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Il branco - Danilo Quinto - 6 marzo 2021

L’altro giorno, un medico mi dice: «Il virus dell’influenza non c’è più e i morti non ci sono perché portiamo le mascherine». Che dire di fronte ad un’affermazione di questo genere? Forse che la maggior parte delle mascherine presenti sul mercato, come sta venendo alla luce, non rispondono alle norme di sicurezza? Non basterebbe. In quell’affermazione, c’è qualcosa di più inquietante e di più sinistro, che non si riferisce solo al fatto che la menzogna stende il suo velo iniquo sulla verità.

Un amico mi scrive: «Aldous Huxley diceva che la rivoluzione davvero rivoluzionaria deve essere realizzata non nel mondo esterno, ma nelle anime e nella carne degli esseri umani». Quando la persona, quindi, la fa sua, la vive nella sua mente e nel suo corpo. Ne è interamente avvolta. Questa è la rivoluzione perfetta, che si compie quando la vittima si incatena da sola.

Quello che stiamo vivendo l’aveva già scritto quasi mezzo millennio fa Étienne de La Boétie. Valeva per i suoi tempi e vale per i nostri tempi. Della sua breve vita – morì a 33 anni, nel 1563 - si ricorda soprattutto un saggio di 30 pagine che compose intorno ai vent’anni: Il Discorso sulla Servitù Volontaria. Scriveva:

«È il popolo che si assoggetta, che si taglia la gola e potendo scegliere fra l’essere servo e l’essere libero, lascia la libertà e prende il giogo; che acconsente al suo male, o piuttosto lo persegue. […] Se per avere la libertà basta desiderarla, se c’è solo bisogno di un semplice atto di volontà, quale popolo al mondo potrebbe valutarla ancora troppo cara, potendola ottenere solo con un desiderio […]?».

Non equivale forse al tagliarsi la gola e accondiscendere al giogo che è stato disegnato, il non pensare, il non porsi alcuna domanda su quello che avviene e accettarlo, anzi chiedere che si realizzi, perché solo il potere sa come devi vivere e anche morire?

Attraverso quali mezzi il potere alimenta la volontà di servire?
Il primo è l’abitudine, diceva La Boétie:

«[…] È incredibile come il popolo, appena è assoggettato, cade rapidamente in un oblio così profondo della libertà, che non gli è possibile risvegliarsi per riottenerla, ma serve così sinceramente e così volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perduto la libertà, ma guadagnato la sua servitù».

Non ci siamo forse guadagnati il ruolo di servitori del potere, anche quando il potere nega che ci siano cure da somministrare a casa ai primi sintomi contro il Covid-19 e suggerisce nei suoi protocolli sanitari di assumere paracetamolo e di stare in vigile attesa, causando le ospedalizzazioni e le morti, mentre ci sono ormai centinaia di medici che, con i loro dati scientifici alla mano, dimostrano che esistono farmaci che curano e che evitano le ospedalizzazioni e le morti? Non siamo servitori del potere quando non pretendiamo che qualcuno ci spieghi come mai per il Covid-19 è stato allestito un vaccino in 6 mesi, mentre normalmente servono 5 anni e non chiediamo al potere se questo è realmente un vaccino o un farmaco genetico, quali passaggi sono stati aboliti, com’è stato prodotto il vaccino e quali sono i suoi reali effetti? Non siamo servitori del potere quando accetteremo – e lo accetteremo certamente, così come viene proposto – che la distribuzione di questo pseudo-vaccino avvenga porta a porta, utilizzando l’esercito? Non siamo servitori del potere quando accettiamo che per un virus che ha una mortalità di poco superiore all’influenza, rinunciamo a tutte le nostre libertà?

Il secondo mezzo, è l’abbruttimento del popolo.
La strategia è quella del panem et circences. Così la descrive La Boétie:

«I teatri, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie esotiche, le medaglie, i quadri ed altre simili distrazioni poco serie, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia. Questi erano i metodi, le pratiche, gli adescamenti che utilizzavano gli antichi tiranni per addormentare i loro sudditi sotto il giogo. Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano, che passava loro davanti agli occhi si abituavano a servire più scioccamente dei bambini che vedendo le luccicanti immagini dei libri illustrati, imparano a leggere».

Oggi, abbiamo Sanremo, i reality, i talent… sollazzi che propongono modelli della realtà surreali, che spazzano via una cultura costruita attraverso i secoli. Abbiamo internet, il Grande Fratello che dirige - fino a quando il potere non deciderà di spegnerlo - tutte le operazioni e la televisione, questa scatola che fa da altoparlante alla menzogna.

Per il panem, dice La Boétie: «I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo litro di vino ed un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!” Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare una parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi».

