TRUCCO DELL'UMANESIMO MALATO

Thomas Mann e l’umanesimo malato dei romanzieri. In essi tutto è morto tranne la loro vanità di sentirsi superiori quando menti confuse producono libri confusi e tale confusione viene indicata come la nostra condizione naturale.

di

Francesco Lamendola

Perché il romanzo moderno non racconta mai, o quasi masi, storie di vincitori? Perché non presenta mai, o quasi mai, degli eroi positivi? Perché non ci fa vedere degli uomini e delle donne che, pur in mezzo alle difficoltà della vita, riescono ad affermare i propri valori, a far trionfare la loro volontà, a conservare intatti i loro sogni? E perché, tutto al contrario, i romanzieri moderni amano immensamente mostrarci degli uomini vinti, sconfitti, falliti, delusi, amareggiati, inetti, impotenti, in balia di un destino cento volte più grande di loro? Perché così spesso indulgono a mostrarci dei malati, dei deviati, dei mostri, degli ossessi, dei nevrastenici, dei maniaci, dei depressi, dei delinquenti potenziali o effettivi?

Verrebbe da rispondere che ciò accade perché gli uomini di oggi sono così, e il romanziere li rappresenta come sono, senza aggiungere né togliere alcunché; ma sarebbe una risposta superficiale e insoddisfacente. Molti sono così, e molti non lo sono; probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne odierni sono meno inetti, meno malati, meno confusi e sconfitti e amareggiati di come vengono rappresentati dagli scrittori. Resta perciò la domanda: perché questi ultimi concentrano tutta la loro attenzione su un’umanità allo sbando, e ignorano quella parte di umanità che conserva salda la propria coerenza, la propria fiducia nella vita e la propria consapevolezza di sé? Le ragioni possono essere almeno due. La prima è che rappresentare il male è più facile, più interessante, più gratificante che rappresentare il bene; e lo sanno da sempre gli studenti di liceo che adorano l’Inferno di Dante, ma si annoiano terribilmente a leggere e studiare il Purgatorio, e più ancora il Paradiso. La seconda è che gli scrittori sono afflitti dalla stessa lebbra che amano dipingere nei loro romanzi e perciò si sentono istintivamente in sintonia con gli eroi negativi. Ce ne sarebbe una terza: che parlare del vizio, del male e del peccato rende di più, anche in termini commerciali; ma è troppo maliziosa e, per non cadere nel medesimo peccato che stiamo censurando, evitiamo di approfondirla ulteriormente.

Un tipico rappresentante di questa linea letteraria è Thomas Mann, il quale, fin dalla Morte a Venezia, si è qualificato come uno dei suoi maggiori esponenti, e i cui anti-eroi sono fra i più caratteristici della categoria nella quale si riflette un certo tipo di umanità contemporanea; quella, per intenderci, che non essendo capace di vivere preferisce parlare e scrivere sulla vita, come ha insegnato Luigi Pirandello. Particolarmente acute ci sembrano le osservazioni svolte in proposito dal musicologo e critico musicale Quirino Principe, goriziano, classe 1935, svolte nel suo brillante e acuto saggio La rivelazione incompiuta (Milano, Rusconi Editore, 1974, pp.146-148; 150-151):

L’umanesimo di Thomas Mann ha una colpa d’origine: esso trae fondamento da una concezione che comprende soprattutto la parte negativa dell’uomo, e la più debole, falsamente considerata più “sincera” e più ricca di pathos. Mann difende l’Ottocento vantando, come maggior merito di quel secolo, quello che dovrebbe essere il suo più decisivo capo di imputazione. L’Ottocento, non a caso inaugurato dalla filosofia romantica culminante in Hegel, è stato l’epoca della confusione filosofica, cioè l’epoca in cui la filosofia ha voluto abbracciare tutto, anche ciò da cui si sarebbe dovuta guardare, e l’abbraccio è stato mortale. Esistono realtà che non possono giovare alla filosofia, che non saranno mai filosofia. Conquistare l’irrazionale alla ragione può essere un progetto attraente, ma la razionalità, se vuole sopravvivere come filosofia, deve semplicemente trascurare l’irrazionale. Trasformare la malattia in vitalità può essere una fatica emozionante, ma la buona salute, se vuole persistere, deve soltanto tenere a bada la malattia: all’intelligenza non occorrono gli stimoli del bordello.

