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«Maledetti usurai, che nella rete dell’usura catturano grandi e piccoli, ricchi e poveri». Non le manda certo a dire sant’Antonio: nei suoi Sermoni tuona contro le angherie degli strozzini e sostiene le difficoltà degli indigenti, contrastando la pesante piaga sociale diffusa nell’Italia di inizio Duecento. Roba vecchia quindi? Affatto.

gioiafelice
«Maledetti usurai, che nella rete dell’usura catturano grandi e piccoli, ricchi e poveri». Non le manda certo a dire sant’Antonio: nei suoi Sermoni tuona contro le angherie degli strozzini e sostien…More
«Maledetti usurai, che nella rete dell’usura catturano grandi e piccoli, ricchi e poveri». Non le manda certo a dire sant’Antonio: nei suoi Sermoni tuona contro le angherie degli strozzini e sostiene le difficoltà degli indigenti, contrastando la pesante piaga sociale diffusa nell’Italia di inizio Duecento.
Roba vecchia quindi? Affatto. L’ultima panoramica nazionale, stilata dall’Eurispes a settembre, parla del ritorno dell’usuraio «della porta accanto»; di un giro d’affari, tra capitale prestato e interessi criminali, da 82 miliardi l’anno (calcolato per difetto); di dodici famiglie italiane su cento che nel biennio 2014-’15 si sono rivolte agli usurai. E, tra le aziende, una su dieci. Nientemeno. Sono numeri impressionanti, da intrecciare con altri, in particolare con quelli della crisi e dell’impoverimento progressivo, e con quelli della stretta creditizia attivata negli ultimi anni dagli istituti bancari. C’è chi punta il dito anche contro l’usura bancaria, che non è un modo di dire, ma un vero e proprio reato regolato dal codice penale, perché pure gli interessi di certe forme di finanziamento legale possono superare i tassi soglia…
Ci sarebbe da approfondire, ad esempio leggendo L’usura. Un servizio illegale offerto dalla città legale (di Rosario Spina e Sonia Stefanizzi, Bruno Mondadori 2007), dove già il sottotitolo la dice lunga, e La rivolta del correntista. Come difendersi dalle banche e non farsi fregare (ChiareLettere 2014), dove Mario Bortoletto racconta la sua guerra giudiziaria contro l’usura bancaria.
Sta di fatto che a cadere nelle spire degli interessi vertiginosi è in genere chi, senza poter accedere in altro modo al credito, incappa in un periodo di difficoltà finanziaria, anche breve magari, per le più svariate motivazioni: c’è chi subisce la crisi o la perdita del lavoro, chi per leggerezza o inettitudine fa il classico «passo più lungo della gamba», chi vive dipendenze succhia energie – su tutte, dicono gli esperti, è l’azzardo a legarsi a stretto filo con l’usura –, chi deve far fronte a un improvviso problema di salute, e via dicendo, un caso diverso dall’altro, come testimonia il bel libro Usura Paura e Misericordia. Storie di chi combatte e non si lascia abbattere (Gelsorosso 2015), di Michela Di Trani.
Farsi poi un quadro preciso è difficile, perché tanti elementi convergono per tenere sotto traccia il fenomeno. Ovviamente l’usuraio ha tutto l’interesse (sembra un gioco di parole…) a non fare pubblicità «ufficiale» alla sua attività. Nel silenzio del suo cliente invece (ma le denunce sono in crescita) subentrano altri fattori: la vergogna di essersi trovati nel bisogno, la paura delle possibili conseguenze qualora non si onorassero le rate, la solitudine di sentirsi uno contro tutti, i compromessi economici e morali per recuperare nella cerchia dei conoscenti le somme necessarie a saldare il debito, la disperazione di non farcela e di non sapere dove sbattere la testa.
L’impegno della Consulta antiusura
Una porta contro la quale «sbattere la testa» è quella delle ventotto federazioni antiusura sparse sul territorio italiano, che compongono la Consulta nazionale antiusura Giovanni Paolo II onlus, la principale rete di sostegno e denuncia di questo dramma messa in campo dal privato sociale.
A presiederla dalla sede di Bari è, fin dalla sua fondazione, monsignor Alberto D’Urso, una vocazione spesa al fianco degli usurati, soprattutto delle famiglie che sono, per assurdo ma per legge (la 108/96), meno tutelate delle aziende quando incappano nella rete degli strozzini.
«Sì, è grave che le famiglie – sbotta il sacerdote – non abbiano la stessa dignità giuridica delle imprese. Di più, è incostituzionale: ci siamo fatti sentire anche dalle commissioni giustizia di Camera e Senato, ci danno ragione, ma poi nella pratica non cambia nulla. Però noi insistiamo. Come Consulta siamo impegnati a largo raggio: promuoviamo la prevenzione, la solidarietà, l’educazione alla legalità e il tutoraggio, ovvero l’accompagnamento delle vittime dopo che queste non sono più sotto schiaffo, in modo che non abbiano più a ricadere negli stessi errori. Offriamo assistenza legale a quanti trovano il coraggio di denunciare. Le fondazioni sono sorte proprio per presidiare il territorio, anche con l’aiuto dei vescovi, dopo le prime esperienze a Napoli nel 1991 e a Bari nel 1994. Poi l’anno successivo proposi la nascita della Consulta, perché si capì presto che il fenomeno era nazionale e sovranazionale, anche se nel Sud è molto più presente. Campania, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia sono le regioni più colpite, meno il Nord Est, dove però il fenomeno ha avuto di recente una pesante impennata».

L’articolo completo, con l’intervista a monsignor Alberto D’Urso, l’intervento di fra Luciano Bertazzo su «Sant’Antonio protettore degli usurati» e il racconto di un piccolo imprenditore che ha denunciato gli strozzini sono leggibili sul numero di novembre del «Messaggero» e sulla versione digitalizzata della rivista.

messaggerosantantonio.it/content/lusura-che-non-…

Coronavirus e prestiti, Confesercenti:
«Le regole per non cadere nell'usura»

Quali settori sono i più compromessi?

«Quelli che preoccupano di più, a causa degli importanti fattori che anche nella nostra regione li stanno bloccando, sono i settori dell’abbigliamento, del commercio al dettaglio, della ristorazione e dei bar, dei servizi al turismo nella loro totalità, come alberghi, agriturismi, B&B, agenzie di viaggi, autotrasporti, organizzazione eventi».
Una possibile soluzione?
«Va evitata quanto più possibile la carenza di liquidità. La necessità di disponibilità porta gli imprenditori a ricorrere a quel “credito parallelo” che è semplicemente usura. I criminali si organizzano e per fermarli serve l’impegno di tutti. Evitiamo che la malavita organizzata, anche in Umbria, possa approfittare di nuovo dell’attuale situazione. Confesercenti sta sensibilizzando costantemente i propri associati sul fenomeno dell’usura e sui rischi che possono correre nel prosieguo dell’attività imprenditoriale entrando in contatto con determinati ambienti malavitosi».
Possibili soluzioni?
«Come Confederazione regionale chiederemo un incontro al Prefetto e ai vertici istituzionali della nostra Regione».
Che cosa suggerisce ai suoi iscritti?
«Invitiamo quegli imprenditori in difficoltà a mettersi in contatto con Sos Impresa, nata nel 1991 a Palermo, per iniziativa di un gruppo di commercianti per difendere la loro libera iniziativa imprenditoriale, per opporsi al racket e resistere alla criminalità organizzata».

www.ilmessaggero.it/umbria/coronavirus_pre…