L'UOMO E' LIBERO O SCHIAVO?

De Maistre vs Rousseau. Non si nasce liberi lo si può diventare è la grande novità portata dal cristianesimo è una conquista spirituale e della ragione ma per essere liberi occorre conoscere la verità.

di

Francesco Lamendola

È possibile che una singola idea errata possa influenzare, per secoli interi, la visione che gli uomini hanno di se stessi, e provocare danni incalcolabili alla società, sia sul piano spirituale che su quello materiale? Questa domanda sorge spontanea quando si riflette all’idea illuminista che da Rousseau in poi ha dominato, per non dire ossessionato, l’immaginario collettivo degli europei e degli americani: cioè che l’uomo nasce libero, nonché dotato di una serie di diritti naturali, che gli derivano cioè dal solo fatto di esistere. Veramente Rousseau era stata anticipato dai giusnaturalisti, Grozio, Pufendordf e Althusius, ma è stato lui a volgarizzarla e farla diventare patrimonio comune della cultura moderna. Tale idea è alla base delle Dichiarazioni dei diritti delle due rivoluzioni del XVIII secolo, l’americana e la francese, e poi è alla base della Dichiarazione universale dei diritti umani, per voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a Parigi, il 10 dicembre 1948. Da quella data, in particolare, metterla in dubbio è diventato peggio che un’eresia, è praticamente un crimine di lesa maestà. E tuttavia, non possiamo fare a meno di domandarci: è un’idea esatta, condivisibile, giustificata e confermata dall’osservazione o dal ragionamento? Oppure è un’idea astratta, velleitaria, una mera affermazione di principio che non trova alcun riscontro nella realtà, e tanto meno nella retta ragione naturale?

Vediamo. Rousseau la pone all’inizio del suo libro più importante, Il contratto sociale, pubblicato nel 1762, e la esprime in questa forma, che vorrebbe essere lapidaria e folgorante, nonché dotata di un’auto-evidenza tale da rendere superfluo il voler dimostrarla: L’homme est né libre et partout il est dans les fers (l’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene). Dal punto di vista filosofico, questa è una di quelle affermazioni bislacche e contraddittorie che non meriterebbero certo la risonanza che invece hanno avuto: e ‘hanno avuta perché piacciono e sembrano spiegare un sacco di cose, mentre in realtà non si reggono sulle gambe, non hanno senso logico e non spiegano un bel nulla. Che accidenti vuol dire che l’uomo è ovunque in catene (letteralmente: messo ai ferri), se nasce libero? Evidentemente qualcuno l’ha posto ai ceppi: ma come ha potuto, se tutti gli uomini nascono liberi? È una bella fatica imporre all’intera umanità un ordine totalmente contrario alla loro natura essenziale. E poi, chi li avrebbe incatenati, se non degli altri uomini? E allora c’è qualcuno che è libero, il padrone degli schiavi? Oppure è uno schiavo anche lui, ma senza sapere d’esserlo, schiavo in un altro senso della parola? Perché se il senso della frase di Rousseau deve essere inteso metaforicamente, possiamo sbizzarrirci ad immaginare altre forme di libertà, e altre forme di schiavitù, le quali prescindono dal lato meramente giuridico. Oppure ancora il ginevrino intendeva dire che l’uomo, nella propria interiorità, è libero perché nasce tale, ma che poi il suo corpo viene ovunque avvinto dalle catene della schiavitù? In tal caso, la frase andrebbe letta per metà in senso figurato e per metà in senso letterale: un bel rompicapo trovare la giusta interpretazione, visto che non ci viene data la chiave del rebus.

La più limpida confutazione dell’idea espressa da Rousseau è stata fatta da Joseph De Maistre nel suo celebre saggio Il Papa, pubblicato nel 1819 (titolo originale: Du Pape; traduzione dal francese di Tito Casini, Libreria Editrice Fiorentina, 1926):

Fu una bella ridicolezza dell’ultimo secolo quella di giudicar tutto dietro regole astratte, senza tener conto dell’esperienza. (…)

Squisito il Rousseau quando comincia il suo “Contratto sociale” con questa massima rimbombante: «L’uomo è nato libero, e dappertutto si trova in catene!». Che cosa vuol dire? A quanto pare egli non intende parlare del FATTO, poiché nella medesima frase afferma che l’uomo è dappertutto in catene. Si tratta dunque del DIRITTO; ma è appunto quello che bisogna provare, CONTRO IL FATTO. Vero è il contrario di questa pazza asserzione: L’UOMO È NATO LIBERO. In tutti i tempi e in tutti i luoghi, fino alla fondazione del cristianesimo, anzi sino a che questa Religione non fu penetrata sufficientemente nei cuori, la schiavitù è sempre stata considerata come un ordigno necessario nel governo e nello stato politico delle nazioni, nelle repubbliche come nelle monarchie, senza che mai cadesse in mente ad un filosofo di condannare la schiavitù, né ad un legislatore di combatterla con leggi fondamentali o di circostanze (…)

