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Protestantisation de la Messe par Paul VI ...

Roger Mehl (1912-1997) professeur à la faculté de théologie protestante de Strasbourg :


"Si l’on tient compte de l’évolution décisive de la liturgie eucharistique catholique, (…) il n’y a plus de raisons pour les Églises de la Réforme d’interdire à leurs fidèles de prendre part à l’Eucharistie dans l’Église romaine"
dvdenise
Homélie du Pape Paul VI le 29 juin 1972 en Italien

IX ANNIVERSARIO DELL'INCORONAZIONE DI SUA SANTITÀ
OMELIA DI PAOLO VI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972


Al tramonto di giovedì 29 giugno, solennità dei Ss. Pietro e Paolo, alla presenza di una considerevole moltitudine di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, il Santo Padre celebra la Messa e l’…More
Homélie du Pape Paul VI le 29 juin 1972 en Italien

IX ANNIVERSARIO DELL'INCORONAZIONE DI SUA SANTITÀ
OMELIA DI PAOLO VI
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972


Al tramonto di giovedì 29 giugno, solennità dei Ss. Pietro e Paolo, alla presenza di una considerevole moltitudine di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, il Santo Padre celebra la Messa e l’inizio del suo decimo anno di Pontificato, quale successore di San Pietro.
Con il Decano del Sacro Collegio, Signor Cardinale Amleto Giovanni Cicognani e il Sottodecano Signor Cardinale Luigi Traglia sono trenta Porporati, della Curia, e alcuni Pastori di diocesi, oggi presenti a Roma.
Due Signori Cardinali per ciascun Ordine, accompagnano processionalmente il Santo Padre all’altare.
Al completo il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, con il Sostituto della Segreteria di Stato, arcivescovo Giovanni Benelli, ed il Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, arcivescovo Agostino Casaroli.
Diamo un resoconto della Omelia di Sua Santità.

