NIETZSCHE E L'ATEISMO MODERNO

Nietzsche e l’ateismo moderno: una nuova prospettiva. Per lui l’uomo religioso è il solo tipo di "uomo comune" tollerabile: l’ateismo di massa qualcosa di repellente e l’ateo di massa un concentrato delle peggiori qualità umane.

di

Francesco Lamendola

Abbiamo già visto che l’ateismo è un assurdo logico e che quindi nessuno è veramente ateo; nondimeno possiamo considerare l’ateismo come una categoria storica nella quale rientrano le persone che hanno deciso di chiudere i conti con il Dio dei loro padri, ossia – dal momento che si tratta di un fenomeno occidentale – con il Dio cristiano (vedi l’articolo: L’ateismo come fuga dalla responsabilità personale, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28/04/02). Nelle società pre-industriali si è sempre trattato di un fenomeno assolutamente marginale riguardante singoli individui, mai gruppi consistenti; solo a partire dagli inizi della modernità si nota un suo graduale diffondersi, peraltro sempre in ambito urbano e in coincidenza con circostanze economiche, sociali e culturali particolari, che segnano una rottura col passato: per esempio nella Parigi del secolo XVII, specie al tempo del Re Luigi XIV, e limitatamente alle classi colte. È solo a partire dalla fine del 1700, in particolare con la Rivoluzione francese, che l’ateismo comincia a diventare un fenomeno sociale diffuso: al punto che Robespierre sentì il dovere di contrastarlo, dichiarando sprezzantemente che l’ateismo è aristocratico, come dire che non c’era posto per gli atei nel nuovo ordine sociale, che avrebbe dovuto fondarsi sul culto dell’Essere Supremo, di cui egli voleva farsi il sommo sacerdote.

Sotto la duplice influenza esercitata dalla Rivoluzione francese sul piano ideologico e politico, e dalla Rivoluzione industriale su quello economico-sociale, l’ateismo, nel corso del XIX secolo, si diffonde in Europa a macchia d’olio; un po’ più tardi negli Stati Uniti, dove, però, il più rapido sviluppo industriale vedrà una fulminea “rimonta” dell’ateismo nelle grandi città delle due coste alla fine del secolo, lì dove tuttora si è saldamente radicato, mentre l’interno del Paese rimane fondamentalmente legato al culto cristiano e ai suoi valori; una spaccatura che si può fotografare anche in termini politici: democratiche le due coste e repubblicana l’America “profonda”, cioè gli Stati agricoli del Sud, del West e del Midwest. In Europa l’ateismo è assai più diffuso ad Ovest che ad Est (nonostante quest’ultimo abbia vissuto settant’anni di persecuzioni anticristiane ad opera del comunismo di Stato), più nelle aree metropolitane che nei piccoli centri e più fra le classi alte che fra quelle popolari. In ogni caso, in Occidente sono andate al potere delle minoranze fanaticamente atee e materialiste, le quali stanno portando avanti un’agenda esplicitamente anticristiana (mentre non si sognano nulla del genere verso gl’immigrati di religione islamica), al punto che ormai sentenze di tribunale e leggi parlamentari hanno stabilito che leggere in pubblico certi passi del Nuovo Testamento, specialmente delle lettere di san Paolo, nei quali si parla del peccato contro natura, è un reato del codice penale e chi lo commette è meritevole di andare in prigione. Al tempo stesso, tacitamente, si fa capire ai cristiani, specialmente ai cattolici, che la loro presenza non è gradita e che farebbero meglio a sparire: ad esempio si lascia che decine di chiese vengano vandalizzate, incendiate, profanate, rinunciando a compiere delle serie indagini per individuare i responsabili - tutto il contrario di ciò che fanno le autorità quando ad essere prese di mira sono le moschee o le sinagoghe.

Dunque, l’ateismo. È difficile capire fino a che punto esso sia entrato veramente nell’orizzonte morale e spirituale delle persone comuni; probabilmente assai meno di quel che si creda e certamente assai meno di quel che le classi dirigenti vorrebbero; diversamente, non si spiega perché queste debbano accanirsi a livello legislativo per inculcarlo e “rieducare” così le masse in senso massonico, deista e sincretista, sempre con la scusa del “dialogo” quale valore normativo e quale obiettivo supremo. Piuttosto, si deve credere che la maggior parte delle persone, pur non essendo giunte all’acquisizione di un ateismo ideologico, vivano immerse in un’atmosfera di ateismo pratico; non negano l’esistenza di Dio, però vivono come se Dio non ci fosse, come se la sua esistenza non le riguardasse per niente. E questa forma di ateismo spiccio è, per molti aspetti, ancor più insidiosa dell’ateismo ideologico; perché da quest’ultimo, basato su convinzioni in qualche modo ragionate, si può uscire, modificando il proprio giudizio; mentre dall’abitudine a vivere etsi Deus non daretur, come diceva Bonhoeffer, non nasce affatto una forma di fede religiosa più adulta e matura, che rifiuta l’idea del “Dio tappabuchi”, bensì nasce solo una sorta di apatia e d’indifferenza nei confronti del sacro, del divino e del soprannaturale che porta ad un restringimento immanentistico e materialistico nella percezione del reale.

