Clicks204

UN VIAGGIO NELLA ROMA CRISTIANA DEL II SECOLO Un racconto storico

di Enrico Cattaneo in

laciviltacattolica.it/…olo/un-viaggio-nella-roma-cristiana-del-ii-secolo/

Il racconto si svolge nella Roma cristiana della metà del II secolo, che pur rappresentando ancora una sparuta minoranza, si presenta come un crogiuolo di idee e di persone. Vi ha aperto una sua scuola il filosofo Giustino, originario della Samaria (odierna Cisgiordania), poi martire (circa 65). Vi è sbarcato dal Ponto (odierna Turchia) l’armatore Marcione, generoso benefattore della Chiesa, poi cacciato per il suo radicale antigiudaismo. Vi attira adepti l’egiziano Valentino, con le sue teorie gnostiche, mai fatte proprie dalla Chiesa. In questo contesto, l’ottuagenario Policarpo, vescovo di Smirne (odierna Turchia), fa una visita a Roma, incontrandosi con il papa Aniceto (originario di Homs, in Siria), per discutere la questione della Pasqua. Rimangono le divergenze, ma si rafforza la comunione. Tutto questo è presentato qui in una forma narrativa piacevole e istruttiva.

In una fresca mattinata di primavera del 17° anno dell’impero di Antonino Pio[1], nel porto di Ostia attraccò una grossa nave proveniente dall’Asia Minore. L’armatore era un certo Flavius Zeuxis, un veterano di quel tratto di mare[2]. La nave era partita da Smirne all’inizio dell’apertura ufficiale dei mari, dopo la pausa invernale, e aveva fatto scalo a Efeso, imbarcando molte mercanzie e alti funzionari. Attraversato il Capo Malia del Peloponneso e il Mar Ionio, era approdata a Reggio, e dopo due giorni aveva preso la direzione di Ostia. Fino a qualche anno prima, le grosse navi dirette a Roma facevano scalo a Pozzuoli, ma Traiano aveva fatto sistemare il porto di Ostia, rendendolo il vero porto dell’Urbe[3]. Tra i numerosi passeggeri scesi dalla nave, si notava un piccolo gruppo di persone, che accompagnavano un venerando vecchio dalla barba e dai capelli bianchi. Qualcuno li stava aspettando: «Benvenuto a te, padre Policarpo, e siate benvenuti anche voi, fratelli!», disse uno di loro. «Mi chiamo Eleuterio, sono diacono del vescovo Aniceto, e qui con me c’è il presbitero Sotero»[4].

«Pace a voi! – rispose Policarpo – È venuto con noi anche il giovane Ireneo[5], che vuole fermarsi a Roma per seguire i corsi del filosofo Giustino[6]».

«Benvenuto, Ireneo – disse Sotero –; qui si parla molto bene di questo Giustino. Viene anche lui dall’oriente e ha aperto da qualche anno una scuola filosofica dove impartisce gratuitamente gli insegnamenti di Cristo, ma in maniera ragionata, come sa fare un filosofo. Ma diteci, come è stato il viaggio?».

«Un po’ lungo – rispose Ireneo –, ma senza grossi inconvenienti. Eravamo ansiosi di giungere nella Città che ha visto il martirio degli apostoli Pietro e Paolo, e anche del nostro amato Ignazio[7]».

«Oh, sì, il vescovo di Antiochia ci ha lasciato una bella testimonianza di fede e di amore[8]. Qui tra i fratelli ci sono diversi che l’hanno conosciuto. Si dice pure che alcuni, che avevano delle entrature nel palazzo imperiale, avessero cercato di fargli togliere l’imputazione di lesa maestà, in quanto assolutamente infondata, ma lui non volle sentirne parlare: “Voglio essere imitatore della passione del mio Signore!”, diceva. Ma ora basta con i saluti. Abbiamo predisposto una piccola carrozza per il padre Policarpo e per chi è un po’ affaticato. Gli altri seguiranno a piedi, la strada non è molta; entro sera saremo in città».

Assieme a Policarpo, presero posto nella carrozza il presbitero Sotero, il diacono Eleuterio, e anche il giovane Ireneo.

«Siamo contenti che tu sia venuto, padre – disse Sotero quando si furono sistemati nella carrozza –, ti aspettavamo, sebbene sapessimo della tua età avanzata. Avevamo bisogno della tua presenza. Ci sono parecchi problemi nelle nostre comunità. Ultimamente sono successi alcuni inconvenienti in occasione della Pasqua. Tu sai che i greci, soprattutto quelli dell’Asia Minore, sono numerosi qui a Roma, che per loro è anche un punto di passaggio verso la Gallia e la Spagna. Fin dalle origini, essi sono stati attaccati alle loro tradizioni, che si rifanno, come tu ben sai, all’apostolo Giovanni».