Il Santo Padre esordisce affermando di dovere un vivissimo ringraziamento a quanti, Fratelli e Figli, sono presenti nella Basilica ed a quanti, lontani, ma ad essi spiritualmente associati, assistono al sacro rito, il quale, all’intenzione celebrativa dell’Apostolo Pietro, cui è dedicata la Basilica Vaticana, privilegiata custode della sua tomba e delle sue reliquie, e dell’Apostolo Paolo, sempre a lui unito nel disegno e nel culto apostolico, unisce un’altra intenzione, quella di ricordare l’anniversario della sua elezione alla successione nel ministero pastorale del pescatore Simone, figlio di Giona, da Cristo denominato Pietro, e perciò nella funzione di Vescovo di Roma, di Pontefice della Chiesa universale e di visibile e umilissimo Vicario in terra di Cristo Signore. Il ringraziamento vivissimo è per quanto la presenza di tanti fedeli gli dimostra di amore a Cristo stesso nel segno della sua povera persona, e lo assicura perciò della loro fedeltà e indulgenza verso di lui, non che del loro proposito per lui consolante di aiutarlo con la loro preghiera.
LA CHIESA DI GESÙ, LA CHIESA DI PIETRO
Paolo VI prosegue dicendo di non voler parlare, nel suo breve discorso, di lui, San Pietro, ché troppo lungo sarebbe e forse superfluo per chi già ne conosce la mirabile storia; né di se stesso, di cui già troppo parlano la stampa e la radio, alle quali per altro esprime la sua debita riconoscenza. Volendo piuttosto parlare della Chiesa, che in quel momento e da quella sede sembra apparire davanti ai suoi occhi come distesa nel suo vastissimo e complicatissimo panorama, si limita a ripetere una parola dello stesso Apostolo Pietro, come detta da lui alla immensa comunità cattolica; da lui, nella sua prima lettera, raccolta nel canone degli scritti del Nuovo Testamento. Questo bellissimo messaggio, rivolto da Roma ai primi cristiani dell’Asia minore, d’origine in parte giudaica, in parte pagana, quasi a dimostrare fin d’allora l’universalità del ministero apostolico di Pietro, ha carattere parenetico, cioè esortativo, ma non manca d’insegnamenti dottrinali, e la parola che il Papa cita è appunto tale, tanto che il recente Concilio ne ha fatto tesoro per uno dei suoi caratteristici insegnamenti. Paolo VI invita ad ascoltarla come pronunciata da San Pietro stesso per coloro ai quali in quel momento egli la rivolge.
Dopo aver ricordato il brano dell’Esodo nel quale si racconta come Dio, parlando a Mosè prima di consegnargli la Legge, disse: «Io farò di questo popolo, un popolo sacerdotale e regale», Paolo VI dichiara che San Pietro ha ripreso questa parola così esaltante, così grande e l’ha applicata al nuovo popolo di Dio, erede e continuatore dell’Israele della Bibbia per formare un nuovo Israele, l’Israele di Cristo. Dice San Pietro: Sarà il popolo sacerdotale e regale che glorificherà il Dio della misericordia, il Dio della salvezza.
Questa parola, fa osservare il Santo Padre, è stata da taluni fraintesa, come se il sacerdozio fosse un ordine solo, e cioè fosse comunicato a quanti sono inseriti nel Corpo Mistico di Cristo, a quanti sono cristiani. Ciò è vero per quanto riguarda quello che viene indicato come sacerdozio comune, ma il Concilio ci dice, e la Tradizione ce l’aveva già insegnato, che esiste un altro grado del sacerdozio, il sacerdozio ministeriale che ha delle facoltà, delle prerogative particolari ed esclusive.
Ma quello che interessa tutti è il sacerdozio regale e il Papa si sofferma sul significato di questa espressione. Sacerdozio vuol dire capacità di rendere il culto a Dio, di comunicare con Lui, di offrirgli degnamente qualcosa in suo onore, di colloquiare con lui, di cercarlo sempre in una profondità nuova, in una scoperta nuova, in un amore nuovo. Questo slancio dell’umanità verso Dio, che non è mai abbastanza raggiunto, né abbastanza conosciuto, è il sacerdozio di chi è inserito nell’unico Sacerdote, che è Cristo, dopo l’inaugurazione del Nuovo Testamento. Chi è cristiano è per ciò stesso dotato di questa qualità, di questa prerogativa di poter parlare al Signore in termini veri, come da figlio a padre.
IL NECESSARIO COLLOQUIO CON DIO
«Audemus dicere»: possiamo davvero celebrare, davanti al Signore, un rito, una liturgia della preghiera comune, una santificazione della vita anche profana che distingue il cristiano da chi cristiano non è. Questo popolo è distinto, anche se confuso in mezzo alla marea grande dell’umanità. Ha una sua distinzione, una sua caratteristica inconfondibile. San Paolo si disse «segregatus», distaccato, distinto dal resto dell’umanità appunto perché investito di prerogative e di funzioni che non hanno quanti non possiedono l’estrema fortuna e l’eccellenza di essere membra di Cristo.
Paolo VI aggiunge, quindi, che i fedeli, i quali sono chiamati alla figliolanza di Dio, alla partecipazione del Corpo Mistico di Cristo, e sono animati dallo Spirito Santo, e fatti tempio della presenza di Dio, devono esercitare questo dialogo, questo colloquio, questa conversazione con Dio nella religione, nel culto liturgico, nel culto privato, e ad estendere il senso della sacralità anche alle azioni profane. «Sia che mangiate, sia che beviate - dice San Paolo - fatelo per la gloria di Dio». E lo dice più volte, nelle sue lettere, come per rivendicare al cristiano la capacità di infondere qualcosa di nuovo, di illuminare, di sacralizzare anche le cose temporali, esterne, passeggere, profane.
