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Danilo Quinto

La carità verso i nemici - Danilo Quinto - 27.12.'19

Direttamente dalla Croce deriva il più grande comandamento di Gesù. Difficilissimo da praticare, ma nello stesso tempo meraviglioso da vivere, perchè avvicina l’uomo alla santità e rappresenta la perfetta imitazione di Gesù, che dalla Croce implorò il Padre Suo di perdonare i Suoi carnefici, perchè non sapevano quello che facevano.

Dice il Vangelo (Mt 5,43-48): In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Nella mia vita, questo è accaduto molte volte. Un giorno, un mio caro amico mi disse: «La cosa che più apprezzo della tua testimonianza di conversione, è che tu non porti rancore. Dici delle cose molte dure nei confronti di chi ti ha fatto del male, ma non mostri mai risentimento nei suoi confronti». Lo ringraziai. Mi sembrò una grande attestazione di stima.

Non è stato facile non provare rancore nei confronti di chi – per perseguitarmi – mi ha condotto più volte nei Tribunali, di chi mi ha calunniato, di chi mi ha sottratto lavori che servivano per far sopravvivere la mia famiglia. Non ho provato rancore neanche quando Marco Pannella – alla cui ideologia ho dedicato buona parte della mia vita - mi diede pubblicamente del ladro o testimoniò per un’ora contro di me, scaricandomi addosso tutto il suo livore, in uno dei processi che ho subito. Sapevo che non poteva farne a meno per giustificare i suoi comportamenti persecutori nei miei confronti. Nè nutro rancore per quei cattolici che hanno dedicato il loro sciagurato sostegno all’ideologia radicale, dando il loro assenso alle laute prebende super-milionarie che Radio Radicale percepisce ancora oggi dallo Stato o che sono stati complici, dentro e fuori il Parlamento, di tutte quelle leggi promosse per distruggere i princìpi del diritto naturale. Li ho combattuti e loro mi hanno isolato – raccontandomi nel loro mondo, che evidentemente, per come si comportano, è lontanissimo da quello che propone Gesù e di cui non ho nessuna voglia di far parte, non si può dire la verità - ma ne valeva la pena. Ho provato dolore quando le persone a me più vicine hanno negato il loro aiuto quando gliel’ho chiesto, dimostrandosi più duri dei miei nemici, ma non le ho odiate. Ho pregato per loro e restano sempre nei miei pensieri.

Devo a Dio se questa è stata la mia reazione e se, attraverso la mia sofferenza, ho sentito il mio cuore partecipe delle sofferenze di Suo Figlio. Le ho sentite penetrare nel mio corpo, come la lancia che Gli infilò il costato. Ho offerto per Lui la mia miserevole sofferenza. E’ stato bellissimo. Quando è accaduto, ho toccato il Cielo con un dito. La stessa sensazione che si prova – anche questo mi è accaduto e mi auguro che accada a ciascuno di voi – quando un uomo che riconosci come Santo ti benedice. Vibra tutto il corpo, si solleva letteralmente da terra, ci si avvicina al Cielo. E’ una sensazione che le parole possono solo in parte spiegare. Bisogna vivere questi momenti per comprenderli. Ascoltare con il Rosario tra le mani le condanne penali che vengono pronunciate senza motivo sostanziale contro di te. Essere impotenti nel difendersi. Vedere l’odio che si esprime e che va al di là di quasiasi immaginazione. Dare una carezza – com’è accaduto – ad uno dei tuoi principali e accaniti accusatori e dirgli «Sappi che ti voglio bene. Prego per te. Dì agli altri che provo per loro le stesse cose. Voglio bene anche a loro, nonostante il male che mi avete fatto». Ho letto, allora, lo stupore negli occhi dell’altro, misto ad un ghigno di derisione, di superficialità, ma ho vissuto anche questa prova nella certezza che qualcosa sarebbe un rimasto nella loro anima del gesto di un povero peccatore, che grazie alla forza irresistetibile della Grazia, risponde porgendo un fiore alle bastonate ricevute.

L’animo umano, macchiato dal peccato originale, gode della sofferenza dell’altro. Se ne compiace e se ne nutre. Guai ad alimentare questo godimento con l’odio. La nostra sorte, in questo caso, sarà irrimediabilmente segnata. Sarà la stessa, se non peggiore, di quella dei nostri carnefici. L’insegnamento di Gesù ribalta gli schemi umani. Ci obbliga a guardare al mondo a cui per eredità spirituale apparteniamo, che non è quello che viviamo ora. E’ il mondo della pace vera, dell’amore vero, della dimensione eterna, quella a cui siamo destinati dall’inizio, da quando Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Se ci pensiamo, Dio, con la Sua misericordia, ci ama anche se siamo autori dei peccati più atroci. Ci ama senza alcuna riserva. In eterno. Di fronte a questo comportamento di Dio, noi – poveri Suoi servi inutili – cosa dovremmo fare? Sostituirci al Suo giudizio e amare solo coloro che ci amano? Quali meriti avremmo di fronte a Dio se così ci comportassimo? Se non usassimo carità? Nessuno. Solo Dio ci può dare la forza di usare la carità. Perchè solo Dio è amore infinito, è carità infinita. Scrive Sant’Agostino (discorso 386): «Vi esorto, fratelli, a volgere il vostro impegno alla carità. La divina Scrittura la celebra come bene senza pari. Non si deve pensare che Dio ci comandi di amarci l'un l'altro soltanto perché amiamo chi ci ama; non basta a Dio questo amore vicendevole. Egli ci vuole sospingere ad amare i nostri nemici: ”Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia, pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del vostro Padre celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti”».

