fig. 81-84), solo per menzionare gli studiosi piu noti – ha sempre volute vedere in tale disegno l’imperizia dell’artista, che non sarebbe stato capace di riconoscere e riprodurre l’esatta iconografia rappresentata ed avrebbe frainteso il tema scelto in antico.

73 Con il passare degli anni, aumentato enormemente il volume dei traffici illegali di reperti ossei dal suburbio – dove erano ubicate le catacombe – alla citta, i provvedimenti legislativi pontifici si fecero, come i controlli, sempre piu rigidi. Un riflesso evidente si trova in un breve passaggio di un editto barberiniano del 14 maggio del 1624 (cfr. Regesti di bandi editti notificazioni... cit., IV, 14, num. 68) in cui è presente l’esplicita esortazione a tutti i « Portinari, Gabellieri, & altri, che tengono cura di riuedere robbe, che s’introducono dentro la Citta » affinche controllino tutti i contenitori che vengono introdotti a Roma dalle campagne circostanti al fine di verificare, pena l’arresto immediato del proprietario, che non vi siano celate « ossa de’ morti » illegalmente cavate e pronte alla vendita sul fiorente e sempre crescente mercato illecito. Il valore del passo a cui faccio riferimento e gia stato sottolineato da G. Signorotto, Inquisitori e mistici nel Seicento italiano. L’eresia di Santa Pelagia, Bologna, 1989, p. 84, n. 23 e da S. Ditchfield, Liturgy, sanctity and history in Tridentine Italy. Pietro Maria Campi and the preservation of the particular, Cambridge, 1995, p. 89.

74 Cfr. M. Sgarlata, L’epigrafia cristiana nell’età di Cesare Baronio, in P. Tosini (a cura di), Arte e committenza nel Lazio nell’età di Cesare Baronio. Atti del convegno internazionale di studi, Frosinone, Sora, 16-18 maggio 2007, Roma, 2009, p. 49-68, partic. p. 57-60.

75 La segnalazione di tale falsa iscrizione si deve ad A. Nestori, Spigolature epigrafiche, in Rivista di Archeologia Cristiana, 46, 1970, p. 139-147, partic. p. 144-147.

76 Sui formulari funerari delle iscrizioni cristiane di Roma si veda quanto raccolto da J. Janssens, Vita e morte del cristiano negli epitaffi di Roma anteriori al sec. VII, Roma, 1981, p. 65-99.

77 R. Fausti, Nel III centenario della pubblicazione di una insigne opera di romanità : il valore e il merito di Antonio Bosio e della « Roma sotterranea » (1632-1634), in C. Galassi Paluzzi (a cura di), Atti del III Congresso Nazionale di Studi Romani, I-V, Roma, 1935, II, p. 329-335, partic. p. 333.

78 Cfr. A. Ferrua, Introduzione, in Id., Sulla questione del vaso di sangue... cit., X-XI ; cfr. anche Id., Giovanni Zaratino Castellini umanista e raccoglitore d’epigrafi, in La Civiltà Cattolica, 110, 2, 1959, p. 492-501, partic. p. 500-501. Cfr. ancora V. Saxer, La ricerca dei “corpi santi” e le prime esplorazioni nelle catacombe, in Dopo Sisto V. La transizione al Barocco (1590-1630). Atti del Convegno, Roma 18-20 ottobre 1995, Roma, 1997, p. 255-265, partic. p. 262 ; V. Fiocchi Nicolai, San Filippo Neri, le catacombe di San Sebastiano e le origini dell’archeologia cristiana, in M. T. Bonadonna Russo e N. Del Re (a cura di), San Filippo Neri nella realtà romana del XVI secolo. Atti del Convegno di Studio in occasione del IV Centenario della morte di S. Filippo Neri (1595-1995), Roma 11-13 maggio 1995, Roma, 2000, p. 105-130, partic. p. 123 ; e M. Ghilardi, Le catacombe di Roma dal Medioevo... cit., p. 40.