«Oh, sì – interruppe Policarpo –, io ho avuto la grazia di conoscere Giovanni, il discepolo amato dal Signore, mentre si trovava a Efeso. Ero avido di ascoltare la sua parola, quando ci annunciava Gesù, il Verbo della vita, i suoi insegnamenti, i suoi miracoli. Fu lui a impormi le mani come vescovo di Smirne. Ma, scusa se ti ho interrotto. Prosegui, caro fratello».

«Dicevo – riprese Sotero – che a Roma i nostri fratelli capiscono quasi tutti il greco, e molti anche lo parlano, ma hanno tradizioni diverse da quelli che vengono dall’Asia Minore. Finora c’era stata sempre una buona intesa tra noi e loro, anche perché gli anziani delle varie comunità si incontrano regolarmente, cercano di risolvere insieme i problemi che ci sono. L’anno scorso, dopo la morte del vescovo Pio, noi presbiteri di Roma, dopo aver sentito i diaconi e il popolo, abbiamo proposto Aniceto come suo successore. Egli ha ricevuto l’imposizione delle mani da tre vescovi presenti e ha dovuto subito affrontare gravi questioni».

«Ah, ne ho sentito parlare – disse Policarpo –, ma ditemi qualcosa di più su di lui».

«È certamente un bravo presbitero – rispose Sotero –. È originario di Emesa, in Siria, ma è venuto a Roma fin da giovane, come precettore per i figli di un ufficiale romano. Conobbe i cristiani, e chiese il battesimo. I fratelli allora lo riscattarono, e lui si dedicò ai bisogni della comunità, specialmente dei più poveri. Viste le sue doti, fu fatto presbitero e ora è a capo del presbiterio».

«Sarà un piacere per me incontrarlo – disse Policarpo –, anche per conoscere meglio questa illustre Chiesa di Roma, che conserva le memorie di Pietro e di Paolo. Pure per questo sono venuto, per visitare le loro tombe».

«In effetti – osservò Eleuterio – ci sono molti pellegrini che vengono da tutte le parti per venerare i due apostoli. Abbiamo adibito uno spazio fuori città sulla via Appia per accogliere questi pellegrini, perché nelle necropoli non è possibile fare assembramenti»[9].

«Ma ora ditemi – intervenne Policarpo –: che cosa è successo con Aniceto?».

«È stato all’ultima Pasqua – rispose Sotero –. Come tu sai, molti seguono quella tradizione che tu stesso osservi e che avete ricevuto dall’apostolo Giovanni, e cioè che la Pasqua della nostra salvezza va celebrata il 14 di Nisan, quando Gesù morì sulla croce come il vero agnello immolato. Ora il 14 della luna può cadere in un qualsiasi giorno della settimana. Anche i fratelli romani seguono il calendario giudaico, ma loro dicono che non è bene celebrare la Pasqua al di fuori della domenica, giorno della risurrezione del Signore. Quest’anno è successo che il 14 è capitato un mercoledì, e quindi in quella notte c’era chi aveva fatto la veglia pasquale, interrompendo il digiuno e inaugurando così la festa. I fratelli romani invece hanno continuato il digiuno fino al sabato sera, e solo allora hanno fatto la loro veglia, celebrando l’Eucaristia all’alba della domenica. In seguito a ciò, alcuni sono andati a protestare con Aniceto, dicendo che non era conveniente questa differenza di pratiche per una festa così importante, tanto più che in questo modo noi cristiani veniamo derisi dai pagani. Aniceto si convinse che era bene cambiare, ragion per cui fece sapere a tutte le comunità di Roma che l’anno successivo la Pasqua si sarebbe dovuta celebrare da tutti solo la domenica. La comunità dei greci rimase costernata, ma, per non rompere la comunione, chiese che potesse venire una delegazione da Efeso o da Smirne, in modo da trattare con Aniceto, e spiegargli bene perché non possono recedere dalla loro tradizione. E siamo contenti che tu abbia accettato di venire».

Policarpo ascoltò pensieroso. Ormai aveva più di ottant’anni, e sempre nella sua Chiesa di Smirne, come in tutte quelle dell’Asia Minore, si era seguita quella tradizione della Pasqua il 14 del mese. Ricordò le parole dell’apostolo Giovanni, di cui era stato discepolo nei suoi ultimi anni: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate»[10].

