Gli archeologi trovano nel terreno 600 pezzi medievali del tesoro di un mercante. Forse scavò una buca e fuggì nel 1241. C

Guardate, emozionante. Gli archeologi trovano …

3 Gennaio 2026
È il gesto interrotto di una fuga, rimasto congelato per quasi otto secoli. Quando gli archeologi hanno raggiunto lo strato che lo custodiva, ciò che è emerso non era soltanto un insieme di oggetti preziosi, ma un frammento cristallizzato di economia, fede e violenza storica, fissato nell’istante esatto in cui un mondo stava per crollare.


La scoperta è avvenuta nel 2025 nell’area storica denominata Apostol’ščyna, all’interno dell’Okol’nyj gorod, la “città esterna” della capitale principesca di Volodymyr, nell’attuale Ucraina nord-occidentale. Il capo della spedizione, Viktor Bayuk, responsabile dell’intervento archeologico, ha parlato in queste ore dell’emozionante scoperta.

I bracciali disposti su un tavolo durante la presentazione degli scavi @foto di Віктор Баюк
Volodymyr, il luogo del ritrovamento, nota nelle fonti medievali comesi trova a circa 430 chilometri a ovest di Kiev, a poco più di 80 chilometri dal confine polacco, in una zona di pianure e corsi d’acqua che per secoli hanno favorito gli scambi tra l’Europa centro-orientale e il mondo slavo-orientale. Nel XIII secolo la città era uno dei fulcri del principato di Galizia-Volinia, una delle più solide formazioni politiche sorte dopo il frazionamento della Rus’.

Per comprendere pienamente la portata del ritrovamento, è necessario chiarire che cosa fosse la Rus’. Con questo termine – Rus’ di Kyiv o Rus’ medievale – si indica un vasto insieme di principati slavo-orientali sviluppatisi tra il IX e il XIII secolo, con centro iniziale a Kiev, lungo le grandi vie fluviali che collegavano il Baltico al Mar Nero. Non si trattava di uno Stato unitario nel senso moderno, ma di una federazione dinamica di territori, governata da dinastie principesche di origine variaga e slava, unita da lingua, tradizioni giuridiche, reti commerciali e, dal X secolo, dalla conversione al cristianesimo di rito bizantino. La Rus’ fu uno dei grandi protagonisti dell’Europa medievale orientale: mediatrice tra Bisanzio, il mondo scandinavo, le steppe eurasiatiche e l’Occidente latino. La sua dissoluzione non avvenne per lento declino, ma per l’impatto devastante delle invasioni mongole, che ne frantumarono le strutture politiche e urbane.

È probabilmente in questo questo quadro temporale che si colloca il tesoro rinvenuto nell’area archeologica n. 187. In un contesto stratigrafico chiuso, chiaramente interpretabile come nascondiglio intenzionale, gli archeologi hanno individuato quello che è stato subito definito come “tesoro del mercante”.

Possiamo immaginare il mercante, ricevuta notizie dell’invasione imminente, raggiungere la campagna, con un sacco pieno di gioielli. Egli probabilmente approfittò di un avvallamento del terreno per scavare ulteriormente e li adagiò la propria merce. Chiuse la buca utilizzando il terriccio e forse coprì anche la ferita dello scavo recente con sassi e rami, affinché l’intervento fosse invisibile. E lo fu, evidentemente.
Il nucleo del deposito è costituito da 573 bracciali in vetro integri, un numero del tutto senza precedenti per l’archeologia della Rus’ medievale. I bracciali sono stati classificati in 109 tipi, differenti per morfologia – lisci, ritorti, a sezione trapezoidale –, per gamma cromatica – verdi, blu, viola, gialli, dorati in molteplici sfumature – e per diametro, compreso tra 4 e 5,9 centimetri. Alcuni modelli ricorrono in serie omogenee da cinque fino a oltre trenta esemplari, altri sono presenti in pochi pezzi o come esemplari unici, suggerendo una selezione commerciale ampia e diversificata.

Oggetti devozionali nascosti nel deposito del mercante medievale @foto di Віктор Баюк

Accanto a questa impressionante quantità di ornamenti, il deposito comprende un grande encolpio – il crocifisso-reliquiario apribile, tipico dell’alto clero della Rus’ –, nove crocette bronzee e otto in marmo, cinque anelli temporali d’argento femminili, diciotto fibbie romboidali decorate a pseudogranulazione, un anello sigillare d’argento, un kisten’ in bronzo – arma a percussione diffusa nell’Europa orientale medievale –, una placca plumbea con falcone stilizzato a forma di tridente, simbolo riconducibile alla tradizione dinastica rjurikide, e una bolla commerciale in piombo con segno solare del cosiddetto tipo di Drohiczyn, attestato nei circuiti di scambio tra Rus’, Polonia e area baltica.