79 Cfr. I. Polverini Fosi, Crescenzi, Giacomo, in Dizionario biografico degli Italiani, 30, Roma, 1984, p. 634-636. Cfr. Anche P. Pirri, L’abbazia di Sant’Eutizio in Val Castoriana presso Norcia e le chiese dipendenti, Roma, 1960, p. 192-207. Un dettagliato ritratto coevo del Crescenzi ci e offerto dalle parole dell’erudito Gian Vittorio Rossi, latinizzato in Iohannes Victor Roscius o Ianus Nicius Erythraeus ; cfr. Pinacotheca Imaginum illustrium doctrinae vel ingenii laude virorum, qui, auctore superstite, diem suum obierunt, I-III, Coloniae Agrippinae, 1645-1648, III, p. 591-594.

80 Cfr. I. Polverini Fosi, Crescenzi, Pier Paolo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 30, Roma, 1984, p. 648-649.

81 Cfr. Pinacotheca Imaginum illustrium doctrinae vel ingenii laude virorum... cit., III, p. 594.

82 Alle pagine 197-201 della Roma sotterranea il Severano pubblico tre grandi tavole, disegnate dallo stesso abate Crescenzi, con vascula vitrea et testacea contenenti capillis, sanguine et cineribus di martiri rinvenuti nel cimitero di Domitilla ; il Severano, curatore postumo dell’opera bosiana, tra parentesi quadre aggiunse : « La forma di questi Vasi non e stata posta dal Bosio, ne si sono trouati detti Vasi doppo la sua morte : pero ci e parso porre in questo luogo il disegno di quelli, che furono trouati nel medesimo Cimiterio quando l’Ill.mo Sig. Abbate Crescentio per ordine della fel. me. Di Gregorio Decimoquinto lo visito, e ne estrasse molti corpi Santi » (p. 197). Cfr. anche ibid., p. 216-217, per due iscrizioni, evidentemente false per via dei formulari e per la presenza in esse del monogramma cristologico – presente sulle epigrafi cristiane, come e noto, solo dall’eta costantiniana –, ma ritenute dal Severano l’una di eta adrianea, e l’altra di eta antonina.

83 Mi sia consentito rimandare a quanto ricostruito in « Si un schertro nun è ttutto, s’arippezza ». Giuseppe Gioachino Belli e le catacombe romane, in M. Ghilardi, Subterranea civitas... cit., p. 103-128, partic. p. 117-128.

84 Cfr. Acta Sanctorum, Junii Tomus V, Venetiis, 1744, p. 155.

Sulla santa, cfr. P. Villette, Deppa, in Bibliotheca Sanctorum, 4, Citta del Vaticano, 1964, col. 575.

85 Cfr. Ex litteris Rdi Patris Ludovici Carlerii datis Tornaci 9 Julii 1612 ad R.P. Cornelium Cornelii, in Analecta Bollandiana, 7, 1888, p. 83-85.

86 Piuttosto che pensare ad un hapax onomastico, riterrei il nome della santa ancora oggi venerata in Belgio un errore, difficile da dire se voluto o meno, del cavatore che, a moi avviso, potrebbe aver male interpretato il testo epigrafico presente sulla lastra di chiusura del defunto. Avrebbe cioe, in pratica, confuso la stereotipata e comunissima formula augurale funeraria paleocristiana depositus o deposita in pace (solitamente abbreviata come d. p. o dep. pa.) per l’elemento nominale del defunto sepolto nel loculo. Sulle iscrizioni del cimitero di Ermete, si veda il dettagliato studio di C. Carletti, Iscrizioni cristiane inedite dal cimitero di Bassilla « ad S. Hermetem », inAtti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, serie III, Memorie in 8o, volume II, Citta del Vaticano, 1976. Sull’epigrafia cristiana dei primi secoli in generale, con particolare riferimento agli elementi onomastici dei formulari, si veda D. Mazzoleni, La produzione epigrafica nelle catacombe romane, in V. Fiocchi Nicolai, F. Bisconti e D. Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma. Origini, sviluppo, apparati decorativi, documentazione epigrafica, Ratisbona, 1998, p. 147-184.