Siamo invitati a dare al popolo cristiano, che si chiama Chiesa, un senso veramente sacro. E sentiamo di dover contenere l’onda di profanità, di desacralizzazione, di secolarizzazione che monta e vuol confondere e soverchiare il senso religioso nel segreto del cuore, nella vita privata o anche nelle affermazioni della vita esteriore. Si tende oggi ad affermare che non c’è bisogno di distinguere un uomo da un altro, che non c’è nulla che possa operare questa distinzione. Anzi, si tende a restituire all’uomo la sua autenticità, il suo essere come tutti gli altri. Ma la Chiesa, e oggi San Pietro, richiamando il popolo cristiano alla coscienza di sé, gli dicono che è il popolo eletto, distinto, «acquistato» da Cristo, un popolo che deve esercitare un particolare rapporto con Dio, un sacerdozio con Dio. Questa sacralizzazione della vita non deve oggi essere cancellata, espulsa dal costume e dalla realtà quotidiana quasi che non debba più figurare.
SACRALITÀ DEL POPOLO CRISTIANO
Abbiamo perduto, fa notare Paolo VI, l’abito religioso, e tante altre manifestazioni esteriori della vita religiosa. Su questo c’è tanto da discutere e tanto da concedere, ma bisogna mantenere il concetto, e con il concetto anche qualche segno, della sacralità del popolo cristiano, di coloro cioè che sono inseriti in Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote.
Oggi talune correnti sociologiche tendono a studiare l’umanità prescindendo da questo contatto con Dio. La sociologia di San Pietro, invece, la sociologia della Chiesa, per studiare gli uomini mette in evidenza proprio questo aspetto sacrale, di conversazione con l’ineffabile, con Dio, col mondo divino. Bisogna affermarlo nello studio di tutte le differenziazioni umane. Per quanto eterogeneo si presenti il genere umano, non dobbiamo dimenticare questa unità fondamentale che il Signore ci conferisce quando ci dà la grazia: siamo tutti fratelli nello stesso Cristo. Non c’è più né giudeo, né greco, né scita, né barbaro, né uomo, né donna. Tutti siamo una sola cosa in Cristo. Siamo tutti santificati, abbiamo tutti la partecipazione a questo grado di elevazione soprannaturale che Cristo ci ha conferito. San Pietro ce lo ricorda: è la sociologia della Chiesa che non dobbiamo obliterare né dimenticare.
SOLLECITUDINI ED AFFETTO PER I DEBOLI E I DISORIENTATI
Paolo VI si chiede, poi, se la Chiesa di oggi si può confrontare con tranquillità con le parole che Pietro ha lasciato in eredità, offrendole in meditazione. «Ripensiamo in questo momento con immensa carità - così il Santo Padre - a tutti i nostri fratelli che ci lasciano, a tanti che sono fuggiaschi e dimentichi, a tanti che forse non sono mai arrivati nemmeno ad aver coscienza della vocazione cristiana, quantunque abbiano ricevuto il Battesimo. Come vorremmo davvero distendere le mani verso di essi, e dir loro che il cuore è sempre aperto, che la porta è facile, e come vorremmo renderli partecipi della grande, ineffabile fortuna della felicità nostra, quella di essere in comunicazione con Dio, che non ci toglie nulla della visione temporale e del realismo positivo del mondo esteriore!».
Forse questo nostro essere in comunicazione con Dio, ci obbliga a rinunce, a sacrifici, ma mentre ci priva di qualcosa moltiplica i suoi doni. Sì, impone rinunce ma ci fa sovrabbondare di altre ricchezze. Non siamo poveri, siamo ricchi, perché abbiamo la ricchezza del Signore. «Ebbene - aggiunge il Papa - vorremmo dire a questi fratelli, di cui sentiamo quasi lo strappo nelle viscere della nostra anima sacerdotale, quanto ci sono presenti, quanto ora e sempre e più li amiamo e quanto preghiamo per loro e quanto cerchiamo con questo sforzo che li insegue, li circonda, di supplire all’interruzione che essi stessi frappongono alla nostra comunione con Cristo».
Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere». La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.
Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.
PER UN «CREDO» VIVIFICANTE E REDENTORE
Come è avvenuto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo - osserva il Santo Padre - in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra». La fede ci dà la certezza, la sicurezza, quando è basata sulla Parola di Dio accettata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e con il nostro stesso animo umano. Chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza interiore che lo conforta nella difficile conquista della verità.
Il Signore, conclude il Papa, si mostra Egli stesso luce e verità a chi lo accetta nella sua Parola, e la sua Parola diventa non più ostacolo alla verità e al cammino verso l’essere, bensì un gradino su cui possiamo salire ed essere davvero conquistatori del Signore che si mostra attraverso la via della fede, questo anticipo e garanzia della visione definitiva.
Nel sottolineare un altro aspetto dell’umanità contemporanea, Paolo VI ricorda l’esistenza di una gran quantità di anime umili, semplici, pure, rette, forti, che seguono l’invito di San Pietro ad essere «fortes in fide». E vorremmo - così Egli - che questa forza della fede, questa sicurezza, questa pace trionfasse su tutti gli ostacoli. Il Papa invita infine i fedeli ad un atto di fede umile e sincero, ad uno sforzo psicologico per trovare nel loro intimo lo slancio verso un atto cosciente di adesione: «Signore, credo nella Tua parola, credo nella Tua rivelazione, credo in chi mi hai dato come testimone e garante di questa Tua rivelazione per sentire e provare, con la forza della fede, l’anticipo della beatitudine della vita che con la fede ci è promessa».
dvdenise
La prophétie de Paul VI

