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UNA TENSIONE VIVA NELLA PREGHIERA DEL PADRE NOSTRO Danilo Quinto - 21 gennaio 2021

Pubblico per gli amici di GloriaTv una bellissima riflessione sulla preghiera del Padre Nostro, di Lorenzo Adriano Franceschini, tratta dal sito www.crixfidelis.it.

Un tema della tentazione lo si ritrova fin nella Genesi: dove non fu Eva a tentare Adamo ma al contrario ne fu tentata, dice l’apostolo.

Come intendere questo? Fu Adamo a ricevere da Dio il comando primordiale, e fu lui a trasmetterlo quindi ad Eva. Quando la creatura più saggia che Dio stesse creando viene da Questi inviata ai progenitori essa vi aveva il mandato di sottrarli alla secche della diffidenza, che in loro allignava e albeggiava. Di fronte all’enigma del comando Dio consola l’uomo inviando l’angelo, come farà infine di nuovo con l’Ultimo Adamo nel Getzemani. La Consolazione è la prima ed è l’ultima tentazione che sia divina. Allorché però l’uomo se ne sarà ritrovato a venir tentato, ossia avrà ancor prima iniziato a già esser tentato, non dovrà ritenervi che intanto vi ci fosse stato tentato subito da Dio.

La Consolazione è la prima tentazione divina ma non la prima tentazione in assoluto. L’uomo comincia ad esser tentato dalla propria stessa concupiscenza, e questo inizio non ne è ancor mai un effetto della caduta originale, quanto piuttosto il suo presupposto originario stesso. La diffidenza di Adamo è un inizio veniale di peccato, una scaturigine del mistero di iniquità. Quando il serpente creato e inviato da Dio era appena giunto, stava svolgendo un suo mandato: si rivolge ad Eva ma quelli ed interpellandoveli al plurale e, nella loro compresenza: dinanzi ad Adamo il quale pure era lì. Lo stile divino, che il serpente ancora doveva significare, era di richiamare Adamo dalla sua diffidenza non già castigandolo, non ancora sostituendolo in una soddisfazione vicaria, ma anzi dandogli una estrema possibilità di rientrare in gioco onorevolmente. Si rivolge ad Eva ma così interpella lui, lasciandogli l’occasione di riscattarsi, di intervenire ancora di sua iniziativa senza esserne stato direttamente sollecitato. Perché in fondo era proprio lui stesso responsabile primo della titubanza anche di Eva.

Adamo come gestisce la situazione? Prende questa iniziativa onorevole? No. Tace. Non coglie la finezza dell’agire divino, o finge di non coglierla. Si eclissa dietro Eva. La quale è doppiamente in difficoltà, per la situazione oggettiva di difetto in cui versavano e, perché comunque non sarebbe stata ultimamente lei a poter dare la risposta decisiva. E però, lei, che invece avrebbe potuto allora tacere, prova a salvare l’onore di Adamo latitante. Ammette la disarmante e candida evidenza del richiamo recato dal serpente: il comando divino era lieve, minimo, riguardava appena un unico frutto. La domanda paradossale del serpente, la prima, con cui si presentava, non aveva di per sé proprio niente di subdolo. Ma Eva non ce la fa ad accettare il loro limite: ammette il loro errore, ma si inventa una ulteriore e diversa attenuante; il frutto, dice, non avrebbero neanche dovuto toccarlo.

Ma questo non era vero, Dio non lo aveva detto. Ecco la prima innocente bugia… Questo è troppo per il nostro povero serpente. Vabbene che era dotato dal suo sorgere di conoscenze preternaturali almeno pari a quelle poi rimastegli le quali poi lo rendono tanto superiore agli umani terrestri. D’accordo che era il più dotato degli spiriti fatti da Dio…ma, tuttavia, non aveva ancora il dono pienamente soprannaturale della visione essenziale beatifica.

In Dio comunque viviamo ed esistiamo. I dannati non saranno lontani da Dio: la sua presenza non sarà di inabitazione ma pur sempre di immensità. E non è che non lo vedranno, ma non lo vedranno nella sua essenza. Saranno allontanati per sempre da quella presenza sublime di Dio a se stesso che è l’intimità trinitaria da cui scaturisce l’Eucaristia che viene dal Cristo.

E dunque, il serpente appena creato da Dio, non maligno, non vedeva tutto ma, molto sì. Nell’istante metafisico della sua creazione è condotto da Dio a compiere l’esergo di quella che avrebbe dovuto essere la sua missione. E fallisce, lo sappiamo bene. Sapeva che da quelli avrebbe dovuto discendere lo Stesso essere per se sussistente che doveva da ultimo adorare. Perciò quelli li doveva servire. Non ce la fa. Va bene, passi, la diffidenza di Adamo, ma, la bugiardaggine di Eva non la regge, lui, così puro.

Non serviam. Una lotta si scatena nel cielo. Un angelo dice “chi è come Dio”. Ed è lui, il serpente. Sostiene che si deve adorare solo Dio giacché resti nella sua separazione, se non si incarna. L’altro principe dice “chi è come Dio”. Non intende lo stesso. Chi, come Dio, potrebbe condurre in porto l’incomprensibile, l’inespribile che avverrà nell’Annunciazione? Chi, se non Dio, potrebbe inverare che il mero principio identitario di una ultimamente irriducibile superiorità a sé di Gesù ultimo adamo potrà almeno indirettamente eguagliare l’ineliminabile inferiorità relazionale che comunque si instaurerebbe tra il Verbo e il Principio quando la Incarnazione non venga altrimenti dissipata?

Vince costui. L’accusatore è precipitato. Che, dopo il trambusto, allora ritorna come niente fosse sulla scena edenica. Gli umani non si sono accorti di niente. Forse sino ad ora, nell’insieme, tendono a non accorgersene.

Ma ora non è più come prima, come avrebbe dovuto essere. Ha imparato male dagli umani. Ma gli effetti sono sproporzionati. La innocente bugia di Eva lievita e prolifera. Lui, diventa il padre della menzogna.

Adamo tentò Eva esponendola da sola al posto suo, Eva tentava il serpente con la sua malizia presuntuosa, ora il serpente antico, Satana, tenta l’uomo attraverso di Eva. Lo fa morire.

