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CATTIVA LETTERATURA RELIGIOSA

Il triste trionfo della cattiva letteratura religiosa. Lo scardinamento della dottrina trasformata in usa-e-getta? E bravi tutti De Rosa, Rahner: sul piano umano avete vinto, eppure lo sapete sarà Dio a scrivere l’ultima parola.

di

Francesco Lamendola

Ogni tanto le librerie sono invase dalle copie di un nuovo volume che parla del cristianesimo e della Chiesa e che viene presentato come un grosso evento culturale, una preziosa occasione per sapere la verità che da secoli viene occultata, non si sa bene da chi. È quasi inutile aggiungere che si tratta di libri scritti o da nemici dichiarati del cristianesimo, o da cristiani “progressisti” che detestano la dottrina di sempre e il magistero perenne, o anche, ed è un caso abbastanza frequente, da preti spretati che hanno anche bisogno di sfogare i loro personali rancori e prendersi e loro piccole rivalse; meglio ancora se sono religiosi o sacerdoti cacciati dalla Chiesa per condotta immorale. Non occorre che siano persone intelligenti, profonde e documentate; anzi, è bene che non lo siano: al pubblico conformista non piace pensare troppo e meno ancora andare a documentarsi; ciò che inconsciamente desidera è avere fra le mani un libro che conferma ciò che si aspetta di sentire su quell’argomento da qualcuno di autorevole, o che si suppone essere tale: vale a dire che la Chiesa gerarchica è sempre stata brutta e cattiva, che ha sempre represso l’istinto sessuale e la libertà di pensiero, che non ha mai voluto mettersi al passo col mondo moderno, e che quando infine lo ha fatto, col magnifico Concilio Vaticano II, lo ha fatto con troppo ritardo e insufficiente decisione. Questo tipo di pubblico, formato da persone semi-colte e semi-pensanti, che vuole sentirsi aggiornato e tenersi bene infornato, non per capire meglio la realtà, ma per trovare conferma ai luoghi comuni che affollano la sua mente, in modo da essere sempre dalla pare “giusta” della barricata (giacché è un pubblico formato da persone che, per essere certe di esistere, hanno bisogno di avere un nemico) è assai ampio e quindi offre lo sbocco ad un vasto mercato editoriale. Si comprende allora perché le case editrici stiano attente a non fargli mai mancare nuovo nutrimento, ora coi libri di Hans Küng, ora con quelli di Leonardo Boff, ora con quelli di Enzo Bianchi, ora con quelli di Vito Mancuso.

A tale scopo, tra la fine degli anni ’80 e quella degli anni ’90 del secolo scorso, l’industria editoriale internazionale ha offerto il suo momento di gloria a uno di questo coraggiosi proclamatori del vero, di questi intrepidi combattenti per la libertà di pensiero, i quali si posizionano ai margini della Chiesa cattolica, in apparenza non per attaccarla, ma per stimolare le sue forze progressiste ad agire con maggior decisione (erano gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II) onde metterla finalmente al passo coi tempi e colmare quei famosi due secoli di ritardo denunciati così spesso dal cardinale Carlo Maria Martini. Parliamo di Peter De Rosa, ex prete che ha lasciato l’abito sacerdotale per sposarsi e mettere su famiglia, dopo essere stato per sei anni professore di etica e metafisica presso il seminario di Westminster, e di teologia presso il Corpus Christi College. Non osiamo pensare che razza di lezioni di etica, metafisica e teologia abbia tenuto ai suoi allievi, dopo aver letto il suo grosso, noioso e banale libro Vicari di Cristo, divenuto immeritatamente celebre, che a un certo punto è stato tradotto in numerosissime lingue e nel quale era quasi impossibile non imbattersi quando si entrava in libreria, come a un dato momento è pressoché impossibile non udire il motivetto della canzone di successo dell’estate. Si tratta di una lunga e monotona successione di pagine oscure nella storia della Chiesa, e più precisamente del papato, passate sotto la lente d’ingrandimento di un occhio assai poco benevolo, con l’intento evidente (e il gusto non meno evidente) di portare al pettine ogni nodo per sostenere che i vicari di Cristo, nel corso della loro storia due volte millenaria, ben poco si sono tenuti nel solco del fondatore della Chiesa. Naturalmente spreca le lodi ai modernisti, a Giovanni XXIII e al Vaticano II, presentati senza alcun chiaroscuro come eventi e personaggi provvidenziali, non certo nel senso soprannaturale della parola (De Rosa ignora la dimensione soprannaturale) ma come quelli che hanno provato a colmare il famoso ritardo e di ridare credibilità ad un’istituzione decrepita e corrosa dai tarli, immettendovi nuova linfa, nonché una bontà e una comprensione prima sconosciute.

