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TRA UN POPOLO DI "NUOVI ALIENI"

Povero uomo, quantum mutatus ab illo! C’è stato un mutamento profondo forse irreversibile, le persone non sono più quelle di 2 o 3 generazioni fa: viviamo ormai, in mezzo a una popolazione aliena di larve senza pensiero critico.

di

Francesco Lamendola

Quantum mutatus ab illo!, esclama Enea (Aen. II, 274) allorché, in sogno, durante l’ultima notte di Troia, gli appare il fantasma di Ettore, non già bello e forte com’era stato in vita, ma triste e coperto di piaghe, pressoché irriconoscibile. L’espressione è entrata nell’uso quando si tratta di descrivere una persona che non vedevamo da molto tempo e che incontriamo all’improvviso, terribilmente cambiata, sia nell’aspetto che nei modi, e non in senso positivo, ma invecchiata, imbruttita, stanca e consumata da chissà quali dispiaceri e delusioni, che hanno scavato solchi impietosi sulla sua fronte o gli hanno ingobbito le spalle e resa incerta l’andatura.

Ebbene: ci accade di estendere questa riflessione non a questa o quella persona, ma all’intera società, considerata in generale ma anche nei suoi singoli membri. Perché un fatto ci pare innegabile, a noi che non siamo più tanto giovani: c’è stato un mutamento complessivo, profondo, forse irreversibile; le persone, mediamente parlando, non sono più quelle di due o tre generazioni fa. Non perché siano cambiati le loro idee o i loro comportamenti e stili di vita: questo è normale, almeno fino ad un certo punto. La vita cambia, non resta mai uguale a se stessa: il germe è diventato un fiore, il giovane bosco è diventato una foresta maestosa, il bruco è diventato farfalla, il girino ha dato luogo a una rana. Eppure, nel cambiamento si conserva una cosa essenziale: l’istinto della specie, l’esperienza accumulata nel corso delle generazioni. Nessun animale è tanto stupido, o degenerato, da buttar via un simile patrimonio; solo l’uomo è capace di farlo e, di fatto, lo sta facendo, con tragica ostinazione, da alcuni decenni a questa parte. È come se una febbre maligna gli avesse tolto l’uso della ragione e lo stesso istinto dell’autoconservazione, e avesse offuscato la sua mente e i suoi sentimenti, così da predisporlo a una sorta di rassegnazione alla propria fine, non senza che egli colga, nel frattempo, tutti i piaceri che sono alla sua portata, anche i più insidiosi, i più malefici e autodistruttivi.

Perché lo fa? Che cosa spera di ottenere? In genere a questa domanda si risponde chiamando in causa la complessità della vita moderna, la presenza pervasiva di una tecnologia che spegne qualsiasi moto spontaneo dell’animo, lo strapotere esercitato dai mass-media sull’immaginario collettivo; e naturalmente la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi oligarchi della grande finanza, i quali hanno ogni interesse a trasformare gli esseri umani in povere larve inconsistenti, senza pensiero critico, senza forza di carattere, senza più neppure l’istinto che avverte qualsiasi animale di evitare ciò che è malsicuro e di tenersi sul terreno delle certezze. Lo stiamo vedendo in questi mesi, in questi giorni, con il terrore dilagante per la falsa pandemia: l’istinto naturale suggerisce di non affidarsi a un preteso vaccino dei cui effetti nessuno sa nulla e nessuno può garantire che non producano danni maggiori del virus che si vorrebbe combattere; eppure tutti, dalle autorità al comune cittadino, sembrano impazziti e completamente dominati dalla smania di vaccinarsi, costi quello che costi, perché la televisione ha detto che chi non è vaccinato rischia una morte terribile, anche se le statistiche mostrano che tale asserzione è completamente falsa, mentre le autorità ricattano i cittadini ed esercitano ogni sorta di pressioni per indurli con le buone o le cattive a farsi inoculare un siero genico sperimentale che si ha buone ragioni per sospettare che non sia affatto quel che dovrebbe essere, bensì un portatore di malattie, infermità e morte. Il tutto secondo i sinistri piani elaborati dall’oligarchia satanica che ha scatenato questo terrore mediante una frode planetaria mai vista prima e quasi inconcepibile, e ora vuole sfruttarne tutti i vantaggi possibili in termini di controllo sempre più capillare della popolazione, sia sul piano mentale che su quello strettamente biologico.