Ecco, insomma, la Consolazione divina non è bastata. Anzi, per la malizia umana, e poi angelica, è stata volta al male.

Ora davvero il Signore metterà alla prova gli umani: con il castigo darà loro quel motivo di dubitare che loro ritenevano di aver avuto. Vuole salvarli, ma ora la lotta è scatenata.

Per non lasciarli in balìa di quella tentazione ormai esacerbata dalla ferocia satanica, vorrà intervenire con la sua tentazione, con il suo potente tentativo.

Ma tutto ciò non era la prima Parola di Dio e non avrà da essere l’ultima. O meglio, la tentazione divina sarà anzi infine penultima, e non più infine come prova, ma come da principio, ancor infine quale paterna consolazione.

Non è vero quindi che Dio non tenti, ma è vero che non lo avrebbe fatto e, che da ultimo non gliene serve di farlo. Dio DI PER SE STESSO non tenterebbe nessuno, Dio DI SUO non tenterebbe nessuno. Dio poi, in assoluto, non tenta al male, ma acconsente che si sia tentati al male.

Ma e allora non è però nemmeno giusto dire che Dio, in assoluto, si limiti a non altro che a portare in tentazione. Sebbene questo tuttavia lo riguarderà bensì in rapporto, intanto, a quella tentazione che è creaturalmente maligna e che Dio pure ha voluto ma non allora direttamente come sua intenzione morale ma come sua predestinazione, tale, da questa tentazione allora volgerla poi comunque a semmai tutt’altro per la stessa sua onnipotenza. E per quanto la dinamica di un mero portare in tentazione Dio poi lo riguarderà pur ancora, rispetto allora a quell’intento di sua stessa tentazione buona quale ebbene che infine ne resti poi infine in sospeso in un intanto non realizzarsene di una tale tentazione buona: dove allora, qui, l’aver solo portato in tentazione invece corrisponderà invero negativamente al non avervi indotto in tentazione, mentre cioè che l’indurre in tentazione di suo positivamente anzi non vi avrebbe comportato che Dio con ciò avesse a condurre surrettiziamente verso di una tentazione non poi effettuata da Lui.

E tuttavia, allora, questo poi non toglie affatto che Dio invece tenti anche proprio direttamente, per il bene, ma per un bene dunque che intanto non sarà mai però ultimissimo ma semmai ultimo e penultimo, nella Consolazione e, prima, nella Prova.

Questo toglierà l’apparente contraddizione secondo cui il Padre, pur davvero dovendo intanto poter risultare autore diretto di una tentazione, ne venga poi anche richiesto proprio anzi di non procedere a tale tentazione, quasi come se questa stessa avesse potuto essere, pur se sua, a sua volta ben anche cattiva.

No, essa non sarà tentazione di concupiscenza, né tanto meno maligna, ma pur sempre un bene minore, penultimo. E qui è decisivo il tema ebbene della eventualità. Nel momento in cui Dio vi procedesse poi comunque a tale siffatta tentazione, essa tornerebbe ad esser buona perché instaurerebbe una nuova dinamica di correzione la quale avrà allora a piuttosto però implicarne che non se ne saranno verificate allora le condizioni perché il cammino umano giungesse ad un suo esito decisivo di glorificazione il quale avrebbe fatto ebbene sì sospendere il nuovo inizio di consolazione.

Dove si vede che così allora, qui, quella stessa impetrazione di non esser indotti in tentazione semmai non vi sarà stata adeguata, convinta, effettiva. Lo si sarà chiesto, ma lo si sarà anche insieme negato: no, Padre, consolaci ancora, anche qui, in quello che poteva essere il momento critico, decisivo… Sarà per la prossima volta.

Ecco dunque che Dio, nell’esitazione, ascolta la voce della umana debolezza, e il percorso riprende. Dio, il Padre, consola ancora, tenta ancora, ci prova ancora.

Ma se invece saremo stati decisi nel chiedere, il Padre sospende la sua Consolazione, la quale intanto ne viene così ad esser stata un’ultima consolazione. Non saremo più, intanto, sul momento allora consolati, né tanto meno provati allora poi estrinsecamente dal Padre a modo ancor sempre di tentazione sua dunque correttiva.

E questo però poi non toglierà che pure se ne allora manifesti in modo dunque cruciale quella che sia l’occasione di ripresentare la situazione da capo risolutiva di una tentazione tutta umana e creaturale cui infine, questa volta, rispondere tuttavia bene: così infine di propria iniziativa e volontà, ma non però quindi come fece il primo Adamo.

Cristo volontariamente dà la sua vita, si espone da sé alla sua ultima prova. Lui stesso, da ultimo, si tenta, ci si prova. Ed è insidiato però inoltre dal maligno che da quella croce sconsolante, senza il conforto del Padre, vorrà pur infine farlo recedere.

Per questo Agostino dice che il non indurre in tentazione riguarda prove e situazioni future, eventualmente ancora poi poste dal Padre, e come tale affatto non riguarda una prova o una consolazione che in atto ve ce ne fosse digià posta e intanto protratta dal Padre medesimo.

Agostino insegna peraltro che il Padre certamente tenta, ed allora, mentre che correntemente lo faccia ne dovremo ebbene chiedere di non essere tentati troppo, non al di sopra delle nostre forze. Ma questo appunto non riguarda la richiesta del non essere indotti in tentazione, ma quella di non cadere, di non addentrarsi, nella tentazione.

Guai confondere questi livelli del discorso proprio in Agostino, che a riguardo invece è illuminante.

Il non ci indurre in tentazione corrisponde a quanto esso significa alla lettera: il doppio accusativo del non essere da capo semmai ricondotti verso la prospettiva, l’eventualità, di una consolazione divina che quanto ad effettivamente tale anzi potrà piuttosto risultarvene appena già essa intanto consumata quale che plausibilmente ben ormai ultima.

Qui ci si incaglia spesso in uno smarrimento: ma allora se qui è un bene che il Padre non ci tenti, ossia che non consoli, allora ciò significa che è un bene per noi il suo allontanamento? Come è possibile?