87 Nel 1639, ad esempio, l’agostiniano anconetano Fortunato Scacchi (1575-1643), Sacrista di Urbano VIII, espresse seri dubbi circa l’affidabilita di alcuni segni utilizzati per il riconoscimento dei corpi dei martiri nell’opera De cultu et veneratione Servorum Dei. Liber primus qui est de notis, et signis sanctitatis beatificandorum, et canonizandorum. In quo non tantum de Sanctitate in genere, atque de virtutibus tam Theologalibus, quam Cardinalibus in gradu heroico ad praxim Canonizationis agitu ; sed etiam de quibuscunque alijs argumentis, quae Sanctitatem ad effectum eiusdem indicare possunt, pubblicata a Roma ex typographia Vitalis Mascardi. Le sue osservazioni sono contenute nel cap. II della sectio IX : Quodnam argumentum sanctitatis sumatur à Coemeterijs, & cryptis arenarijs antiquis, p. 664-678.

88 Cfr. U. M. Fasola, Il culto del sangue dei martiri nella Chiesa primitiva e deviazioni devozionistiche nell’epoca della riscoperta delle catacombe, in F. Vattioni (a cura di), Sangue e antropologia nella letteratura cristiana. Atti della settimana di studi del Centro Studi Sanguis Christi, Roma 29 novembre – 4 dicembre 1982, I-III, Roma, 1983, III, p. 1473-1489, partic. p. 1488-1489.

89 L’analisi pù completa, alla quale si rimanda, rimane ad oggi quella del Ferrua (Sulla questione del vaso di sangue... cit.) che riporta anche in appendice – come recita il sottotitolo del volume – una Memoria inedita di Giovanni Battista de Rossi (alle p. 1-54). A proposito del volume curato dal Ferrua – e soprattutto a proposito della Memoria derossiana presuntamente inedita –, mi sia concessa in questa sede una piccolo ma doverosa precisazione che, tuttavia, non intende in alcun modo sminuire l’operato del dottissimo gesuita piemontese. Lo scritto del de Rossi in questione – circostanza gia sfuggita al compilatore della bibliografia generale del sommo archeologo romano : cfr. G. Gatti, Elenco delle opere pubblicate dal Comm. G. B. de Rossi fino all’ottobre 1892, in Album G.B. de Rossi, MDCCCXCII, Roma, 1892, p. 29-73 – era in realta gia stato pubblicato circa ottanta anni prima – de Rossi vivente – in allegato ad uno studio di Domenico Bartolini (cfr. Congregazione particolare dei Sagri Riti con segreto pontificio deputata da Sua Santità per esaminare e definire la questione se veramente i vasi di vetro, e di terra cotta posti fuori o dentro i loculi dei sepolti nei sagri suburbani cimiterj contenghino il sangue dei martiri ; e perciò se debbano ritenersi come segno indubitato di martirio, Roma, 1863, p. 157-222) e di conseguenza, contrariamente a quanto affermato dal Ferrua nell’Introduzione (cfr. p. VII : « Uno scritto dell’immortale De Rossi in materia di archeologia cristiana e di per se una cosa preziosa e degna di essere divulgata a pubblica utilita. Tanto piu quando esso tratti di un soggetto cosi importante e delicato come il presente, per il quale appunto si richiedevano la grande dottrina, la somma probita scientifica e il perfetto sensus ecclesiasticus proprii del De Rossi. Quindi ci parve di non poter meglio commemorare il cinquantesimo anno dalla morte del grande archeologo, che pubblicando questo suo lavoro restato finora inedito. Esso veramente fu composto non per la pubblicita, ma solo per la privata istruzione degli officiali, dei consultori e dei padri della Congregazione dei sacri riti, e cosi si spiega che non sia mai venuto alla luce ; ma al presente, tolte tutte quelle ragioni per cui allora fu tenuto a giacere negli archivi di detta Congregazione, si e stimato bene renderlo di pubblica ragione »), non poteva essere in alcun modo considerato un manoscritto inedito. Dalle parole dello stesso gesuita, inoltre, possiamo comprendere – seppur egli lo affermi solo in maniera molto velata (p. LXIX-LXX, nota 1) – che egli fosse a conoscenza della pubblicazione della relazione derossiana inserita nel volume del Bartolini e non si comprende per quale motivo il religioso piemontese, sempre scrupoloso e scientificamente corretto nelle sue ricerche, abbia voluto in questo caso far apparire il testo come assolutamente inedito.