La "fameuse" homélie de 1972 où le Pape parlait de "la fumée de Satan entrée dans l'Eglise" (15/7/2012)

>>> A relire aussi sur ce site "Eloge de Paul VI", avec notamment un très beau et très émouvant texte du Père Scalese:
benoit-et-moi.fr/2009-II/0455009beb0f1c20e/0455009c380b22001.html

Ces jours-ci, à l'initiative de la FUCI (Fédération des universitaires catholique…More
La prophétie de Paul VI

La "fameuse" homélie de 1972 où le Pape parlait de "la fumée de Satan entrée dans l'Eglise" (15/7/2012)

>>> A relire aussi sur ce site "Eloge de Paul VI", avec notamment un très beau et très émouvant texte du Père Scalese:
benoit-et-moi.fr/2009-II/0455009beb0f1c20e/0455009c380b22001.html

Ces jours-ci, à l'initiative de la FUCI (Fédération des universitaires catholiques italiens) se tient dans l'église romaine de Santa Maria in Vallicella une rencontre pour célébrer le 49e anniversaire de l'accession de Paul VI au Trône de Pierre.
Vatican Insider, qui s'en fait l'écho, rappelle l'homélie prophétique dans laquelle le pape dénonçait "les fumées de Satan qui, par une fente, étaient entrées dans l'Eglise".

J'ai retrouvé, sur le site du Saint-Siège l'homélie, prononcée par le Pape le 29 juin 1972, en la solennité des Saints Pierre et Paul, pour célébrer le début de la dixième année de son Pontificat: enfin, pas exactement l'homélie, comme nous trouvons aujourd'hui celles de Benoît XVI, mais un compte rendu mot-à-mot, qui a sans doute été rédigé récemment.
Le texte (vatican.va/…/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html) n'est semble-t-il disponible qu'en italien, et j'en ai traduit la plus grande partie, qui suit les habituelles salutations d'ouverture. Il est d'une stupéfiante actualité.


L'Église de Jésus, l'Eglise de Pierre
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Paul VI [dit] ne pas vouloir parler, dans son bref discours, de lui, de Saint-Pierre, parce que ce serait trop long et peut-être superflu pour ceux qui en connaissent déjà l'histoire merveilleuse, ni de lui-même, dont parlent déjà trop la presse et la radio, auxquelles par ailleurs il exprime sa reconnaissance. Voulant parler plutôt de l'Eglise, qui, à ce moment-là et de cette place, semble apparaître devant ses yeux comme détendue dans son paysage vaste et compliqué, il se limite répéter un mot de l'Apôtre Pierre, dans sa première lettre, recueillie dans le canon des écrits du Nouveau Testament. Ce beau message, adressé de Rome aux premiers chrétiens de l'Asie Mineure, d'origine en partie juive, en partie païenne, comme pour prouver dès lors l'universalité du ministère apostolique de Pierre, a un caractère paranétique (ndt :qui vise à rappeler des vérités fondamentales certaines concernant la loyauté envers Dieu), c'est à dire d'exhortation, mais ne manque pas d'enseignements doctrinaux, et la parole citée par le Pape en fait justement partie, au point que le récent Concile l'a mise à profit pour ses enseignements distincts. Paul VI invite à l'écouter comme prononcée par saint Pierre lui-même pour ceux à qui il s'adressait à l'époque.