Vediamo, a titolo d’esempio, come Peter De Rosa affronta il tema della Pascendi e della lotta di san Pio X al modernismo (in: Vicari di Cristo. Il lato oscuro del Papato; titolo originale: Vicars of Christ, 1988; trad. di Elena Colombetta, Milano, Gruppo Editoriale Armenia, 1999, pp. 288-290):

Come Pio IX aveva pubblicato il suo Sillabo degli Errori contro tutte le tendenze liberali, così nel luglio del 1907 Pio X scrisse la “Lamentabili”, un attacco alle “novità”. Fu particolarmente duro con le interpretazioni più recenti dei dogmi e delle Scritture, e tra le proposizioni di condannare scelte a caso dagli scritti di teologi ed esegeti comprese le seguenti:

2. L’interpretazione dei Sacri Libri data dalla Chiesa non deve affatto essere rifiutata; dev’essere tuttavia sottoposta al giudizio più accurato e alla correzione degli esegeti.

5. Poiché il deposito della Fede contiene soltanto verità rivelate, la Chiesa non ha il diritto di tranciare giudizi sulle asserzioni della scienza

12. Se vuole applicarsi agli studi biblici, l’esegeta deve innanzitutto mettere da parte tutti i preconcetti sull’origine soprannaturale delle Sacre Scritture e interpretarle come qualsiasi altro documento puramente umano. (…)

Con poche limitazioni, oggi queste proposizioni rappresenterebbero un’espressione di ciò che crede la maggior parte degli studiosi moderni.

La “Lamentabili” fu un patetico tentativo di eliminare il progresso come se fosse una setta eretica. Spesso Pio X dà l’impressione di condannare le proprie fantasie, poiché molto di ciò che censura appare confuso, e non si può essere certi che qualcuno l’abbia mai sostenuto. Tendeva a far tutto un fascio di ciò che disapprovava, bollandolo come “Modernismo, un compendio di eresie”, e ammoniva i Cattolici a non immischiarsi con esso. EGLI, il Vicario di Cristo, li avrebbe condotti in salvo attraverso le paludi del mondo moderno. Naturalmente aveva ragione di preoccuparsi; la Chiesa, ma su posizioni arretrate da secoli, ora veniva smascherata dalla storia, dalla scienza, dalla paleontologia all’esegesi. Doveva quindi scegliere tra l’imparare in fretta o chiudersi a riccio. L’’enciclica “Pascendi”, seguita poco dopo alla “Lamentabili” dimostrò che Pio aveva scelto di chiudersi a riccio.

Quest’enciclica purtroppo trasuda la nera retorica dei pronunciamenti papali dell’epoca nel senso stesso della Chiesa si celano i nemici della Croce di Cristo, Protestanti il cui unico scopo è quello di distruggere la Chiesa di Cristo e annullare la sua opera, riducendo il Salvatore alla condizione di uomo comune. Questi “Modernisti”, diceva Pio X, non credono nella Rivelazione, né in Dio, né nella Chiesa come istituzione divina. Costituiscono un’organizzazione molto solida e si nascondono ovunque: nella filosofia, nella teologia, negli studi biblici, nella politica.

Niente di tutto ciò era lontanamente plausibile. È difficile che dei Cattolici con convinzioni esplicitamente protestanti si celassero nel seno della Chiesa con l’unico scopo di distruggerla diffondendo la loro miscredenza.

In realtà il mondo invecchiava; nella mente umana si verificava una rivoluzione che costituiva un’estensione di quanto era accaduto nella mente di Galileo La scienza ormai forniva risposte a domande affidate ai sacerdoti e alle preghiere delle generazioni precedenti. Dal punto di vista della mentalità, Pio viveva ancora in un mondo medievale in cui Dio interveniva da “là fuori” o da “lassù”, con miracoli o precetti mormorati nelle orecchie dei profeti e dei papi. Ad esempio credeva che guardando semplicemente il testo biblico un papa, lui compreso, senza una particolare competenza nel campo, e quindi anch’egli potesse interpretare in quel momento e per sempre il significato delle Scritture. Sosteneva l’eternità e l’assolutezza di tutte le dottrine in un periodo storico in cui era sempre più evidente che la relatività si applicava a tutti i giudizi morali e alle espressioni di fede. Gli studiosi dicevano che tutto doveva essere ripreso in considerazione.

L’uomo non è una creatura dell’assoluto, tranne che nel suo tendere all’Aldilà; è necessariamente parte integrante di un mondo che cambia. Tutto cambia, inclusa la visione di sé stesso, di Dio e della Rivelazione. Il Vecchio Testamento fornisce alcuni esempi al proposito: un Dio ebraico locale con poteri limitati e simpatie ancor più limitate, si trasforma gradualmente in un Dio degli Eserciti fino ad essere percepito come il Dio della creazione e della storia. Anche il Nuovo Testamento dimostra che Gesù non è una creatura piombata in questo mondo dall’esterno, ma un essere umano che in un certo senso, come tutti gli esseri umani, era sempre presente. La rivelazione del Nuovo Testamento non è dare e ricevere precetti divini, ma una conoscenza graduale del significato della vita, della morte e della resurrezione di Gesù, trasformato attraverso la predicazione e l’insegnamento in uno strumento pedagogico adatto ai diversi luoghi e alle diverse esigenze di diverse comunità, greche ed ebraiche.