90 Su di lui, oltre ai brevi profili redatti da G. Bovini, Fabretti, Raffaele, in Enciclopedia Cattolica, 5, Citta del Vaticano, 1950, col. 944 ; e da M. Ceresa, Fabretti, Raffaello, in Dizionario biografico degli Italiani, 43, Roma, 1993, p. 739-742, si veda ora il ricco volume a cura di D. Mazzoleni, Raffaele Fabretti, archeologo ed erudito. Atti della Giornata di Studio, 24 maggio 2003, Citta del Vaticano, 2006.

91 Di tale interessante episodio siamo informati dalle parole dello stesso Fabretti (che pertanto ne e l’unica fonte) che nella sua opera sulle antiche iscrizioni riporta il testo della lettera inviatagli da Leibniz : cfr. Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio, Roma, 1702, p. 556 : Tertiam addo ex physica observatione Clarissimi Viri Godefridi de Leibniz ; qui quamvis à Romana religione alienus, non tamen ita studio partium affectum est, ut sine delectu damnet omnia ea quae nostra orthodoxa Ecclesia à Sanctorum Patrum traditione, fideque historica, longè ante haec deploranda diffidia recepit. Ita, inquam, de hac controversia, Vir doctissimus datis ad me literis judicium tulit. Frustum phyalae vitreae ex Coemeterio Calixti allatae, rubedine tinctum, examinavi nonnihil, ut facilius discerni posset, cujus ea generis esset, & utrum (ut physici hodie loquuntur) ex regno animali, an potius minerali, esset profecta. Et venit mihi in mentem uti solutione salis armeniaci (ut vocant) in aqua communi, ac tentare, an ejus ope aliquid a vitro separari, atque elui posset : id vero subito, & supra spem successit : indeque nata nobis merito suspicio est, sanguineam potiùs materiam esse, quàm terrestrem, seu mineralemquae vi corrosivâ praedita, tanto tempore, altiùs in vitrum fortasse descendisset, nec lixivio tam subitò cessisset. Haec libentiùs incredulis istis obiicio, quò ex Novatorum ipsorum discordia, magis magisque Nostrorum consensui fides accrescat. Il carattere tondo nella citazione e dell’autore.

92 A puro titolo di esempio si pensi – secondo una preziosa testimonianza fornitaci dal gesuita Antonio Maria Lupi – che in quegli anni, grazie alla presenza del « vaso di sangue », dal solo coemeterium Jordanorum sulla via Salaria nova, ed in meno di un anno, furono cavati circa duemila corpi di martiri : cfr. A. M. Lupi, Dissertatio et animadversiones ad nuper inventum Severae martyris Epitaphium, Palermo, 1734, p. 4 : Ditissimum prae reliquis est hoc coemeterium, in quo intra decem vel undecim mensium spatium, ad duo sepulcrorum milia inventa fuere, cruentis vasculis appositis notata.

93 Ad un numero straordinariamente alto di martiri sepolti nei cimiteri romani – addirittura 64 milioni ! – arrivò, nella prima meta del terzo decennio del XVII secolo, un improbabile calcolo dell’oratoriano Gerolamo Bruni : Quae si denuo per centenarium multiplicetur ut fiat quadratum totidem pedum resultabit num. 64.000.000 idest sex centies quadragies centena millia, quod vulgo dicimus sexaginta quattuor milliones (cfr. De coemeteriis, cap. II : Martyres Romae coronatos non solum ad plura centena millia, sed ad incredibilem numerum pervenisse, in A. Ferrua, Sulla questione del vaso di sangue... cit., p. 72). Sul Bruni, nativo di Fermo e convittore a San Giovanni dei Fiorentini, si veda quanto raccolto da A. Cistellini, San Filippo Neri, l’Oratorio e la congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, I-III, Brescia, 1989, ad indicem e in particolare vol. III, p. 1951, 2229, 2263.