Oggi, sono tutti i bonus, i redditi di cittadinanza, le mance - o vogliamo correttamente chiamarle ristori o sostegni? - che vengono date perché sono state già prese prima a coloro che le ricevono e che producono miseria su miseria. Un milione di famiglie povere in più rispetto a un anno fa, con quasi il 10% della popolazione che ha problemi a soddisfare bisogni primari. Abbiamo le mafie che usurano i poveri e si contendono quello che rimane dell’economia e si attrezzano per intercettare le risorse pubbliche e per rastrellare quello che si può rastrellare e convertire.

Un terzo strumento è l’atomismo sociale: il potere elimina qualsiasi possibilità di comunicazione tra coloro che vogliono essere liberi. Capiamo ora a cosa serve il distanziamento e perché sono state abolite le riunioni ed è stato persino decretato il numero di parenti e amici da invitare a casa?

I meccanismi del potere – del vero potere - sono sofisticati. Tra questi, dice sempre La Boétie, c’è la pratica del tiranno di presentarsi al pubblico «il più tardi possibile, per insinuare nei popoli il dubbio che fossero in qualche cosa più che uomini».

Assonanze con la situazione attuale, dove il popolo che accetta il giogo è pronto a dare un consenso oceanico al primo che passa, dimenticando il suo passato, a chiunque gli venga proposto come il migliore dei costruttori del domani?

Oppure si crea la «favola» dell’origine divina del re e, se questa non può sussistere, c’è sempre una via d’uscita: il potere (o il tiranno) parla a nome del popolo, si fa rappresentante dei suoi interessi e dei suoi bisogni. C’è chi addirittura si definisce avvocato del popolo. Abbiamo visto i risultati.
Scrive La Boétie:

«Gli imperatori romani non dimenticarono neanche di assumere di solito il titolo di tribuno del popolo, sia perché quella era ritenuta sacra, sia perché era stata istituita per la difesa e la protezione del popolo, e sotto la tutela dello Stato. Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro, come se dovesse sentirne il nome e non invece gli effetti. Oggi non fanno molto meglio quelli che compiono ogni genere di malefatta, anche importante, facendola precedere da qualche grazioso discorso sul bene pubblico e sull’utilità comune».

Noi - sentiamo oggi dire - vogliamo dare risposte concrete ai bisogni della gente! Siamo qui per servire la gente! Dobbiamo credere a queste parole? Chi serve la gente – che espressione orribile! – può mai attuare un piano come quello dell’Agenda di Davos, ideato, promosso e organizzato dalla cupola del Nuovo Ordine Mondiale che vuole sovvertire la vita dell’intero pianeta. Accettiamo il giogo a cui siamo sottoposti fino al punto di crederci davvero?

Forse la risposta la fornisce lo stesso La Boétie, quando tratta del fondamento della tirannia: la sua stratificazione gerarchica. Un fondamento nient’affatto improvvisato, ma assolutamente razionale. Egli scrive: «Non lo si crederà immediatamente, ma certamente è vero: sono sempre quattro o cinque che sostengono il tiranno, quattro o cinque che mantengono l’intero paese in schiavitù. È sempre successo che cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno, che si siano avvicinati da sé, oppure chiamati da lui […]. Questi sei ne hanno seicento che profittano sotto di loro, e fanno con questi seicento quello che fanno col tiranno. Questi seicento ne tengono seimila sotto di loro, che hanno elevato nella gerarchia, ai quali fanno dare o il governo delle province, o la gestione del denaro pubblico […]. Da ciò derivano grandi conseguenze, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare la matassa, vedrà che, non seimila, ma centomila, milioni, si tengono legati al tiranno con quella corda […]. Insomma che ci si arrivi attraverso favori o sotto favori, guadagni e ritorni che si hanno sotto i tiranni, si trovano alla fine quasi tante persone per cui la tirannia sembra redditizia, quante quelle cui la libertà sarebbe gradita».

E’ una catena di schiavi quella che si forma e ogni schiavo ama la sua catena. Un intero branco alla catena e chi non fa parte del branco e si pone semplici domande, mettendo in fila le cose che avvengono e che non trovano una spiegazione razionale, è additato come complottista, traditore, appestato.

