Tre tradizioni cristiane dietro la festa di Ognissanti

Halloween come festa anticristiana da cui guardarsi a tutti i costi?
In realtà non è proprio così, nonostante i pregiudizi infondati che, in questi ultimi anni, accompagnano la festa, generando spesso nelle famiglie timori che paiono, onestamente, rinunciabili.

Sarà bene ricordare che il termine Halloween altro non è che la contrazione dell’inglese All Hallows Eve, cioè “vigilia della festa di Ognissanti”, e che fino alla riforma del Concilio Vaticano II molti messali stampati in area anglosassone indicavano esplicitamente come Halloween Mass la liturgia che veniva celebrata il 31 ottobre, dopo i vespri. Nulla di alieno alla cultura cattolica, dunque: anzi, il contrario!

È quasi pleonastico sottolineare che una festa che nasce in un contesto fortemente cristiano, ed è legata a un momento importante dell’anno liturgico, ben difficilmente presenterà elementi che non compatibili con una vita di fede. E infatti, se liberiamo Halloween da tutti quegli eccessi di horror e di consumismo che le sono state appiccicate sopra in questi ultimissimi decenni, scopriremo che le modalità originali con cui veniva celebrata la festa hanno una dimensione profondamente cristiana. Con un simbolismo che traspare evidente da alcune delle tradizioni più popolari del periodo: che, a mio giudizio, sono semplicemente da riscoprire e da contestualizzare, reinterpretandole nel modo giusto. Perché mai vietare a priori ciò che sembra pericoloso, e anche alieno alla nostra cultura, ma alla prova dei fatti non lo è?

I costumini da fantasma? Esistevano anche nella tradizione sarda

È davvero impressionante aprire Google Immagini e provare a digitare una chiave di ricerca sulle linee di “is animeddas”. Appariranno decine e decine di fotografie in bianco e nero, che sembrerebbero ritrarre dei festeggiamenti di Halloween di inizio secolo… se non fosse che quegli scatti non arrivano dagli USA, e nemmeno dell’Irlanda. Quella di is animeddas è un’antichissima tradizione sarda, attestata fin da epoche remote in numerose regioni dell’isola: sarebbe filologicamente scorretto farne un tutt’uno con Halloween (si trattava, ovviamente, di feste separate, sviluppatesi attraverso i secoli in modo indipendente), ma è innegabile una suggestiva somiglianza.

Le animeddas della tradizione sarda altro non erano che piccoli gruppi di bambini, spesso (ma non sempre) mascherati con suggestivi costumi da fantasma, che nel periodo della festa di Ognissanti attraversavano le vie del paesello, in missione speciale per conto del parroco. Bussando di porta in porta, questi teneri fantasmini chiedevano alle massaie una piccola offerta per la chiesa: il parroco avrebbe ricambiato la cortesia celebrando Messe per i defunti delle famiglie benefattrici.

Per i bambini, era un gioco divertente che aveva il sapore della mascherata di Carnevale; per la comunità era il modo in cui, col sorriso sulle labbra, il parroco richiamava i suoi fedeli alla necessità di esercitare la pietà cristiana per i defunti. All’epoca, nessuna mamma criticava questi costumi perché “troppo macabri”, e non risulta che la popolazione sarda cresciuta in questo contesto culturale abbia sviluppato traumi infantili derivanti dall’abitudine di mascherarsi da fantasma una volta all’anno.

I dolci dei morti? Venivano distribuiti da tempo immemore a chi li chiedeva, porta a porta

Dalle ossa di morto della tradizione siciliana al pan dei morti che si mangia in Lombardia, la tradizione gastronomica italiana è davvero piena di dolcetti che venivano preparati in questo periodo dell’anno e simbolicamente dedicati ai defunti di cui, in questi giorni, si fa memoria.

Non si trattava di una dedica messa lì per caso. Anticamente, questi biscotti venivano preparati il 31 ottobre e distribuiti ai mendicanti che il giorno dopo, profittando della festa, ne avrebbero fatto richiesta bussando di casa in casa. Quella piccola elemosina non mancava mai: i dolcetti venivano distribuiti col sorriso, in cambio di una semplice promessa – quella di recitare un Requiem per i defunti che stavano a cuore a chi li stava regalando.

Anche in questo caso: sarebbe scorretto, dal punto di vista filologico, tracciare un legame tra il moderno trick or treating e queste antiche usanze. La moderna consuetudine di fare “dolcetto o scherzetto?” nasce in realtà negli Stati Uniti degli anni ’30 e ha una storia che sarebbe veramente degna di un film di Natale (altro che Halloween); più diffusamente, la raccontavo qui.
Nelle isole britanniche della prima età moderna, la tradizione di donare dolci in cambio di preghiere per le anime dei defunti prendeva più propriamente il nome souling: in ogni caso, un’altra antica usanza di Halloween che è certamente possibile accostare a quella più moderna.

La minacciosa zucca di Halloween? In realtà, c’è dietro una storia con morale

La vera simbologia del Jack o’ Lantern affonda le sue radici in una leggenda, molto popolare in area irlandese, il cui protagonista è per l’appunto Jack: il peggior peccatore di cui il mondo abbia memoria. Spergiuro, menzognero, baro al gioco, ladro, truffatore e così via dicendo, Jack conduce piena di malvagità e di reati. Piacevolmente stupito da contato peccatore, Stana decide un giorno di venire sulla terra per stringere personalmente la mano a questo suo servo; ma Jack non ha paura nemmeno del demonio, e coglie l’occasione per sfidarlo a una partita a dadi. Il premio messo in posta e l’anima dell’uomo: vale a dire, se Jack vincerà la partita, Satana prometterà di non reclamare mai la sua anima per l’Inferno.

C’è di che stupirsi, nel momento in cui vi dico che un tale personaggio era anche baro al gioco? Usando dadi truccati, Jack vinse clamorosamente e riuscì a strappare a Satana quella promessa; dopodiché, cullandosi nella confortante prospettiva per cui non sarebbe mai finito all’Inferno, l’uomo si abbandonò a una vita di totale dissolutezza, morendo senza neppure l’ombra di un pentimento.

C’era però una piccola criticità nel modo in cui Jack aveva presunto la sua salvezza: da qualche parte, dopo la morte, bisogna pur andare. E il fatto che Satana non reclamasse l’anima del peccatore non volle di certo dire che san Pietro l’accolse in Paradiso con una festa di benvenuto. Neppure il Purgatorio fu considerata un’opzione praticabile, a causa della enorme quantità di peccati gravi che l’uomo aveva commesso in vita e senza mai pentirsene. Da quel giorno – dice la leggenda irlandese – l’anima di Jack vaga senza pace sulla terra, illuminando il suo eterno vagare con una debole fiammella: rifiutata dall’Inferno, e tuttavia impossibilitata a guadagnarsi una salvezza che non ha meritato. Ogni tanto, di notte, la si può scorgere di lontano, quando una luce di cui non si conosce la provenienza si intravvede dall’altra parte della strada o quando il vento sembra portare con sé i gemiti disperati di un uomo che piange tutta la sua disperazione e sfoga contro di sé la sua rabbia. È Jack, la cui storia deve sì fare paura… ma per insegnarci una morale!

Lucia Graziano

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