Non stiamo facendo un discorso astratto e teorico; stiamo parlando di cose concrete, vissute, sperimentate. È come se un giorno ci fossimo svegliati e ci fossimo trovati a vivere in mezzo a dei marziani. Non pretendiamo di essere più bravi o più belli degli altri: ma sappiamo di aver ricevuto un’educazione di un certo tipo, fondata sui valori morali e sugli affetti, primi fra tutti quelli familiari, e inoltre sul rispetto della cultura e sulla pratica del pensiero critico: e ci accorgiamo che la maggioranza dei nostri simili è divenuta per noi come una popolazione aliena, perché sente, pensa, parla e agisce in un modo che è talmente lontano dal nostro sentire, pensare, parlare e agire, da farci sorgere il sospetto che uno dei due, noi o loro, sia letteralmente impazzito. Difficile trovare un’altra spiegazione a una simile scollatura, a una voragine così profonda che sembra essersi prodotta da un giorno all’altro, anche se è chiaro che non si è prodotta all’improvviso, ma solo lo smottamento finale si è verificato di colpo, sotto i nostri occhi, mentre era stato preceduto da una lenta, silenziosa fase di progressivo disgregamento. Noi, ripetiamo, per ragioni anagrafiche, abbiamo visto il mondo di prima: non solo prima della follia collettiva indotta dalla falsa pandemia, ma anche prima che l’abuso della televisione, del computer e del telefonino, mutasse radicalmente il modo di essere delle persone, a cominciare dall’infanzia, privata della fantasia e della creatività, che sono la sua linfa vitale, e costretta ad una maturazione precoce, che poi non è maturazione ma invecchiamento e omologazione. Crediamo che tutti, o molti della nostra generazione, dovrebbero avere gli stessi ricordi e quindi dovrebbero essere in grado, quanto noi, di valutare la frattura abissale che si è prodotta fra l’uomo di prima e l’uomo di oggi; e se così non è, o è mancato lo spirito d’osservazione, o si è creata una dissonanza cognitiva, per cui le persone, pur di sentirsi parte della società attuale, benevolmente accettate dai meccanismi disumani del mondo globalizzato, rimuovono perfino i ricordi dell’infanzia e preferiscono fare finta che non sia successo proprio nulla, e che il mondo sia tuttora più o meno quello di sempre: vale a dire che è cambiato, sì, ma non più di quanto sia normale che cambi spontaneamente da una generazione all’altra, da un cinquantennio all’altro.