Ebbene, pensiamo alla comunione trinitaria: dapprima Dio ci è vicino più immediatamente nella appropiazione ipostatica di Padre, e la comunione divina interpersonale ci si approssima nell’amore semmai partecipato delle missioni trascendenti del Figlio nello Spirito. E sinché sia così, non ci piove che proprio vi ci voglia la tentazione continua del Padre. Gesù stesso si ritirava sempre per ricercarla. Quasi sino all’ultimo, umilmente chiede l’aiuto e la presenza del Padre: sia fatta la tua, non la mia volontà, quando appunto comanda di pregare non già di non essere indotti affatto in tentazione, ma, ancora un’ultima volta di esservici introdotti seppur senza allora venirvici fatti proprio cadere, o, troppo inoltrare. Ancora un’ultima volta Gesù stesso vuole che ne chiediamo di esservi da Dio ancor pur tentati, ma, e allora, con misura.

E però diverso è quando viene invece il momento ultimo in cui tutto è pronto, in cui l’Ora è giunta. Allora, occorre confrontarsi da capo, senza il Padre, con la propria tentazione originaria. Ma questa solitudine nel riguardo al Padre atteso nella distinzione sua propria non significa affatto però una distanza, tanto meno un allontamento, da Dio poi in assoluto: perché a questo punto, piuttosto, è giunta l’ora in cui direttamente ci si possa presentare Cristo stesso, nel suo Santo Spirito, ed è l’ora dunque della glorificazione. Ma perché questo avvenga, occorre intanto il passaggio, la sospensione, di un momentaneo abbandono del Padre il quale sin qui era anzi Lui solo, a direttamente approssimarsi del tutto.

Questo quindi è cioè il momento della morte spirituale, della croce gloriosa, il momento di essere non ancora sopravestiti, ma comunque intanto rivestiti di Cristo. Il momento in cui non più, Cristo, soltanto e non chiede niente al Padre – come anzi non gli stava ormai chiedendo più niente già nella gloria della condanna che subiva – ma addirittura è ora lui a infine ringraziare il Padre, a dare a lui il suo stesso Spirito. Il Padre riceve da Cristo.

Sconvolgente che il Signore ci abbia ordinato di perpetuarne sacramentalmente lo stesso, di cioè poter esser noi, in Lui, a dare al Padre. Sconvolgente che perciò intanto Cristo a noi pure ce ne ordini di chiedere quindi al Padre che più non ci induca in tentazione.

L’abbandono del Padre non dovrà quindi affatto risultare permenente, eppure è tanto più allora cruciale. La morte gloriosa collima con l’abbandono del Padre che non è una recessione nella comunione con Dio ma è l’avanzamento in quella comunione compientesi che sia più pienamente trinitaria e che qui intanto così cominci e si inoltri nel Figlio per lo Spirito.

Negare questo provvisorio ma inesorabile abbandono da parte del Padre – il quale intanto non è affatto quindi un abbandono da parte di Dio in termini assoluti sebbene qui non ve se ancor intanto dia in quell’esito di comunione poi allora perfetta che è di resurrezione vissuta – significherà negare la Eucaristia. Come se facessimo chiedere a Cristo che a lui lo lasciassero scendere dalla croce, che gli recassero sempre a Lui tutta la consolazione senza riceverne anzi poi ora da Lui la vita.

Qui possiamo fare un passo indietro, e ricorrere a san Tommaso.

Il dottore angelico ha mostrato come la preghiera dominica non sia da leggere astrattamene in modo sincronico, modulare interscambiabile, come se i suoi elementi potessero essere colti in assoluto per se stessi e non invece individuati nella precisa successione e scansione con cui si profilano e si avvicendano in essa preghiera.

Tommaso descrive un parallelismo tra gli eventi della Passione e lo sviluppo espressivo della orazione. Se andiamo al cuore della cosa, possiamo almeno notare la domanda del che sia fatta la volontà del Padre, la sua, come in cielo così in terra. Qui c’è precisamente il parallelo con l’ultima consolazione, e, perciò, tentazione plausibilmente divina, nel Getzemani; dove Gesù nel contempo ordinava di chiedere di non essere fatti cadere, inoltrati, nella tentazione.

Ricordiamoci di come dicevamo che le due domande di non essere fatti cadere nella tentazione e di non essere indotti in tentazione non sono affatto equivalenti o sinonimiche; al di là di quanto neanche san Tommaso qui, o il Catechismo tridentino, abbiano poi saputo focalizzarne ulteriormente, quelle sono bensì correlate in modo pur consecutivo e intrattengono una analogia che è quella di considerare che ve se ne dia comunque una tentazione buona, divina, ma, e vi sono però tuttavia correlate in quel modo per cui tale medesima tentazione ve ne viene intanto considerata sotto rispetti ben poi diversi, in esse due invocazioni. In una si chiede che ancora la consolazione ci sia e che però allora attinga semmai ad un termine, mentre invece nell’altra se ne dà anzi per scontato che una tale tentazione si sia dunque compiuta, esaurita, ma è poi così che se ne inoltre viene a perciò chiedere che non ce se ne allora dunque ritrovi ad essere daccapo qui ricondotti ad una poi ulteriore consolazione divina, ma e che semmai se ne possa piuttosto anzi cogliere il momento intanto decisivo di essa tale glorificazione quale che infine ne implichi quindi l’abbandono del Padre perché così se ne possa introdurre la manifestazione piena del Figlio nello Spirito.

Quella manifestazione che sul piano divino della sussistenza delle relazioni implica sostanzialmente una già più perfetta presenza salvifica del Padre stesso il quale che però se ne debba momentaneamente allora ritirare quanto al piano intanto distintivo di appropriazione ipostatica.

E tuttavia anche e così ci domandavamo se per noi non fosse comunque scorretto chiedere una pur anche tanto provvisoria latitanza del Padre seppur poi nella sua relazionalità <<soltanto>> ipostatica. Ma è allora il momento di considerare poi bene che tale relativa latitanza verrà fatta infine risultare tutta momentanea e transitiva. Alla morte gloriosa consegue la risurrezione che è quel venirne restituito del Padre quando Dio sia tutto in tutti senza comunque semmai recederne dall’intanto pur acquisita comunione piena anche già del Figlio quindi, nello Spirito.

