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Francesco I

La triste storia di suor Sorriso

Una vittima delle aperture del Concilio Vaticano II e del demone modernista.

Il mercato discografico e musicale è da sempre stato particolarmente uterino, e dotato forse anche di una certa perfidia, nonché di scarsa memoria. Artisti osannati postumamente hanno ricevuto in vita critiche tanto aspre ed ingiustificate da causarne la morte prematura, personalità mediocri destinate ad una breve carriera, si trovano sovente a ritardare il ritiro fino a farlo coincidere con la loro definitiva debilitazione fisica, e talora – ma in effetti è una situazione creatasi più di recente attraverso i mezzi di comunicazione massificati – autentici fenomeni da baraccone, vengono innalzati al firmamento delle stelle della musica per poi precipitare nel più profondo baratro della generale indifferenza, e scomparire fin’anche dalla memoria collettiva, benché per giusta causa. Sarebbe forse crudele perder tempo a riesumare simili reperti del recente passato, gente senza talento o più semplicemente senza né arte né parte, ritrovatasi solo ad agire nell’àmbito di congiunzioni (non solo astrali) particolarmente quanto incomprensibilmente favorevoli, qualora una simile ricerca si limitasse a sviscerare sadicamente la carcassa derelitta del loro fugace successo; talvolta però dietro ad uno di questi fuochi fatui si cela una storia di tanta umanità da rendere del tutto secondario il problema artistico, il che fa del personaggio più un caso d’interesse antropologico che musicale nel senso proprio del termine.
Tale preambolo ci serviva a giustificare la comparsa su queste pagine dell’ineffabile figura d’una piccola donna del Belgio la quale, seguendo le strane vie della Provvidenza ovvero del Demonio (il perché lo vedremo presto), si ritrovò a percorrere la più ripida e disastrosa di tutte le parabole, cadendo davvero precipitevolissimevolmente dal castello di carta che s’era improvvidamente costruita. Jeanne-Paule Marie Deckers, detta Jeanine, nacque a Bruxelles nel 1933 da famiglia borghese; la madre, descritta come particolarmente petulante, non mancava di sedare ogni espressione d’autonomia d’una figlia che vedeva distante e forse anche pigra, non mancando di farle notare con saccenza l’esiguità degli introiti percepiti come maestra di disegno. Perseguitata da continue pressioni che la vorrebbero in convento, Jeanine decide ben presto di cedere allo zelo materno, e nel 1959 fa il suo ingresso nel monastero domenicano di Fichermont, in quel di Waterloo (proprio il luogo della memorabile battaglia), nell’attuale Brabante Vallone. Suor Luc-Gabriel, questo il suo nome religioso, resta tuttavia un personaggio sui generis anche dopo aver indossato l’abito: rispettata dalle consorelle per la sua simpatia, è un continuo problema per la Superiora, cui disobbedisce con una caparbietà giustamente ritenuta indecorosa, o quantomeno inadatta alla vita monacale.
Una caratteristica di Suor Luc-Gabriel che creava non poco scompiglio, era la sua passione per la musica contemporanea e per la chitarra, due aspetti della cultura del tempo che erano comprensibilmente invisi all’Ordine dei Frati Predicatori, che aveva fatto della sobrietà e dell’ortodossia i propri segni distintivi, al punto da aver dato alla Chiesa i maggiori inquisitori ed alcuni tra i massimi teologi di tutti i tempi. Proprio al fondatore e patrono San Domenico Suor Luc-Gabriel dedicò una canzoncina velata da un che d’infantile ed al contempo sinceramente riverente che la rese ben presto assai popolare nel convento anche per via dell’accattivante ritornello: “Dominique-nique-nique s’en allait tout simplement, / Routier pauvre et chantant. / En tous chemins, en tous lieux, il ne parl’ que du Bon Dieu, / il ne parl’ que du Bon Dieu”, “Domenico s’è avviato con semplicità, un giramondo povero e canterino. In tutti i modi, in tutti i luoghi, egli non parla che del Buon Dio, egli non parla che del Buon Dio”. La canzone esalta le virtù del “notre père Dominique” (lett. “il nostro padre Domenico”), descritto mentre sconfigge gli Albigesi, converte gli eretici, attraversa l’Europa a cavallo d’un cammello e, alla fine, sogna la famosa quanto rassicurante figura della Vergine SS. che con il suo mantello protegge l’umanità. Certo, questa è una strana immagine di San Domenico di Guzmán, il grande predicatore morto il 6 Agosto 1221, che “per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (Paradiso, IX, 38-39), uno tanto versato nella povertà evangelica da rifiutare una cella personale nel suo stesso convento per non poter dire suo alcunché.