Thomas Mann, come anche un altro scrittore a lui poco affine ma convergente in molti temi, ha pronunciato parole di lode per certi artisti, indicando all’ammirazione pubblica la presenza di spinte contrastanti, di contraddizioni capricciose o laceranti. Mann definisce l’opera di Wagner «fenomeno fra i più grandiosi, ambigui, complessi ed affascinanti nel mondo della creazione». Proust, parlando di un musicista di minor grandezza ma non di minor talento, Saint-Saëns, ne apprezzava molto «les jeux habiles, déconcertants, diaboliques et divins». Due giudizi che sono quasi l’uno la riproduzione dell’altro perché ciò che è abile e sconcertante si ritrova in parte nel grandioso e complesso, e l’antitesi diabolico-divino corrisponde all’antitesi ambiguo-affascinante. I caratteri sono tutti accomunati nella lode, perché l’ambiguo e il diabolico sono seducenti, mentre il divino e il grandioso hanno nobiltà ed eccellenza, e finisce che la lode li accoglie insieme come tutti nobili, o tutti seducenti. Fra le ceneri dell’età borghese è rimasto intatto un obbligo, quello di non considerare grande se non chi è anche un po’ ambiguo, un po’ diabolico, un po’ malato, un po’ peccaminoso. A un antico concetto di grandezza, e cui grande è chi, fra tanti ciechi sa scegliere LA strada giusta, subentra una nuova grandezza, propria di chi sceglie TUTTE le strade, quelle che vanno a destra o a sinistra, in alto o in basso, quasi con la stessa perizia con cui potrebbe sceglierle un cieco curioso. Lo stesso Mann giustificava in una lettera a Kérenyi, il suo perenne occhieggiare dalla sponda del razionale verso l’irrazionale, per invocare poi subito dopo la razionalità come salvezza: «Io sono un partigiano dell’equilibrio. Mi appoggio istintivamente a sinistra quando la barca minaccia di ribaltare a destra e viceversa». Ma questa predilezione per la grandezza «nel bene e nel male», fondata in ugual misura su gradi meriti e su grandi vizi, rientra nella vocazione di una cultura della quale Thomas Mann ha rappresentato soltanto uno dei maggiori modi d’essere, non certo l’unico e neppure il maggiore.

I suoi personaggi non sono mai uomini forti, tranne due, Mosè nel racconto biblico “Da Gesetz”, e Gregorio nella leggenda medievale “Der Erwälhte”. Ma essi non costituiscono alcun esempio, perché rappresentano nelle intenzioni dello scrittore, il passato che non esiste più e del resto già il protagonista di “Joseph und seine Brüder” è più abile che forte, ed è favorito dalla fortuna. (…)

Il romanzo moderno, incapace di narrare storie di vincitori – come nel medioevo, quando si esponevano con felice naturalezza vite di santi -, riesce a narrare soltanto storie di perdenti, o almeno così sembra; in ogni caso, Mann è una conferma eminente di questa attitudine. I suoi vinti sono fin da principio i MIGLIORI, e lo scrittore li presenta come eroi non BENCHÉ perdano, ciò che sarebbe giusto, ma PERCHÉ perdono, è una delle verità che Thomas Mann, insieme con altri scrittori, non ha capito; se la vittoria non è segno di grandezza, neppure la sconfitta ne è segno necessario, e la catastrofe non è sufficiente garanzia di rivelazione.

Ma lo scrittore moderno, che è per eccellenza scrittore di romanzi, predilige la rappresentazione del fallimento perché sembra sollecitare meglio l’indagine inclina verso la fenomenologia del vizio che del fallimento è causa e preludio perché sembra piegarsi più docilmente all’analisi. Quanto più è difficile la salvezza dell’anima, tanto più ci si dedica allo studio dell’anima. È un costume che si impone con la forza di un sillogismo: se la dissoluzione favorisce l’analisi, la perdizione dev’essere preferita alla salvezza perché ne tragga profitto la conoscenza.


L’eroe negativo, che gradualmente trapassa nel ruolo dell’eroe perplesso e infine in quello dell’anti-eroe, è la grande scoperta della letteratura romantica, che poi evolve e si prolunga sino a i nostri giorni: pensiamo al Werther di Goethe e a Julien Sorel ne Il Rosso e il Nero di Stendhal, fino al Pio Cid di Ángel Ganivet, ad Emilio Brentani in Senilità di Svevo, per non parlare di personaggi come quelli di Alfredo Oriani o di Federigo Tozzi (ma, questi ultimi, accompagnati dalla contenuta pietà dell’autore), tutti parenti più o meno lontani, probabilmente nipotini dell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij. E, ancora, i Leopold Bloom di Joyce, i Buddenbrook e gli Aschenbach di Thomas Mann, i Marcel del Tempo perduto, i Signori K. di Kafka, gli Urlich di Musil, le signore Galloway di Woolf, i Vitangelo Moscarda di Pirandello: e chi più ne ha, più ne metta. Che cos’hanno in comune tutti costoro? Il fatto che non sanno vivere; che non hanno imparato niente, né imparano mai nulla dalla vita; che ripetono sempre gli stessi errori, che si chiudono in una sterile saggezza e in una precoce senilità (la “filosofia del lanternino” di Pirandello), fatta di distacco senza amore, di atarassia senza tensione morale, di solitudine senza ascesi; che si costruiscono una loro visione del mondo fatta di amarezza, disperazione, frustrazione e desiderio di vendetta; che sono dei sociopatici incurabili, incapaci di provare alcuna empatia con il prossimo; e che hanno l’imperdonabile presunzione di voler fare dei propri fallimenti, delle proprie sconfitte e della propria angoscia una filosofia universale, buona per tutti e per ogni tempo: indizio infallibile che in essi tutto è morto, tranne la loro piccola, meschina, miserabile vanità di sentirsi superiori al mondo intero e voler gettare in faccia al destino la loro “superiore” saggezza, che altro non è se non una forma di velleitaria e sterile rivalsa su quel mondo che non hanno saputo capire e che nondimeno vogliono giudicare con inappellabile sentenza.

