L'ARTE DEVE GLORIFICARE DIO?

L’arte deve glorificare Dio ma solo in modo esplicito? Si certo, la vera arte deve esprimere gratitudine per la bellezza di cui l’Onnipotente ha riempito il creato e la nostra stessa vita purché, la sappiamo vedere e apprezzare.

di

Francesco Lamendola

L’arte deve glorificare Dio: su questo non c’è dubbio. Ogni artista dovrebbe disporsi all’opera con lo stesso spirito di Bach, il quale, in calce ad ogni sua composizione, scriveva sempre: S. D. G., soli Deo gloria. Sorge nondimeno una domanda più che legittima: deve glorificazione deve essere sempre e comunque esplicita? Oppure può essere anche implicita, purché il pubblico la possa riconoscere chiaramente?

Per discutere la questione, ci piace partire da una riflessione dello scrittore, giornalista e critico letterario olandese Pieter Van Der Meer (Utrecht, 10 settembre 1880-Breda, 16 dicembre 1970), poi marito e padre, fattosi monaco a quarantadue anni, tratta dal suo libro Uomini e Dio (titolo originale; Mensen en God, Utrecht 1949; traduzione di C. M. Richelmy, Alba, Edizioni Paoline, 1955, pp.141-143):

La portata dell’influenza che esercitano le forme create dall’immaginazione del poeta e dell’artista è maggiore di quanto comunemente non si sarebbe portati a credere. Molto sovente è la letteratura che crea i costumi o li modifica, e non il contrario. Gli scrittori e gli artisti sono dei seminatori d’idee, di pensieri, d’immagini. E quando sono forti o semplicemente seducenti, esse suscitano immediatamente il bene o il male, la verità o l’errore. Per conseguenza ci s’inganna o si agisce male quando, per un certo pudore di rivelare i propri sentimenti profondi, si teme di parlare di Dio. In questo nostro tempo è necessario dichiarare apertamente e senza timori che la sovranità universale spetta a Dio, anche quella che regge tutta l’attività umana, ivi compresa quella dell’arte e della letteratura.

Dopo il Rinascimento, l’arte ha mirato senza posa a rendesi indipendente e interamente autonoma. L’arte s’è fatta un idolo e l’artista, che ne è il servitore, si considera un essere d’eccezione, che possiede il segreto di questa misteriosa scienza di combinare i colori e di animare le parole. Il Rinascimento ha fatto dell’artista un semidio. Indubbiamente la vanità artistica e letteraria è un fenomeno di tutti i tempi, forse gli stesi umili artigiani del medioevo ne sono stati affetti. Ma essi lavorano assieme, in comunità, alla realizzazione di grandi opere per questo erano aiutati ad assumere un atteggiamento più umile. Per l’artista dei tempi moderni, l’arte ha sostituito Dio. All’artista cattolico ora tocca il compito di ristabilire l’ordine dei valori delle cose, di ricollocare tutto in una giusta gerarchia. Gli occorre far sentire la presenza di Dio, anche quando non ne pronuncia il nome.

E perché poi l’artista non avrebbe il diritto di nominare Dio? Per questo si fa necessario che l’arista cattolico abbia in sé, come parte integrante e vivente del suo essere, una concezione e una visione cristiana del mondo e della vita. Non occorre affatto che egli porti con sé una specie di grimaldello che apra, e sovente molto a sproposito, il piccolo cassettino, o la piccola scatoletta donde sorga, al momento giusto, come un buon folletto, Nostro Signore, in persona. La qualità cristiana non può essere aggiunta all’arte dall’esterno come una tenue vernice che ne simuli le apparenze; come in Bloy, in Claudel, in Gertrud von le Fort, il pensiero cattolico deve impregnare tutta la visione artistica e saturarne tutte le parole:

«Salve, o mondo nuovo ai miei occhi, o mondo totale! O credo integrale delle cose visibili ed invisibili, io vi accetto con cuore cattolico; ovunque volgo il capo, intravvedo l’immensa opera della creazione».

