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IL SENTIMENTO DEL "SUBLIME"

Se la società non educa al sublime prepara la caduta. Tra senso dell’onore e del dovere cos'è il sentimento del sublime? Da Virgilio e Dante all’uomo cristiano, Lepanto fino a oggi quel quid che fa la grandezza di alcuni popoli.

di

Francesco Lamendola

Vi è una precisa relazione fra ciò che la società insegna (o non insegna) ai suoi giovani membri in fatto di etica, impegno, spirito di sacrificio, e ciò che essa può aspettarsi nel corso delle generazioni, quanto a solidità, coesione, durata. Se la società educa alla magnanimità, al coraggio, alla pietas – devozione verso la patria, la famiglia e gli dèi – i suoi figli tenderanno a corrispondere ai valori ricevuti; messi alla prova, sia a livello individuale e familiare (malattie, lutti, difficoltà economiche) sia a livello collettivo (guerre, carestie, epidemie) attingeranno alle risorse fisiche, intellettuali e morali coltivate nel corso degli anni. Le madri spartane, ad esempio, porgendo ai loro figli lo scudo al momento in cui essi partivano per una campagna militare, dicevano loro: Ritorna con questo, o su questo, vale a dire: ritorna vittorioso e con onore, oppure sii pronto a farti ammazzare per la patria sul campo di battaglia; in tutti i casi non fuggire e non anteporre mai la tua vita alla salvezza comune. E il significato dell’esortazione era chiarissimo: nessun giovane avrebbe osato ripresentarsi in patria e alla propria casa dopo essersi disonorato, lasciando soli i compagni di lotta e venendo meno al proprio dovere.

Altrettanto decisi ed esigenti erano i Romani, almeno nella fase iniziale della loro storia, prima che il contatto con le società ellenistiche e la tendenza a pagare un sostituto per il servizio militare iniziassero a modificare radicalmente il loro quadro di riferimento etico e sociale. E ciò che i genitori insegnavano ai figli, soprattutto con l’esempio della loro vita, quanto a senso dell’onore e del dovere e a disprezzo delle mollezze e dei sotterfugi, anche gli artisti – i migliori, almeno, e i più consapevoli della propria missione, come Virgilio – si sforzavano di trasmettere al pubblico per mezzo delle loro opere: una visione magnanima della vita, una piena disponibilità al sacrificio di sé, un autentico orrore verso ciò che può macchiare l’onore o suonare come offensivo per la tradizione. E ciò non solo per mezzo dei contenuti, ma anche con lo stile stesso (e ciò non solo per la poesia, ma anche per le arti plastiche e figurative, e specialmente per l’architettura), improntato al massimo della chiarezza, dell’efficacia, dell’essenzialità, rifiutando e disprezzando arzigogoli e facili effetti di abbellimento e tutto ciò che non va dritto al cuore del discorso, ma si disperde in oziosi calligrafismi.

A proposito di questo aspetto dell’arte di Virgilio nel suo poema epico (che segna un netto distacco rispetto alle opere precedenti, Bucoliche e Georgiche), e più in generale della psicologia e del progetto educativo della società romana in generale, ha osservato lo studioso tedesco Richard Heinze (1867-1929) a conclusione della sua fondamentale analisi Virgils epische Technik, del 1903 (terza edizione, Lipsia-Berlino, Teubner, 1915, pp. 491-493; cit. in: Virgilio, Eneide, a cura di Mario Geymonat, Bologna, Zanichelli, 1987, pp.271-272):

Lo scopo più elevato che si prefigge Virgilio è di risvegliare nell’ascoltatore il sentimento del sublime; tutto il resto determinato e limitato da questo desiderio. Anche lo spaventoso è ammesso solo se è contemporaneamente sublime: è questa una particolare caratteristica del poeta. In particolare il “pathos” di Virgilio sta sotto il suo dominio e da esso riceve il suo stimolo. Virgilio non vuole suscitare semplicemente la compassione con tutti i mezzi disponibili, egli rifiuta ciò che può solo deprimere o far soffrire o immelanconire, e si limita quasi esclusivamente a rappresentare il dolore eroico quello che porta lo spettatore alla sublimazione del dolore stesso. Il poeta rifiuta anche l’aspetto ripugnante del mostruoso comune, dell’impuro; nella sua poesia il crudele si eleva a sublime terribile. Nella rappresentazione e nella composizione di Virgilio la tensione verso il sublime offre la chiave della comprensione totale: linee semplici e grandi, ordine e chiarezza nel piccolo come nel grande severa armonia della costruzione, rifiuto di ogni dettaglio superfluo che potrebbe distrarre lo sguardo e intorpidire l’omogeneità dell’azione: questi erano i suoi principi guida nella rappresentazione e nella composizione, sono essi a produrre la forma che appare l‘unica adatta alla grandiosità della materia.