Ci sembra interessante ripensare la questione dell’ateismo contemporaneo partendo da una riflessione del Nietzsche maturo, quello del periodo in cui componeva lo Zarathustra (e prima, quindi, del periodo che precede il suo tracollo psichico, che già si preannuncia nelle opere degli ultimi anni, come Ecce homo e L’Anticristo), ossia la seguente (in: Nachgelassene Fragmente, 1884-1885, tr. in Frammenti postumi 1884-1885, vol. VII, tomo III, in: F. Nietzsche, Dizionario delle idee, a cura di Federica Montevecchi, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 45):

Il contrasto fra ateismo e teismo NON è fra “verità” e “falsità”, bensì consiste nel fatto che noi non ci permettiamo più un’ipotesi CHE AGLI ALTRI PERMETTIAMO ANCORA VOLENTIERI (e anche qualcosa di più!). L’UOMO RELIGIOSO È L’UNICO TIPO DI UOMO COMUNE TOLLERABILE: noi VOGLIAMO che il popolo diventi religioso, per non sentirne nausea: come adesso, che la vista delle masse è nauseante.

Come si vede, la questione dell’ateismo è vista qui da Nietzsche in relazione al livello evolutivo delle persone: e, piuttosto che un ateismo militante, ma fondato sulla banalità e sulla più radicale inconsapevolezza, egli preferisce apertamente un atteggiamento di fede, che almeno ha il vantaggio di fondarsi sulla tradizione di una civiltà e di un popolo. Quindi egli non pone la questione in una prospettiva teologica, ma psicologica: e osserva che, nelle condizioni proprie della società di massa, l’uomo religioso è il solo tipo di uomo comune tollerabile. Ferma cioè restando la sua divisione della società in individui superiori e inferiori, che qui pudicamente chiama “uomini comuni”, egli asserisce che mentre il tipo comune ateo dà la nausea, il tipo comune religioso ha una sua dignità e una sua serietà, e può essere “tollerato” dagli uomini superiori, i quali, ovviamente, hanno ormai archiviato, e da tempo, la questione dell’esistenza o meno di Dio. Si noti infatti che, quando Nietzsche parla della morte di Dio, non sta parlando, in effetti, che della morte della coscienza di Dio negli uomini: non sta perciò facendo un’asserzione di tipo teologico, per la quale non vede il motivo d’impegnarsi, dato che è per lui una questione ormai “risolta”, nel senso che dal punto di vista umano ha perduto ogni importanza, bensì un’asserzione di tipo psicologico: se ateismo deve essere, ed è necessario che sia se si vuol propiziare l’affermazione dell’oltre-uomo, ebbene che sia un ateismo coerente e sostenuto dalla tavola dei nuovi valori, perché, altrimenti, l’ateismo di massa è qualcosa di repellente.

Nietzsche parte da una giusta osservazione di tipo storico: l’ateismo si diffonde nella società mano a mano che questa perde le sue strutture e le sue caratteristiche tradizionali e diviene una società “moderna”, vale a dire una società di massa. Molti antropologi e sociologi ci spiegano, con un certo sussiego, che la società di massa è quella in cui le masse sono divenute protagoniste della storia, ma questa è ovviamente una grossa sciocchezza. Le masse, per definizione, non potranno essere mai e poi mai protagoniste di alcunché, tanto meno della storia: la storia non la fanno, né la possono fare le masse, ma sempre e solo gl’individui eccezionali, in altre parole quelli che mirano a realizzare in se stessi il modello dell’oltre-uomo. D’altra parte, Nietzsche ha sempre ribadito che la natura stessa dell’uomo è quella di un dover-essere, ricorrendo alla similitudine della corda sospesa fra due abissi: l’abisso dell’infra-umano e l’abisso del sovrumano. Nietzsche è perfettamente consapevole che ciò comporta un grosso rischio: quello cioè che l’uomo, tentando di andare oltre se stesso, ma senza aver elaborato prima gli strumenti adatti e senza aver assunto la mentalità dell’”uomo nuovo”, ricada al di qua e al di sotto della propria natura, e perciò dia luogo a qualche cosa che è meno dell’uomo e non qualche cosa di più. Egli è cosciente di questo rischio, ma il rischio stesso lo attira per una forma misteriosa di fascinazione, quell’ebbrezza del vivere pericolosamente che tante volte viene citato, a sproposito, parlando della sua filosofia. La verità è che Nietzsche, il quale tante volte ha rivendicato la propria ascendenza slava e ha detto tutto il male possibile dei tedeschi, dipingendoli come la quintessenza di tutto ciò che è pedestre, banale, ottuso e privo di fantasia, in questa attrazione per il “rischio” è tipicamente tedesco, lo è dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe: vi è quasi la voluttà della notte degli dèi e dell’apocalittica cavalcata finale delle Walkirie in un mondo devastato, insomma la cieca voluttà di rischiare il tutto per tutto in una partita che moti, troppi indizi lasciano pensare non possa finire bene per l’uomo. Eppure, Nietzsche è stato elettrizzato, è stato follemente attirato da questa prospettiva di rischio e di catastrofe, come lo sarà, dopo di lui, Spengler: si direbbe che per entrambi il compimento del “destino” sia in effetti una reminiscenza della mitologia germanica e della lotta finale fra gli dèi e le forze del caos, una lotta eroica nella quale gli dèi finiranno inesorabilmente per soccombere, e sia pure circonfusi da un’aura di gloria romantica.