94 Per un’ampia panoramica dei lavori svolti dai primi cristiani documentati dalla produzione artistica cimiteriale e soprattutto dall’epigrafia funeraria si rimanda al volume di F. Bisconti, Mestieri nelle catacombe romane. Appunti sul decline dell’iconografia del reale nei cimiteri cristiani di Roma, Citta del Vaticano, 2000.

95 Cfr. Roma sotterranea... cit., p. 433.

96 Sull’argomento mi sia consentito rimandare al mio articolo : Forceps ferreus seu instrumentum ad torquendum martires. La tenaglia del Vaticano tra devozione apologetica e propaganda controriformista, in Miscellanea Bibliothecae Apostolicae Vaticanae, 16, 2009, p. 153-198.

97 Per conoscere più da vicino la figura del padre Gallonio, Bibliotecario presso la Biblioteca Vallicelliana tra il 1593 ed il 1596, si veda quanto raccolto S. Ditchfield, Gallonio, Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 51, Roma, 1998, p. 729-731.

98 Per il Trattato de gli instrumenti di martirio, e delle varie manière di martoriare usate da’ gentili contro christiani, descritte et intagliate in rame e per il De Sanctorum Martyrum cruciatibus si veda quanto ricostruito da G. Finocchiaro, Cesare Baronio e la tipografia dell’Oratorio. Impresa e ideologia, Firenze, 2005, p. 87-91. Per gli aspetti iconografici del trattato si veda ora quanto proposto da O. Mansour, Not Torments, but Delights. Antonio Gallonio’s Trattato de gli Instrumenti di Martirio of 1591 and Its Illustrations, in A. Hopkins e M. Wyke (eds.), Roman bodies. Antiquity to Eighteenth Century, London, 2005, p. 167-183; mentre per le « conoscenze martirologiche » del Gallonio si veda l’importante studio di J. Touber, Articulating pain: martyrology, torture and execution in the works of Antonio Gallonio (1556-1605), in J . F. van Dijkhuizen e K. A. E. Enenkel (a cura di), The sense of suffering. Constructions of physical pain in early modern culture, Leida-Boston, 2009, p. 59-89. Cfr. anche Id., Baronio e Gallonio : le fonti per il sapere martirologico, in L. Gulia, Baronio e le sue fonti... cit., p. 389-409. Sullo stesso tema, del medesimo studioso, in lingua olandese ma con esauriente abstract in lingua inglese (alle p. 285-293), si veda ora la tesi di dottorato discussa alla Rijksuniversiteit Groningen il 25 giugno 2009 dal titolo Emblemen van lijdzaamheid. Recht, geneeskunde en techniek in het hagiografische werk van Antonio Gallonio (1556-1605).

99 Cfr. Descrizione della basilica antica di San Pietro in Vaticano. Codice Barberini latino 2733, edizione e note a cura di R. Niggl, Citta del Vaticano, 1972, p. 279 ( = Vat. Lat. 11988, f. 156v).

100 Cfr. De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura. Pubblicato per la prima volta con introduzione e note dal Dott. D. M. Cerrati, Roma, 1914, p. 103.

101 Vat. Lat. 5409, f. 2r.

102 Antichità di Roma, Napoli vol. 10, c. 146v (Napoli, Biblioteca Nazionale, Ms. XIII.B.10).

103 Cfr. De praecipvis Vrbis Romae sanctioribusq ; basilicis, quas Septem ecclesias uulgo uocant, Liber, Roma, 1570, p. 55.

