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“Andiamo via da qui! La vostra casa sarà lasciata deserta!” – Una lettera accorata

“Caritas Christi urget nos” (2 Corinti 5, 14), l’Amore di Cristo mi spinge a fissare in un testo le mie povere riflessioni in questo grave frangente della storia patria e della vita della Santa Madre Chiesa.

Lo stesso amore per la Chiesa, corpo mistico di Cristo e altresì militante nel tempo presente, ha motivato i miei pensieri “in spirito e verità” (Giovanni 4, 23), ben conscio che “non potest Deum habere Patrem qui Ecclesiam non habet Matrem”, non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa come Madre (San Cipriano, De unitate Ecclesiae, VI).

Increduli, dolenti, smarriti e sgomenti, assistiamo tuttavia all’incapacità di gran parte dei pastori della Chiesa di proporre una parola di Verità che liberi il buon popolo di Dio e l’umanità intera dal timore e dalla paura. “L’umanità ora ha paura di sé stessa […] Sta sacrificando la sua libertà alla paura che ha di sé medesima”, scriveva profeticamente Georges Bernanos.

Oggi, veramente attoniti, vediamo padri e pastori che ai figli che chiedono un pane danno una pietra; o se gli chiedono un pesce, gli offrono al posto del pesce una serpe; o se gli chiedono un uovo, gli danno uno scorpione (cfr. Lc. 11, 11-12).

Abissus abissum invocat, quia iudicia Dei non comprehendentur” (Salmo 42), l’abisso chiama l’abisso, poiché i giudizi di Dio non sono compresi! Padri e pastori della Chiesa si sono zittiti o hanno riservate vacue parole d’igienisti sociali improvvisati e, pertanto, sprovveduti. Sì, osiamo pensarci! Pensiamoci almeno noi, per essere uomini liberi e veri! Dio giudica noi e la Storia, così come salva e perdona, e pare ora compiersi “il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al Vangelo di Dio?” (1 Pietro 4, 17).

Un flagello si è abbattuto sull’umanità, ma ancor più gravemente si sta scagliando con tutta la sua veemenza sulla Santa Chiesa e senza che essa se ne renda conto e appaia capace di qualche sensata reazione. Senza che essa abbia il coraggio di “attingere acqua con gioia alle fonti della salvezza” (Isaia 12, 3) e, come Abramo, di «credere, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18).

Il giudizio di Dio, anche quando si manifesta in maniera così sconvolgente nel tempo presente – a differenza di quello ultimo e definitivo che Dio pronuncerà su ogni uomo e sull’intera storia dei popoli – è per la correzione dell’uomo e delle comunità. Lo scrive l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse: “All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese“ (Apocalisse 3, 14 – 19. 22).

Di fronte al triste spettacolo che la Chiesa di Dio sta offrendo, da parte di tanti e troppi dei suoi pastori, al mondo intero e alla storia, ritornano alla mente i racconti dello storico ebreo Giuseppe Flavio nel suo De bello judaico. Nel 70 d. C. le truppe di Tito preparavano l’assalto finale a Gerusalemme e i sacerdoti del Tempio il 5 agosto per timore cessarono di offrire i sacrifici rituali davanti al Sancta Sanctorum. Ciò avvenne, come narra lo storico antico testimone oculare di quei fatti, dopo che per sette volte dall’anno 66 a quel fatidico 5 agosto sul Tempio era risuonato un grido misterioso: “Andiamo via da qui! La vostra casa vi sarà lasciata deserta!”.

Parole assai simili a quelle rivolte da Gesù a Gerusalemme, solo quarant’anni prima durante la sua Passione: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Matteo 23, 37-39). Da quel 5 agosto dell’anno 70, il culto e il Tempio, essenza stessa dell’Antica Alleanza della Torah e cuore del popolo ebraico, è cessato e mai più è ripreso: così – come notava Benedetto XVI – cessava la religione ebraica e nasceva il giudaismo.

Il numero sette, mi insegnava da bambino il rabbino capo di Verona, è il numero biblico della creazione ma anche del giudizio di Dio e della distruzione. Forse è un caso che tutto ciò stia accadendo nel compiersi del settimo anno di questo pontificato? Sette anni nei quali la Santa Chiesa di Dio è stata gettata dal suo supremo pastore nello sbandamento, nella confusione; è stata da lui spinta a essere un “campo di battaglia” fra opposte fazioni, a essere un “fronte di guerra” dove i più si agitano fra meschine incursioni alla ricerca del prestigio e del potere. “Un ospedale da campo” – si diceva – che alla bisogna è stato smontato in fretta e furia!

“Una Chiesa in uscita” – si diceva ancora fino all’altro ieri – che nel bisogno non ha avuto neppure necessità d’attendere il suono della tromba, per battere in disordinata ritirata e barricarsi dietro a porte e portoni. Doveva essere il pontificato della misericordia! Dimenticando che la misericordia è solo di Dio, non degli uomini.

Eppure, proprio quindici anni fa, l’allora cardinale Joseph Ratzinger aveva ammonito: “La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male… Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto”. E ancor più incisivamente continuava: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via… Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” (omelia, Missa pro eligendo Pontifice, 18 aprile 2005).

In questi ultimi sette anni, abbiamo assistito attoniti e sgomenti al costante e incessante tentativo di una destrutturazione totale della fede cattolica, al dileggio della sua tradizione apostolica, al vilipendio delle sue istituzioni e al cedimento costante allo Zeitgeist, allo spirito di questo tempo. Abbiamo udito l’inenarrabile, per bontà di Eugenio Scalfari e di Repubblica; assistito all’incredibile, fino a idoli fallici e divinità pagane portate a spalla processionalmente da tronfi vescovi, immemori della sorte di Dathan, inghiottito dal deserto per aver fabbricato un vitello d’oro!

“Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere” (Matteo 7, 16-20).

Appunto dai frutti si riconosce la bontà dell’albero, anche di un pontificato, e le impietose statistiche, di ogni sorta, sono lì a dimostrare che i numeri di questi sette anni hanno tutti segno negativo! Di più, in questi cinquantacinque anni di post-Concilio, di quella tanto decantata assise che doveva essere stata in grado di leggere i “segni dei tempi”, la storia della Chiesa contemporanea dimostra la verità dell’insegnamento rivolto da Gesù ai farisei e ai sadducei: “I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: ‘Quando si fa sera, voi dite: bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?’ Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona” (Matteo 16, 1-4).

Ci sembra di assistere a un nuovo e tremendo 5 agosto dell’anno 70. Il culto pubblico è cessato, i templi svuotati e chiusi, i morti che seppelliscono i morti, i morenti lasciati senza alcuna pietas cristiana, i malati e sofferenti senza una parola di cristiana speranza, i credenti trasformati in meri spettatori, la Chiesa in balia di presuntosi e pavidi pastori. “Senza di me non potete far nulla” (Giovanni 15, 5), ammoniva Gesù i suoi apostoli nel congedarsi da loro, per consegnarsi “come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Isaia, 53, 7).

Cari pastori d’anime della Chiesa di Cristo, senza Gesù non siete proprio nulla! Siete “solo un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1 Corinti 13, 1)! “Or dunque – parola del Signore – ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura. Chi sa che non cambi e si plachi e lasci dietro a sé una benedizione?” (Gioele 12, 12-14). Così il profeta ammoniva Israele mentre la terra era devastata dai flagelli e così ancora incitava i pastori d’Israele: “Cingete il cilicio e piangete, o sacerdoti, urlate, ministri dell’altare, venite, vegliate vestiti di sacco, ministri del mio Dio, poiché priva d’offerta e libazione è la casa del vostro Dio” (Ibidem 1, 13).

Sant’Agostino diceva: ex malo bonum! Sappiamo che da un male può venire del bene. Sicché combattiamo il male, ma accettiamo con riconoscenza il bene che ne segue, cercando di favorirlo. Per conseguire il bene dal male, tuttavia, è necessario vedere e comprendere l’origine del male; distinguerlo dal bene; e lottare perché il bene si affermi per la Chiesa di Cristo come per il mondo.

Anche per la nostra patria solo riconoscendo il male compiuto, anche quello politico, sociale e civile di scelte scellerate compiute negli ultimi decenni, sarà possibile rinascere i colpevoli, i complici insieme alle colpevolezze e alle complicità! Ad ogni spirito libero e informato i rei e le colpe sono noti. Affrontiamoli, allora!

Il XIV secolo, definito da uno storico il secolo ammorbato, fu un tempo di carestie, fame, guerre e peste. In quegli anni giunse anche la peste nera, ma non fu la sola calamità, con le truppe francesi in Italia giunse anche la sifilide, fu il tempo della Guerra dei cent’anni, delle lotte fra le signorie italiane, delle rivolte contadine, dello scisma d’Occidente e di un’improvvisa glaciazione. Al termine di quel secolo la popolazione italiana né usci dimezzata. Fu anche il secolo di grandi mistici come Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Enrico Suso e Tommaso da Kempis.

Proclamando Caterina da Siena dottore della Chiesa, Paolo VI disse: “Ciò invece che più colpisce nella Santa è la sapienza infusa, cioè la lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede, contenuti nei Libri Sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento: una assimilazione, favorita, sì, da doti naturali singolarissime, ma evidentemente prodigiosa, dovuta ad un carisma di sapienza dello Spirito Santo, un carisma mistico” (Omelia per la proclamazione di santa Caterina da Siena a dottore della Chiesa, 3 ottobre 1970).

Durante il XIV secolo, tuttavia, la fede restò indenne durante tanti lutti nefasti, e fu alla base dello slancio vitale dell’Italia nel XV secolo, appunto noto come Rinascimento. Ecco, per rinascere dopo questa crisi, alla Chiesa e all’Italia basterebbe ritrovare una fede lucida, profonda e inebriata dall’assimilazione delle verità divine e dei suoi misteri.

All’Italia servirà guardare agli errori commessi, alle tragedie consumatesi negli ultimi decenni ai compromessi accettati in nome d’illusori valori individualistici e relativistici per avere il coraggio, come uscendo dal XIV secolo, di costruire un nuovo Rinascimento, e non il tanto predicato, illusorio nuovo umanesimo, con politiche sagge, ardite, innovative, lungimiranti, e non più supine al mainstream dei Padroni del Caos!

A Dio piacendo, dopo l’attuale crisi, niente sarà più come prima nel mondo, nell’Unione europea, nell’Italia e persino nella stessa Chiesa. Sarà necessaria l’azione di uomini liberi dalle ideologie dei Padroni del Caos e forti in scienza, coscienza e anche fede! Se ne saremo capaci, questa crisi potrà diventare una κρίσις, un giudizio e una distinzione che apre nuovi orizzonti di opportunità. Alla nostra Patria e alla Santa Chiesa di Dio servirà un supplemento d’anima, di fede e carità, ma anche di tanta speranza.

Speriamo e per questo invochiamo san Giuseppe, patrono e protettore della Chiesa universale, amabile sposo della Vergine Maria, custode del bambino Gesù: che tanto male non smettiamo di combattere per godere un giorno, con l’aiuto di Dio, il bene che ne può derivare!

Gian Pietro Caliari

Brescia

Fonte:


www.aldomariavalli.it/…/ex-malo-bonum-m…
Veritasanteomnia
Lettera importante da leggere e diffondere, personalmente ne condivido ogni parola