I Romani come nessun altro popolo sono stati sensibili al sublime, nel senso virgiliano del termine. Essi hanno avuto una spiccatissima sensibilità per il grado inferiore del sublime, la dignità dell’abito esteriore; la “toga” nazionale era il simbolo di ciò che veniva considerato come tale. I Romani avevano anche un senso sviluppatissimo del solenne e sono testimonianza il loro modo di festeggiare, i loro cortei, funebri come i loro cortei di trionfo. Quando Virgilio nel canto XI descrive il corteo funebre di Pallante (vv.22-99), esso non ci offerse soltanto immagini poetiche avvincenti, ma ci rappresenta con chiarezza il modo di essere e di sentire dei suoi concittadini.

Ma sarebbe assolutamente sbagliato vedere in questa forma esteriore l’aspetto fondamentale del modo di pensare e di sentire romano. Può essere che il loro ideale morale e religioso sia stato limitato e sobrio: nessuno però può negare ad essi un senso di sublimità; anche se in realtà solo pochi uomini in tutto il corso della storia romana hanno realizzato questo ideale, il fatto che esso si è compiuto testimonia il talento di quel popolo. E ancora: se l’epoca di Augusto e la sua grandezza sono state per Virgilio una fervida sorgente di sentimenti sublimi lo stesso è stato indubbiamente anche per i suoi contemporanei. In quell’epoca si respirava in un modo grandioso che purtroppo non avrà lunga vita, si viveva in uno stormire di sublimità che agiva perfino su una natura così poco sublime come quella di Orazio: non può essere un caso che lo stesso concetto di sublime sia stato introdotto nell’estetica letteraria proprio nella Roma di Augusto. Nessuno più dello stesso Augusto ha desiderato e favorito questa corrente; innumerevoli piccole caratteristiche ci mostrano il suo continuo sforzo di ridare allo stile della vita romana la grandiosità che secondo una pia credenza essa aveva posseduto nel suo passato migliore. La statua di Augusto di Prima Porta ora ai Musei Vaticani è l’espressione più perfetta, un modello di quello stile. Virgilio descrive la storia romana e in essa l’ideale del presente; egli non ha né sognato né inventato né imitato questo ideale, ma lui stesso lo ha vissuto e raggiunto; perciò questo ideale vive ancora nella sua poesia anche per noi.


In questa pagina superba, nella quale il grande latinista e filologo classico s’innalza molto al di sopra della normale materia letteraria, per gettare uno sguardo quanto mai ampio e suggestivo sull’intera dimensione della vita spirituale romana, vi sono alcuni aspetti particolari che meritano una specifica riflessione.

Primo: per il grande poeta, che mira non solo a cantare grandi imprese e grandi eroi, ma vuole anche elevare il pubblico alla dimensione del sublime, tutto può divenire materia di poesia, anche il mostruoso, anche l’orrido, a condizione di avere per scopo non quello di colpire il lettore in una maniera qualsiasi, e in particolare che si rifiuti di esercitare su di lui un senso di scoraggiamento, di tristezza o d’inutile sofferenza, ma che al contrario miri a rappresentare ogni moto dell’anima e ogni situazione in una luce eroica, in modo che il dolore stesso possa venire sublimato dal lettore, un po’ come facevano i tragici greci quando scrivevano le loro opere destinate al pubblico. Quale differenza abissale con l’arte moderna, nella quale il poeta, e l’artista un genere, gettano addosso al pubblico il massimo delle sensazioni scioccanti, inquietanti, deprimenti: basti pensare alla poesia simbolista, poi a quella espressionista, poi alla surrealista, poi ancora al teatro dell’assurdo, per non parlare della musica, dello spettacolo, delle coreografie, senza alcun riguardo per l’elevazione morale dello spettatore, anzi stimolando in lui le pulsioni più torbide e oscure. Si pensi alle opere esposte alla Biennale di Venezia; si pensi alle coreografie di grandi eventi, come l’apertura del tunnel del Gottardo, oppure ancora a quella per l’inizio delle Olimpiadi. Ogni occasione è buona, per l’artista moderno, per vomitare sul pubblico i propri conflitti irrisolti, le proprie manie distruttive, i propri tormenti proibiti, comprese le deviazioni vere e proprie, come l’incesto, il parricidio, l’invidia malevola e sistematica. Evidentemente, un’arte simile è l’espressione di una società profondamente malata, nella quale nessuno si preoccupa di porre e difendere valori universali, ma vige il mito aberrante della realizzazione soggettiva ed egoistica. Inutile dire che tali epoche non producono una Eneide, o una Divina Commedia, e neppure una Summa Teologica, ma solo opere di corto respiro, chiuse nel cerchio stregato dell’ego, senza trascendenza, senza luminosità, senza occhi per vedere la bellezza del mondo.