«Non vi preoccupate – rispose allora Policarpo –, piuttosto perseveriamo nella preghiera e nell’amore fraterno». Poi aggiunse: «Ma ditemi, quali sono i rapporti di voi cristiani con la gente e con le autorità?».

«Anche se siamo solo qualche centinaio – rispose Eleuterio –, tuttavia siamo ben conosciuti. Tutti sanno che ci teniamo a essere chiamati “cristiani”[11], ma tra la gente circolano ancora voci calunniose, secondo le quali noi ci nutriremmo di carne umana e organizzeremmo dei banchetti alla sera, per poi spegnere le luci e avvoltolarci in rapporti illeciti[12]. Gli intellettuali poi ci accusano di essere “atei”, perché non abbiamo un tempio per il nostro Dio, non partecipiamo ai culti pubblici, e poi insegniamo cose assurde, come la risurrezione dei morti[13]. A parte questo, abbiamo una vita abbastanza tranquilla, le autorità ci lasciano in pace. Però basta che qualcuno ci denunci, e allora i magistrati sono costretti a intervenire, in forza di una norma emanata da Nerone e poi convalidata da Traiano, secondo la quale, se qualcuno viene denunciato come “cristiano” (non come ladro, od omicida, o truffatore, ma solo come “cristiano”), questo è sufficiente per incorrere nella pena di morte. Ne sapete qualcosa anche voi, da quello che è accaduto nella attigua Bitinia al tempo di Traiano[14]. Grazie a Dio, ora siamo in un momento tranquillo, la gente ha altro a cui pensare. Piuttosto, è dall’interno che ci vengono difficoltà».

«È proprio vero, mio caro Eleuterio – intervenne Policarpo –, dobbiamo vigilare perché anche tra noi possono entrare dei lupi rapaci travestiti da agnelli, con lo scopo di attirare discepoli dietro di sé»[15].

«È appunto quello che è successo tra noi – osservò Sotero –. Infatti, qualche anno fa è arrivato a Roma dall’Egitto un certo Valentino, una persona colta, che disse di aver ricevuto il battesimo e ci fece una buona impressione. Veniva alle nostre assemblee, ascoltava le parole del vescovo, ma poi in privato lo criticava, dicendo che seguiva le Scritture troppo alla lettera. Bisogna sapere, diceva, che le Scritture usano un linguaggio simbolico e che i simboli vanno interpretati. Così aveva attirato attorno a sé alcuni dei nostri, amanti delle lettere, e molte donne altolocate, e in questo gruppo diffondeva i suoi insegnamenti. Diceva che solo chi ha la gnosis, cioè la vera conoscenza, si salva, e la vera conoscenza delle Scritture ce l’hanno solo gli spirituali. Questi disprezzano gli altri cristiani, giudicandoli come dei sempliciotti; insegnano, tra l’altro, che la passione di Cristo è stata solo una messa in scena, e che la risurrezione è un fatto spirituale, non fisico, e che per gli spirituali essa è già avvenuta. Queste dottrine attirano molti, ma a noi sembrano in netto contrasto con la tradizione ricevuta dagli apostoli»[16].

«Caro Sotero – disse allora Policarpo –, come discepoli di Gesù dobbiamo stare lontani dall’ira, dalla parzialità, non dobbiamo essere rigidi nel giudicare, ma dobbiamo anche evitare gli scandali e tenerci lontani dai falsi fratelli. Chi sono i falsi fratelli? Chiunque non confessa che Cristo è venuto nella carne, è un falso fratello; chi rifiuta la testimonianza della croce, è un falso fratello; chi piega le parole del Signore secondo i propri desideri, è un falso fratello; chi nega la risurrezione e il giudizio, è un falso fratello»[17].

Sotero ed Eleuterio annuirono. Nel frattempo la comitiva era arrivata alla vista di Roma. A quel tempo l’Urbe era nella sua massima espansione e contava circa un milione e mezzo di abitanti. Era una città cosmopolita e caotica. Vi era una consistente colonia ebraica, presente a Roma da almeno duecento anni.

«Quanti siete voi cristiani – intervenne Ireneo –, e come siete organizzati?».

«Non ci interessa il numero – rispose Sotero –, ma essere sale della terra, come ha detto Gesù; e se il sale diventa scipito, con che cosa si salerà?[18]. Ma parla tu, Eleuterio, che come diacono conosci meglio la parte organizzativa, che pure ci vuole».