Après avoir rappelé le passage de l'Exode qui raconte comment Dieu, parlant à Moïse avant de lui remettre la loi, dit: «Je ferai de ce peuple, un peuple sacerdotal et royal», Paul VI déclare que Saint Pierre a pris ce mot si exaltant, si grand et l'a appliqué au nouveau peuple de Dieu, héritier et successeur de l'Israël de la Bible, pour former un nouvel Israël, l'Israël du Christ. Saint-Pierre dit: Ce sera le peuple sacerdotal et royal qui glorifiera le Dieu de miséricorde, le Dieu du salut.

Ce mot, observe le Saint-Père, a été mal compris par certains, comme si le sacerdoce était uniquement un ordre, c'est-à-dire communiqué à ceux qui sont inclus dans le Corps mystique du Christ à ceux qui sont chrétiens. Cela est vrai à l'égard de ce qui est considéré comme le sacerdoce commun, mais le Concile nous dit, et la tradition nous l'avait déjà enseigné, qu'il y a un autre degré du sacerdoce, le sacerdoce qui a des facultés, des prérogatives spéciales et exclusives.

Mais ce qui concerne tous, c'est le sacerdoce royal et le pape insiste sur la signification de cette expression. Sacerdoce signifie la capacité d'adorer Dieu, de communiquer avec lui, de lui offrir quelque chose de digne en son honneur, de parler avec lui, de le chercher toujours dans une profondeur nouvelle, une découverte nouvelle, un amour nouveau. Cet élan de l'humanité vers Dieu, qui n'est jamais tout à fait atteint, ni suffisamment connu, est le sacerdoce de ceux qui sont entrés dans l'unique Prêtre, qui est le Christ, après l'inauguration du Nouveau Testament. Celui qui est chrétien est ainsi doté de cette qualité, ce privilège d'être en mesure de parler au Seigneur, en termes réels, comme de père à fils.

La nécessité de parler avec Dieu

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«Audemus dicere»: nous pouvons vraiment célébrer, devant le Seigneur, un rite, une liturgie de la prière commune, une sanctification de la vie, y compris profane qui distingue le chrétien de ceux qui ne sont pas chrétiens. Ce peuple est distinct, même s'il est mélangé au milieu de la grande marée de l'humanité. Il a sa propre distinction, une caractéristique unique. Saint Paul se dit «segregatus», détaché, séparé du reste de l'humanité justement parce qu'investi de prérogatives et de fonctions qui n'ont pas de ceux qui n'ont pas la chance extrême et l'excellence d'être membres du Christ.

Paul VI ajoute, par conséquent, que les fidèles qui sont appelés à la filiation de Dieu, à la participation au Corps mystique du Christ, et sont animés par l'Esprit Saint, et faits temple de la présence de Dieu, doivent exercer ce dialogue, cet échange, cette conversation avec Dieu dans la religion, dans le culte liturgique, dans le culte privé, et étendre le sens du sacré aussi aux actions profanes. «Que vous mangiez ou buviez - dit saint Paul - faites-le pour la gloire de Dieu». Et il le dit à plusieurs reprises dans ses lettres, comme pour revendiquer pour le chrétien la capacité de fonder quelque chose de nouveau, d'éclairer, de sanctifier, même les choses temporelles, externes, transitoires, profanes.

Nous sommes invités à donner au peuple de Dieu, qui s'appelle Eglise, un sens vraiment sacré. Et nous nous sentons la nécessité de contenir la vague de profane, de sécularisation qui monte et qui veut confondre et recouvrir le sens religieux dans le secret du cœur, dans la vie privée ou même dans les affirmations de la vie extérieure. Il y a une tendance aujourd'hui à dire qu'il n'y a pas lieu de distinguer un homme d'une autre, qu'il n'y a rien qui puisse faire cette distinction. Et même, on tend à rendre à l'homme son authenticité, son 'être' comme tout le monde. Mais l'Église, et aujourd'hui Saint Pierre, rappelant le peuple chrétien à la conscience de soi, lui disent qu'il est le peuple élu, distincts, «acquis» par le Christ, un peuple qui devrait avoir une relation spéciale avec Dieu, un sacerdoce avec Dieu. Cette sacralisation de la vie ne doit pas être aujourd'hui effacée, expulsée de la coutume et de la réalité de tous les jours, presque comme si elle ne devrait plus y figurer.