104 Cfr. De septem urbis ecclesiis una cum earum Reliquijs, Stationibus, & Indulgentijs, Roma, 1575, p. 116.

105 Cfr. Historia delle Stationi di Roma Che si celebrano la Quadragesima ... dove oltre le vite de santi Alle Chiese de quali è Statione, si tratta delle Origini, Fondazioni, Siti, Restaurationi, Ornamenti, Reliquie, & memorie di esse Chiese, antiche e moderne, Roma, 1588, p. 104.

106 Cfr. Martyrologium Romanum, Venezia, 1605, p. 357.

107 Roma sotterranea... cit., p. 21 e 26-27

108 Memorie Sacre delle Sette Chiese di Roma E di altri luoghi, che si trouano per le strade di esse. Parte prima. In cui si tratta Dell’antichità di dette Chiese : di quello ch’era già ne i Siti loro : delle Fabriche, Ornamenti, e Donationi fatte alle medesime : delle Reliquie che vi sono : e della Veneratione, che à quelle hanno hauuto tutte le Nationi del Mondo : particolarmente li Potentati della Christianità ; li sommi Pontefici ; & i Santi, che l’hanno visitate, Roma, 1630, p. 153-154.

109 Cfr. Roma subterranea novissima, I-II, Roma, 1651, I, p. 152-153; I, p. 220-222; II, p. 683-689.

110 Trattato de gli instrumenti di martirio, e delle varie maniere di martoriare... cit., p. 62-69.

111 Per le immagini ispirate all’ungula del Vaticano mi sia perdonato rimandare a M. Ghilardi, Sacrate Grotte, e venerandi horrori. Corpi santi, reliquie e una « singolare assenza » nell’opera del Torrigio, in Francesco Maria Torrigio (1580-1650), San Pietro e le sacre memorie. Atti della Giornata di Studio, Bagnaia (VT) 6 luglio 2007 (in corso di stampa). Sulla produzione artistic ispirata al martirio, rimando anche a quanto da me raccolto in « Volendo la zelante madre nostra che da questi esempii piglino cuore i suoi figli ». Il sangue dei martiri nell’arte della Controriforma, in Studio e insegnamento della storia della Chiesa. Bilanci e prospettive per nuove letture. Atti del Congresso Internazionale di Studi Storici, Roma 17-19 aprile 2008 (in corso di stampa).

112 La grossa tenaglia metallica, lunga ca 60 cm e del peso di 2205 grammi, possiede manici lignei parzialmente conservati (uno lungo cm 8,5, l’altro – preceduto da una fascia in ottone di cm 4 fissata al manico da 4 piccoli chiodi a testa piatta – lungo 10 cm) e sei estremita, tre per lato, acuminate. I due bracci metallici, manici inclusi, sono lunghi 62,5 e 66 cm. Le sei « unghie » – ovvero le estremita appuntite fuse sulle aste metalliche per offendere – sono lunghe 3,5 cm ca ciascuna. Le aste metalliche, di sezione ottagonale all’attacco dei manici e dal perimetro di base di cm 11,5, sono rastremate verso l’alto e si assottigliano – mantenendo la sezione ottagonale – sino ad un perimetro di cm 5 allo snodo, per poi proseguire – d’un sol pezzo – piatte, per un’altezza di cm 2 e uno spessore di ca 1. Il dado ottagonale, alto ca 1 cm ha un diametro di 1,9 cm. L’apertura massima alla bocca della tenaglia e di cm 33, mentre l’apertura massima ai manici e pari a cm 57.

113 Sul culto dei santi nella devozione tridentina si veda ora l’ampia panoramica offerta da S. Ditchfield, Tridentine worship and the cult of saints, in The Cambridge History of Christianity, vol. VI, R. Po-Chia Hsia (ed.), Reform and expansion 1500-1660, Cambridge, 2007, p. 201-224.

114 Sul tema si veda ora la dettagliata e pregevole ricostruzione di D. Julia, L’Église post-tridentine et les reliques. Tradition, controverse et critique (XVIe-XVIIe siècle), in Ph. Boutry, P. A. Fabre, D. Julia (a cura di), Reliques modernes. Cultes et usages chrétiens des corps saints des Réformes aux révolutions, I-II, Parigi, 2009, I, p. 69-120.