Il motivetto però funziona, e passa dalle labbra delle monache a quelle degli uomini della strada. Non è chiaro cosa avvenne, se fu la Superiora o la stessa Suor Luc-Gabriel a proporne un’incisione, fatto sta che ben presto il piccolo componimento fu diffuso sotto l’imposto e mai gradito pseudonimo di Sœur Sourire, Suor Sorriso. Probabilmente (è la ricostruzione più diffusa e condivisibile) Dominique si prestava a divenire una simpatica canzoncina da propinare ai bambini delle colonie estive e delle missioni, da cui l’iniziale avallo dei superiori. Però il discografico Philips, fiutato l’affare per l’orecchiabilità della musica, finisce con il dargli una diffusione maggiore rispetto a quella originariamente prevista, ottenendone l’affermazione internazionale: non ci si poteva aspettare in alcun modo che il 33 giri avrebbe fatto il giro del mondo finendo addirittura al primo posto nelle classifiche degli Stati Uniti con un successo mai eguagliato da nessuna canzone belga. Suor Sorriso ed il suo convento vennero travolti da un’ondata incontrollabile di popolarità che se da una parte si traduceva in un’inaspettata fonte di guadagno per l’Istituzione, dall’altra sembrava ridicolizzare l’antico e venerabile Ordine dei Predicatori addirittura nella comprensibilmente venerata ed intangibile figura del Fondatore. La Superiora tentò in ogni modo di non fare trapelare l’identità della consorella, e le inibì quasi ogni possibilità di apparire in pubblico nonostante nel 1963 avesse ricevuto un Grammy; dovette desistere però quando, l’anno dopo, la suora fu invitata al prestigioso The Ed Sullivan Show, con l’intervento immediato del suo Vescovo, che ne impose quasi la partecipazione per evitare al convento ed all’Ordine di apparire come retrogradi in un tempo in cui si metteva in dubbio lo stesso carisma della vita religiosa.
Siamo all’apice della parabola: nel ’66 esce un film singolare incentrato sulla vita di Suor Sorriso ed interpretato nientemeno che dall’attrice e show-girl Debbie Reynolds. Ovviamente quest’ultima, come buona parte della trama del film, non ha alcunché a che vedere con la reale persona e condizione di Suor Luc-Gabriel, che in séguito a quest’ennesimo barlume di gloria scalpitava sempre più per la convinzione d’aver compiuto con la professione religiosa una scelta sbagliata. Il convento le parve divenire sempre più stretto, mentre fuori i già subdoli venti del modernismo e della rivoluzione culturale s’erano gonfiati a dismisura, sfociando ben presto in una guerra aperta alla tradizione ed all’establishment politico-religioso. Dopo un periodo trascorso presso la prestigiosa Università di Lovanio, verso la fine del 1966, forse spaventata dalla mole degli studi teologici, o più semplicemente sinceratasi dell’inadeguatezza del suo fervore, Suor Sorriso abbandonò l’abito monacale per impelagarsi nel mare magnum dell’attivismo laicale sorto nell’immediato post concilio, una selva impenetrabile di sperimentalismi i cui frutti sono oggi ampiamente criticati, quando non del tutto rinnegati dai loro medesimi fautori. Abbracciata la più facile filosofia sessantottina, capeggiata dalla triade pace-amore-droga, cedette subito alle lusinghe del femminismo militante, finendo addirittura con lo scrivere un’ode alla pillola anticoncezionale (il che se non altro le valse la definitiva rottura con le poche sostenitrici rimastele tra le mura del convento), tentando, con questa e molte altre canzoni di scarso o nessun valore artistico, di costruirsi una carriera come cantautrice.
La principale difficoltà le venne però dall’impossibilità di sfruttare nome e diritti della sua passata produzione, sicché privata della sua fama originale non trovò altrove alcuna via di rivalsa. Si arrabattò come meglio poté dando corsi di chitarra, vendendo opuscoli e gestendo una piccola scuola per bambini autistici, alla cui causa si era trovata particolarmente sensibile. Visse l’ultimo periodo della sua vita in compagnia di tal Annie Pécher, un’amica d’infanzia con cui pare intrattenesse una relazione in odore di lesbismo, pettegolezzo mai smentito dalla Deckers nonostante il palesato rifiuto dell’etichetta di omosessuale.