«Roma è una grande città – intervenne Eleuterio – e non c’è uno spazio unico che possa contenere tutti i fratelli. Perciò ci riuniamo in abitazioni private, adattate in modo che possano accogliere molte persone. Abbiamo suddiviso la città in sette circoscrizioni, ognuna delle quali ha la sua casa-ekklesia, con il nome segnato su una tavoletta (titulus) posta vicino alla porta d’ingresso. La casa-ekklesìa dei greci si chiama Anastasia, nella prima circoscrizione. Ma poi abbiamo quella lasciataci dal caro Clemente[19], e quella del tribuno Quirino, la cui figlia Balbina[20], che soffriva di tiroidite, fu guarita per le preghiere del vescovo Alessandro[21]. C’è anche la casa lasciata dal senatore Pudente, dove si dice che si siano incontrati Pietro e Paolo[22]. Ma adesso parla tu, Sotero, del vostro presbiterio».

«È superfluo spiegare a voi quello che sapete meglio di noi – osservò Sotero –, e cioè che ogni casa-ekklesia ha degli “anziani” o “presbiteri” come responsabili, sul modello delle sinagoghe giudaiche. Questi “presbiteri” formano un collegio, che ha un suo presidente, un “sovrintendente” generale, che chiamiamo alla greca episkopos. Non vi stupite se il nostro linguaggio ecclesiastico parla greco, perché l’abbiamo importato da voi. Ogni circoscrizione ha poi un amministratore detto diàkonos. Noi a Roma ne abbiamo sette, e ci teniamo a mantenere questo numero in ossequio ai primi sette diaconi istituiti dagli apostoli»[23].

«Sappiamo – disse Ireneo – che voi romani avete molto senso pratico. Ci piacerebbe sapere come vi siete organizzati con quelli che chiedono di entrare nella Chiesa, perché ho l’impressione che altrove si facciano le cose un po’ troppo in fretta».

«È vero – prese la parola Sotero – che noi romani amiamo l’ordine, non ci piace la confusione, ma non so se il nostro modello possa essere applicato dappertutto».

«Diteci pure come fate, senza paura – disse Ireneo –, perché possiamo sempre imparare».

«Anzitutto – riprese Sotero – non si entra a far parte della ekklesìa immediatamente, ma dopo un periodo di istruzione, che noi abbiamo fissato in tre anni. Infatti, ci siamo resi conto che molti non perseverano e ricadono facilmente nei precedenti peccati[24]. Non solo si deve conoscere bene la nostra dottrina, ma si deve anche mostrare con la vita che si è pronti a una vera conversione, cioè a essere sempre onesti, a non rubare, a non ammazzare, a non commettere adulterio, a non vendere i bambini, a rispettare sempre le donne. Quelli che sono pronti, in un giorno speciale dell’anno li conduciamo in una sala a parte, dove abbiamo situato una piccola vasca con acqua, e lì li immergiamo, dopo che si sono spogliati, segno che hanno abbandonato il vecchio uomo, professando di credere nel nome di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Sapete bene che questo rito si chiama “battesimo”, perché è una “immersione” nell’acqua che produce una nuova nascita, nello Spirito».

«Prosegui, Sotero – disse Ireneo –, mi interessa molto».

«Allora questi “nuovi nati” li rivestiamo con una veste bianca e li conduciamo nel salone dove sono già riuniti tutti gli altri fratelli. Dovreste sentire come vengono accolti, con quali grida di gioia, con quali acclamazioni! È la madre-Chiesa che ha generato nuovi figli! Così iniziamo le preghiere con molto fervore, per noi, per i nuovi battezzati, per tutti, perché tutti possano giungere alla salvezza eterna. Terminate le preghiere, ci salutiamo vicendevolmente con un bacio santo. Allora vengono portati pane e vino, con acqua, e colui che presiede innalza una lunga azione di grazie al Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo, terminata la quale tutti esprimono il loro accordo dicendo: Amen! Penso che anche voi abbiate conservato questa parole ebraica che significa “così sia”. Poi si distribuisce l’Eucaristia, e i diaconi la portano anche agli assenti»[25].

«Scusa se intervengo – disse allora Policarpo –, noi usiamo fare i battesimi solo nella notte di Pasqua, tranne che in caso di necessità, mentre l’Eucaristia la celebriamo ogni domenica. Voi come fate?».

«Anche noi i battesimi solenni li diamo solo nella veglia pasquale, ma l’Eucaristia cerchiamo di celebrarla ogni giorno, perché il Signore, nella preghiera che ci ha insegnato, ci ha detto di chiedere il “nostro pane quotidiano”, e non possiamo vivere senza questo pane».