Sacralité du Peuple chrétien
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Nous avons perdu, note Paul VI, l'habit religieux, et de nombreuses autres manifestations extérieures de la vie religieuse. Sur ce point, il y a beaucoup à discuter, beaucoup à concéder, mais il faut maintenir le concept, et avec le concept, aussi quelque signe de la sacralité du peuple chrétien, c'est à dire ceux qui sont incorporés au Christ, Prêtre suprême et éternel.

Aujourd'hui certains courants sociologiques ont tendance à étudier l'humanité en dehors de ce contact avec Dieu. La sociologie de Saint Pierre, au contraire, la sociologie de l'Eglise, pour étudier les hommes, met en évidence justement cet aspect sacré, de conversation avec l'ineffable, avec Dieu, avec le monde divin. Cela doit être affirmé dans l'étude de toutes les différences humaines. Aussi hétérogène que se présente le genre humain, nous ne devons pas oublier cette unité fondamentale que le Seigneur nous confère, quand il nous donne la grâce: nous sommes tous frères en Jésus-Christ lui-même. Il n'y a plus ni Juif ni Grec, ni Scythe, ni Barbare, ni homme ni femme. Nous sommes tous un en Christ. Nous sommes tous sanctifiés, nous participons tous à ce degré d'élévation surnaturel que le Christ nous a conféré. Saint Pierre nous le rappelle: c'est la sociologie de l'Eglise que nous ne devons pas oblitérer ni oublier.
Sollicitude et affection pour les faibles et les désorientés
Paul VI se demande ensuite si l'Eglise d'aujourd'hui peut se confronter avec tranquillité avec les paroles que Pierre a laissées en héritage, qu'il propose à la méditation. «Rappelons-nous en ce moment avec un immense amour - dit le Saint-Père - de tous nos frères qui nous quittent, des nombreuses personnes qui fuient ou oublient, de ceux qui peut-être même n'ont jamais pris conscience de la vocation chrétienne, même si elles ont reçu le Baptême. Comme nous voudrions vraiment tendre les mains vers eux, et leur dire que le cœur est toujours ouvert, que la porte est facile, et comme nous aimerions les faire participer à la grande, ineffable fortune de notre bonheur d'être en communication avec Dieu, qui ne nous enlève rien de la vision temporelle et du réalisme positif du monde extérieur»

Peut-être que cette communication avec Dieu, nous oblige à des renoncements, à des sacrifices, mais alors qu'il nous prive de quelque chose, il multiplie ses dons. Oui, il nous impose des renoncements, mais il nous donne en surabondance d'autres richesses. Nous ne sommes pas pauvres, nous sommes riches parce que nous avons la richesse du Seigneur. «Eh bien - ajoute le pape - nous voudrions dire à ces frères, dont nous sentons presque la déchirure dans les entrailles de notre âme sacerdotale, combien ils nous sont présents, combien maintenant, et toujours, et plus, nous les aimons et combien nous prions pour eux et combien nous cherchons par cet effort qui les poursuit, les entoure, à mettre fin à l'obstacle qu'eux-mêmes mettent à notre communion avec le Christ».
Se référant à la situation de l'Eglise d'aujourd'hui, le Saint-Père affirme avoir le sentiment que «par quelque fissure, la fumée de Satan est entrée dans le temple de Dieu». Il y a le doute, l'incertitude, la problématique, l'agitation, l'insatisfaction, l'affrontement. On n'a plus confiance en l'Eglise; on fait confiance au premier prophète profane qui vient nous parler dans quelque journal ou par quelque slogan social, pour le poursuivre et lui demander s'il a la formule de la vraie vie. Et nous ne réalisons pas que nous en sommes au contraire les propriétaires et les maîtres. Le doute est entré dans nos esprits, et il est entré par les fenêtres qui devaient être ouvertes à la lumière. De la science, qui est faite pour nous donner des vérités qui ne détachent pas de Dieu, mais nous le font rechercher encore plus et célébrer avec plus d'intensité, est venue au contraire la critique, est venu le doute. Les scientifiques sont ceux qui courbent le front le plus pensivement et le plus douloureusement. Et ils finissent par enseigner: «Je ne sais pas, nous ne savons pas, nous ne pouvons pas savoir». L'école devient apprentissage de confusion et de contradictions parfois absurdes. On célèbre le progrès, pour pouvoir ensuite le démolir avec les révolutions les plus étranges et les plus radicales, pour nier tout ce qui a été conquis, pour revenir au début après avoir tellement exalté les progrès du monde moderne.