Ora, l’avvento della società di massa segna l’affermazione definitiva dell’uomo comune, di quell’inutile e ingombrante relitto del passato che è l’uomo pedestre, pigro e conformista, ben deciso ad asserragliarsi intorno alle proprie illusorie certezze e a fare quadrato al riparo della sua “morale da schiavi”, propria del cristianesimo. Per Nietzsche, l’uomo cristiano è il prototipo dell’uomo comune: colui che ha abdicato, o forse non ha mai neppur intravisto, a qualunque sogno di grandezza, a ogni slancio generoso, e che ha fatto propria la morale del ressentiment, del rancore, del sospetto e della vendetta, ricevuta in eredità dall’ebraismo (ed è inutile citare la sua personale avversione per l’antisemitismo e la rottura con il marito della sorella Elisabeth, che era un ardente antisemita: Nietzsche detestava dal profondo la mentalità giudaica nella quale vedeva la quintessenza del risentimento e dell’odio contro la vita da parte dei deboli e degli anormali). Va da sé che nella società di massa, il tipo comune religioso è quello che incarna pur sempre una tradizione, e che fino a quando rimane legato ad essa, conserva un legame organico con la terra e le generazioni passate. Il tipo comune ateo, invece, vale a dire l’ateo di massa, è un concentrato delle peggiori qualità dell’uomo comune, perché nella massa, appunto, si disperde ogni residua forma di responsabilità individuale e perciò ogni eventuale aspirazione ad un avvenire diverso, a un destino che non sia solamente e miseramente umano, ma che sia proiettato verso quella nuova forma di esperienza della vita che va sotto il nome di “gaia scienza”.

Desiderare l’eterno ritorno dell’uguale, dire sì alla vita in tutte le sue forme, nel bene come nel male, per poter andare oltre, lui dice, il bene ed il male; poter sempre dire con fierezza: è questa dunque la vita? Ebbene, ancora, e ancora, senza paura, né rimpianti o rimorsi, senza alcun pensiero di “pesantezza”, senza alcuna opacità esistenziale, ma trasformando ogni cosa, anche il peggior veleno, le sconfitte, le delusioni, in un progresso verso una sempre più radicale accettazione della ”terra”, vale a dire dei valori dell’immanenza e della gioia di essere sempre qui e ora, mai altrove, mai ieri o domani, ma sempre e solo qui e ora, in una radicale fedeltà all’attimo e alla condizione contingente, proprio per poterla far saltare “dall’interno” e dischiudere così gli orizzonti dell’assoluto: tale è il miraggio, si sarebbe tentati di dire la lucida follia, di Nietzsche. Se mai c’è stato un pensatore che ha vissuto sino in fondo, sino all’ultima fibra del proprio essere e della propria vita terrena, i propri valori e la propria ansia di rinnovamento e di rinascita, quello è stato Nietzsche – assieme a Kierkegaard, da lui così diverso come il giorno lo è dalla notte, ma a lui così simile nella rivolta contro la “massa” e nella tensione del singolo individuo verso l’assoluto, sebbene un assoluto di tutt’altro genere, e cioè radicalmente trascendente e non radicalmente immanente.

Arrivati a questo punto possiamo anche comprendere meglio il senso dell’osservazione di Nietzsche a proposito dell’ateismo. Il santo Curato d’Ars diceva che basta lasciare un paese senza il suo prete per una ventina d’anni, e si vedrebbero le persone adorare le bestie, tanto è profondo il bisogno di adorare qualunque cosa, anche la più bassa e volgare, se viene a mancare la possibilità delle cose più nobili ed elevate. A noi sembra che Nietzsche, pensatore dalla straordinaria intelligenza, e dalla radicale coerenza, avrebbe pienamente concordato con l’affermazione del santo Curato d’Ars: e tale aspetto era proprio ciò che temeva e che lo disgustava nel fenomeno piatto, banale, deprimente e volgare dell’ateismo divenuto un fenomeno di massa ed esibito con sciatta, grossolana indifferenza.

Vedi anche:

L’ateismo come fuga dalla responsabilità personale - L'ATEISMO E LA PIGRIZIA DI SCELTA

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Dell'11 Maggio 2022