Secondo, i popoli non sono tutti uguali, proprio come non lo sono gl’individui; e noi moderni, malati di antropologismo, lo abbiamo volutamente scordato. C’è un quid che fa la grandezza di alcuni popoli, e si tratta in genere proprio di questo: del senso del sublime; ossia della capacità di vedere ogni fatto della vita pubblica e privata in una cornice magnanima, come apertura verso l’assoluto e come realizzazione della propria parte migliore, anche al prezzo del massimo sacrificio. In termini cristiani (ecco perché Virgilio sembra quasi un poeta cristiano!) si potrebbe dire: la bellezza di realizzarsi come creature predilette da Dio, assetate di verità, di bellezza e di bontà. E come Enea rinuncia al proprio piacere individuale per farsi volonteroso strumento del Fato onde realizzare i destini della sua gente e di essere degno della memoria degli antenati, così l’uomo cristiano lascia morire in sé le pulsioni egoistiche dell’uomo vecchio, l’uomo carnale, per rinascere, con l’aiuto della grazia, su di un piano spirituale. Ancora, ecco perché possiamo vedere delle connessioni evidenti fra Dante e Virgilio (e Dante le vedeva così bene da fare di Virgilio il suo maestro e il suo autore, il che a noi moderni riesce quasi incomprensibile); mentre non si riuscirebbe a trovare nulla di più lontano dall’uno e dall’altro di un Baudelaire, di un Rimbaud o di un Montale. L’Eneide e la Divina Commedia hanno in comune lo sforzo d’innalzare il lettore, e la materia stessa della poesia, dalle basse realtà materiali alle sfere più sublimi del dover essere (si pensi al truce Mezenzio che riscatta una vita mal vissuta andando incontro alla morte per vendicare il figlio Lauso); mentre la poesia moderna è un continuo rimestare nella morta gora del narcisismo, del relativismo, dell’impotenza e della disperazione. L’arte di Virgilio e quella di Dante sono piene di forza, di bellezza e di salute, nel senso più autentico della parola, anche se tale “salute” implica la rinuncia a se stessi e la sublimazione delle proprie aspettative in una fiduciosa accettazione del destino, inteso come Provvidenza divina; la poesia moderna è invece un manicomio popolato di spettri, illusioni, vaneggiamenti, amare delusioni e di continue ripetizioni di ciò che non ha senso, di una vita che si consuma nel nulla.

Terzo: i popoli eroici possiedono il senso del solenne, cioè in ogni aspetto della vita, grande o piccolo, vedono ed enfatizzano la categoria della solennità. I Romani sapevano vestire con eleganza e solennità indossando una semplice toga; e con la stessa solennità costruivano strade, ponti, acquedotti, scrivevano leggi, stabilivano il diritto. E ciò senza mai perdere di vista la bellezza, fatta di linee chiare e precise, di netti chiaroscuri, di armonioso equilibrio di pieni e vuoti. Non è un caso che il tipico edificio della civiltà cristiana, la chiesa, nella sua perfetta solennità e praticità, sia stato ricavato direttamente dall’architettura della basilica civile romana. Linee dritte, colonne possenti, senso di praticità e al tempo stesso di raccoglimento, sapiente alternanza degli spazi: un concentrato di senso pratico e al tempo stesso di altissima spiritualità. Tuttavia l’espressione popoli eroici farà certamente arricciare il naso a molti, imbevuti di cultura materialista, orizzontale e democraticista. Tuttavia si provi a riflettere: che altro è il popolo cristiano, se non un popolo eroico? Perché “eroico” è chiunque sappia che non si vive solo per l’immediato, solo per inseguire il proprio piacere o il proprio tornaconto; chiunque sappia che si vive per realizzare qualcosa di più alto, per oltrepassare la misura ordinaria della realtà e tendere verso l’assoluto. E questo è ciò che fa il cristiano in quanto tale; questo è ciò che ha fatto la società europea finché è stata cristiana. La vittoria di Lepanto nel 1571 o quella di Vienna nel 1683 sono state sentite come miracolose e provvidenziali, anche per l’enorme sproporzione delle forze in campo a favore del turco, ma tutti i popoli d’Europa hanno avvertito in esse il soffio dell’assoluto, cioè l’incontro fra l’ardente preghiera degli uomini e l’intervento salvifico di Dio.

Da moltissimo tempo abbiamo smesso di dedicare alcun pensiero a questo aspetto della vita sociale. Ci siamo persuasi che la società è solamente un aggregato temporaneo d’individui, ciascuno dei quali fornito del diritto di cercare in qualsiasi maniera la propria “realizzazione”, anche arrecando un danno evidente ai propri simili. Libertinismo, erotismo esasperato, egoismo eretto a sistema, e al tempo stesso compiacimento delle proprie pulsioni più basse: tutto questo ci è stato presentato come esercizio di libertà. Ora ne paghiamo il prezzo, tutto in una volta: ed è un prezzo terribilmente salato.

Del 18 Ottobre 2021

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