Fatima.
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IO E DIO

“Ve vojo riccontà ‘na storia strana… Che m’è successa propio l’artra settimana…”

Questi sono i primi due versi di una poesia che scrissi 9 anni fa e che ora tutti sembrano conoscere… Ma andiamo per gradi.

Giusto “l’artra settimana” un collega di lavoro mi si è avvicinato alla pausa caffè dicendomi: “Conosci Trilussa? Ti devo far leggere una poesia in romanesco che mi hanno inviato ieri…è il tuo genere, parla di Dio…ti piacerà!”.

Appena lette le prime righe ho sgranato gli occhi e sono scoppiato in una fragorosa risata.

Su due piedi ho pensato “i ragazzi hanno trovato il mio blog Cristianamente ed ora mi stanno facendo uno scherzo”. Ma quando ho visto la mia espressione divertita schiantarsi sul volto perplesso del mio amico ho esclamato: “…Ma questa è mia, non di Trilussa!…Voi ci avreste creduto?!

Quello che non sapevo era che la mia poesia dal titolo “Io e Dio”, non solo era stata attribuita a un grande poeta romano del passato ma che grazie ai rapidi click dei social era diventata virale in tutt’Italia!

Quindi nel giro di poche ore, dal cercare di convincere una persona, sono passato al cercare di persuadere migliaia di utenti.

Di lì a poco il mio telefono ha cominciato a squillare all’impazzata: parenti, amici, lettori della mia pagina…tutti divertiti e sorpresi dalla situazione. Non scorderò mai le parole di mia nonna: “ma è vero che Trilussa t’ha fregato ‘na poesia??”. “Nonnaaa, si chiama Trilussa ed è morto nel ’50!!”, e lei “aah, e da quanno li morti rubano ai vivi?”.

Nonna aveva ragione, senza ombra di dubbio Trilussa era estraneo ai fatti.

Evidentemente i versi in romanesco avevano tratto in inganno qualcuno che, in buona fede, senza soffermarsi troppo, ha pensato di inoltrare il testo con tanto di elogio al poeta estinto. Da lì il tam tam di gruppi facebook e siti web ha fatto il resto.

Com’è nata questa poesia

A dirvela tutta quando la scrissi non fu Trilussa ad ispirarmi ma Giovannino Guareschi e in particolare le memorabili chiacchierate che il suo “Don Camillo” intratteneva con il Crocifisso. Un prete umile, di paese, che parlava con Gesù con la stessa naturalezza con cui si parla ad un amico.

Avevo 26 anni, ero in discernimento vocazionale, convinto che la mia strada fosse il sacerdozio.

Vivevo un momento particolare, ero spinto a guardarmi dentro, volevo rispondere a una chiamata d’amore posta da qualcuno nel mio cuore. Così un giorno presi carta e penna, per provare a mettere nero su bianco le mie emozioni.

Scrissi questi versi tutti d’un fiato, fra lacrime e risate.

Ricordo che più scrivevo, più mi rendevo conto che non solo io ma chiunque poteva immedesimarsi nell’anonimo uomo del racconto: non un cristiano “perfetto”, di quelli che la domenica affollano i primi banchi vestiti a festa, ma uno che se c’è un matrimonio resta fuori a fumare, con la testa (e la pancia) già al buffet.

Quest’uomo apparentemente fuori contesto conserva una sua dignità, anche lui è bisognoso d’amore, forse più degli altri.

Un giorno come tanti, passeggiando davanti la chiesa, un desiderio di entrare lo raggiunge nella sua solitudine.

L’ordinario si fa straordinario e il pover uomo sperimenta con stupore di essere oggetto dell’amore di Dio.

Una Rivelazione personale sorprendente: Dio ama anche lui! Questo lo porterà a rileggere la sua esistenza in un improbabile dialogo con il Crocifisso, che culminerà con la consapevolezza di non esser mai stato solo in tutta la vita.
Non pensavo certo che questa poesia un giorno sarebbe divenuta famosa. Per anni è rimasta sul mio Blog (Cristianamente) e fino a qualche tempo fa era conosciuta solo da pochi intimi. Ma ora, visto che ha preso il volo diventando di “tutti”, permettetemi almeno di presentarvela con il mio nome: Piero Infante (qui su Cattonerd mi firmo come Dr.Why).

IO E DIO
“Ve vojo riccontà ‘na storia strana.
Che m’è successa propio l’artra settimana.
Camminavo pe’ r vialone davanti alla chiesa der paese
Quanno ‘na strana voja d’entrà me prese.
Sia chiaro non so mai stato un cristiano praticante
Se c’era un matrimonio, se vedevamo al ristorante
Ma me so sentito come se quarcuno,
Me dicesse: “dai entra, nu’ c’è nessuno”.
Un misto de voja e paura m’aveva preso
Ma ‘na vorta dentro, restai sorpreso
La chiesa era vota, nun c’era nessuno
La voce che ho sentito era la mia, no de quarcuno.
C’erano quattro panche e un vecchio crocifisso de nostro
Signore “Guarda te se a chiamamme è stato er Creatore
”Me gonfiai er petto e da sbruffone gridai: “So passato pè un saluto”
Quanno na voce me rispose: ”Mo sei entrato, nu fa lo scemo mettete seduto!”
Pensai: mo me giro e vado via,
Quanno quarcuno me rispose: “Nu te ne ‘nnà. Resta … famme compagnia”.
“Famo n’altra vorta, poi mi moje chi la sente: è tardi sarà già tutto apparecchiato”.
“Avvicinate nu fa lo scemo, ‘o so che nu sei sposato.
Me sentivo troppo strano, io che nun avevo mai pregato
Me sentivo pregà dar Signore der creato
“Signore dateme na prova, devo da crede
Che sete veramente Iddio che tutto vede”.
“Voi na prova? Questo nu te basta? Te sei mi fijo
E io sto qua inchiodato pe er bene che te vojo!”
“Me viè da piagne, me sento de scusamme.
Signore ve prego perdonate le mie mancanze
A sapello che c’eravate pe davero…
Venivo più spesso, ve accennevo quarche cero”.
“Ahahahahhaha ma te pensi che io sto solo qua dentro?
Io so sempre stato co te, nella gioia e nel tormento.
Te ricordi quanno eri piccolinoIo,
pe te ero Gesù bambino.
Prima de coricatte la sera
Me dedicavi sempre na preghiera
Era semplice quella che po’ fa er core de un bambino,
Me facevi piagne e con le mie lacrime te bagnavo er cuscino
Poi anni de silenzio… te s’è indurito er core
Proprio verso de me, che t’ho fatto co tanto amore.
Te gridavo fijo mio sto qua,
Arza l’occhi guarda tuo papà!
Ma te niente… guardavi pe tera
E te ostinavi a famme la guera.
Poi quanno tu padre stava male
E te già pensavi ar funerale
Sul letto de morte… nelle ultime ore
T’è scappata na preghiera… “T’affido ar core der Creatore”.
Ecco perché t’ho chiamato,
Pe ditte quanto me sei mancato.
Ho cominciato a piagne dalla gioia e dar dolore…
Ho scoperto de esse amato dar Signore…
Questa è na storiella che nun ’ha niente da insegnà,
Solo che in cielo c’è un Dio che piagne se lo chiami papà!”
Ed ecco la mia firma

Piero Infante