Chi ha sufficientemente studiato questa trista natura, sa che L’UOMO IN GENERALE, abbandonato a se stesso, È TROPPO MALVAGIO PER POTER ESSERE LIBERO. Che ciascuno esamini l’uomo nel suo proprio cuore, e sentirà che dovunque sia data a tutti la libertà civile, non vi sarà più mezzo, SENZA UN QUALCHE SOCCORSO STRAORDINARIO, di governare gli uomini in corpo di nazione. (…)

Dovunque, il piccolissimo numero ha sempre condotto il grande poiché senza un’aristocrazia più o meno forte, la sovranità non ha abbastanza vigoria. Il numero degli uomini liberti nell’antichità era di molto inferiore a quello degli schiavi. Atene aveva 40.000 schiavi e 20.000 cittadini. A Roma, che contava verso la fine della Repubblica circa 120.000 abitanti, vi erano appena 2.000 proprietari, il che dimostra da solo l’immensa quantità degli schiavi. Un solo individuo ne aveva qualche volta diverse migliaia al suo servizio. (…)

Altre nazioni fornirebbero press’a poco gli stessi esempi. E del resto sarebbe inutile provocare diffusamente ciò che nessuno ignora, che l’universo, fino al cristianesimo, è sempre stato coperto di schiavi e che i sapienti non hanno mai biasimato tale usanza.

Questa proposizione non si scuote. (…)

Così il genere umano è in gran parte NATURALMENTE servo, e non può essere tolto da questo stato altro che soprannaturalmente. Con la servitù niente morale propriamente detta; senza il cristianesimo niente libertà generale, e senza il papa non si dà vero cristianesimo, ossia il cristianesimo operoso, potente, convertitore, rigeneratore, conquistatore, PEREZIONANTE. Spettava dunque al Sommo Pontefice proclamare la libertà universale; egli lo fece, e la sua voce risuonò per tutto l’universo. Egli solo rese questa libertà possibile, nella sua qualità di capo unico di quella Religione sola capace di piegare le volontà, e che non poteva spiegare tutto il suo potere se non per mezzo di lui. Oggi bisognerebbe esser ciechi per non vedere che tutte le sovranità in Europa s’indeboliscono. Esse perdono da tutti i lati la confidenza e l’amore. Le sette e lo spirito particolare si moltiplicano in modo spaventevole. Bisogna purificare le volontà o incatenarle; non c’è via di mezzo.


In ogni caso, il fatto che la roboante affermazione di Rousseau si sia impressa in maniera indelebile nell’immaginario dei moderni e abbia determinato tutta la successiva evoluzione del pensiero e della stessa politica, indica a sufficienza cosa s’intende allorché si dice che tutta la filosofia moderna è una sola, inarrestabile decadenza dalla vera filosofia, che è la metafisica. Vediamo qui bellamente calpestati i due principi fondamentali della logica, quello d’identità e quello di non contraddizione. Se l’uomo è nato libero, allora la sua condizione fondamentale è la libertà, e dire uomo è la stessa cosa che dire uomo libero. Questo è il principio d’identità: una cosa è se stessa. Ma se subito dopo si afferma, in maniera altrettanto recisa e apodittica, che l’uomo giace ovunque in catene, allora i conti non tornano: questa seconda condizione, B, fa a pugni con la precedente, A. Dunque si afferma che A è A, ma al tempo stesso che A è B: che l’uomo è in un certo modo, ma è anche nel modo opposto. Ma A può essere solo uguale ad A, e giammai a B: in tal caso, infatti, salterebbe il principio di non contraddizione.

Eppure è necessario chiarirsi le idee sulla faccenda della libertà umana, perché solo se si hanno le idee chiare in proposito si possono affrontare nella maniera giusta le situazioni aberranti che di volta in volta si pongono storicamente alla coscienza, come la falsa emergenza sanitaria che stiamo vivendo, e dietro la quale s’intravvede, neanche tanto nascosta a dire il vero, una feroce volontà totalitaria mirante a schedare, irreggimentare, controllare minutamente, e in definitiva schiavizzare l’intera popolazione mondiale, e ciò con il consenso e la calorosa approvazione della grande maggioranza di essa. Se fosse vero ciò che dice Rousseau e che dicono anche i giusnaturalisti, che l’uomo nasce libero, non si capisce come mai sia tanto facile ridurlo in schiavitù. Il fatto è che l’uomo non nasce affatto libero, ma nasce con gli strumenti per potersi forgiare e costruire la propria libertà: il che è una cosa ben diversa. Tali strumenti sono la ragione naturale e la volontà rettamente indirizzata, cioè indirizzata verso il fine naturale dell’uomo. Il fine naturale dell’uomo, quante volte l’abbiamo detto, è la felicità: e la felicità consiste nel realizzare la parte più elevata della sua natura e non la più bassa. La parte più elevata della natura umana è la ragione: dire uomo è dire essere razionale, e quindi persona. Un bambino che non ha ancora l’uso di ragione non è una persona nel senso proprio del termine: lo diverrà; per intanto è una persona in potenza, dunque un essere il cui statuto essenziale non coincide con la pienezza della natura umana, che si realizza nell’esercizio della ragione. Ricordiamo la sintetica ma efficace definizione di Boezio: la persona è: rationalis naturae individua substantia, «sostanza individuale di natura razionale»; e quella, un po’ più articolata ma ancor più precisa, di san Tommaso d’Aquino, secondo la quale la persona è «l’essere che sussiste per se stesso nella natura intellettuale mettendo così in risalto l’aspetto della sussistenza spirituale, del suo essere spirito incarnato in un corpo, che esiste in-sé e per-sé, che significa che l’uomo è così autocoscienza e fine a se stesso, non può essere strumento di nessuno e questo comporta una dignità» (dignitatem importat).