C’è un elemento ancora da considerare. Che cosa si può contrapporre allo stato di servitù? A parere di La Boétie solo lo stato di libertà. In questi termini:

«Credo che sia fuori dubbio che, se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e secondo gli insegnamenti che ci rivolge, saremmo naturalmente obbedienti ai genitori, seguaci della ragione e servi di nessuno. […] di sicuro, se mai c’è qualcosa di chiaro ed evidente nella natura, che è impossibile non vedere, è che la natura, ministro di Dio, la governatrice degli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma, e come sembra, allo stesso stampo, perché possiamo riconoscerci reciprocamente come compagni o meglio come fratelli. E se, dividendo i doni che ci faceva, ha avvantaggiato nel corpo o nella mente gli uni più degli altri, non ha inteso per questo metterci al mondo come in recinto da combattimento, e non ha mandato quaggiù né i più forti né i più furbi come briganti armati in una foresta, per tiranneggiare i più deboli. Ma, piuttosto, bisogna credere che la natura dando di più agli uni e di meno agli altri, abbia voluto lasciar spazio all’affetto, perché avesse dove esprimersi, avendo gli uni potere di dare aiuto, gli altri bisogno di riceverne […]. Non bisogna dubitare che siamo naturalmente liberi, perché siamo tutti compagni, e a nessuno può venire in mente che la natura abbia messo qualcuno in servitù, dopo averci messo tutti insieme […]. Se ne deve concludere che la libertà è un dato naturale, e per ciò stesso, a mio avviso, che non solo siamo nati in possesso della nostra libertà, ma anche con la volontà di difenderla».

D’accordo. La Libertà è un dato naturale e per chi crede, deriva direttamente da Dio. E’ il più grande dono che Dio ha dato all’uomo, insieme a quello dell’amore per la Verità. Se l’uomo se ne priva, sferra un attacco diretto a Dio. Rinuncia ai doni che gli sono stati dati. Questo sta avvenendo. Perché manca la fede in Dio e al posto di Dio si idolatrano gli uomini e le cose che gli uomini fanno, dicono o promettono, ignorando che mentre il giogo che propone Dio è dolce – ed ha per méta la vita eterna, il Paradiso – quello che propongono gli uomini è amaro, conduce direttamente nelle Tenebre. Dopo la ribellione dell’uomo a Dio, Bene e Male vivono insieme su questa terra e in questo momento si stanno dando battaglia come mai era accaduto in passato. Siamo agli inizi dei tempi finali? Quanto durerà quest’inizio? Queste domande riguardano il disegno di Dio, ma è probabile che la battaglia conosca eventi inediti. Non è forse già accaduto - o l’abbiamo dimenticato? Sono trascorsi solo 17 mesi, compresi 13 mesi di segregazione per il virus - che nella Basilica dedicata al Capo degli Apostoli e primo Vicario di Cristo sulla terra è stata adorata la Pachamama, una dea pagana, alla presenza di Bergoglio e di molti cardinali e vescovi della curia romana? Non è stato questo un attacco feroce a Dio? La storia della salvezza non è forse segnata dalla Giustizia di Dio, che è inscindibile dalla Sua Misericordia? Il nostro privarci del privilegio di essere servi inutili di Dio e quindi di essere liberi e veri - come Suo Figlio ci ha insegnato ad essere - preferendo il giogo che ci propongono gli uomini, non reca forse un’offesa al Padre che è nei Cieli? Non avere fiducia nella promessa di Gesù Cristo di essere accanto a chi Gli è fedele, rafforza il Male, che non vuole fare prigionieri, ma solo vittime.
I capelli di ciascuno di noi sono contati, ci ha detto Nostro Signore. Pensiamo forse che Egli non sappia quando e come varrà la pena d’intervenire per separare definitivamente il Bene dal Male? Nel frattempo, smettiamola di servire gli altri uomini, qualsiasi autorità terrena abbiano. Serviamo solo la Verità e battiamoci, senza alcuna paura, perché questa vinca e ci liberi dalle catene. Invochiamo incessantemente Nostro Signore e la Santissima Vergine Maria in questo tempo pasquale che ancora una volta ci viene sottratto. Solo loro possono indicarci come agire, come difenderci, per liberarci dalla schiavitù che viviamo. Consideriamo che il Bene non è scomparso dalla faccia della terra. E’ intimidito, forse anche pavido nell’esporsi, ma esiste. Rappresenta l’eredità che ci ha lasciato Nostro Signore. Cerchiamolo nelle persone che ci sono vicine, in quelle con cui riusciamo a entrare in contatto. Ricordiamo, qualunque cosa dovesse accadere, che nonostante il male che ci circonda, abbiamo ancora un compito da svolgere: edificare il Regno di Cristo. «Se siamo risorti con Cristo» - come dice San Paolo (Col 3, 1-2) - «cerchiamo le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensiamo alle cose di lassù, non a quelle della terra». Così, rivolti al Cielo, possiamo conoscere, interpretare e spiegarci realmente le cose che avvengono sulla terra e non vivere ad esse invischiati e legati in catene, ma liberi. Così, possiamo darci il coraggio di affrontarle con serenità. «Se siamo risorti con Cristo» - dice sempre san Paolo (Col 3, 3-4) - «Noi siamo già morti e la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la nostra vita, allora anche noi saremo manifestati con lui nella gloria».

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