Si scava nel passato
del regno saudita

07/10/2009

Associated  Press 31 agosto 2009

Gran parte del mondo conosce Petra, le antiche rovine nella moderna Giordania celebrate dai poeti come “la città rossa e rosa”, “antica come la metà del tempo” e che hanno fornito lo sfondo per “Indiana Jones e l’ultima crociata”.

Molti meno, però, conoscono Madain Saleh, un tesoro altrettanto spettacolare costruito dalla stessa civiltà, i Nabatei. Questo perché è in Arabia Saudita,  dove i conservatori sono profondamente ostili ai siti pagani, ebraici e cristiani che precedettero la fondazione dell’islam nel 7 secolo.

Ora però, in un silenzioso  ma notevole cambiamento di corso, il regno ha dato vita a un boom archeologico permettendo ad archeologi sauditi e stranieri di esplorare città e vie commerciali perdute nel deserto.

Le sensibilità cambiano profondamente. In Arabia Saudita gli archeologi venivano  messi in guardia a non parlare dei ritrovamenti preislamici al di fuori della letteratura accademica.  Pochi tesori antichi erano in esposizione, comunque nessuno reperto cristiano o ebraico. Una chiesa del quarto-quinto secolo nell’est dell’Arabia Saudita venne recintata alla sua scoperta accidentale 20 anni fa e la sua esatta collocazione tenuta segreta.

Agli occhi dei conservatori, la terra dove l’islam venne fondato e dove nacque il Profeta Maometto deve rimanere puramente musulmana. L’Arabia Saudita proibisce che croci e chiese siano visibili pubblicamente, e se artefatti non-islamici vengono portati alla luce la notizia deve essere di basso profilo per timore che i sostenitori della linea dura distruggano i reperti.
“Devono essere lasciati nel terreno” ha detto lo Sceicco Mohammed al-Najami, secondo la visione di molti leader religiosi. “Qualsiasi rovina appartenente a non-musulmani non deve essere toccata. Lasciateli in pace, come è stato per migliaia di anni”.   In un’intervista al Najami  ha detto che  cristiani ed ebrei potrebbero  rivendicare alcuni siti  archeologici,   ma   i musulmani  non accetterebbero mai che antichi simboli di altre religioni venissero esposti. “Come potrebbero essere esposte delle croci quando l’islam dice che Cristo non è stato crocefisso?”, ha domandato al-Nujami “Se le esponessimo, sarebbe come riconoscere la crocefissione”.
In passato le autorità saudite proibirono agli archeologi stranieri di fornire aiuto tecnico ai team sauditi.  A partire dal 2000 iniziarono un processo di facilitazione che culminò l’anno scorso (2008) con archeologi americani, europei e sauditi impegnati in nuovi  scavi in siti  che per lungo tempo erano stati poco esplorati, se non per nulla.
Le autorità hanno gradualmente cercato di familiarizzare il pubblico saudita con l’idea dell’esplorazione del passato,  per sviluppare finalmente il turismo.   Dopo anni di chiusura, il sito vecchio di 2000 anni di Madain Saleh è il primo sito saudita riconosciuto dall’UNESCO  come patrimoniodell’umanità,  ed è aperto ai turisti. I media statali  ora menzionano occasionalmente le scoperte, o il poco conosciuto museo delle antichità.
“E’ già un grande cambiamento” ha detto Chriastian Robin, archeologo francese di spicco e  membro del College de France.  Sta lavorando nella regione sudoccidentale del Najran, menzionata nella Bibbia con il nome di Raamah e un tempo centro di regni ebraici e cristiani. Nessun artefatto cristiano è stato trovato a Najran, ha detto.

A guidare il cambiamento è il principe Sultan Bin Salman della famiglia reale, che fu il primo saudita ad andare  nello spazio quando volò sullo Space Shuttle americano Discovery nel 1985.  E’ ora segretario generale della commissione governativa saudita per il turismo e le antichità.
Dhafailah Altalhi, capo del centro di ricerca della commissione saudita per il turismo e le antichità, ha affermato che ci sono 4000 siti registrati di differenti tipi e periodi , e molti  scavi sono di siti pre-islamici.
Trattiamo tutti  i nostri siti allo stesso modo, ha detto Altalhi. “ Sono parte della storia e della cultura del paese e devono essere protetti e sviluppati”.   Ha affermato che gli archeologi sono liberi di ricercare e di discutere le loro scoperte per vie accademiche.
GLi archeologi sono ancora cauti. Molti rifiutano di rilasciare commenti  sul loro lavoro nel regno.

La penisola araba è per gli archeologi un territorio ricco, quasi vergine. Nei tempi preislamici fu punteggiata di piccoli regni e attraversata da rotte carovaniere per il mediterraneo.  Le antiche popolazioni arabe (Nabatei, Lici, Thamudini) interagivano con Assiri e Babilonesi, Greci e Romani. Di loro non si sa quasi niente.
Najran, scoperta negli anni 50, venne invasa circa un secolo dopo la nascita di Maometto da Dhu Nawas, un sovrano del regno di Hymar nel confinante Yemen. Nella vicina Jurash, un sito prima inviolato nelle montagne che guardano al Mar Rosso, una squadra guidata da David Graf dell’Università di Miami ha scoperto una città che data almeno al 500 prima di Cristo.  Lo scavo potrebbe integrare la conoscenza delle strade dell’incenso in quell’area e le interazioni fra i regni della regione.
Una spedizione franco-saudita ha compiuto gli scavi più estesi  a Madain Saleh.  La città, anche conosciuta come al-Hijr, conta più di 130 tombe scavate nelle montagne, a circa 450 miglia da Petra.    Si è  così delimitata  del regno nabateo a sud.
In un significativo ritrovamento del 2000 Althali ha rinvenuto una dedica latina su un muro cittadino restaurato di Madain Saleh,  che onora il secondo imperatore romano Marco Aurelio.

Non si sa di frizioni con i conservatori per gli scavi, in parte perché sono allo stadio iniziale, non sono molto discussi in Arabia Saudita, e non hanno prodotto annunci pubblici  di ritrovamenti cristiani o ebraici.
Ma il precetto di  tenere la terra pura da contaminazioni con altre religioni agisce profondamente su molti Sauditi.  Anche se il sito di Madain Saleh è aperto al turismo, molti Sauditi rifiutano di visitarlo perché il Corano afferma che esso fu distrutto per i suoi peccati.
Gli scavi talora incontrano l’opposizione dei residenti locali che temono che la loro regione diventi conosciuta come “cristiana” o “ebraica”. Essendo l’islam una religione iconoclasta, si sa che per i sostenitori della linea dura anche gli antichi siti islamici dovrebbero essere distrutti per assicurarsi che non diventino oggetto di venerazione. Il museo saudita espone pochi artefatti non musulmani.
Il Museo Nazionale di Ryadh mostra piccole statue pre-islamiche, una maschera d’oro e un ampio modello di tempio pagano.  In alcuni casi si citano statue di donne , ma non sono presenti, probabilmente in ossequio al bando della rappresentazione delle forme femminili nel regno.
Una piccola esibizione all’Università dell’Arabia Saudita di Ryadh espone statue nude di Ercole e di Apollo in bronzo, un inizio di apertura  in un paese dove la nudità è un grande tabù. A cura di Fulvio Miceli

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