Nei loro capolavori i grandi lirici, i poeti epici e i tragici hanno cantato e glorificato le divinità pagane: e gli scrittori cattolici che adorano il Dio vivente, come potranno esitare a rendergli lo stesso omaggio? I poeti cattolici debbono cercare la loro ispirazione nello splendore dei dogmi e non più esclusivamente nei tormenti del loro cuore, a meno che non sappiano portare ad un piano superiore il loro dolore di esseri carnali e farlo rientrare nell’ordine di Dio. L’arte e la letteratura devono essere un pubblico omaggio reso a Dio.


Il clima che si respira nella società moderna è tale che la domanda stessa, se cioè l’arte e la letteratura debbano celebrare Dio in maniera diretta o indiretta, suona in qualche modo strana: per noi è normale che l’arista o lo scrittore seguano il proprio impulso e rappresentino qualunque passione, qualunque stimolo, anche il più disordinato, incomposto e poco edificante, purché siano “sinceri”. La categoria della sincerità ha completamente oscurato quella dell’etica: non è importante che una cosa sia buona, ma che sia detta o fatta con sincerità, fosse pure la più diseducativa e fuorviante che si possa immaginare. Purtroppo il cattivo esempio viene dall’alto: si pensi a ciò che sta scritto nella cosiddetta esortazione apostolica Amoris laetitia, al § 303, là dove Bergoglio affronta il tema dei divorziati che sono passati a nuove unioni e magari hanno formato un nuovo nucleo familiare:

A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno.

E questo perché, dice sempre il signor Bergoglio (§ 304):

È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano.

E per sostenere questa enormità teologica e questa vera e propria aberrazione pastorale, egli non si fa scrupolo di citare, strumentalizzandolo vergognosamente, il grande san Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4):

Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare».

Ma tornando al discorso sull’arte e la letteratura: di che altro dovrebbero parlare l’artista e lo scrittore, se non dei loro sentimenti, delle loro passioni, delle loro esperienze, dei loro desideri e delle loro paure? Così ragionano gli uomini moderni; e così ragionano sovente anche i sedicenti credenti. Questi sono i frutti di cinque secoli di umanesimo: un antropocentrismo senza freni né limiti, che si stupisce se qualcuno gli domanda di render conto di se stesso. Che le passioni individuali debbano essere filtrate da un’istanza superiore; che l’arte e la letteratura abbiano la responsabilità d’innalzare la coscienza del pubblico verso la sfera spirituale e non di sprofondarlo nel fango della carnalità più disordinata; che l’arista e il poeta abbiano dunque una missione morale da svolgere, e debbano perciò sorvegliare le proprie passioni, disciplinarle, purificarle, e non certo utilizzarle per fare colpo mediante ingredienti piccanti, riprovevoli e scandalosi: tutto questo non è affatto chiaro alla mente della maggior parte degli artisti e degli scrittori, per non parlare del pubblico, abituato anzi a “consumare” merce sempre più scadente o ripugnante, e a chiederla, come il drogato, in dosi sempre più forti.

Che le arti figurative, la musica, la poesia e la narrativa debbano celebrare Dio, a nostro parere non è cosa dubbia. La vera arte deve esprimere gratitudine per la bellezza di cui l’Onnipotente ha riempito il creato e la nostra stessa vita, purché noi la sappiamo vedere e apprezzare. Ci chiediamo però se tale celebrazione debba esser sempre e comunque esplicita, come nel Cantico delle creature di san Francesco, o nella Divina Commedia di Dante, o negli Inni sacri di Manzoni; o se possa essere anche implicita e indiretta: beninteso purché vi sia, e il pubblico possa coglierla con relativa facilità. Prima di rispondere, si consideri che perfino il libro poetico per eccellenza della Bibbia, poetico e addirittura sensuale, il Cantico dei cantici, non celebra la gloria di Dio in modo esplicito, ma per mezzo d’una serie di metafore e figure allegoriche che ruotano intorno al desiderio del fidanzato per la sua bella; e lo fa in una maniera così concreta e persuasiva che il lettore distratto e ignaro (se mai ciò fosse possibile) del contesto sacro e della divina ispirazione di tutte le Scritture, sarebbe portato a credere trattarsi d’una celebrazione profana. D’altra parte, notiamo che negli scrittori cattolici dell’ultimo secolo la presenza di Dio, non diciamo la Sua lode, è quasi sempre implicita e molto, molto discreta, a volte quasi evanescente: si direbbe che abbiano paura di stancare il pubblico, come certi sacerdoti i quali si affrettano a concludere la santa Messa perché temono di annoiare i fedeli se mai si attardassero cinque minuti di troppo con l’omelia (eppure la santa Messa celebrata da Padre Pio durava anche tre ore, e nessuno se ne lamentava, tutt’altro!). Quanto agli artisti, tranne quelli che si dedicano all’arte sacra o alla musica sacra, vale lo stesso discorso. Di più: perfino nei pittori di arte sacra si nota una certa tendenza a desacralizzare i loro soggetti, cioè a rappresentare i Santi, la Vergine Maria e Gesù Cristo in maniera fin troppo umana e realistica, a volte al limite della mancanza di rispetto. E non parliamo del sacrilegio vero e proprio, come nel caso degli orridi affreschi del duomo di Terni, dei quali abbiamo parlato a suo tempo, per i quali non c’è che un rimedio: una bella mano di calce per coprirli, e una ri-consacrazione del sacro edificio, contaminato dalla loro blasfema presenza.