La storicità dell’uomo, che tanto entusiasmava gli studiosi del tempo, per Pio X era anatema, perché la avvertiva come una minaccia alla Chiesa e alla sua posizione come Voce delle verità eterne in seno alla medesima.


È perfino imbarazzante vedere con quanta sicumera e ingenuità l’autore, gonfio di pregiudizi positivisti e scientisti, dà semplicemente per scontato ciò che invece dovrebbe dimostrare, e sostiene che il progresso della scienza ha reso obsoleto e non credibile il messaggio dottrinale sostenuto così a lungo dalla Chiesa cattolica, per cui altro non resterebbe da fare a quest’ultima che prendere atto del suo abissale ritardo, spogliarsi di tutte le sue certezze e trasformarsi in un ente filantropico fondato sull’idea di progresso in salsa leggermente religiosa, ma di una religiosità compatibile col mondo, sempre e comunque. In altre parole, egli delinea con tre decenni di anticipo la Chiesa di oggi, la Chiesa di Bergoglio e della Pachamama, la Chiesa dei poveri, che però fa tutto quello che piace ai miliardari del Forum di Davos, a cominciare dall’obbligo della vaccinazione, passando per quello di non santificare le feste e tenersi il più possibile alla larga dai Sacramenti perché così vuole la dittatura sanitaria, pardon, così vogliono le autorità statali, si capisce per il nostro bene, cioè per salvarci da una terribile pandemia che, però… non esiste e non è mai esistita. E bravo De Rosa: il sagace battistrada di una chiesa che, trent’anni fa, sembrava di là da venire, ma che oggi si è incarnata nelle persone di gesuiti come Sosa Abascal o James Martin, e non parla più di Dio e della vita eterna, meno che mai di Cristo, perché la cosa sarebbe divisiva, mentre bisogna puntare tutto sulla fratellanza umana (massonica), ma di migranti, clima, ambiente, biodiversità, vaccini e controllo della nascite. Ma è verso la fine del suo banale, monotono, imbarazzante discorso che l’autore tocca il fondo della superficialità, sfiorando l’autoironia involontaria. Dopo aver speso tante parole per convincere il lettore che Pio X, nella lotta contro il modernismo, aveva dato corpo ai propri fantasmi e che in realtà non c’era alcun motivo di preoccupazione per la Chiesa, se ne viene fuori a dire con beata tranquillità che Gesù non è una creatura piombata in questo mondo dall’esterno, vale a dire che era solo un uomo e non Dio, per quanto – e qui si fa davvero fatica a seguirlo - in un certo senso, come tutti gli esseri umani, era sempre presente. Dio solo sa che cosa significhi realmente questo enunciato: per la nostra modesta intelligenza, non significa nulla. Infine l’aperta dichiarazione di ultramodernismo: La rivelazione del Nuovo Testamento non è dare e ricevere precetti divini, ma una conoscenza graduale del significato della vita, della morte e della resurrezione di Gesù, trasformato attraverso la predicazione e l’insegnamento in uno strumento pedagogico adatto ai diversi luoghi e alle diverse esigenze di diverse comunità, greche ed ebraiche. Quindi: a) il Nuovo Testamento non è un testo divinamente ispirato; b) è un testo che si deve continuamente aggiornare, a seconda dei tempi e dei luoghi, e soprattutto del pubblico. Dunque non è la vita di Gesù e il suo insegnamento che fanno testo, sempre e comunque, ma sono le “esigenze” degli uomini, di questo o quel Paese, di questa o quella comunità, onde aggiungere, togliere o rettificare quanto c’è scritto in esso, per trarne un prodotto utile alle loro necessità. Una “religione” costruita dal basso, dall’uomo, e sempre soggetta a revisione e aggiustamenti, proprio come un’automobile che periodicamente deve essere portata in carrozzeria per i necessari controlli, le riparazioni e le sostituzioni dei pezzi usurati o difettosi. Bella logica: prima De Rosa afferma chiaro e tondo che il pericolo modernista esisteva solo nella mente di Pio X, poi dichiara lui stesso il programma massimo dei modernisti: lo scardinamento dell’intera dottrina e la sua trasformazione in un estensibile usa-e-getta, sempre adattabile ai casi del momento; niente di eterno e, in fondo, niente Dio. Cristo è solo un uomo: sembra di sentir parlare Bergoglio con Scalfari. E bravi tutti: De Rosa, Rahner, Bianchi. Sul piano umano avete vinto. Eppure, lo sapete, sarà Dio a scrivere l’ultima parola.

Del 10 Maggio 2021

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Christoforus78
Uomini ambiziosi diventano presto idolatri del proprio ego e delle loro elocubrazioni mentali.