Fatima.
1191

Considerazioni sui testi in italiano della nuova Messa di Paolo VI

di Camillo Rovetti

die festo Beatae Virgini Pompeii dicato
MMXXII salutis, MMDCCLXXV ab U.C.

traduttore - traditore

Mi si consentano queste osservazioni d’istinto sulla attuale versione in lingua Italiana della nuova “messa”, la “cena” di Paolo VI (1) :

al confiteor, là dove ci si accusa di aver peccato in pensieri, parole, opere, si son volute aggiungere le “omissioni”, pleonasma in quanto le omissioni non sono che opere non eseguite, ma esse sono il nulla; pleonasma confusionario che opera con pervicacia nel subconscio. Così come la stupida invocazione: la parola del Vangelo cancelli i nostri peccati: la “parola del vangelo”? e come fa a cancellare i nostri peccati, senza il Prete che ci assolva, lui, non le chiacchiere (IO, ministro di Gesù Cristo, ti assolvo, dopo che tu, peccatore, hai detto l’atto di dolore)

Il Credo distingue il Padre, creatore di tutto, il visibile e l’invisibile, visibilium omnium et invisibilium, da Gesù Cristo, per quem omnia facta sunt, attraverso cui, tramite cui, sono state fatte omnia, tutte le cose: distinzione fondamentale. Iddio Padre ha creato tutto, il visibile e l’invisibile; il visibile, la materia, le cose, tramite il Figlio, Gesù Cristo. Omnia, casi retti, neutro plurale, significa ogni cosa, cioè materiale: non l’invisibile, non l’anima, che Iddio Padre crea e dà ad ogni uomo al momento del concepimento. Gesù Cristo, fattosi vero uomo, come tale ha pur egli ricevuto l’anima dal Padre; anima che lo ha insieme reso, Egli che era vero Dio, vero uomo.

Quando si fa dire che Gesù Cristo era della stessa sostanza del Padre, non si sa bene se ciò discenda dalla presunzione che la lingua sacra non sia che un latino maccheronico, o dall’ignoranza del traduttore sia in teologia che in latino, o da una presunzione idiota: Patri è al caso dativo, per cui Egli, come Dio, è consustanziale al Padre, cioè intimamente, integralmente, connesso, una cosa sola, un unico Dio, in tre persone uguali e distinte; ma non come vero uomo; e poi di che sostanza, di qual materia, qual sostanza è fatto Iddio?

Mortuus et sepultus est: la traduzione in morì e fu sepolto comprova l’ignoranza colpevole del traduttore: costituisce uno dei casi in cui mortuus, in Italiano antico “fu morto” è transitivo, e significa: Egli fu morto, cioè “fu ucciso”, non l’irenistico “morì”, di vecchiaja, nel suo letto, come fanno dire ai Sacerdoti per trasformarli in mestieranti. Per Gesù Cristo si deve considerare che pur Egli, ultimo nei tempi, fu concepito senza peccato originale per cui non era soggetto alla morte naturale che, per tutti noi, ne è conseguenza.
Ma (Ebrei, IX, 22) la colpa verso Dio, il Peccato originale, può essere lavata solo con il sangue; sangue che, per avere valore dinanzi a Dio, doveva essere divino. Da qui la necessità dell’Incarnazione e passione di Gesù Cristo, unico Uomo il cui sangue avesse la capacità di lavare la colpa dell’uomo, di riscattarlo verso Dio: per la nostra Redenzione era dunque necessario che Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, versasse il Suo sangue, fino all’ultima goccia, in espiazione della nostra colpa e delle nostre colpe.
Per questo Gesù, che come la Madonna non era soggetto alla morte naturale, doveva essere sacrificato a Dio stesso, e dunque la necessità di un Sacerdote – e Roma ne ebbe la funzione – che compisse il sacrificio di Gesù Cristo, Dio figlio di Dio, verso Dio padre per la nostra salvezza.
Ne discende che il dire, nel Credo in lingua volgare, fu crocifisso, morì e fu sepolto sia novità eretica; la lezione vera è quella dell’arcaico fu crocifisso, morto (in senso transitivo, “fu ucciso”, retta traduzione del latino “mortuus est”) e sepolto, participii passati retti dall’iniziale “fu”. Perciò la traduzione in volgare italiano “morì” è errata, frutto di ignoranza per i semplici, e di satanica mala fede per i dotti, i maestri, gli scribi e farisei che tutt’ora infettano la Chiesa.
Così come il passus nel Credo Niceno Costantinopolitano è transitivo; perciò la traduzione non è il “patì”, bensì “fu torturato”.