La natura del complesso appare eloquente. Non è un tesoro rituale né un accumulo domestico, ma un deposito di beni destinati allo scambio. I bracciali di vetro erano tra gli ornamenti femminili più diffusi nelle città della Rus’ pre-mongola, ma quasi sempre giungono fino a noi in forma frammentaria. Qui, invece, si presentano integri, mai indossati, conservati come merce pronta per il mercato. La compresenza di oggetti religiosi di alto livello e di strumenti di sigillatura indica un commerciante inserito in reti economiche complesse, dove devozione, prestigio sociale e circolazione monetaria si intrecciavano strettamente.

Resta centrale la questione dell’origine di questi gioielli. Le analisi preliminari suggeriscono una pluralità di provenienze. Alcuni bracciali trovano confronti nei grandi centri artigianali della Rus’, come Kiev, Černihiv o Halyč, dove la lavorazione del vetro aveva raggiunto livelli tecnici elevati, spesso influenzati da modelli bizantini. Altri esemplari mostrano affinità con produzioni dell’Europa centro-orientale e dell’area carpatico-danubiana. È verosimile che il mercante avesse raccolto la merce lungo rotte occidentali, forse passando per la Polonia, per poi portarla verso Volodymyr, città di confine ma anche punto di redistribuzione regionale. Il tesoro diventa così una fotografia materiale delle connessioni economiche della Rus’, capace di mostrare quanto fosse integrata nei grandi flussi europei del XIII secolo.

Il momento della deposizione è altrettanto significativo. Gli indizi portebbero verso la fine dell’inverno del 1241, quando l’esercito di Batu Khan, nipote di Činggis Khan, dilagò verso occidente dopo aver distrutto Kiev nel 1240. Le città della Rus’ sud-occidentale furono travolte una dopo l’altra. Il principato di Volinia subì un colpo devastante. Il Cronista galiziano-voliniano descrive l’evento con parole di estrema durezza: «E venne Batu a Volodymyr, e la prese con la lancia, e la sterminò senza pietà, così come Halyč e molte altre città, di cui non v’è numero». In questo scenario, nascondere i beni più preziosi era un gesto disperato e razionale al tempo stesso. Il fatto che il deposito non sia mai stato recuperato suggerisce la morte, la cattura o l’esilio definitivo del suo proprietario.

Nell’area della Volinia e più in generale dell’Europa orientale, i Mongoli non scomparvero subito dopo le devastazioni del XIII secolo. Le terre della Rus’ sud-occidentale entrarono nell’orbita della Orda d’Oro, il grande khanato occidentale fondato dai discendenti di Batu Khan, che esercitò per decenni un controllo politico e fiscale indiretto, senza una presenza militare stabile nelle città distrutte. Tra XIV e XV secolo, però, l’autorità mongola si frammentò e si indebolì, mentre nuovi poteri regionali – il Granducato di Lituania e poi la Corona polacco-lituana – avanzarono verso est. In Volinia il dominio mongolo si dissolse gradualmente, lasciando spazio a strutture politiche locali e a nuove integrazioni europee, mentre i Mongoli, assimilati o ritirati verso le steppe, cessarono di essere una forza determinante nella regione.

Il valore scientifico della scoperta è eccezionale. Per la prima volta è possibile studiare in modo sistematico un insieme così vasto di bracciali in vetro integri, analizzandone standard produttivi, serialità, cromie e logiche di distribuzione. Oggetti finora noti quasi esclusivamente come frammenti sparsi nei livelli urbani diventano qui un corpus coerente, capace di restituire informazioni dirette sulla moda, sui consumi e sulle strategie commerciali della Rus’ alla vigilia della sua distruzione.

Dopo il necessario studio, i materiali saranno trasferiti al Museo storico di Volodymyr intitolato a Omeljan Dvernyc’kyj, con la prospettiva di future esposizioni anche a livello nazionale. Il tesoro, emerso durante indagini di archeologia preventiva condotte dalla Spedizione archeologica della Volinia dell’Istituto di archeologia dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Ucraina, non restituisce soltanto oggetti preziosi: restituisce la misura concreta di una civiltà urbana e commerciale spazzata via in pochi mesi, e il modo in cui la grande storia delle invasioni ha inciso, improvvisamente e senza appello, sulla vita quotidiana di uomini e donne della Rus’ medievale.
493