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Crociate che falliscono. Di Piergiorgio Seveso

Interagire senza confondersi

(RadioSpada.org) Questa puntata della Strobosfera esce con un giorno di ritardo per aver ceduto il passo all’intervista che l’ottimo Martino Mora ha rilasciato a Paolo Guidone de “Il Talebano” e che abbiamo pubblicato ieri.

Lo stesso “Talebano” mi aveva intervistato tempo fa grazie al gentilissimo Roberto Priora.

Queste continue interazioni mostrano ad abundantiam l’importanza delle relazioni e delle connessioni all’interno della Buona Battaglia, interazioni e tangenze che non ledono in nulla l’unicità e la peculiarità delle singole posizioni ma che rendono a tinte fluo la vivacità magmatica e vagamente entropica del nostro piccolo mondo.

Se talvolta non mancano tra noi meschinità, piccinerie e caveat ad excludendum, la gran voglia di fare di molti (da non bollare con la solita accusa di attivismo, ricovero di inetti, misantropi e sedentari) travolge i fragili “cordoni sanitari”, fatti d’aria o di parole scritte, che spesso volontà stanche e al tramonto vorrebbero issare.

E le “crociate contro gli albigesi” in trentaduesimo vanno deserte perchè i crociati hanno di meglio da fare.

Non sono mai tenero verso il nostro mondo, verso noi stessi, verso la caotica confusione, i primadonnismi imperanti e i torquemadismi da Monsu’ Travet, ovunque però scorgo nuovi soffioni boraciferi di impegno, nuovi animi coraggiosi e (più o meno) bene formati di generosa volontà. La Provvidenza le custodisca, le rafforzi, le convogli verso le scelte migliori e più efficaci.

Archie o della morte iniqua

Ci si abitua a tutto: ci siamo abituati alla guerra nelle pianure sarmatiche (ma forse in quel caso era stato avventato essersi disabituati), ci siamo abituati a due “papi” (di cui uno emerito come il presidente di un Lions club), anzi forse ad uno vero “nascosto al mondo” e uno finto visibile (come taluno con assai lunare parere o con strepito insulare meditteraneo sostiene).

Ci siamo abituati alla volontà che decide tutto: chi sei, come ti devono chiamare, come ti devi vestire, che strana grammatica tu debba usare, con chi ti devi “sposare”, ci siamo abituati a decine di generi diversi, a gente che non si sente “binaria” ma che mostra meno intelligenza dei binari ferroviari.

Ci siamo abituati a gente fluida e vischiosa che finge di ignorare che le eccezioni servono proprio a confermare la Regola.

A una cosa non riusciamo del tutto ad abituarci: che si uccidano innocenti indifesi a sangue freddo, con l’avallo della legge o di un simulacro di essa.

Ogni qualvolta vi venga la tentazione di abituarvi, di dimenticare Eluana, Charlie Gard, Alfie Evans e tutti gli altri, guardate fissamente negli occhi Archie Battersbee e pensate che è stato soffocato come un grassatore qualsiasi in Castel Sant’Angelo.

“Pope Michael”

Quando tantissimi anni fa ebbi la possibilità di navigare in internet in un computer fisso non mio (in un’epoca in cui s’accendevano i lumi a petrolio per strada e per aprire un sito ci volevano dieci minuti), andai a rotta di collo a cercare i “famigerati” sedevacantisti e come spesso accade mi imbattei subito nelle cose più strane e mirabolanti.

Siri Thesis, padre Pulvermacher (allora solo futuro “Papa Pio XIII”), una manciata di “Pietro II”, un “Lino II” eletto ad Assisi e poi arrivò lui “Pope Michael” Bawden.

Ex seminarista FSSPX per breve tempo (il mondo è pieno di ex belli e brutti di tutti i tipi), constatata la generale apostasia e sparizione della “Chiesa conciliare”, il 16 luglio 1990 si era fatto eleggere “Papa”, trentenne, da un piccolissimmo “conclave” domestico di cui facevano parte anche i genitori e alcuni vicini di casa.

Sua Eccellenza Guerard Des Lauriers soleva dire che il conclavismo “blandiva lo spirito di avventura” ma qui l’avventura aveva il corto raggio del cortile di casa in Kansas.

Il nuovo “Papa” rimase ad abitare in famiglia, costruendo una piccola capella “pontificia” adiacente, dedicandosi agli studi ecclesiastici, scrivendo lettere di scomunica alle varie realtà tradizionaliste che non lo riconoscevano come Sommo Pontefice e qualche enciclica e bolla.

Man mano che la Rete si diffondeva, anche “Pope” Michael diventava più noto, non fosse che per il suo aspetto folcloristico (oggi si direbbe “cringe”) e almeno apparentemente paradossale.

Strappata l’ordinazione sacerdotale e la consacrazione ad un vescovo (davvero scismatico) della linea Duarte Costa (già scomunicata da Pio XII), “Pope” Michael continuò nella sua carriera di pretendente al Soglio Petrino, abitando con la madre in una nuova casa in legno a Delia (Kansas).

Lo rammento recentemente in un tweet che festeggiava il suo “pontificato” che ormai era col quello di San Pietro e di Pio IX tra i più lunghi della storia.

Ora in seguito ad un severo malore che l’aveva colpito lo scorso luglio, “Pope Michael” è morto il 2 agosto 2022.

Se ad un “cattolico conservatore” o genericamente tradizionalista, felicemente dimorante presso istituti religiosi codificati, la storia di “Pope Michael” può essere derubricata a caso curioso tra pacchiano folclore e psichiatria, per noi non è così.

Nel nostro “villaggio” David Bawden era certamente uno dei matti più conclamati e vistosi, patetico sino al punto di farsi “eleggere” dalla propria madre, autore di uno scisma piccolo piccolo, quasi però un’inezia di fronte allo Scisma e agli scismi giganti del neomodernismo che dilaniano e devastano il Corpo mistico.

Un borderline di cui i nostri mondi pullulano, di cui nei nostri mondi si fa facile vendemmia, in fondo uno dei “matti di Dio” di cui parlavo nella mia postfazione “I sonagli della Sede vacante” a “Non possumus” di Pietro Ferrari cui vi rimando su Radio Spada.

Me lo ricordo in una immagine presente in un documentario girato su di Lui una decina d’anni fa, seduto in una specie di abito piano bianco su un dondolo nel deserto intorno a casa sua: conservo ancora l’amaro e profondo disagio di quell’immagine, era segno tangibile della nostalgia del Padre infallibile, del Papato romano, del cattolicesimo in ordine, segno visibile di una povertà e di una privazione che ingeneravano ogni tipo di disordine e di follia, in tutti gli ambienti.

Si tratta di un simbolo che, pur nella sua nuda crudezza, rimanda a mille e mille immagini minori e meno impattanti ma non per questo meno drammatiche presenti nei nostri mondi integristi (talvolta disintegrati), in questo mondo privo di Luce e di quella cattedra di Verità di cui tutti i popoli abbisognano.

“Pope Michael” in fondo in fondo, e non se ne scandalizzino i benpensanti, era “uno di noi”.

Miserere Ei Domine. Requiescat in pace.

Fonte immagine: Hollie dance (su Archie Battersbee: How did life support battle end up in court?)