Ecco la tensione della Eucaristia, la continua attesa della Parousia che la definisce. Il sacrificio della Messa ha la fisionomia e il lineamento secondo cui si chiede la venuta del Signore, del suo Giorno, e se ne impetra l’abbreviazione dell’attesa. Perciò il Santo Sacrificio si incentra proprio sul mistero della morte gloriosa del Signore, più che non sull’effettivo conseguimento della risurrezione. Ma proprio questo poi condurrà invece a ricomprendere lo scaturentene battesimo a partire allora dalla partecipazione già che esperita ad essa morte per così poi radicarsene nell’anticipazione allora intanto attuale dell’evento di risurrezione.

Voler invece forzosamente pensare la santa Eucaristia in modo troppo sopravanzato e sbilanciato verso la risurrezione sola, non potrà che condurre a viceversa far retrogradare un senso d’esso stesso battesimo ad allora invece surrogare l’eucaristia medesima nel poi viverne una morte sempre perciò solo in un’attesa d’una risurrezione che tuttavia così neanche vi ci sia quella intanto universale semmai ultimissima.

Ma ecco quindi l’importanza di non correre proprio subito a dover chiedere di nuovo infine al Padre la liberazione dal male che sia la morte ultima e spirituale di quell’esserne transitoriamente separati da lui, quanto piuttosto di allora anzi e indugiare a ben invece focalizzare un momento il senso esso ultimo seppur non ancor quindi postremo ed eccedente che è di quella glorificazione stessa insita nella configurazione alla morte gloriosa del Signore.

Qui si comincia allora a cogliere di come sussista in effetti una tensione irresolubile nella valenza semantica della conclusione del Padre nostro: la tentazione cui la stesura letterale riferisce è una tentazione ultima in quanto ancora divina, e non ultimissima e postrema secondo che anzi indicasse una terminale e riemergente inerzia di tentazione originariamente concupiscente.

Quella inerzia di tentazione riemergente la quale dovrà qui invece trovare la poi decisiva risposta non poi ancor entro la sinergia consolatoria e relazionale della prossimità paterna, ma lungo infine una identificazione con la gloria manifestantesi del Cristo. Dove una tale tentazione terminale non verrà quindi nominata nella stesura letterale della Oratio dominica, ma, potrà essere ravvisata, stando alla stretta logica della medesima stesura letterale della prece, in quel male da cui subito dopo si dovrà intanto allora esser poi liberati.

Stando sempre al calco stesso della stesura letterale del Padre nostro, notavamo dunque che la tentazione che vi si nomina ha una una tensione interna che dovremo esplicitare, ma prima possiamo invece escludere definitivamente quanto essa espressione, nella cornice in cui la ritroviamo, davvero non significhi. E ossia, non vi significa una tentazione maligna che non venisse da Dio e che Dio soltanto permettesse: abbiamo visto che questo fenomeno in altri ambiti sussiste eccome, ma non è il caso cui qui e ora si riferisce infine la Preghiera.

E anzi, notavamo di come le situazioni di pericolo su cui gravino anche le insidie che avvengono nell’ora delle tenebre trovavano già il loro riferimento nella preghiera del Pater quando che in essa vi si recita Sia fatta la tua volontà. Un’invocazione che precisamente ci rinvia al suo parallelo nell’agonia del Getzemani, dove allora Gesù invita non a chiedere di proprio non essere indotti in tentazione ma, soltanto di non esser fatti cadere durante la tentazione.

E dunque, è sbagliato approcciare quella che poi invece è la successiva finale del Padre nostro come se continuasse sterilmente a ripetere questa stessa cosa. Tale tentazione di cui si parla cioè poi dopo, quasi alla fine della preghiera, pur conservando una sua residua anfibologia, che ci resterà di esaminare, non andrà ricondotta genericamente a quella tentazione malefica che interviene più precocemente lungo il cammino di vita e di fede. Di più, questa medesima referenza finale alla tentazione non deve neanche essere qui confusa, lo ribadiamo, con quel pur semplice essere condotti dal Padre verso una tentazione che poi però sarebbe un altro soggetto comunque però esterno a semmai allora esercitare. Ma quello che non sarà meno importante da confutare è che qui vi si potesse trattare financo di una prova cui allora il Padre potesse pur sempre condurci per farcene subire ancor intanto l’azione la quale poi comunque provenisse ben pure da Lui.

No, ormai, non possiamo che scartare le suddette ipotesi per accedere alla soglia che qui infine possa intanto risultare ancor invece pertinente: quella soglia che segna l’eventualità, che si chiede di scongiurare, di essere ancora ricondotti dal Padre, una volta ancora, verso la sua Consolazione.

Rimane semmai vero, che quando questa eventualità invece e si verifichi, ecco che qui se ne potrà innescare non solo dunque una stasi, ma anche forse un percorso regressivo nel cammino di fede tanto da persino contemplare la possibilità che il Padre debba poi riservarci da capo nuove prove per correggerci, la quali poi però si dunque configurerebbero come quelle sue incolpevoli tentazioni atte esse tuttavia a lasciar pur comunque ri-suscitare una spirale oppositiva anche poi di tentazioni invece aliene da parte del Nemico.

E tutto questo malaugurato processo regressivo presuppone però la prima caduta che come tale non potrà consistere in altro che non sia una insistita, non più necessaria Consolazione divina ugualmente da noi allora però pretesa e poi purtroppo essa, magari, così conseguita.

Ciò che comunque suppone allora Agostino, col dire, poi quindi, che la invocazione del non ci indurre in tentazione come la si trova nel Pater noster, non potrà riguardare se non eventuali prove ancor poi future, e, non andrà scambiata con quell’altra invocazione del non cadere, non addentrarsi, in tentazione la quale concerne invece l’ultima prova e, consolazione, che sia recata ancora dal Padre.

Insomma, quando nel Padre nostro si arriva a chiedere di non essere indotti in tentazione non si implica ormai più la mera prova senza consolazione che provenga ancora dal Padre, e, se ci si riferisce invece appunto ad una sua Consolazione, non lo si fa neanche più per richiederla ancora a Lui tale Consolazione la quale che qui sarebbe infatti la sua ultima, paterna, tentazione, ma ve se ne piuttosto rinvia ad una pur sua Consolazione ormai però per dunque scongiurarla, per evitarla.