Fatte queste considerazioni, crediamo che l’alternativa fra celebrazione diretta o indiretta, esplicita o implicita, sia in buona sostanza un falso dilemma. La celebrazione è esplicita quando si rivolge apertamente a Dio, è implicita quando si rivolge a Dio attraverso la celebrazione della santità della vita, la bellezza del creato, la pulizia morale dei personaggi. I quali possono anche essere negativi, purché l’autore sappia mostrare la laidezza del male e l’attrattiva del bene, come sa fare in maniera superlativa Dostoevskij, e come si vede anche nei Promessi Sposi. E non è necessario che il malvagio sia punito in questa vita, come accade a don Rodrigo, colpito dalla peste e condotto morente al lazzaretto; né che si converta in maniera clamorosa, come nel caso dell’Innominato. È sufficiente che l’autore sappia comunicare il disgusto per il male e non tradisca una segreta attrazione per esso, il che invece accade più di qualche volta e, ovviamente, fa un effetto disastroso sul pubblico, poiché invece di educarlo, lo mette fuori strada. Il discorso è molto delicato, perché il confine che separa una rappresentazione realistica del male da una nella quale si coglie una morbosa attrazione verso di esso non è sempre nitido e palese. Tale ambiguità si riscontra, a volte, perfino nei grandi e nei sommi, come Dante (e lo sanno i suoi lettori, affascinati sovente più dalle immagini macabre e orrende dell’Inferno, che da quelle rasserenanti del Purgatorio, o sublimi del Paradiso); a maggior ragione si trova nei piccoli e nei mediocri. In ogni caso, il vero artista sa esprimere un contenuto che tocca il pubblico con accenti di verità, senza imporsi schemi ideologici precostituiti; così come il filosofo cerca il vero seguendo la ragione naturale, libero da ogni altra influenza. Va da sé però che l’artista cristiano, come il filosofo cristiano, non possono esprimersi che in accordo con quel Sommo Bene che li ispira, l’uno nella sfera del sentimento, l’altro della ragione.

Del 12 Gennaio 2022

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N.S.dellaGuardia
Pensiamo a scrittori cattolici come Tolkien, che senza nominare il nome di Dio una sola volta ha realizzato uno dei capolavori della letteratura cattolica, e mondiale (anche se per semantica possono quasi essere considerati "sinonimi"), col suo mai abbastanza ricordato The Lord of the Rings, ma anche con altre sue opere, segno di una Fede profonda che rivestendo ogni aspetto della sua esistenza,…More
Pensiamo a scrittori cattolici come Tolkien, che senza nominare il nome di Dio una sola volta ha realizzato uno dei capolavori della letteratura cattolica, e mondiale (anche se per semantica possono quasi essere considerati "sinonimi"), col suo mai abbastanza ricordato The Lord of the Rings, ma anche con altre sue opere, segno di una Fede profonda che rivestendo ogni aspetto della sua esistenza, non poteva che essere esaltata nella sua sfera più intima e personale: quella della vocazione artistica.