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IL PECCATO E' UNA FORMA DI NON VERITA'

Non può esservi pace fra "la verità e l’errore". Perché il peccato è una forma di non verità: dov’è il peccato, oggi, agli occhi dei cattolici, visto che né l’aborto, né l’eutanasia, né la sodomia, sono considerati più peccati?

di

Francesco Lamendola

Non può esservi pace tra la verità e l’errore, come non può esservene tra il bene e il male o tra il giusto e l’ingiusto. Questo è uno dei temi caldi, uno dei temi scomodi per i cattolici, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, quando il concetto stesso di errore, e quindi sia di eresia, sia di falsa religione, viene di fatto abolito e tutti fanno finta che non esista alcun conflitto irrimediabile fra le due cose, anzi che la verità possa e debba andare d’amore e d’accordo con l’errore, e questo con essa: l’una restringendosi e rimpicciolendosi per non dare troppo nell’occhio, l’altro allargandosi e facendosi sempre più spavaldo, libero finalmente da ogni complesso d’inferiorità, grazie alla cultura relativista dominante e ovunque impazzante. Ma soprattutto quando il concetto di peccato, che è la prima forma di negazione della verità, è stato praticamente congelato, se non rimosso, e ormai sempre più raramente lo si ode nominare nelle omelie dei sacerdoti, tutti impegnati a parlare di questioni concrete e materiali, specialmente di ordine sociale, economico e perfino ambientale, ecologico e climatico.

Padre Antoine Chevrier (Lione, 16 aprile 1826-ivi, 2 ottobre 1879), un umile parroco francese della seconda metà del XIX secolo, è stato, in tutto il corso della sua vita e della sua opera pastorale, un forte e limpido esempio d’immedesimazione totale in Cristo. Amico e confidente di Jean-Marie Vianney, il Curato d’Ars, volle essere povero tra i poveri e si dedicò senza respiro all’opera di evangelizzazione in un quartiere poverissimo di Lione, fornendo, se si vuole, il modello ideale ai preti operai del secolo successivo. Come abbiamo già avuto occasione di osservare, non c’è nulla di sbagliato, teoricamente, nell’idea pastorale del prete operaio: la grandissima difficoltà è che siffatto prete non si faccia conquistare dal mondo, e più precisamente dal comunismo, ma che sappia essere lui a portare Cristo agli uomini che vivono e faticano nel mondo, in questo caso nel mondo inumano delle fabbriche (ved l’articolo: Gesuiti e preti operai, croci di Pio XII; il modello, Pio X, pubblicato sul sto dell’Accademia Nuova Italia il 28/01/21; cfr. anche Preti operai: una riflessione sempre attuale, il 02/02/18). Di fatto, padre Chevrier possedeva quella forza tranquilla, quella integrità, quella trasparenza che gli permisero di essere e restare sempre e solo un povero prete, mai di divenire qualcosa d’altro. Il suo motto e la sintesi della sua vita era la frase: Gesù Cristo, è tutto! Ecco la differenza con i preti operai del XX secolo: lui portava Cristo come risposta totale ai bisogni e anche ai problemi e alle difficoltà dell’uomo; essi, in genere, dicendo di portare Gesù Cristo, di fatto portavano un Gesù Cristo marxista, rivoluzionario, patrono dei diritti dell’uomo e del cittadino, come con sconcertante candore dichiarava uno di essi, Paul Gauthier (v. Cambiare la Scrittura per creare il “vangelo dei poveri”, Accademia Nuova Italia del 19/04/21). Ebbene: ecco come un biografo di padre Chevrier riassume la posizione pastorale del beato riguardo alla questione della verità e dell’errore, e quindi del peccato, perché il peccato è una forma di non verità (da: Alfred Ancel, Discepoli secondo il Vangelo. La spiritualità apostolica di un prete diocesano: Antonio Chevrier; titolo originale: Le Prado: la spiritualité apostolique du père Chevrier, Parigi, Les Editions du Cerf, 1982; traduzione dal francese di Lino Badino e Gianni Dovera, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1985, pp. 129-190):

Chevrier era mite e conciliante; amava vivere in pace con gli altri. Dobbiamo dunque essere particolarmente attenti quando, nel “Vero Discepolo” [il libro da lui scritto per la formazione dei preti della sua comunità, il Prado], dopo aver parlato della predicazione in generale, introduce un nuovo capitolo sotto il titolo”Seguitemi nelle mie lotte” (V.D., pp. 453-464). Abbiamo già detto, a proposito del calvario, che il prete deve accettare di soffrire a causa delle incomprensioni e delle persecuzioni che possono derivare dalla sua predicazione. Non si può non riflettere quando ascoltiamo padre Chevrier dirci di Gesù Cristo: «Egli è venuto a portare la guerra… Non può esserci pace tra la verità e l’errore, tra Cristo e il mondo… Egli viene a lottare contro l’errore, la menzogna e il peccato che regnano nel mondo» (p. 457); e quando aggiunge: Ci ha stabiliti per continuare sulla terra la guerra» (p. 463).

