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Il virus, la follia malthusiana e la stanchezza della libertà. Bernard-Henri Lévy contro gli antiumanisti che vedono nel virus un messia. Da Il Foglio la recensione di Giulio Meotti al libro Ce virus qui rend fou. Nella sua nuova opera il filosofo ed epistemiologo francese attacca la sinistra moralista in preda a un misto di “malthusianesimo e marshmallow penitenziale”.

“Di fronte a questo messianismo virologico, di fronte a questi fiumi di terrore e di morte, non dobbiamo stancarci di ricordare il principio caro al mio maestro Georges Canguilhem: ‘I virus non …More
“Di fronte a questo messianismo virologico, di fronte a questi fiumi di terrore e di morte, non dobbiamo stancarci di ricordare il principio caro al mio maestro Georges Canguilhem: ‘I virus non parlano, i virus non hanno alcun messaggio, un virus è stato, da tempo immemorabile, puro disordine, pura morte’”. È con un riferimento al filosofo ed epistemiologo francese molto noto negli anni Settanta che Bernard-Henri Lévy apre il suo nuovo libro Ce virus qui rend fou (Grasset in Francia, La nave di Teseo in Italia).

Lévy vi attacca la sinistra moralista in preda a un misto di “malthusianesimo, antiumanesimo e marshmallow penitenziale”. Come l’ex ministro della Transizione ecologica di Macron, Nicolas Hulot, autore di un manifesto in cento punti per un mondo migliore post-Covid. “Ascoltandoli, la natura si vendicherebbe e il virus sarebbe una ‘grande opportunità’”, commenta Lévy. Il saggista francese parla di “antropofobia radicale”.

È all’opera qui “il malthusianesimo e la sua teoria degli ‘uomini in più’. L’antiumanesimo levistraussiano e la sua idea che il vero virus sia l’uomo”. Qualche giorno fa, sul Monde, proprio Philippe Descola, il celebre antropologo che fu allievo di Claude Lévi-Strauss di cui ha ereditato anche la famosa cattedra al Collège de France, ha detto che “il capitalismo è nato in Europa, ma non è definibile etnicamente e continua a propagarsi come un’epidemia, solo che non uccide direttamente quelli che lo praticano, ma le condizioni di vita di tutti gli abitanti della Terra. Noi siamo diventati dei virus per il pianeta”.

È una epidemia di sermoni di questo tenore. Il filosofo Mark Alizart scrive dalle colonne di Libération: “Contiamo ancora le morti da Covid-19. Perché non stiamo contando le morti da crisi ecologica e perché non stiamo mostrando la curva delle emissioni di carbonio che dovremmo ‘appiattire’?”. Il professore di Economia ecologica all’Università di Barcellona, Federico Demaria, pone la stessa domanda su Médiapart: “L’attuale pandemia è solo un aspetto della crisi antropogenica (creata dall’uomo) nota con il nome di antropocene”.

Un ragionamento che, se portato alla sua logica conseguenza, secondo Lévy, suona così: “Sarebbe più onesto nel complesso dire che ci sono troppe persone in questo mondo, che forse è l’uomo, dopo tutto, il virus”. Se la prende poi con “la sinistra al cherosene” che favoleggia la decrescita con la ricchezza e la libertà altrui vivendo nei viali alberati di Parigi, “come Thomas Piketty che si assume il diritto di decidere quali imprese, o quali viaggi sono o non sono essenziali”. Attacca chi, come Bruno Latour, “si è appollaiato sulle spalle dei morti per venderci il mondo di domani”.

La tesi di Lévy è che “stiamo assistendo a un cambiamento di civiltà. Da Rousseau, la Repubblica è stata fondata su un contratto sociale. Oggi, sullo sfondo dell’igienismo impazzito, siamo in procinto di passare al contratto vitale (dammi le tue libertà, le scambierò con una garanzia di salute)”.

Il filosofo trova “grottesco”, infine, che, in alcuni paesi sia stato istituito un giorno del ricordo per i morti della pandemia. “Grottesco. E soprattutto indecente. C’è un memoriale alla Resistenza. Un memoriale dell’Olocausto e un altro per il genocidio armeno. Le morti da Covid, come il cancro o il diabete, non sono martiri della storia”. All’origine della follia che dà il titolo al libro di Lévy c’è una profonda “stanchezza della libertà”.

Giulio Meotti

https://www.aldomariavalli.it/2020/06/07/il-virus-la-follia-malthusiana-e-la-stanchezza-della-liberta/