Il senso di ciò, se non lo si fosse capito, è che qui <tutto è compiuto>>, e che l’ora è giunta. Dunque, quella tentazione divina paterna che sin qui abbia potuto e dovuto darsi come prova e consolazione, la quale poi vi era tentazione divina non originaria ma sopravvenuta a neutralizzare quella invece di concupiscenza e, dunque, era tentazione che quanto a non primissima e originaria non aveva a quindi esserne nemmeno poi ultimissima ed estrema, ecco che essa, ora, tentazione ebbene paterna, qui come tale ha compiuto il suo compito. Il Padre ha completato questa sua opera, non è risultato inconcludente.

Da tanto ne scaturisce in risposta che chi ha beneficiato del compiuto adempimento di essa tentazione paterna, saprà costituirsene a lode della gloria del Padre stesso ebbene anzi manifestando l’efficacia feconda di quell’adempimento col disporsi da sé a restituire qualcosa di degno e di adeguato proprio a Dio Padre.

Ma e questo, e non potrà disporsene se non allora sempre da Dio stesso, ma questa volta però dalla parte infine del Figlio che nello Spirito rende grazie al Padre con la divina Eucaristia e così intanto ne viene glorificato proprio nel rendersi lode della gloria del Padre stesso.

Da qui si capisce quanto già accennavamo: occorre qui infine quell’abbandono da parte di Dio Padre il quale però ormai non sia qui allora un assoluto abbandono da parte di Dio senz’altro, ma anzi un abbandono tutto proprio paterno che invece consenta e adduca la manifestazione e la compresenza divine del Figlio nello Spirito. Manifestazione non casuale ed estemporanea ma che anzi ha invece presupposto tutta una continuativa e incalzante prossimità di Dio Padre che abbia potuto infine trasfondersi in presenza divina a sé stante del mistero del Santo Spirito quale che ora interrompa quindi quello che sin qui era stato il suo flusso dal Padre al Figlio per restituirsene, anzi, da Questi al Padre.

Ecco dunque che il tema di un abbandono di Dio nella finale del Padre nostro è non solo pertinente ma, decisivo. E tuttavia non si tratterà allora di un abbandono divino da precocemente evocare per dianzi scansarlo e recederne, sottrarsene, quanto piuttosto di quell’abbandono paterno che ormai qui non rechi derelizione ma anzi apra alla manifestazione maieutica dello Spirito consolatore la quale segni una intensificazione intanto crescente nell’intimità con Dio. Per quanto però proprio tale enfasi poi perfettiva evochi allora anzi nel contempo l’afflato inoltre ad un compimento davvero poi quindi perfetto di una assoluta comunione con Dio la quale infine richiederà ebbene dunque il pronto ritorno anche cioè presto ad una prossimità ritrovata con Dio Padre, quale che essa semmai non deneghi allora e da capo ma, confermi e consacri, quell’incremento di comunione nel Verbo nello Spirito che come tale sia dunque stato l’incremento quale che a tanto ce se ne veniva profilando attraverso proprio quella transitoria latitanza che come tale doveva esser qui fatta appunto intervenire dalla parte allora del Padre stesso.

E questa latitanza, è quell’improprio abbandono apparentemente tutto divino il quale poi anzi addurrà persino subito alla ricomposizione d’esso accenno di pur drammatica frattura. Ma, se non ci sbilanciamo così subito del tutto, possiamo soffermarci un istante a focalizzare che davvero quel dunque agognato momentaneo abbandono da parte del Padre è quindi sul serio quel suo nascondimento il quale se da un lato propizia anzi dunque la ancor più intima compresenza di Verbo e Spirito, tuttavia è la momentaneamente infine necessaria latitanza che si traduce inevitabilmente nella sospensione della Consolazione paterna la quale che infatti se non ne venisse a latitarne vi si mostrerebbe pur sempre buona ma assumendo, anche la valenza allora però regressiva di una ultimamente rinsorgente dinamica poi di tentazione.

Andando ora però poi oltre questo indugio di determinante focalizzazione, riprendiamo quindi ad indagare come in questo passaggio di abbandono, non scongiurato ma invocato, alligni pur presto quasi il suo rinnegamento.

Qui il Padre nostro non stava più affatto intendendo qualcosa di simile ad un chiedere Padre, tentaci ma con misura, e anzi invocando proprio un suo pur effimero abbandono ci faceva domandare che Dio Padre sospendesse proprio quella sua ultima tentazione più che buona la quale è consolazione e, quindi, ci faceva chiedere Padre non consolarci, adesso, ovvero Padre abbandonaci, ossia, Padre, grazie d’averlo fatto a perfezione, ma ora dunque: non tentarci più. E, tuttavia, questa invocazione è ultima ma non ultimissima. Perché, notavamo, interverrà l’estremo compimento di un ritorno di prossimità anche, poi, con il Padre medesimo, che sarà allora quella data fine del suo abbandono la quale poi non restituisca per nulla una ritrazione, un riguadagnare la posizione precedente. Che non valga ad esprimere il fallimento di un regresso non più che alla condizione da capo previa di relazionalità privilegiata ma ed escludente con Dio Padre, ma e anzi vi si denunci come piena ricomposizione trinitaria. Di modo allora da mostrarsi non, come arretramento rispetto quindi ad un abbandono paterno che allora sarebbe stato semmai intanto insensato giacché poi proprio tale da doversene ad esso sottrarre e recedervene come se di esso stesso se ne venisse a fare anzi tentazione, ma, e così piuttosto, approdo semmai persino alla sponda anzi di arrivo rispetto al cui conseguimento quell’abbandono dunque non sarà stato affatto allora ostacolo quanto che invece impreteribile viatico.