Qualcuno potrebbe obiettare che dire che l’uomo ha una dignità, per cui non può essere ridotto a strumento, è la stessa cosa che dire che l’uomo nasce libero; e dunque che non c’è una vera differenza fra l’idea dell’uomo di Rousseau e l’idea cristiana. Non è così. San Tommaso dice che l’uomo è autocoscienza e fine a se stesso, ma dice anche che ciò deriva dalla sua realtà spirituale, e che tale realtà spirituale emerge allorché egli manifesta la propria natura intellettuale. In altre parole, è la facoltà razionale che fa emergere la natura spirituale, e non viceversa. Dunque l’uomo si qualifica come essere spirituale dotato di ragione, laddove fa uso, e retto uso, della propria ragione; mentre se non ne fa uso, regredisce a un livello sub-umano, ossia si adatta a sussistere in una condizione naturale, che a quel punto diviene in-naturale, inferiore a quella che gli era stata destinata da Dio. Riassumendo: Dio ha creato l’uomo come essenza spirituale incarnata, e l’ha dotato della ragione. Grazie alla ragione l’uomo si emancipa dalla sua parte meramente materiale (san Paolo direbbe: carnale) e realizza in pieno la propria vocazione spirituale. Un passaggio ulteriore è richiesto affinché egli divenga figlio adottivo di Dio Padre. Gli uomini non nascono tutti figli di Dio, ma piuttosto con la possibilità di diventarlo; e lo diventano se usano rettamente la ragione e la volontà, e se riconoscono in Lui, e solamente in Lui, quel Vero che urge alla loro coscienza come un dato essenziale del quale hanno memoria e nostalgia, ma non il pieno possesso, per cui devono andarne alla ricerca. Come dice il Vangelo di Giovanni (1,9-13):

9 Veniva nel mondo / la luce vera, /quella che illumina ogni uomo. / 10 Egli era nel mondo, / e il mondo fu fatto per mezzo di lui, /eppure il mondo non lo riconobbe. / 11 Venne fra la sua gente, / ma i suoi non l'hanno accolto. / 12 A quanti però l'hanno accolto, / ha dato potere di diventare figli di Dio: / a quelli che credono nel suo nome, /13 i quali non da sangue, /né da volere di carne, / né da volere di uomo, / ma da Dio sono stati generati.

Dio infatti – il vero Dio, quello che ci indica anche la sana ragione naturale e non un dio qualunque, non una Pachamama qualsiasi – è anche Colui che rende liberi: Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32). Dunque per essere liberi occorre conoscere la verità: non si nasce liberi, lo si può diventare. Gesù parla essenzialmente della libertà dal peccato, ed è questa la grande novità portata dal cristianesimo: la libertà non è più una questione meramente giuridica, non dipende da una carta sulla quale è scritto che si è schiavi o liberti o cittadini, ma è una conquista spirituale, e la si realizza con un percorso della ragione e un atto della volontà. Insomma: mentre per Rousseau la schiavitù dipende solo da una causa esterna, ci sono dei cattivi che vogliono mettere gli altri in catene, per il cristianesimo la libertà è prima di tutto la manifestazione di una dignità che appartiene alla natura umana, ma che si realizza pienamente solo quando l’uomo sceglie di essere veramente uomo. Ed ecco la spiegazione di quanto sta oggi accadendo: molti uomini non hanno scelto a quale natura vogliono appartenere...

Del 10 Gennaio 2022

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Diodoro
Forse potremmo dire anche, caro professore, che il "servo arbitrio" di infausta memoria luterana (il Peccato Originale avrebbe totalmente distrutto la condizione umana, al punto che la Salvezza verrebbe solo da un arbitrio di Dio applicato a chi Lui voglia) è invece una realtà nel senso cattolico. L'uomo è libero nel senso che la libertà è una prerogativa della sua anima, ma è in catene nel …More
Forse potremmo dire anche, caro professore, che il "servo arbitrio" di infausta memoria luterana (il Peccato Originale avrebbe totalmente distrutto la condizione umana, al punto che la Salvezza verrebbe solo da un arbitrio di Dio applicato a chi Lui voglia) è invece una realtà nel senso cattolico. L'uomo è libero nel senso che la libertà è una prerogativa della sua anima, ma è in catene nel senso che il Diavolo lo trattiene -"a buon diritto", dato il Peccato Originale- sotto il proprio tallone.
Solo l'Uomo Nuovo, "venuto per rendere testimonianza alla Verità", lo costituisce libero - come e più che al momento della Creazione