Policarpo e i suoi compagni rimasero ammirati per questa frequenza eucaristica.

«Inoltre – proseguì Sotero – abbiamo istituito l’ufficio di “lettori”, persone appositamente preparate perché possano proclamare in modo degno le sacre Scritture. Stiamo pensando anche ad altri uffici, come quello degli accoliti e degli ostiari, il tutto affinché nelle nostre assemblee si proceda sempre con ordine»[26].

«C’è anche un’altra cosa importante – intervenne Eleuterio –, ed è che abbiamo istituito una cassa comune per soccorrere gli orfani, le vedove, quelli che sono nell’indigenza a causa della malattia, così come per i prigionieri e gli stranieri di passaggio. Quando ci riuniamo per l’Eucaristia, ciascuno dà liberamente quello che può, e quanto viene raccolto diventa un bene della comunità, affidato al vescovo per la gestione[27]. A volte vengono soccorsi anche fratelli di altre città, specialmente quelli condannati nelle miniere»[28].

Gli ospiti smirnioti rimasero ammirati per questo esempio di carità della Chiesa di Roma.

«Scusa, Sotero – intervenne Ireneo –, hai parlato prima delle sacre Scritture. In Asia Minore abbiamo notizia di un certo Marcione, un armatore del Ponto, che si occupa tra l’altro del commercio di pergamene, fatte proprio a Pergamo, una città non lontana da Smirne. Abbiamo saputo che è venuto a Roma e si è unito alla Chiesa. Ma poi che ne è stato?»[29].

«Tocchi un tasto dolente, caro Ireneo – rispose Sotero –. Questo Marcione è stato generoso con la Chiesa, donando una grossa somma per la cassa comune. Ma poi si è messo a criticare la nostra dottrina, rimproverandoci di essere ancora troppo attaccati al giudaismo. Ci ricordava che Gesù aveva detto: “Vino nuovo in otri nuovi”: il vino nuovo è il Vangelo della misericordia, quello predicato da Gesù, e quindi, diceva, basta con il giudaismo, basta con l’Antico Testamento, che presenta un Dio tutto giustizia, un Dio che punisce senza remissione, mentre il Dio rivelato da Gesù è un Dio che salva, e quindi non ha nulla a che fare con il Dio dell’Antico Testamento. In altre parole, secondo Marcione noi dovremmo lasciare ai giudei le loro Scritture; e quanto ai testi che circolano tra noi cristiani, dovremmo scartarli tutti, tranne il Vangelo di Luca e le lettere autentiche dell’apostolo Paolo. Sosteneva infatti che quelle Scritture, che noi chiamiamo Nuovo Testamento, sono state interpolate da giudaizzanti, e di conseguenza si era proposto di farne una nuova edizione, purificata da tutte quelle incrostazioni. Purtroppo, molti sono stati attratti dalla sua dottrina, e allora circa nove anni fa i presbiteri si sono riuniti, hanno esaminato la cosa e hanno fatto sapere a Marcione che il suo insegnamento non era conforme a quello ricevuto dagli apostoli. Ci rispose orgogliosamente che per lui l’unico vero apostolo era Paolo; che Pietro era stato rimproverato da Paolo per il suo attaccamento al giudaismo; e che andassimo a leggere bene la lettera ai Galati, dove Paolo dice apertamente che Cristo ci ha liberati dalla schiavitù della legge. In quella occasione, per tener testa ai suoi argomenti, noi pensammo di chiedere l’aiuto al filosofo Giustino, che di fatto confutò, una a una, tutte le obiezioni di Marcione[30]. Questi però non si diede per vinto e noi allora, vista la sua ostinazione, lo abbiamo cacciato dalla Chiesa. E lui, invece di pentirsi, dato che aveva un notevole seguito, organizzò una sua chiesa parallela, con presbiteri e vescovi. Che Dio abbia misericordia di lui! Ma pare che adesso abbia lasciato Roma».

«Veramente è una triste storia – commentò Ireneo –, ma ora che stiamo per entrare in città, ci puoi dire dove andremo ad alloggiare?».

«Abbiamo prima preparato una sorpresa per voi – disse Eleuterio –. Faremo adesso una piccola sosta, perché siamo sulla via Ostiense, nelle vicinanze della tomba dell’apostolo Paolo. Nella necropoli c’è solo un piccolo cippo che ricorda dove giacciono le sue ossa. Appena possibile, vorremmo porle in un sarcofago, perché siano meglio conservate. Più avanti, c’è anche il luogo ad aquas Salvias, dove fu decapitato, in quanto cittadino romano»[31].