Vogliamo spiegarci per mezzo di un beve filmato che si può consultare in rete, intitolato Quattro passi per Udine 1953 (youtube.com/watch?v=50EfdXXrBlA) e postato da Cjarande Friul Biker MTB Group. Oltre all’emozione di rivedere la propria città natale com’era all’epoca della propria infanzia - anzi qualche anno prima, in questo caso – e di riconoscere il leggendario tram bianco che parte da Piazzale Osoppo verso Tricesimo e Tarcento, soppresso nel 1959, o le ragazze vestite proprio come la mamma nelle fotografie da signorina, e con lo stesso taglio di capelli, e i vigili a dirigere il traffico con l’uniforme bianca estiva come Marcello Mastroianni In Domenica d’agosto di Luciano Emmer (1950), e gli scorci di una città che sta parzialmente cambiando volto, fra le ultime case bombardate ancora da abbattere, e i nuovi palazzi moderni in via di costruzione, l’emozione più forte è stata quella di vedere, anzi di rivedere, i volti, i sorrisi, i gesti delle persone comuni. Il vecchio signore con il fazzoletto bianco infilato alla bell’e meglio nel taschino della giacca; il gruppo di amici sulla porta dell’osteria, di diversa estrazione sociale ma accomunati dalla frequentazione democratica dello stesso locale; il nonno col bambino per mano: il giovane di destra che saluta alzando il braccio destro teso; le contadine in Piazza delle Erbe impegnate a vendere la frutta, a pesarla con la bilancia a stadera, a chiacchierare animatamente fra di loro - ah, quando la bellissima piazza era tutta ridente per le tende colorate delle fruttivendole, come l’ha raffigurata tante volte il pittore Emilio Caucigh, e nessuno si sognava di chiamarla Piazza Matteotti, al massimo Piazza San Giacomo! -; le bici e le Vespa che zigzagano allegramente fra le Giardinette, le Topolino e i grossi autobus urbani; la gente che sosta sul sagrato della chiesa, al termine della Messa feriale; il patriarca dalla lunga barba bianca, i baffoni e il volto segnato da tante stagioni, che pare appena sceso dai monti della Carnia: è tutta un’umanità ricca di espressione di vivacità, indaffarata ma nello stesso tempo serena, che si nuove a proprio agio, perché sente di essere e a casa propria, in mezzo alle cose note, e che per nulla al mondo cambierebbe per un altro cielo, se non spinta dalla necessità estrema, come gli ultimi emigranti che lasciavamo quelle case con tanta nostalgia nel cuore, sognando solo il giorno del ritorno. La cosa che più colpisce anche un osservatore distratto è l’espressione distesa e cordiale dei volti, la spontaneità e la frequenza dei sorrisi, la gioia di vivere che traspare dalle faccende quotidiane di una città piena di animazione e di un popolo onesto e laborioso. Si dirà che quei sorrisi sono artefatti, che quelle scene conviviali sono create a bella posta, e che forse la nostalgia dei ricordi fa velo all’obiettività della nostra lettura. Niente affatto. Pur ammettendo che quelle persone erano consapevoli della macchina da presa e quindi portate ad assumere una posa, noi quelle facce, quei sorrisi, quella cordialità, quella socialità spontanea, le abbiamo viste e le ricordiamo benissimo, non le stiamo creando per un gioco della fantasia o uno scherzo della memoria. Non solo le abbiamo viste, ma sono state lo sfondo costante del paesaggio umano, per così dire, della nostra fanciullezza. I nonni avevano un bar ch’era anche panificio, in Via Manin, e alcuni clienti venivano dai quartieri lontani per acquistare il pane del sior Chechi, ch’era il più buono di tutti, e che lui impastava già alle quattro del mattino di ogni santo giorno, con dedizione religiosa: perché per lui, come per tanti, il lavoro fatto bene, con amore, era una vera religione e non solo un modo per guadagnarsi la vita. Ebbene in quel bar, seduti al tavolo o in piedi al banco, abbiamo visto tante volte proprio quelle facce, proprio quei sorrisi, proprio quei gesti: e possiamo affermare che la sostanza del filmino è vera, verissima, per niente artificiale. Così come il fatto che nostra madre, come tante altre donne, soleva cantare mentre sbrigava le faccende di casa, con la sua bella voce melodiosa che riempiva le stanze e faceva invidia al grammofono: e talvolta un amico, venuto in visita, udendola da un’altra stanza, restava incantato ad ascoltarla, pieno di ammirazione: come Enrico che si è fatto sentire al telefono dopo la bellezza di cinquant’anni e ricorda benissimo quel particolare, ed è ancora pieno di stupita ammirazione.

Pertanto, la domanda che dobbiamo farci è la seguente: che cosa diavolo ci è successo, per aver perso quei sorrisi, quella gioia di vivere, quella serenità, quella spensieratezza, quel senso di pulizia morale che trasparivano dalla vita quotidiana dei nostri genitori e dei nostri nonni? Perché le mamme non cantano più mentre fanno i lavori di casa; perché le amiche o i fidanzati non camminano più tenendosi sotto braccio, con quel passo svelto e animato; e perché gli uomini non si trattengono sulla porta del bar come allora, uniti dal semplice piacere di godersi una mezz’ora di svago, gustando un buon bicchiere di vino; perché non salutano più togliendosi il cappello per la strada, specialmente davanti alle signore, ma ciascuno se ne va per conto proprio, chiuso, impenetrabile, badando solo ai fatti suoi, magari parlando al telefonino o ascoltando la musica con le cuffiette, senza guardare nessuno e senza mai regalare un sorriso neanche per sbaglio? E non basta rispondere che è cambiato tutto, che la storia va avanti e la corsa del progresso è inarrestabile, e che i mezzi di comunicazione e di trasporto della società moderna hanno isolato le persone, le hanno in certo qual senso atomizzate, le hanno rinchiuse nel bozzolo di un benessere apparente e di un’illusoria autosufficienza; o che i meccanismi burocratici e tecnologici della modernità avanzata sono passati come un rullo compressore sopra le care vecchie abitudini d’un tempo, quando la gente amava stare insieme e traeva piacere dal fare cose semplici, ma piene di significato e tali da conservarle saldamente in uno stato di equilibrio interiore, che le rendeva anche più forti nelle avversità della vita.