Ancora nei primi anni ’80 i maggiori giornali scandalistici non mancavano di pubblicare qualche scatto ritraente l’ex suora e la sua amica in atteggiamenti equivoci, alimentando un mito giunto quasi al precipizio del suo rovinoso tramonto. In quegli anni infatti la scuola per autistici fallì, e la Deckers fu sottoposta ad una cavillosa ispezione fiscale che la portò ben presto al collasso finanziario: per ragioni mai chiarite il fisco s’ostinava a pretendere dall’ormai indigente cantautrice la tassazione imposta sui diritti d’autore di Dominique, ch’ella non poteva tuttavia percepire: dal momento che il disco era nato quasi per sbaglio e con il preciso intento di farne dono ai fedeli, il contratto prevedeva un’iniqua percentuale di oltre il 90% dei proventi in favore dell’editore, e la restante parte a pro del convento, che possedeva pure il marchio Sœur Sourire. Si susseguirono da una parte e dall’altra querele e denunzie, ma l’ex suora non poté contare sull’aiuto delle consorelle, il cui ultimo atto era stato quello di procurarle un appartamento purché rinunziasse ad ogni contenzioso e pretesa sui suoi trascorsi monacali. Nel 1985 il tribunale sentenziò a suo danno, e la Deckers si ritrovò a dover pagare oltre il doppio della cifra inizialmente considerata, atteso che le venivano imputati anche gli interessi e le spese legali. Caduta in una profonda depressione e, pare, anche in una crisi d’identità dovuta ai suoi gusti sessuali, la Deckers cominciò ad abusare di alcol e droghe, coinvolgendo nella sua follia la Pécher, compagna di vita e d’intenti. L’epilogo si compì nel freddo d’una notte di Marzo del 1985 quando le due, scarabocchiate poche righe di commiato su di un foglio volante in cui accusavano i finanzieri della loro disperazione, si sottrassero ai vivi con una poderosa dose di barbiturici ed alcol, un temibile intruglio che destinò a medesima sorte molti artisti del ‘900.
La notizia della morte della fu Suor Sorriso comparve nei giorni a seguire come trafiletto su quegli stessi giornali che negli anni non avevano mostrato veruno scrupolo nel rovinarne l’immagine, destando una certa curiosità nei lettori. Tutti ricordavano come in un film in bianco e nero la goffa figura di questa donna occhialuta, bruttina, dalla voce insignificante, che avvolta nella sobria cappa domenicana schitarrava mormorando un motivetto accattivante quanto ridicolo. Mentre le facili note di Dominique tornavano presuntuose alla mente, i puritani leggevano con smorfia arcigna la prevedibile caduta d’un angelo ribelle che, rinnegato l’abito e la sua missione celeste, s’era abbassato fino alle più putrescenti bassezze del mondo, divenendo un tutt’uno con esso, e meritando quasi quella sorte; d’altra parte la folla delle lesbiche e dei modernisti non mancava di lodare il coraggio d’una donna creduta moderna e combattiva, le cui ali erano state tarpate dalla ritrosia dell’ordine costituito. In verità Sœur Sourire non fu altro che un’espressione, più nota forse, ma non unica, della deriva culturale e sociale del tempo in cui visse. La sua canzonetta d’irresistibile cantabilità è perfetto esempio dell’incapacità comunicativa d’un intero universo culturale, qual’era quello postbellico, che si era ritrovato del tutto inadeguato a trasmettere la propria millenaria esperienza alle nuove generazioni: i pressanti problemi dell’era postindustriale rendevano apparentemente banali ed inutili i principî tradizionali, asfissianti gli ordinarî schemi sociali e desiderabili invece cieli nuovi e terra nuova, volgendo l’attenzione generale verso un futuro utopico la cui indeterminatezza programmatica è segno d’una totale mancanza attuale di valori, rinnegati in partenza in quanto stantî e retrogradi.
Per questo Sœur Sourire, che ingabbia la ieratica figura di San Domenico in un martellante ritornello e fugge dal convento perché incapace di comprendere la teologia del domenicano San Tommaso, concluse la propria vita nel peggiore dei modi, ovvero negando l’esistenza medesima in un ultimo atto la cui natura fu disperata più che ribelle. “Adesso andiamo a Dio, e speriamo che ci accolga. Egli vide le nostre sofferenze” – queste le parole d’addio della sfortunata cantautrice, cui sopravvisse solo una canzone, un monumento grottesco quanto orecchiabile d’un tempo che seppe produrre tanto buone intenzioni quanto rovinosi sovvertimenti culturali, i cui postumi si sono sopiti come fuochi di paglia. E mentre spetta agli storici definire i limiti dell’impatto sessantottino sulla storia contemporanea, l’Ordine Domenicano prospera, e Suor Sorriso giace dimenticata in un’urna dalla vaga forma di cuore assieme alla sua compagna; con essa riposano anche le aspirazioni di un’epoca e forse, un’irriverente constatazione: “Dominique-nique-nique” nell’attuale vernacolo francese può esser male interpretato per l’uso della parola nique quale esatto corrispondente dell’italiano fottiti. Non vorremmo arrivare mai a tanto, ma chissà se fin dall’inizio, dietro l’apparente devozione della pia Sœur Scurire, non si celasse freudianamente lo spirito ribelle e demolitore di quella Deckers che, gettato l’abito ai rovi, finì con l’ipotecare la sua intera esistenza per seguire fino al precipizio l’oscura strada tracciata da un pugno di note d’inaspettato successo.