Tanto, che guadagnato poi quell’approdo, quell’abbandono allora sì risulti infine non solo non più indispensabile ma e adesso, invece sì, ora quindi da superarsi. Un abbandono dunque che in quanto vi sia stato da invocarsi ne rispondeva del rifiuto stesso dell’insistenza della tentazione consolatoria, ma che in quanto ora sia bensì da ovviare ecco che comunque non lo restituirà più e da capo quel lineamento della tentazione paterna consolatoria che intanto poi era venuto infatti a sospendere, mentre piuttosto riporterà semmai anzi alla fisionomia di suo ultimissima di una estrema tentazione poi propria ed ebbene essa spirituale, pneumatologica. La quale invece posta ve sia ed allora non negata dal postremo dunque aver appunto anzi insistito di esso abbandono paterno il quale intanto denegava il seguitare della tentazione consolatoria paterna. Dove poi e però tale abbandono colto ancor inoltre in una fase più che postrema e anzi eccedente e, finalmente proprio ultimissima, sarà semmai non più da invocare ma e così, di nuovo ma e non da capo, dunque, da scongiurare. Come un evento ultimamente intercorso nell’eccezione per il bene, ma che se poi inoltre perdurasse, se ne porrebbe per noi a rinsorgente residualità di male, rispetto però dunque al bene quanto più eccelso ed inaudito. Tanto che così dunque ce ne pur voglia oramai perciò la liberazione, anche da un tal cosiddetto male.

Ecco, che l’appropriazione della compresenza direttamente anche paterna dopo di tutto sarà quel bene necessario da riguadagnare per la perfezione ineffabile della compiutezza stessa già pur intanto raggiunta nella comunione del Figlio nello Spirito, e, anzi, questa riconsegna al Padre non sarà più in alcun modo tentazione di consolazione quando che invece, appena prima, l’agognare ad attardarsevene nel passaggio cruciale entro una tale consolazione non sarebbe stato neanche solo tentazione consolatoria ma proprio e anzi, caduta. Mentre e che tuttavia se ne sarà ancor poi prima posta essa pur allora a tentazione, ma ben intanto buona, nella prospettiva tuttavia di dunque però essa infine, ancora aprirsi, poi e così dopo a tale suddetto rischio.

Ricollochiamoci però ora lungo il passaggio cruciale in cui proprio ci doveva comunque intanto essere l’abbandono paterno che così rilevasse il darsene della consolazione a tentazione, dove che tuttavia ce se ne sarà potuti così allora disporre anzi infine nel proprio stesso Spirito che pur sia provenuto dal Padre ad infine starsene in quella poi finale tentazione anzi di prova la quale però, dunque propria non lo sarà più giacché semmai essa di concupiscenza o maligna ma anzi lo sarà per come che sorprendentemente spirituale e, cristologica.

La conclusione richiama e redime un principio. Intanto, quello originario della Genesi, e, poi di più, l’inizio della missione redentiva in cui il Cristo veniva condotto dallo Spirito per essere tentato, quella volta, proprio dal Maligno.

Anche ora, quasi ormai alla fine, si ripropone la tentazione anche maligna, nell’assenza intanto dell’esterno conforto divino paterno: se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce.

E tuttavia c’è un fattore di radicale discontinuità: la tentazione maligna non è, come all’origine genesiaca, il parossismo che alligni dalla premessa propria dell’autonoma concupiscenza già pressoché peccaminosa. Adesso, al contrario, l’insidia maligna cerca semmai di prevenire il darsi di quella auto-tentazione finale per niente più affatto concupiscente o peccaminosa e anzi espressiva dell’estrema obbediente confidenza. Cristo stesso è Lui che qui si pone nella Prova e consegna, volontariamente, la sua vita.

Dopo che avrà vinto, e superato la Prova consegnando Lui stesso lo Spirito consolatore al Padre, ecco che poi dopo proprio e non avrà invece più senso inoltre indugiarvi in quell’abbandono paterno che nel passaggio era stato necessario per la manifestazione gloriosa di Cristo stesso. Un tale persistente abbandono, protraendosene, configura il male residuo di una morte quale ultimo nemico. Nonostante la gloria ben già conseguentesi della manifestazione eucaristica di Cristo.

Nel passaggio glorioso dell’abbandono paterno nella morte, si riscatta il peccato originale: là, una tentazione concupiscente sorge dallo spirito umano per dischiudersi quindi alle sue stesse conseguenze e alla spirale stessa del peccato mortale apportato con la tentazione che si faceva maligna. Adesso, invece, una tentazione di prova, il tentativo e la prova estremi, conseguono pur analogamente dalla intimità spirituale totalmente autonoma, come alle origini, ma non da capo come allora perché qui e adesso lo spirito non è quello di un Amore originariamente mondano concupiscente, ma è quello Santo e divino che per Cristo e in Cristo si restituisce al Padre, nell’Ora cruciale del suo abbandono.

Ma, nella bellezza sconvolgente di ciò, troviamo una compiutezza che non manca di nulla e che però non disdegna di procedere ancor oltre a farsi perfezione, nel mistero trinitario di gratuità eccedente. Oltre quella morte ineffabile, c’è ancora posto per una Risurrezione. Inoltre a quella che sia quindi stata la fonte stessa della Redenzione in cui si scioglie il vincolo della colpa originaria, cosa in sé sublime che riporta alla pienezza di una condizione aurorale, ecco che subito si rilancia anche l’eccedenza di un perfezionamento inaudito e inesigibile, inatteso, ma predestinato da Dio in Cristo. Che è liberazione da un male che tale non lo verrebbe nemmeno ad essere se tuttavia non subentrasse, come a segnarlo a limite, quella stessa eccedenza inaudita che ancor essa ci fa dunque chiedere di essere poi quindi liberati dal lineamento, quasi dunque che per noi fosse un limite, di quanto allora che perciò diventerebbe un male se ce ne contenessimo. Una Eucaristia che di un battesimo sia fonte, e che però non fosse vissuta nel fede di questo vero battesimo recherebbe recherà ancor essa la davvero ultima condanna.

Si può scorgere traccia di tutto questo negli sforzi di ritradurre nelle lingue correnti le parole densissime della conclusione del Padre nostro. Nel suo calco letterale nella lingua italiana, troviamo che in modo precisissimo si potrà rendere che non dobbiamo essere indotti, nel senso appunto di non esser ricondotti daccapo verso, in direzione, di una tentazione che intanto sia da intendersi quella che sin qui sarebbe stata buona perché comunque intanto quella cioè di consolazione paterna ma e che nel frattempo debba essere sospesa per consentire da affrontare direttamente, soltanto nello Spirito, la tentazione crucialmente riproposta da sé medesimi.

Ma resta appunto che in tale resa letterale la tentazione che si nomina direttamente, e quella a cui si chiede di essere sottratti, è quella consolatoria del Padre stesso.