Egli sviluppa così il suo pensiero: «Il male è nel mondo, nelle nostre anime, nei nostri cuori e nei nostri spiriti. Il demonio ha preso il posto di Dio, egli è chiamato principe di questo mondo. Tenebre, errore, menzogna, orgoglio, crudeltà, impurità, invidia, omicidio. Istruire e riprendere. Non basta istruire, bisogna riprendere; non basta arare un campo, piantare, bisogna strappare le erbacce, tagliare, potare; senza di ciò il primo lavoro è inutile. Bisogna riprendere, combattere costantemente contro il male, strapparlo dovunque lo si trova. Lavoro importante, più difficile forse del primo e così necessario; l’uno diventa inutile senza l’altro. Si trovano molto più facilmente persone che istruiscono che persone che correggono» (p. 458).

Attenzione! Questa guerra non somiglia alle guerre della terra, come la pace di Cristo non somiglia alla pace del mondo. Così Chevrier ci avverte: «Com’è importante avere lo spirito di Cristo, per non fare la guerra contro di lui, invece di farla per lui» (p. 464). Egli contempla dunque Cristo per combattere come lui: «Di quali armi si è servito in questa grande lotta?... parole, esempi, agnello in mezzo ai lupi, mitezza. Noi combattiamo con le armi della giustizia (2 Cor 6,5-10); non combattiamo secondo la carne (2 Cor 10,1-5). Condizioni per rimproverare bene e combattere: essere pieni di carità e di scienza per potervi ammonire a vicenda (Rm 15,14). Scienza, sapienza e carità. Egli chiama tutti con dolcezza e prudenza, discernimento, forza e carità; quale differenza nel modo di riprendere ogni individuo!» (p. 464).


Come suonano antiche, oggi, queste parole, specialmente alle delicatissime orecchie dei cattolici adulti e dialoganti, buonisti e progressisti: Non basta istruire, bisogna riprendere; non basta arare un campo, piantare, bisogna strappare le erbacce, tagliare, potare (…). Bisogna riprendere, combattere costantemente contro il male, strapparlo dovunque lo si trova. Strappare il male? Ma per strapparlo bisogna vederlo e riconoscerlo: e chi lo vede, oggi, e chi lo riconosce? Forse la Chiesa cattolica statunitense, la quale ha fatto la campagna elettorale contro Donald Trump, dichiarandosi a favore del “cattolico” Joe Biden, fautore del diritto di abortire fino al nono mese di gravidanza, sopprimendo il nascituro mediante un’iniezione al cervello? O forse la Chiesa cattolica inglese, la quale ha ringraziato i medici degli ospedali dove è stata praticata l’eutanasia a danno di bambini piccolissimi affetti da malattie croniche, contro la volontà dei genitori? Oppure la Chiesa cattolica tedesca, la quale pretende di poter impartire la benedizione alle coppie omosessuali, e s’indigna e s’infuria perché da Roma non è arrivata la pretesa autorizzazione? Dov’è il peccato, oggi, agli occhi dei cattolici, visto che né l’aborto, né l’eutanasia, né la sodomia, sono considerati più peccati, ma legittime manifestazioni della libertà umana, sebbene il Catechismo della Chiesa cattolica, a parole, condanni senza mezzi termini tutte queste cose, affermando che chi le compie si allontana dalla dottrina e quindi si autoesclude dalla Chiesa stessa, specialmente se pretende di farle alla luce del sole e a termini di legge, trasformando di fatto il male in bene e così, indirettamente, il bene in male?

Ecco infatti cosa disse Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II a proposito degli errori che la Chiesa ha sempre condannato simultaneamente alla riaffermazione della perenne verità della sua dottrina, l’11 ottobre 1962 (§ 7,1-3):

7. 1. Aprendo il Concilio Ecumenico Vaticano II, è evidente come non mai che la verità del Signore rimane in eterno. Vediamo infatti, nel succedersi di un’età all’altra, che le incerte opinioni degli uomini si contrastano a vicenda e spesso gli errori svaniscono appena sorti, come nebbia dissipata dal sole.

2. Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando. Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nel progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano.

3. Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!" [ 8]. In altri termini, la Chiesa offre agli uomini dei nostri tempi non ricchezze caduche, né promette una felicità soltanto terrena; ma dispensa i beni della grazia soprannaturale, i quali, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono di così valida difesa ed aiuto a rendere più umana la loro vita; apre le sorgenti della sua fecondissima dottrina, con la quale gli uomini, illuminati dalla luce di Cristo, riescono a comprendere a fondo che cosa essi realmente sono, di quale dignità sono insigniti, a quale meta devono tendere; infine, per mezzo dei suoi figli manifesta ovunque la grandezza della carità cristiana, di cui null’altro è più valido per estirpare i semi delle discordie, nulla più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna di tutti.


