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Il voto e i cattolici in Emilia Romagna - di Giorgio Spallone

Il 26 Gennaio 2020, in Emilia Romagna si voterà per le elezioni politiche.

No, nessun lapsus: quelle per il rinnovo del Consiglio Regionale e la scelta del Governatore sono, esattamente, elezioni politiche.

Infatti, ad onta dei fragili tentativi di chi teme di perderla, la valenza politica di questa consultazione sopravanza di gran lunga il carattere locale, già di per sé di grande importanza.

Ciò, per la sufficiente ragione data dall’inevitabile caduta dal governo nazionale in caso di prevalenza della candidata del centrodestra, sul governatore uscente, candidato della sinistra.

Altro motivo, non meno rilevante, è il mandato di rappresentanza – tanto tacito, quanto pieno ed ineludibile – che gli emiliano-romagnoli hanno ricevuto dagli elettori di altre regioni ai quali, invece, dopo la caduta del precedente governo, è stata preclusa la possibilità di votare.

Di questa realtà, oltre al mondo politico nazionale, sono perfettamente consapevoli le gerarchie ecclesiastico-politiche, in servizio permanente effettivo, che da tempo si agitano nel timore che dopo 50 anni in questa Regione possa verificarsi, ciò che consiglia la regola fondante di ogni democrazia, una salutare alternanza.

Esempio di questo agitarsi è l’attivismo del Cardinale del capoluogo di questa Regione, la cui agenda è fitta di impegni per presentazioni libri, dibattiti di natura politica, interviste televisive in prima serata; insomma, tutto quello che un buon politico deve fare per sostenere le proprie idee politiche e la propria parte politica attualmente al governo regionale e nazionale.

Ora, gli ultimi sondaggi riguardanti l’Emilia-Romagna dicono di un sostanziale equilibrio tra i due schieramenti.

Dicono però, anche, dell’esistenza di circa un 40% fra indecisi ed astenuti.

Questa fascia di elettorato, che verosimilmente sarà decisiva per l’esito della consultazione, con tutte le ricadute sul governo nazionale, è composta, in larga misura, da cattolici, non meno di altri, delusi e rassegnati alla sostanziale irrilevanza della propria voce che, anche quando espressa in termini inequivocabili, quasi mai trova un riflesso concreto nelle scelte di chi governa.

Leggiamo anche, pur se non nella stampa a maggior diffusione, dello scollamento fra le indicazioni di voto o, rectius, di non voto, delle gerarchie ecclesiastiche e quelle che, invece, sono le scelte politiche dell’elettorato cattolico, che vede una divaricazione vicina ai 180°.

Orbene, i cattolici emiliano-romagnoli, in particolare quelli che nelle ultime consultazioni si sono astenuti, hanno ora un’occasione straordinaria per ritornare determinanti, sia per l’esito del voto regionale, sia per mandare a casa il governo più anti-cristiano che la Repubblica Italiana abbia potuto annoverare nella sua storia.

Mandare a casa un governo sostenuto da forze che fanno della propria identità politica la negazione di quei principi non negoziabili, ormai anche da molti Pastori derubricati a reperti di storia della Chiesa Cattolica, quando invece presenti a chiare lettere nel suo Catechismo e poderosamente richiamati in Veritatis Splendor: tutela della vita dal suo concepimento sino al termine naturale, tutela della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, libertà educativa della famiglia, difesa della fede e tradizione cristiana.

Mandare a casa, ad esempio, un Ministro della Pubblica Istruzione che vorrebbe sostituire il Crocifisso, nelle aule, con una carta geografica del mondo.

Mandare a casa un Ministro per la Famiglia, la cui idea di famiglie non ha nulla a che vedere con il modello inscritto nel diritto naturale.

Insomma, un’occasione straordinaria per far sentire la propria voce di cristiani, come più volte invitati dai Vescovi, però secondo scienza, coscienza e responsabilità personale; dunque ignorando le indicazioni di voto dagli stessi provenienti, in termini fin troppo inequivocabili.

E dire questo – mi rivolgo al mio Pastore bolognese – non significa dividere la Chiesa, ma restituire ai cattolici la libertà nelle questioni non di Chiesa, richiamandoli, nel contempo, alle proprie responsabilità di testimonianza della fede anche nelle scelte della vita civile e per il bene comune, cui, al pari di tutti i cittadini, hanno il dovere di contribuire.

La fin troppo abusata citazione di San Paolo VI, secondo cui la politica è la forma più alta di carità, impone ai cattolici dell’Emilia Romagna, il 26 Gennaio 2020, innanzitutto un dovere: andare al seggio. Con la Costituzione in mente ed il Vangelo nel cuore.

Molti, cattolici e non, del resto d’Italia, ce ne saranno grati.

Bologna, 15 novembre 2019
Speriamo.
Anche se penso che finirà come in Umbria: se perdono, "una sola regione non può valere tutto il paese", se vincono "grande vittoria della democrazia e governo avanti fino al 2060".
mjj75 likes this.
I pastori di anime dovrebbero astenersi dallo scendere nell'agone politico, il loro ruolo pubblico dovrebbe prevedere la difesa dei valori cattolici e la libertà di azione della Chiesa nella società. Da anni essi si schierano a favore di partiti anti-cattolici, che portano avanti agende massoniche e comuniste. Sono essi ancora pastori di anime?
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il vandea
Il suo 'pastore' bolognese, ha ben poco di cattolico (come d'altronde, il suo capo romano). Bisogna che i Cattolici capiscano che per il bene della Chiesa e delle loro anime, bisogna votare nel campo opposto a quello consigliato da 'lorsignori'.
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Assolutamente d'accordo
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Bravo sig. Giorgio! però temo che il suo Pastore si atterrà agli ordini che vengono da Roma.
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