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Le chiese rupestri di Matera

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Le chiese scavate nella pietra, la loro architettura e i dipinti che le decorano hanno rappresentato un’attrazione irresistibile per tutti gli appassionati del mondo rupestre. Non a caso quando si è voluto tutelare l’ambiente originalissimo della Murgia di Matera la denominazione scelta è stata quella di “Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del Materano”. Si conoscono più di 150 chiese rupestri localizzate a Matera e nei suoi dintorni.

Ma accanto alla straordinaria densità numerica è la loro varietà che colpisce studiosi e visitatori. Un primo asse di differenziazione tipologica fa riferimento alle chiese urbane e alle chiese monastiche. Le chiese rupestri urbane comprendono le parrocchie, i santuari, le cappelle gentilizie. Le chiese rupestri dei monaci riflettono invece i diversi stili della vita religiosa: le grotte degli anacoreti e degli eremiti, le cripte dei cenobi e dei monasteri, le laure dei praticanti dell’esicasmo, basato sull’alternanza tra esperienza solitaria e vita comunitaria.

L’altra differenziazione tipologica riguarda le due tradizioni liturgiche orientale e occidentale, il rito greco o bizantino contrapposto al rito latino. Queste differenze si riflettono nell’architettura della chiesa e riguardano l’abside, il presbiterio, l’altare, l’iconostasi, le navate, la decorazione. Una terza differenziazione deriva dal riferimento alle grandi tradizioni religiose, dalla Tebaide egiziana all’esperienza siriaca, dalla Cappadocia ai basiliani, dai monaci bizantini ai benedettini delle diverse declinazioni e dei diversi monasteri di riferimento.

La quarta differenziazione riguarda il patrimonio dei dipinti: i cicli cristologici, l’iconografia mariana, gli apostoli, il Battista, l’arcangelo Michele, i santi orientali, i santi occidentali, i santi che mettono in relazione l’oriente e l’occidente. L’itinerario che qui proponiamo collega alcune importanti chiese rupestri di Matera e stimola a osservarne somiglianze e differenze. E magari invita a scoperte ulteriori. L’itinerario propone cinque tappe tra i Sassi di Matera: San Pietro Barisano, la Madonna delle Virtù, Santa Maria de Idris, Santa Lucia alle Malve e il Convicinio di Sant’Antonio.

San Pietro Barisano

La prima tappa è San Pietro, detto ‘Barisano’ per distinguerlo dall’altra chiesa di San Pietro nel Sasso Caveoso. Siamo al margine della gravina, nel tratto più settentrionale del Sasso Barisano. Sì, certo, sarà pure la più grande chiesa rupestre di Matera e l’antica parrocchia del rione, ma l’interno è un po’ freddino: l’ampia aula e le navate laterali sono spoglie e gli altari con il loro corredo di quadri e di statue mostrano il vuoto desolante dei furti e i danni dei vandali. Iniziamo a rianimarci di fronte al bel viso scolpito nel tufo della Madonna della Consolazione e ai colorati affreschi dei santi in una nascosta cappellina laterale, tra i quali spicca un San Vito con la palma del martirio e due festosi cagnolini al guinzaglio.

Gli scranni per la mummifazione dei cadaveri

Ma i motivi d’interesse sono soprattutto nei sotterranei, un labirinto di cavità, scalette, passaggi e corridoi inadatti agli oversize. Colpiscono le curiose nicchie e la successione di poltroncine con braccioli scavate nel tufo. Queste avevano una funzione assolutamente macabra: i cadaveri dei defunti venivano insediati su questi troni e lasciati a “scolare” i liquidi corporei fino alla loro completa mummificazione.

Madonna delle virtù. L’Abside con la cupola crociata

Usciamo con un certo sollievo da San Pietro e scendiamo lungo il viale di circonvallazione, mentre il panorama si apre sulla Murgecchia e le “tre civette”, verso la nostra seconda tappa, il complesso rupestre della Madonna delle virtù e di San Nicola dei Greci. È uno dei luoghi più interessanti e rivelatori di Matera, un mix di luoghi sacri e ipogei residenziali, di agiografia rupestre e di tombe pavimentali, di impianti idraulici e di tini, cisterne e fovea per il mosto e le granaglie. Quest’aerea terrazza multipiano con spettacolare vista su Sant’Agostino, sulla gravina e le Murge è diventata anche un’originale location per opere di arte moderna. Il primo ambiente in grotta è una basilica romanica a tre navate, con absidi, pilastri, affreschi e finta controfacciata. I particolari più ammirati sono gli archetti a rilievo che simulano le finestre e il matroneo, insieme con le cupole absidali decorate da grandi croci scolpite. Indimenticabile è la crocifissione dipinta nella terza navata dove la madre in lacrime volta le spalle al figlio morente in croce incapace di sostenere la vista di tanto orrore.