«Sarà per noi una grande gioia fermarci in preghiera presso l’apostolo Paolo – disse Policarpo –. Spero che si siano conservate anche le sue catene, che sono come i diademi di coloro che sono stati eletti da Dio e dal Signore nostro»[32]. Tutta la comitiva sostò in intensa preghiera nel ricordo di un così grande testimone della fede e dell’amore per il Signore Gesù.

Entrati in città, i nostri visitatori furono colpiti dal trambusto, dal via vai di gente. Ormai il giorno stava finendo.

«Vi abbiamo preparato un alloggio sull’Aventino – disse Eleuterio –, dove c’è anche la casa del vescovo Aniceto. Potevamo anche portarvi a Trastevere, ma quel quartiere è troppo affollato; sull’Aventino starete più tranquilli».

L’indomani ci fu l’incontro previsto con il vescovo Aniceto. Questi accolse affabilmente gli ospiti: «Sono stato informato del vostro arrivo – disse –, e anche del motivo principale che vi ha portato qui. Ma ora sono desideroso di ascoltare le vostre parole».

«Caro fratello – iniziò Policarpo –, ho saputo del dissidio che c’è stato tra voi a motivo della Pasqua. Tu sai che, per celebrare la risurrezione del Signore, abbiamo tutte le domeniche a nostra disposizione, ma la Pasqua viene solo una volta all’anno, e in questa occasione dobbiamo essere fedeli nel ricordare il giorno della passione del Signore, che era il 14 di Nisan. È con la sua passione che siamo stati salvati. È questa la nostra tradizione».

«Lo sappiamo bene – rispose Aniceto –, ma l’apostolo Pietro ci ha detto che siamo stati rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, e questa è avvenuta il primo giorno dopo il sabato. Per questo noi celebriamo la Pasqua di domenica».

«Capisco – soggiunse Policarpo –, ma noi non possiamo abbandonare la tradizione lasciataci dall’apostolo Giovanni».

«Va bene – riprese Aniceto –, non dobbiamo per questo farci guerra. La diversità delle usanze conferma l’unità della fede[33]. È questo che conta. Ma ora venite, vi voglio portare proprio sulla tomba dell’apostolo Pietro, in Vaticano».

«Anche per questo sono venuto – disse Policarpo con entusiasmo –. Andiamo a pregare il primo degli apostoli».

Passando per il Ponte di Nerone, i pellegrini presero la Via Trionfale, che portava a una zona adibita a necropoli[34].

«È qui che c’è la tomba di Pietro, da poco risistemata», disse Aniceto, mostrando a Policarpo una piccola edicola, formata da due colonnine sulle quali era posata una tavola marmorea[35].

«Qui celebriamo i santi misteri, nel ricordo del nostro primo grande pastore, l’apostolo Pietro, che dalla lontana Galilea e da Gerusalemme arrivò fin qui, al tempo dell’imperatore Nerone. Essendo Pietro uno dei notabili, a lui fu riservata una parvenza di processo e l’esecuzione tramite crocifissione. I discepoli ottennero di riavere il suo corpo, che seppellirono proprio qui».

Policarpo si fermò in preghiera, dicendo sottovoce: «Ti benedico, Signore Dio onnipotente, Padre dell’amato e benedetto Figlio tuo Gesù Cristo, per questo giorno e per questa ora: possa io prendere parte al numero dei tuoi martiri, per la risurrezione nell’incorruttibilità dello Spirito Santo»[36]. Per Policarpo, Ireneo e gli altri smirnioti quelli furono momenti di intensa commozione, stando presso la tomba dell’apostolo. «Amen!», confermò Aniceto; e aggiunse: «Ora vieni, ti voglio far vedere il circo di Nerone, dove i nostri primi fratelli furono martirizzati[37]. Si trova qui vicino, ma è ormai quasi completamente abbandonato. Vi si erige ancora nel mezzo un grande obelisco egizio, fatto portare da Caligola[38]».

Tornati in città, Aniceto fece una proposta a Policarpo: «Caro fratello, domani è il giorno del Signore, e tu sarai ancora con noi. Facci l’onore di presiedere alla nostra Eucaristia».

«Volentieri – rispose Policarpo –. Sarà per me un privilegio poter rendere grazie a Dio con voi, e glorificarlo per mezzo dell’eterno e celeste sommo sacerdote, Gesù Cristo, per mezzo del quale abbiamo ricevuto la vera conoscenza di Dio».