Bibliografia
Il lettore noterà probabilmente una certa ironia già a partire dai titoli dei testi proposti; in effetti la rovinosa parabola di Sœur Sourire è stata presa molto alla leggera dalla musicologia contemporanea, e soprattutto nordamericana, con qualche eccesso che poteva essere evitato anche solo per mera decenza.
The Encyclopedia of Dead Rock Stars: Heroin, Handguns, and Ham Sandwiches – Jeremy Simmonds
On this day in music history – Jay Warner (pag. 93)
Stupid History: Tales of Stupidity, Strangeness, and Mythconceptions Throughout the Ages – Gregory Leland
Big Bang, Baby: Rock Trivia – Richard Crouse (n. 169)
Discografia scelta

Suor Sorriso appartiene già al novero dei cantautori, sicché la quasi totalità delle incisioni ad oggi disponibili altro non sono che rimasterizzazioni (neanche di buona qualità) delle sue originali performance. Va ricordato comunque che le canzoni composte dopo l’allontanamento dal convento sono state diffuse inizialmente sotto lo pseudonimo di Luc-Dominique, per essere restituite al più noto Suor Sorriso solo in séguito per ragioni commerciali. Le versioni nazionali di Dominique ebbero enorme diffusione soprattutto per la tendenza dell’epoca a preferirle agli originali in lingua, benché quella italiana di Lucio Lami, cantata da un’improbabile Orietta Berti travestita da suora (e neanche domenicana!), risulti particolarmente ridicola: non solo non è una traduzione, al punto da potersi definire un’altra canzone, ma il testo è talmente ripetitivo ed infarcito di espressioni fratesche da essere impresentabile al di fuori dell’àmbito religioso (dove comunque risulterebbe fin troppo melenso: “Testa bassa, piedi scalzi, / per omaggio all’umiltà. / Prima ancor che il sol si alzi, / giunge fino alla città”). Assai più rispettosa dell’originale, ed in traduzione quasi letterale, la versione inglese di Mary Ford († 1977), dal gusto già acustico e con un’interpretazione tanto personale quanto riuscita.

The Singing NunPhilips – PCC-603 – 1963
La pilule d’or (Luc-Dominique) – Philips – 434.341 BE – 1965
Dominique (Mary Ford) – Stateside – SS 248 – Gennaio 1964
Orietta Berti canta Suor Sorriso – Polydor – NH 54779 – 1964
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