Dans l'Église aussi règne cet état d'incertitude. On croyait qu'après le Concile, il y aurait une journée ensoleillée dans l'histoire de l'Eglise. Il est venu à la place une journée de nuages, de tempête, de ténèbres, de recherche, et d'incertitude. Nous prêchons l'œcuménisme et nous nous détachons de plus en plus des autres. Nous essayons de creuser des abysses plutôt que de les combler.

Pour un «credo» vivifiant et rédempteur
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Comment cela est-il arrivé? Le pape confie aux personnes présentes une pensée qu'il a eue: qu'il y ait eu l'intervention d'un pouvoir adverse. Son nom est le diable, cet être mystérieux auquel il est également fait allusion dans l'Épître de saint Pierre. Plusieurs fois, par ailleurs, dans l'Evangile, sur les lèvres du Christ, revient la mention de cet ennemi de l'humanité. «Nous (ndt: il s'agit du pluriel "de majesté") croyons - observe le Saint-Père - en quelque chose de surnaturel venu dans le monde justement pour troubler, pour étouffer les fruits du Concile œcuménique, et pour empêcher l'Eglise de déborder de la joie de revenir à la pleine conscience de soi. C'est justement pour cela que nous voudrions pouvoir, plus que jamais en ce moment, exercer la fonction assignée par Dieu à Pierre, de confirmer les frères dans la Foi. Nous voudrions vous communiquer ce charisme de la certitude que le Seigneur donne à celui qui le représente sur cette terre». La foi nous donne la certitude, la sécurité, quand elle est basée sur la Parole de Dieu acceptée et consentie avec notre raison elle-même, et notre esprit humain lui-même. Celui qui croit avec simplicité, humilité, sent qu'il est sur la bonne voie, qu'il a un témoignage intérieur qui le renforce dans la difficile conquête de la vérité.

Le Seigneur, conclut le Pape, se montre Lui-même lumière et vérité à ceux qui l'acceptent dans sa Parole, et Sa Parole devient non plus obstacle à la vérité et au chemin vers l'"être", mais plutôt une marche sur laquelle nous pouvons monter et être vraiment conquérants du Seigneur qui se montre à travers le chemin de la foi, cette anticipation et assurance de la vision définitive.

En mettant l'accent sur un autre aspect de l'humanité de notre temps, Paul VI rappelle l'existence d'un grand nombre d'âmes humbles, simples, pures, droites, fortes, qui suivent l'invitation de Saint-Pierre à être «forts dans la foi». Et nous voudrions que cette force de la foi, cette certitude, cette paix triomphe sur tous les obstacles.
avecrux.avemaria
Bon ! Pour Pie XII ça passe. Mais ne t'avise pas de recommencer avec Sa Sainteté le Pape Pie X... presse people, va 😊
AveMaria44
Catholique---------------------------------------Pas catholique
karr gilles karr
Le missel promulgué en 1962 ,et injustement attribué à Jean XXIII, est le fruit d'une réforme mise en oeuvre par le Vénérable pape Pie XII,rien à voir avec les réformes de Paul VI !Pie XII ne peut en aucun cas apparaitre comme un initiateur des erreurs qui accablent l'Eglise de nos jours,d'autres papes depuis Saint-Pie V ont apporté des modifications aux livres liturgiques sans pour autant …More
Le missel promulgué en 1962 ,et injustement attribué à Jean XXIII, est le fruit d'une réforme mise en oeuvre par le Vénérable pape Pie XII,rien à voir avec les réformes de Paul VI !Pie XII ne peut en aucun cas apparaitre comme un initiateur des erreurs qui accablent l'Eglise de nos jours,d'autres papes depuis Saint-Pie V ont apporté des modifications aux livres liturgiques sans pour autant dénaturer la liturgie romaine.