Quando tutta l’ekklesìa fu riunita, dopo che il lettore ebbe proclamato i passi dei profeti e degli apostoli, Policarpo prese la parola: «Vi dico queste cose, fratelli, non di mia iniziativa, ma perché me lo avete chiesto. La fede è madre di tutti noi, la segue la speranza e la precede la carità, verso Dio, verso Cristo e verso il prossimo. Chi sta in mezzo ad esse ha adempiuto il comandamento della giustizia, poiché chi ha l’amore è lontano da ogni peccato. Tenetevi staccati dall’avidità, che è principio di ogni male. Sapendo che non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure abbiamo qualcosa da portare via, armiamoci con le armi della giustizia e impariamo a camminare nel comandamento del Signore»[39].

Tutti risposero: «Amen! Sia benedetto Dio per le tue parole!».

Terminata l’assemblea, alcune persone si avvicinarono a Policarpo: «Padre – dissero –, ti abbiamo ascoltato, hai toccato il nostro cuore e illuminato la nostra mente. Siamo aderenti di Valentino e di Marcione, ma abbiamo capito che non possiamo salvarci se ci allontaniamo da quell’unica verità che la Chiesa ha ricevuto dagli apostoli[40]. Intercedi presso il vescovo Aniceto perché ci riaccolga nella Chiesa cattolica».

Policarpo li abbracciò e disse: «Perseverate in queste vostre disposizioni e seguite l’esempio del Signore, saldi nella fede e immutabili, amanti della fratellanza, avendo affetto l’uno per l’altro, uniti nella verità, avendo reciproca cura nella mitezza del Signore, senza disprezzo per nessuno»[41].

Il giorno dopo, molti fratelli accompagnarono Policarpo alla nave, tristi per non poter godere più della sua presenza. Come previsto, il giovane Ireneo rimase in città, non senza aver versato molte lacrime nelle braccia del suo venerato maestro e padre Policarpo, pensando che non avrebbe più rivisto il suo volto.

***

[1]. Antonino Pio è stato imperatore dal 138 al 161. Siamo nel 154 d.C.

[2]. Cfr P. Lampe, From Paulus to Valentinus. Christians at Rome in the First Two Centuries, Minneapolis, Fortress Press, 2003, 158.

[3]. Il Porto di Traiano fu progettato per riutilizzare le banchine del Porto di Claudio, non più sufficiente. Traiano fece aggiungere a queste strutture un bacino esagonale di 33 ettari, grandiosa opera ingegneristica che moltiplicava i punti d’attracco per le navi. Inoltre l’imperatore fece scavare vari canali per consentire lo sfogo delle piene verso il mare, liberando Roma dal flagello delle inondazioni. In breve tempo lo scalo superò per importanza Pozzuoli, anche grazie al collegamento diretto con Roma assicurato dalla via Portuense.

[4]. Aniceto, originario della Siria (città di Emesa, odierna Homs), succedette a Pio nell’episcopato (153-167 circa). Il suo incontro con Policarpo è riportato da Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica IV, 11-14, il quale non fa che riprendere Ireneo, Contro le eresie III, 3,4. Ad Aniceto successe Sotero (167-177 circa) e a Sotero successe Eleuterio (177-189 circa). Per questi papi, si veda F. Scorza Barcellona, I Papi da Pietro a Francesco, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2014, I, 220-229. Questi papi sono considerati santi dalla Chiesa di Roma.

[5]. Ireneo, originario di Smirne come Policarpo, si trasferirà poi in Gallia, diventando vescovo di Lione (177-202 circa). La Chiesa romana lo venera come martire il 28 giugno.

[6]. Giustino, originario della Samaria, di professione filosofo, convertito al cristianesimo, aprì una scuola Roma, dove morì martire (67 circa). La Chiesa romana lo venera come martire il 1° giugno.

[7]. Ignazio, uno dei primi vescovi di Antiochia di Siria, fu condannato alle fiere come cristiano e portato a Roma sotto Traiano (115 circa). Durante il viaggio, si fermò a Smirne, incontrando il giovane vescovo Policarpo. Scrisse poi una lettera ai cristiani di Smirne e una a Policarpo. La Chiesa romana lo venera come martire il 17 ottobre.

[8]. Ignazio scrisse anche una Lettera ai Romani, toccante per il suo desiderio del martirio. Cfr E. Prinzivalli – M. Simonetti, Seguendo Gesù. Testi cristiani delle origini, I, Milano, Mondadori, 2010, 277-425.