Importante nella suddetta versione italiana è che la particella pronominale ci precede il termine indurre proprio a significare che rinvia alla condizione corrente della soggettività dei richiedenti e per niente affatto ad un enfasi di un essere coinvolti in una qualche tentazione come se essa particella fosse invece posta a poi seguire il verbo. Ossia, davvero correttamente si traduce non ci indurre in tentazione invece che dire non indurci in tentazione, cosa questa che appunto renderebbe invece l’idea più di un addentrarsi localmente entro una tentazione anziché il fatto di trovarsi nella emergenza soggettiva di non dover intanto ricorrere al sostegno divino paterno.

Sulla scorta di tutto ciò, andando avanti troviamo l’avversativa ma liberaci dal male, il cui senso esploravamo più sopra. Qui sottolineiamo soltanto che la congiunzione avversativa ma non ricopre una funzione intanto generica, anzi, in questa traduzione letterale necessariamente esso ma deve avere senso avversativo riguardo alla negazione iniziale e sintagmatica resa dal non del non-ci-indurre. Perché infatti tale congiunzione avversativa nella logica peculiare di tale traduzione che è letterale non vuole significare altro che un ma tuttavia, ovvero, che un e però…Insomma, qui il ma segnala e conferma che le due rispettive frasi del non ci indurre e del ma liberaci indicano due fasi collegate ma ben distinte, scandite. Esse sono allora due frasi ben separate, che il senso peculiare dell’avversativa consente di comprendere come una vi sia contemperata e risolta dalla successiva: appunto, come a legarle con un e ma però.

Invece, in una recente resa fraseologica a senso del testo della finale del Padre nostro troviamo una traduzione italiana che al contrario non deve appunto essere intesa affatto come letterale ma ebbene fraseologica.

Vediamo: invece di chiedere quel non esser indotti che equivarrebbe di suo a un chiedere di esservi, nel mentre, quasi abbandonati dal Padre per se stesso, ecco che apparentemente vi chiediamo l’opposto, ossia di non esservi per nulla da LUI abbandonati. Come è possibile? Evidentemente, in questa traduzione del tutto più libera, dobbiamo intendere che il non dover essere abbandonati dal Padre non riguarderà più il momento cruciale della glorificazione nella morte spirituale, ma già anzi il momento addirittura ulteriore, in certo modo poi di resurrezione. Quello che nel testo letterale comunque pur si dirà subito appunto dopo chiedendo di essere poi quindi liberati dal male. Qui invece, nella traduzione più libera, ci si proietta in avanti per poi tuttavia riguardare al passaggio scavalcato evocandovelo a ritroso come implicito nel modo poi quindi di intendere tutto il senso logico dell’ultima e della penultima frase come se ora siano anzi da intendere come dunque più fuse, non distinte e tra loro non contemperantesi, ma piuttosto tra loro anzi enfatizzantesi.

Nel chiedere non abbandonarci la particella ci si è posposta a divenire enclitica dell’azione, e va a segnalare l’oggetto della tentazione, più che non una condizione soggettiva di partenza che qui anzi è colta come già consumata ed espletata.

La tentazione non è come nel testo letterale la tentazione direttamente paterna che consisterebbe nella persistenza, ancor intanto possibile, di una inerziale consolazione essa divina paterna, ma è quella tentazione ultima rinsorgentene propria e spirituale che non solo non è colta come ulteriore, come quando nel testo originale la si adombrerà da superarsi solo evocandola nel male ultimo da cui esser liberati, ma persino è anche inquadrata come da già superarsi proprio direttamente con l’essa nominarvela a tentazione in luogo così ebbene di quella paterna.

Insomma, nel mentre non è così che direttamente vi si chiede, come invece nel testo originale, che il Padre consenta di affrontare gloriosamente l’abbandono della morte e che solo dopo poi ne intervenga quindi per la risurrezione, quanto che invece qui vi si chiederà anzi subito che Quegli ce ne intervenga per tale medesima incalzantene risurrezione ma e a tanto tenendovecene allora implicata come poi già che compiuta la glorificazione comunque della morte attraverso ben invero la tematizzazione, questa anzi invece esplicitata, di quel senso intrinseco di esso abbandono che seppur evocato come allora ormai da scongiurare, però sia comunque intanto segnalato come così quindi profilatovi da dovervene implicitamente pur rinvenire il senso che necessariamente sarà quello qui allora colto dunque in retrospettiva.

E perciò, in questa traduzione dunque fraseologica il senso della avversativa introdotta dalla congiunzione ma è per forza anch’esso diverso da quello che presenta la versione letterale, nonostante che qui le frasi si mostrino esteriormente in apparenza identiche.

Dove infatti, nella versione letterale, come abbiamo visto, il ma del ma liberaci andava ad avversare proprio il non del non-ci-indurre, tanto così da esservi un ma che ve ne valesse a ma e tuttavia, ecco che poi invece qui nella versione fraseologica tutta più libera, il ma del ma-liberaci apparentemente identico a come in essa altra frase, varrà ora invece a significare un ma anzi enfatico, atto cioè a coordinarvi aumentativamente le due distinte frasi come dunque a momenti sicronici degli aspetti di una ben medesima proposizione, ossia di una stessa azione: infatti qui il ma avversativo che scandisce il ma liberaci non vi va invero ad elidere il non che qui intanto introduce il non abbandonarci come se avesse semmai voluto ancora contrastarne il senso o, come a smorzarne la richiesta, come a dire però un po’ sì…poi semmai pur anche e abbandonaci… No. Qui la logica è tutta diversa.

L’abbandono non è affatto visto come quella possibilità futura e incombente da semmai scongiurare che come cioè tale andasse a rilevare il senso di quella evenienza in corso da intanto, invece trattenere, secondo la versione letterale.

In essa versione fraseologica l’abbandono è invece implicato come quella cosa buona e finalmente evitabile che intanto anzi è però già avvenuta: così, quindi, che se ne deve persino ora richiedere il poi dunque definitivo superamento. Non si chiede di non essere abbandonati nella tentazione, ma di abbandonati non esservecelo ad essa. Ossia, non si regredisce affatto all’ancor intanto domandare di essere consolati addentro di una tentazione pur sempre ambigua che quanto a propria ancora ne provenga dal male della concupiscenza, ma e piuttosto ci si protende a richiedere di non essere persin anzi mantenuti in quella vertigine di esclusiva esaltazione in cui perennemente la propria stessa tentazione finalmente redentrice la si trattenesse allora sospesa come che già intanto definitivamente pur vinta, come il ben che legittimo trofeo.