La chiave di volta di questo artificioso ed erroneo ragionamento è: Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore. Per quale ragione, nel tempo presente, la Chiesa non dovrebbe condannare con forza la menzogna, bensì adottare uno stile del tutto diverso? Forse perché nel mondo contemporaneo i nemici della Chiesa sono diminuiti di numero e di potenza, e quindi la Verità di Cristo è meno gravemente minacciata? Ma è tutto il contrario, come si vede benissimo ai nostri giorni e come si vedeva benissimo anche nel 1962. Lo stesso Giovanni XXIII lo riconosce e lo ammette: le false dottrine abbondano, eccome. E dunque? Egli avanza la goffa e niente affatto convincente risposta che tali false dottrine contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle. Ora, a parte il fatto che ciò non è vero e non lo era nemmeno nel 1962, anzi era palesemente falso, perché in quegli anni la marcia del comunismo verso la conquista del potere mondiale pareva inarrestabile (e sottobanco lui stesso si era piegato al vergognoso accordo di Metz del 13 agosto 1962, impegnandosi formalmente con l’Unione Sovietica a non condannare il comunismo nel corso del Concilio); a parte questo, dicevamo, colpisce il fatto che gli “errori” di cui egli sembra parlare sono, a ben guardare, le ideologie secolari e non le eresie e gli stravolgimento della fede cattolica che operavano e operano dall’interno della Chiesa, per stravolgerne il magistero, la pastorale, la liturgia. Ma il buon pastore ha presenti innanzitutto questi errori: sono i più pericolosi, perché sono quelli che colpiscono al cuore la fede dei credenti. Se il credente rimane saldo e ben radicato nella sua fede, è quasi certo che saprà resistere agli errori predicati dal mondo; ma se la sua fede è stata subdolamente manomessa, se i cattivi pastori lo hanno sospinto nell’errore e nell’apostasia a sua insaputa, allora anche gli errori del mondo si presenteranno a lui sotto una luce favorevole, seducente, e sarà tentato di aderirvi senza cogliere la loro radicale incompatibilità con l’autentico Vangelo di Gesù Cristo.

E la stessa cosa vale per il peccato. Perché i primi errori che il credente deve combattere sono proprio quelli che germogliano dal fondo melmoso della sua coscienza, quando non è costantemente illuminata dalla Grazia: è la sua falsa coscienza che gli presenterà il peccato come un errore, poi come una fragilità, poi come una libera scelta legittima quanto qualsiasi altra. La pretesa delle coppie omosessuali di ricevere la benedizione sull’altare rientra in questa tipologia psicologica: quando la coscienza è talmente ottenebrata e il senso morale è talmente capovolto da esigere, quasi in termini sindacali, il riconoscimento formale da parte del sacerdote. Logico approdo, in una “chiesa” che proclama la signora Emma Bonino una grande italiana e che la invita a tenere conferenza su questioni sociali e ambientali all’interno delle chiese. Di una “chiesa” che sostiene che Dio non distrusse, ma risparmiò Sodoma e Gomorra; oppure che il vero peccato dei sodomiti non fu di natura sessuale, ma consistette nella mancanza di ospitalità verso gli stranieri. O una “chiesa” che autorizza l’aborto e lo giustifica come un normale esercizio di libertà; oppure, ancora, che adora gli idoli nel tempio del Signore; e che proclama ad alta voce, per bocca del (sedicente) vicario di Cristo, che Gesù non era uno pulito.

Come si è arrivati fino a questo punto? Ignorando sistematicamente e diabolicamente l’aurea massima di padre Chevrier, e di san Pio da Pietrelcina, e di san Giovanni Bosco, e del santo curato d’Ars, e di cento e cento altre anime sante, e di tutti i pontefici (fino al Concilio Vaticano II) e tutti i documenti pastorali e tutte le omelie della santa Messa, pronunciate dalla cattedrale della metropoli più grande fino alla chiesetta del più piccolo paesino di montagna, che si sono sempre ispirati alle parole e alle azioni di Gesù, come fedelmente le tramandano la Scrittura e la Tradizione: Non basta istruire, bisogna riprendere; non basta arare un campo, piantare, bisogna strappare le erbacce, tagliare, potare.

Vedi anche:

Gesuiti e preti operai, croci di Pio XII; il modello, Pio X - PAPA PACELLI E IL MODELLO PIO X

Preti operai: una riflessione sempre attuale - IL FENOMENO DEI PRETI OPERAI

Cambiare la Scrittura per creare il “vangelo dei poveri” - CAMBIARE LE SCRITTURE?


Del 20 Aprile 2021

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