[9]. In effetti, abbiamo notizia nel III secolo di un luogo di sosta al terzo miglio della Via Appia per i pellegrini che venivano da ogni parte per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Sono stati trovati numerosi graffiti con invocazioni ai due apostoli. Su questo luogo nel IV secolo venne edificata una chiesa, chiamata Basilica Apostolorum o Memoria Apostolorum, ora denominata San Sebastiano. Cfr A. M. Nieddu, La Basilica Apostolorum, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2009; A. Ferrua, San Sebastiano, Città del Vaticano, Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, 1990.

[10]. Cfr Gv 19,35.

[11]. Cfr At 11,26: «Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani»; Tacito, Annali XV, 44: «Il popolo li chiamava cristiani e li detestava per i loro crimini».

[12]. Cfr Giustino, Dialogo con il giudeo Trifone 10,1.

[13]. Cfr At 17,24: «Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo»; At 17,32: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano».

[14]. Si riferisce a quanto chiesto da Plinio il Giovane nella sua lettera all’imperatore Traiano (anno 112), «se vada punito il nome stesso di cristiano, pur se esente da colpe» (Ep. 96,2).

[15]. Cfr At 20,29-31.

[16]. Su Valentino, cfr C. Gianotto, «Valentino gnostico», in Nuovo Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, Genova – Milano, Marietti, 2008, 5530-5532.

[17]. Cfr Policarpo, Lettera ai Filippesi 6-7.

[18]. Mt 5,13.

[19]. Dove sorge l’attuale basilica di San Clemente.

[20]. Da lì il nome della Basilica di Santa Balbina, sull’Aventino.

[21]. Alessandro fu il quinto successore di Pietro (109-116 circa). La Chiesa di Roma lo ricorda il 3 maggio.

[22]. Dove sorge l’attuale basilica di Santa Pudenziana. Il senatore Pudente ebbe due figlie, Prassede e Pudenziana, che hanno dato il nome a due chiese.

[23]. Cfr At 6,1-6.

[24]. A questo problema è dedicata l’opera chiamata Il pastore di Erma, che è «un documento privilegiato per la conoscenza della comunità cristiana di Roma nella prima metà del II secolo» (M. Simonetti).

[25]. Questa descrizione è presa da Giustino, Apologia I, 65.

[26]. Cento anni più tardi, cioè verso il 250, troviamo la Chiesa di Roma ingrandita e meglio strutturata, come attesta lo stesso papa Cornelio, dicendo che a Roma c’erano un solo vescovo, 46 presbiteri, 7 diaconi, 7 suddiaconi, 42 accoliti, 52 tra esorcisti, lettori e ostiari, e più di 1500 vedove e persone bisognose (Cornelio di Roma, Lettera a Fabio di Antiochia, in Eusebio, Storia ecclesiastica VI, 43,11).

[27]. Cfr Giustino, Apologia I, 67,6-7.

[28]. Cfr Eusebio, Storia ecclesiastica IV, 23,10.

[29]. Cfr B. Aland, «Marcione – Marcionismo», in Nuovo Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, cit., 3020-3024.

[30]. Sappiamo che Giustino ha scritto un’opera contro Marcione, che però è andata perduta.

[31]. Cfr G. Filippi, «La basilica di San Paolo fuori le mura», in A. Donati (ed.), Pietro e Paolo. La storia, il culto, la memoria nei primi secoli, Milano, Electa, 2000, 59-62.

[32]. Cfr Policarpo, Lettera ai Filippesi 1,1.

[33]. La frase è di Ireneo (Eusebio, Storia ecclesiastica V, 24,13).

[34]. P. Liverani – G. Spinola, Le necropoli vaticane. La città dei morti di Roma, Milano, Jaca Book, 2010.

[35]. È il cosiddetto «Trofeo di Gaio». Cfr M. Guarducci, Pietro in Vaticano, Roma, Libreria dello Stato, 1983.

[36]. Martirio di Policarpo 14,2. In effetti, poco tempo dopo essere tornato a Smirne, Policarpo subirà il martirio: fu arso vivo. Ci resta una toccante testimonianza di questo martirio, fatta da contemporanei (Martirio di Policarpo). La Chiesa romana celebra la sua memoria il 23 febbraio.

[37]. Cfr Clemente Romano, Lettera ai Corinzi 5-6; Tacito, Annali XV, 44. La Chiesa romana celebra la loro memoria il 30 giugno.

[38]. Ancora oggi è possibile vederlo nel bel mezzo di Piazza San Pietro, dove fu spostato nel 1586.

[39]. Policarpo, Lettera ai Filippesi 3-4.

[40]. Cfr Ireneo, Contro le eresie III, 3,4.

[41]. Policarpo, Lettera ai Filippesi 10,1.