Così, la corrente versione fraseologica della traduzione italiana del Padre nostro potrà essere riscoperta come quella riconvergenza dinamica che restituisce l’equivalenza di senso della versione letterale attraverso ebbene quel cambiare tutto della disposizione sintagmatica che proprio così riesca a non cambiare nulla e a restituire quindi la parificazione di significato a partire dall’inverso approccio.

Diversa sarebbe la valutazione su di tale variante fraseologica quando la si pretendesse invece come una correzione, o una supposta semplificazione, della traduzione letterale: in un tal caso essa variante fraseologica la si fraintenderà proprio invece in se stessa come a così farne quella che ben anzi essa se ne dimostrerasse quella infine adulterante. Occorre cioè evitare il rischio insito nella supponenza di presumere una stessa medesima logica sintattica di tra le due suddette varianti della finale del Padre nostro: altrimenti incorreremo inesorabilmente nel circolo vizioso del fraintendere l’una con l’altra rendendo infine ancora più ostica la comprensione vera della referenza del loro contenuto rivelato.

Ecco. In conclusione, abbiamo mostrato che il senso generico e progressivo di tentazione, nel suo aspetto rispettivamente peccaminoso maligno e, intanto invece divino medicinale ma ancor poi rischioso di fallimento, rinvia a un quadro che nel testo del Padre nostro corrisponde assolutamente all’espressione che è ancora centrale del sia fatta la tua volontà. In tale espressione, dicevamo dall’inizio, si richiama il senso di quel comando che Gesù dà ai discepoli e, a se stesso, di pregare per non cadere, per non addentrarsi, nella tentazione ancor intanto ambigua. Una preghiera che resta preliminare a quella che invece si dovrà poi inoltre fare per anzi non esser infine affatto indotti in una tentazione che pur vi verrebbe ben a poi essere tutta anche buona e consolatoria, ma ormai comunque da tralasciare, e a cui la prima le sia essa dunque a questa preliminare ed, anche, le sia perciò distinta e non sovrapponibile.

Quando il Padre nostro prosegue, e arriva a recitare non ci indurre in tentazione… (o, tanto di più, se renderemo con non abbandonarci…) non vi si riferisce più indifferentemente alla tentazione ancora intesa quale lotta tra l’impulso peccaminoso e la progressiva cura paterna di tanto. No. Si riferisce ormai già a quella tentazione di cui, con tutta l’evidenza della versione letterale, se ne chiede di esserne allora preservati come da cosa eventuale cui si potrebbe semmai esser di nuovo addotti e non perciò quindi come di cosa in cui ancor poi vi ci si stesse e vi si temesse di non sopportarla oltre, senza poi semmai l’aiuto di una correlativa tentazione (tentativo) paterna che ciò lo equilibrasse. Cosa questa che piuttosto era già appunto evocata nella richiesta sia fatta la tua volontà la quale essa e, solo essa, riferiva davvero alla parallela richiesta fatta nel Getzemani di pregare per non cadere nella tentazione maligna, quella stessa richiesta a cui ovvero doveva giustamente ancora corrispondere l’efficace tentativo, tentazione, di quella consolazione paterna cui di lì a poco Cristo vorrà però dunque rinunciare, per infine allora acconsentire di essere Egli stesso glorificato nello Spirito proprio per l’abbandono del Padre il quale intanto, ciò lo avrà ben appunto preordinato.

Ma allora, se la tentazione di cui esplicitamente se ne fa poi quindi adesso menzione nella preghiera del Padre nostro non vi ci può assolutamente più essere intesa a prescindere, come se cioè potesse darvisi ancora senz’altro il decorso incipiente e progressivo della dinamica di tentazione, tuttavia ciò non significa che anche una tale nozione invece conclusiva di tentazione ancora non trattenga in sé una pur residua ulteriore tensione di articolazione: ma e però non nel senso allora di quindi confusamente consentire alla possibilità di leggervecela ancora appunto in regresso, come se in qualche modo volesse ancora evocare lo spauracchio avvilente d’una tentazione propria non ancor dunque sanata, quando anzi che al contrario, qui, alla fine del Padre nostro, ci ritroviamo di fronte al presagio di una tensione interna davvero ultima e nuova della nozione infatti ulteriore e conclusiva del senso della tentazione.

Nella finale della Oratio dominica, troviamo invero la tensione tra il cruciale non ricorrere ad una inerziale tentazione consolatoria paterna il quale però anche allude alla successiva postrema richiesta d’una ritrovata riconsegna al Padre che però dunque non lo sia più perciò consolazione, ma comunione entro allora quell’intrecciatane tensione parallela che corre tra l’esposizione volontaria ultima alla tentazione sua propria dell’uomo Cristo stesso, Ultimo Adamo fatto Spirito datore di Vita, e, poi, la successiva supplica di liberazione non quale essa però dunque recesso da un suo carattere invero di prova ma anzi come oltrepassamento da quella sua fisionomia separatamente gratificante che comunque conseguirebbe alla vittoria. Ecco perciò il senso del pro nobis della resurrezione. Cristo non risorge per sé, per aumentare una sua gloria che ben avrà acquistato proprio nella sua vittoria sulla morte che avviene per la Croce, anzi lo fa invece per ritrovare la prossimità con noi che segni l’adempimento obbedienziale al progetto nemmeno più solo di insperata redenzione ma e pur anche di piena inaudita riconciliazione e comunione.

Non capire questa vertigine della finale del Padre nostro non è innocuo: segnala un rifiuto della portata autentica e intima del senso stesso del Vangelo, vale a non comprendere il valore fontale della Eucaristia e la portata vera della speranza che il Signore viene a recarci. E in ultima analisi è un’incomprensione che fa il paio con ogni indifferentismo religioso e via via idolatrico che non avverte la necessità di cogliere lo specifico, il senso ultimo e caratterizzante, di quella preghiera che sia distintiva dei discepoli cristiani.