115 Tert., Apolog. L 13 = CCL I, 171.

116 Sulla devozione al sangue degli antichi martiri mi sia concesso rimandare al mio recente saggio : Sanguine tumulus madet. Devozione al sangue dei martiri delle catacombe nella prima età moderna, Roma, 2008.

117 Si conoscono, soprattutto da produzioni vascolari attiche o magnogreche o da rilievi funerari o relativi a scene di mestiere – oltre che, ovviamente, da reperti archeologici –, tenaglie antiche. La presenza del dado ottagonale a bloccaggio del perno centrale di snodo attorno al quale ruotavano i bracci delle tenaglie, sottintendendo l’impiego di un utensile tipo « chiave inglese » – oggetto non impiegato in eta antica – denuncia pero inequivocabilmente la modernita del reperto in questione. Per la morfologia e l’utilizzo delle antiche tenaglie si rimanda a quanto raccolto da : H. Blumner, Technologie und terminologie der Gewerbe und Künste bei Griechen und Römern, I-III, Lipsia, 1875-1884, II (1879), p. 192-194 (e fig. 32 a p. 193) ; S. Reinach, forceps, in Dictionnaire des antiquités grecques et romaines d’après les texts et les monuments, a cura di Ch. Daremberg, E. Saglio, I-X, Parigi, 1877-1919, II, 2 (1896), p. 1239-1241 ; Id., forfex, ibid., p. 1241-1243 ; A. Mau, Forceps, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, VI 2, Stuttgart, 1909, col. 2851-2853 ; H. Leclercq, forces, in Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie, a cura di F. Cabrol e H. Leclercq, V, 2, 1923, col. 1874-1875 ; G. Zimmer, Römische Berufsdarstellungen, Berlin, 1982, p. 179-182 ; 184-186 ; 189-195. Si veda pure quanto raccolto da M. Cima, Archeologia del ferro. Sistemi materiali e processi dalle origini alla Rivoluzione Industriale, Torino, 1991, p. 179-194 e da F. Zagari, Il metallo nel Medioevo. Tecniche strutture manufatti, Roma, 2005, p. 64-76. La conclusione qui presentata – la non autenticita della tenaglia, o meglio la sua non possibile datazione all’eta precostantiniana –, pertanto, e solo basata su considerazioni storiche o stilistiche, cioe « esterne » alla struttura fisica dell’oggetto, ben sapendo che tali considerazioni possono rivelarsi talvolta erronee e sono metodologicamente non scientificamente probanti e che solo i moderni sistemi di indagine chimico-fisica possono condurre ad attribuzioni certe ; sull’argomento si vedano le riflessioni di C. Botre, Falsi archeologici e metodi di datazione, in M. Cavallini e G. E. Gigante (a cura di), De Re Metallica dalla produzione alla copia moderna, Roma, 2006, p. 187-226.

118 Su di lui si veda ora quanto raccolto da B. Joassart, Hippolyte Delehaye. Hagiographie critique et modernisme, I-II, Bruxelles, 2000.

119 Cfr. H. Delehaye, Les reliques des saints, in Id., Cinq leçons sur la méthode hagiographique, Bruxelles, 1934, p. 75-116 (la citazione e a p. 116).
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Nota di fine

* M. Boldetti, Osservazioni sopra i Cimiterj de’ santi Martiri ed antichi cristiani di Roma, aggiuntavi la serie di tutti quelli che fino al presente si sono scoperti, e di altri simili, che in varie parti del mondo si trovano, con riflessioni pratiche sopra il culto delle sagre reliquie, Roma, 1720, p. 242-245.
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Marziale
Ottima @alda luisa corsini , vanno lette anche le corpose note a piè di pagina ? Marziale
No... Ve le ho risparmiate nella prima parte ma mi sembrava doveroso ricordare la loro esistenza nella seconda... Come la capisco, gli studiosi con le note vanno a nozze, le usano per scrivere un altro articolo a latere.
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