San Nicola dei Greci

Attraverso una doppia rampa di scale si raggiunge il secondo ambiente che fu anticamente un monastero femminile e fu poi trasformato in palmento con la vasca per la pigiatura dell’uva e i bocchettoni da cui il mosto defluiva nelle botti. Risalite le scale e superata una cengia messa in sicurezza si raggiunge uno scenografico piazzale su cui insistono tutt’intorno la chiesa bizantina di San Nicola dei Greci e una decina di ambienti residenziali da esplorare attentamente. Tra le diverse immagini di santi va almeno commemorato quel povero martire trafitto in petto da un pugnale e col cranio spaccato da un colpo di roncola.

La chiesa di Santa Maria de Idris

Ripresa la circonvallazione, si va verso il Monterrone, lo sperone di roccia che domina la piazza di San Pietro Caveoso. Bisogna ora risalire l’erta rampa che conduce alla nostra terza tappa, il complesso rupestre di chiese dedicate alla Madonna e a San Giovanni. Titolare della prima chiesa è Santa Maria de idris o delle acque. L’acqua era storicamente una risorsa essenziale per la città ma la sua scarsità richiedeva un patronato altissimo: per questo l’immagine di Maria viene associata alle cisterne, alle brocche e alle conche, prosaiche protagoniste della vita quotidiana dei materani.

San Giovanni di Monterrone

La seconda chiesa, cui si accede dalla porta a sinistra dell’altare mariano, è dedicata a San Giovanni. La sua efficace illuminazione da terra richiama le flebili fiamme delle padelle a cera e delle lampade a olio di un tempo. Il sentiero luminoso che percorre gli ambienti rupestri dà luce a una galleria sacra: si svelano in successione il Cristo pantocratore, l’arcangelo Michele, Giovanni il Battista e Giovanni l’evangelista, Pietro, Nicola, Andrea e un San Giacomo Maggiore col bastone da pellegrino.

La chiesa di Santa Lucia alle Malve

Ridiscesi nella piazza di San Pietro Caveoso ci si avvia verso il rione Casalnuovo. La quarta tappa dell’itinerario è la chiesa rupestre di Santa Lucia, detta “alle Malve” dal nome della pianta spontanea che cresce nella zona. Fu la chiesa delle monache benedettine che nel Duecento vivevano nel vicino monastero. Oggi è una delle chiese rupestri più belle e visitate. Ha l’impianto basilicale a tre navate; la navata di destra è ancora oggi officiata e vede un altare che separa l’aula dalla sacrestia; le due navate laterali sono state riutilizzate come abitazione fino alla fine degli anni Cinquanta.

Gli affreschi all’interno di Santa Lucia

Il restauro completo ha rimesso in luce una bella sequenza di immagini sacre affrescate. Alla mano di Rinaldo da Taranto è attribuita la tenera immagine della Madonna che allatta il suo bambino (Galaktotrophousa). Le benedettine hanno probabilmente stimolato la presenza di immagini della santità al femminile, come Santa Lucia, Sant’Agata e Santa Scolastica che accompagna l’effigie del fratello Benedetto, fondatore dell’ordine religioso.

Il Convicinio di Sant’Antonio

Terminata la visita di Santa Lucia si risale il Casalnuovo verso l’ultima tappa dell’itinerario, la più sorprendente e teatrale, il Convicinio di Sant’Antonio. Un unico portale d’ingresso con arco ogivale dà accesso a un piazzale allungato che si affaccia sulla gravina. Quattro chiese rupestri in successione e intercomunicanti fanno corona al piazzale. In fondo è la cripta di Sant’Antonio, con tre navate absidate e le volte decorate da croci gigliate scolpite. Segue la cripta di San Donato a pianta quadrangolare con due pilastri centrali e la successione degli spazi liturgici (vestibolo, aula e presbiterio).

La navata della cripta di Sant’Eligio

La terza cripta è dedicata a Sant’Eligio e comprende due presbiteri sormontati da calotte absidali crociate. La cripta vicino all’ingresso è dedicata a San Primo ed era forse un tempo l’abitazione del custode. Le chiese sono state riutilizzate come palmenti e cantine e hanno subito quindi consistenti alterazioni. Un profondo restauro è valso tuttavia a rendere leggibili le antiche strutture e ha recuperato gli affreschi sacri e profani.

15 LUGLIO 2021
N.S.dellaGuardia
Bellissimo!