E le cose sono giunte a un punto tale che un intero genere letterario, l’apologetica, è pressoché scomparso, inabissato come un fiume carsico, e chissà se e quando lo rivedremo mai tornare in superficie: non solo perché il terreno sul quale prosperava, la cultura cattolica, si è rapidamente inaridito, ma anche perché parlare dei Santi, dei mistici, dei missionari, dei martiri della fede, avrebbe oggi qualcosa di stonato, d’irrispettoso, perfino di molesto agli orecchi stessi dei cattolici “adulti” e dialoganti, quello uscito fuori dal grande lavaggio del cervello del Concilio Vaticano II. A che scopo, per esempio, parlare delle stimmate di San Pio da Pietrelcina, o delle sue lunghissime e sofferte celebrazioni liturgiche, o del martirio quotidiano delle centinaia di confessioni che sosteneva per la salvezza delle anime, quando tutte queste cose appaiono, agli occhi della cultura laica e perfino di quella cattolica progressista, come decisamente inopportune, per non dire sbagliate, in quanto fondate su una certezza monolitica che non ha ragione d’essere, perché Dio parla attraverso tutte le fedi e tutte le chiese, e opinare diversamente vuol dire voler fare di Lui una specie di tiranno medievale, un corrucciato signore feudale che non ammette e non perdona nulla di quanto cresce al di fuori della Sua vigna? E per la stessa ragione, ecco spiegata la scomparsa della letteratura per l’infanzia: i libri per bambini devono parlare del bene che viene premiato e del male che viene punito; devono avere una morale positiva; devono incoraggiare una visone serena e rasserenante del mondo: ma tutto ciò è incompatibile con la direzione che i Padroni Universali vogliono imprimere alla cultura moderna, la quale deve rafforzare i dubbi, le inquietudini, le angosce dell’uomo; deve minare il principio d’autorità; deve indebolire le famiglie e perfino il senso di appartenenza di genere, maschile e femminile. Perciò basta coi libri per bambini; basta con le principesse che vengono risvegliate dall’amore del principe, che per loro affronta il drago e altri mille pericoli; basta con tutto ciò che è ordine, armonia, proporzione, bellezza, pace. Bisogna inoculare anche nei bambini il cattivo seme dell’infelicità; bisogna tirar su dei futuri adulti disadattati, scontenti, pieni di complessi, di rancori e rivalse. Si possono tutt’al più tollerare mediocri favole inquinate dalla magia e da un senso banale del soprannaturale, come la saga di Harry Potter; e se no, niente del tutto: lasciamo i bambini alle prese con lo smartphone e i giochi elettronici, e stiamo a vedere cosa accadrà fra venti, trenta, quarant’anni.

Tornando a Thomas Mann: davvero l’uomo contemporaneo si riflette in personaggi come il professor Aschenbach de La morte a Venezia, o i decadenti membri della famiglia Buddenbrook, il solitario Spinell di Tristano, gli allucinati ospiti del sanatorio alpino de La montagna incantata? A forza di sentirci ripetere di sì, dai professori del liceo e dell’università, e dalle innumerevoli trasposizioni cinematografiche di quei romanzi ed altri simili, un po’ tutti noi ci siamo auto-convinti che quella è la nostra fedele rappresentazione. Ma se così non fosse? Se ci fosse in noi più salute, più saggezza, più amore per la vita, più chiarezza d’idee, più generosità e capacità di donare, di quanta non ne potrebbero mai ammettere scrittori come Thomas Mann, i quali, se ciò dovesse mai accadere, resterebbero praticamente disoccupati? Si ricordi questo concetto, così bene espresso da Quirino Principe: L’Ottocento, non a caso inaugurato dalla filosofia romantica culminante in Hegel, è stato l’epoca della confusione filosofica, cioè l’epoca in cui la filosofia ha voluto abbracciare tutto, anche ciò da cui si sarebbe dovuta guardare, e l’abbraccio è stato mortale. E la letteratura dietro la filosofia: una smania febbrile di abbracciare tutto, anche ciò che si dovrebbe evitare, ciò che è pericoloso e distruttivo, quasi per un amaro gusto del cupio dissolvi. Menti confuse producono libri confusi; ma se tale confusione viene indicata come la condizione naturale dell’uomo, dopo aver fatto di tutto per coltivarla e alimentarla, il trucco dovrebbe apparire evidente…

Del 09 Gennaio 2022

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