Non basta perché è evidente che c’è stata – come c’è anche oggi, ai tempi della falsa pandemia e della false vaccinazioni di massa – una componente volontaria, un assenso, un consenso di moltissime persone nei confronti di tali meccanismi e di tali dinamiche, anche i più spersonalizzanti e omologanti. Nostro padre ci raccontava di aver notato un brusco, radicale cambiamento nel modo di comportarsi dei suoi colleghi insegnanti con l’avvento dell’auto privata: prima, all’uscita di scuola, tutti si fermavano volentieri a fare quattro chiacchiere, per poi tornare a casa per il pranzo; dopo, appena entrati in possesso dell’auto nuova, non vedevano l’ora di scappare via, salutavano in fretta e sparivano di volata. Comportamenti analoghi sono stati assunti, modificando radicalmente le abitudini, mano a mano che sono subentrati il telefono, il televisore, il computer, il telefonino cellulare e così via. È chiaro che c’è stato un uso dissennato della tecnologia; ed è chiaro che gli effetti devastanti potevano essere, se non evitati, almeno limitati, perché non sta scritto da nessuna parte che i genitori devono regalare uno smartphone al loro figlio di sei anni, affinché s’incretinisca e ne diventi schiavo.

Come uscire da una tale situazione? Noi crediamo che le cose sono giunte a questo punto perché abbiamo smarrito il timor di Dio. Era la fede a tenere unite le famiglie, a dare la pace all’anima, a regalare quei sorrisi e quei gesti di amicizia. Ed è l’allontanamento da Dio ad aver reso le persone così paurose verso un pericolo pressoché inesistente da averle spinte a rinchiudersi entro un bozzolo di solitudine, con la mascherina e il green pass, senza il coraggio di sfiorarsi neppure con un dito…

Del 31 Agosto 2021

Vai all'articolo: accademianuovaitalia.it/…menzogne-editoriali/10328-quantum-mutatus-ab-illo2
Oscar Magnani
La tecnologia é l'Avere, lo Spirito é l'Essere: l'una é inversamente proporzionale all'altro.
Diodoro
Non c'erano il Divorzio e l'Aborto, caro professore. Le persone, e le donne in particolare, non pensavano di avere il dovere di trovare "dentro di il motivo per vivere e non scegliere la morte (propria e altrui)".
Ci si sentiva messi al mondo, e non gettati in un mondo ostile, buio, inestricabile.
C'era anche -mi pare evidente dal filmato- un'atmosfera intimamente mediterranea, pur in una …More
Non c'erano il Divorzio e l'Aborto, caro professore. Le persone, e le donne in particolare, non pensavano di avere il dovere di trovare "dentro di il motivo per vivere e non scegliere la morte (propria e altrui)".
Ci si sentiva messi al mondo, e non gettati in un mondo ostile, buio, inestricabile.
C'era anche -mi pare evidente dal filmato- un'atmosfera intimamente mediterranea, pur in una città così vicina alle Alpi e all'Austria (e anche, purtroppo, ai territori slavi, con le loro atroci violenze, allora freschissime).
C'era il giusto sentimento del "fare qualcosa con attenzione e con levità insieme". Qualcosa: non salvare il mondo e rifarlo a propria immagine.
L'auto (sentii dire che Roma divenne irriconoscibile quando le auto divennero un milione, credo nei primi anni '60); la televisione; soprattutto, ritengo, il Centrosinistra, che significò "La Chiesa ha tanto da imparare dai Socialisti", sparsero solitudine e angoscia. Negli anni '70 -a partire dal Divorzio, fatto passare in occasione del Centenario di Porta Pia- arrivò la Tristezza