Tutto questo non significa affatto perdonare senza condizioni, come vuole il buonismo d’accatto, pronto a diffondere l’eresia che l’uomo debba perdonare in ogni caso le offese ricevute dagli uomini malvagi.

Vediamo perchè, considerando quello che insegna Sant’Agostino nel medesimo brano: «Se chi ti ha offeso e ha peccato contro di te, ti chiede perdono e tu dai il tuo perdono, puoi certamente dire senza timore: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Se non accogli la preghiera rivolta a te, non troverai accolta la tua preghiera; se chiudi a chi bussa, troverai chiusa la porta a cui busserai tu. Dio aprirà a te quando lo supplicherai, se tu avrai aperto con misericordia il tuo cuore a chi pregherà te. Mi rivolgo ora a chi chiede perdono ai suoi fratelli cristiani e non lo riceve. Ripeto che solo chi lo concede può a sua volta pregare con tranquillità; non sarà così invece se uno si sarà comportato con durezza. Dico dunque che non devi aver timore se non hai trovato perdono per una colpa commessa: ti devi rivolgere a Dio stesso, che è Dio tuo e di colui che hai offeso: poiché si tratta di debiti, il servo non potrà esigere il debito che il padrone ha rimesso. Ma può darsi il caso che uno che abbia peccato contro di te non ti chieda perdono e anzi pecchi ancora, per di più adirandosi: in tal caso che cosa devi fare? Lo devi perdonare o no? Se tu non gli dai il tuo perdono, ma perché egli non te lo ha chiesto, puoi recitare la preghiera del Signore con tutta tranquillità, senza sentirti in colpa per non avergli dato il perdono non richiesto. Lui è rimasto con il suo debito che gli viene fatto pagare, certo gli viene fatto pagare. Ma in te ci sia quella carità perfetta che ti fa supplicare per chi non supplica: in questo caso preghi per uno che è in grave pericolo».

«A questo punto», conclude Sant’Agostino, «devi guardare al tuo Maestro e Signore: non è seduto in cattedra, ma appeso al legno della croce, e di lì volge lo sguardo intorno sui Suoi nemici. Dice: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Guarda a Colui che ti è maestro, e poi ascolta anche colui che se ne fece imitatore. Vedi che il Cristo allora domandò il perdono non per chi lo chiedeva a lui, ma per chi lo insultava e lo metteva a morte. Egli era medico, e non abbandonò il malato che, in preda a furia, si scatenava contro di lui. Impara anche tu a dire: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poiché non cercano la salvezza, essi mettono a morte chi li salva. Ma forse ti chiedi quando mai sia in grado di fare anche tu quello che poté fare il Signore. Se però consideri che il Signore ebbe quel comportamento quand'era qui sulla croce, non su in cielo, vedi che non è giustificata la tua domanda. Egli, che è sempre in cielo con il Padre in quanto Dio, in quanto uomo è stato per te sulla croce, da cui offrirsi a tutti come modello da imitare. Per te fece risuonare quelle parole in modo che tutti udissero; se avesse pregato per quelli in silenzio, tu non avresti avuto in lui l'esempio. Se poi l'esempio del Signore è troppo alto per te, non deve esserlo l'esempio del suo servo. Se non riesci ad imitare il tuo Signore crocifisso, guarda al suo servo Stefano lapidato; si rivolge al Signore come suo fedele: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, e poi inginocchiandosi aggiunge: “Signore, non tener conto del loro peccato”, e dopo queste parole si addormenta nel riposo dell'amore. Egli trovò la pace più piena perché chiese la pace per i suoi nemici. Anch'egli non domandò il perdono per chi lo domandava a lui, ma per quelli che infierivano contro di lui lapidandolo e lo facevano morire. In lui tu hai l'esempio da cui imparare. Fa attenzione: pregò per sé in posizione eretta, mentre si piegò in ginocchio pregando per quelli. Non pensiamo, fratelli, che egli abbia fatto così perché amasse quelli più di se stesso. Per sé pregava eretto in piedi in quanto era giusto e poteva ottenere facilmente di essere esaudito; pregando per quegli iniqui, doveva invece piegarsi in ginocchio. Egli dunque mostrò che l'amore va esteso anche ai nemici che non chiedono perdono. Per recitare dunque con tutta sicurezza la preghiera insegnataci dal Signore, dovete, fratelli, perdonare di cuore chi vi chiede perdono; avrete così la sicurezza che il Signore rimetta a voi i vostri peccati in questa vita mortale e nella vita eterna futura».

Grandi parole, grande insegnamento, grande speranza per tutti coloro che vivono nel timore di Dio e nel desiderio di vederLo, un giorno, nella bellezza del Paradiso.

Danilo Quinto

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