Quando poi si crede allo Spirito Santo, la traduzione maccheronica “che dà la vita” è al solito stupida, sciocca: nel Latino, che dà la regola (e la logica) sta scritto vivificantem, che è tutt’altra cosa dal dare la vita: il “vivificare” è un concetto di spirito, dell’intelligenza che è vivificata dallo Spirito Santo, Spirito Santo che apre la mente: tale è l’efficacia della Cresima per cui i Cattolici possono giungere alla contemplazione, ed al ragionamento, all’intuizione, alla genialità, vedere dall’alto le categorie dello Spirito, il che non è concesso agli altri, ai non cresimati.

All’orate fratres oggi vi si fa dire: “pregate fratelli e sorelle”, crassa ignoranza della lingua Italiana e della forza delle sue parole, dimenticando il prologo al Vangelo di San Giovanni che pone identità tra Dio e il Verbo, la parola, nella loro essenza. Il “pregate fratelli” è voce che abbraccia tutta la società dei Battezzati, parola aperta e forte; far dire “fratelli e sorelle” le toglie l’universalità e la rende una voce micragnosa, striminzita, per indicare maschi e femmine particolari, limitati a quelli presenti nell’ambito ristretto delle mura della chiesa, senza quell’ampio respiro, divino quasi, del complessivo fratres, “fratelli”, presenti ed assenti, nella comunione dei Santi.

Segue “il mio e vostro sacrificio” (meum ac vestrum sacrificium) che ha subìto due opposte scempiaggini nell’uso di troppi preti: c’è chi semplifica ne “il nostro” (2) , e chi distingue e separa ne “il mio ed il vostro sacrificio”.
Il sacerdote è ministro di Dio, e quando sale all’altare è un alter Christus che, tramite le parole della Consacrazione trasforma, ed è la “transustanziazione”, pane e vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Dunque è “il mio” sacrificio, di me Gesù Cristo che, tramite il mio ministro che opera in persona Domini (il solo celebrante, il Ministro di Dio, porta sulla pianeta la Croce, non il diacono!) che rinnova nella consacrazione il medesimo unico Sacrificio compiuto per il popolo dei battezzati, e pertanto il medesimo Sacrificio è anche “vostro”, per voi fedeli, presenti e assenti. Perciò “il nostro”, come troppi preti ignoranti e superficiali, così come, s’è visto in nota 2, la CEI, hanno preso a dire, costituisce una stolta eresia.
Ex altera parte alcuni seguitano a scindere illecitamente il concetto, con il recitare “il mio e il vostro”, quasi fossero due separati e differenti Sacrifici (così fu all’origine della nuova celebrazione, immediatamente corretta su avviso di un Cattolico).

Al Sanctus hanno vilmente tradotto Dominus Deus sabaoth, il “Signore Dio degli eserciti”, con un idiota irenismo, orripilati dalla Maestà dell’Onnipotente e dall’accenno alla Sua potenza, in un Dio dell’universo; e mentre Dio degli Eserciti evoca la forza, la maestà di Dio che sovrasta ogni potenza umana, il Suo svilimento a dio dell’universo lo degrada a un qualsiasi demiurgo, ad un dio materiale; Dio è tale per chi Lo conosce e Lo riconosce, Lo ama o, perverso, Lo odia; dell’ “universo” Iddio è unicamente il Creatore, (3) poiché l’universo è materia inerte, senza spirito né vita e non può conoscerLo. Dio degli Eserciti è così qualificato da San Paolo (Romani, IX, 29 che cita Isaia, X, 22); gli odierni citrulli in mala fede ne vogliono sapere di più del primo Sacerdote Melchisedec, dei Profeti e degli Apostoli.

Oggi si fa seguitare, al “pieni il cielo e la terra della Tua gloria”, il benedetto colui che viene nel nome del Signore; e qui, ben tre volte, casca l’asino: il latino venit può essere sia al presente che al perfetto, mai al futuro, in cui sarebbe veniet, verrà. Traduzione precisa è dunque “benedetto Colui che è venuto”, e dunque questa invocazione, se dopo la Consacrazione, dopo che Gesù Cristo è disceso sull’altare, a Lui si riferisce; se detta prima, costituisce proclamazione dell’avvenuta incarnazione del Messia, di Dio fattosi uomo per redimerci, alla faccia dei giudei che dicono di attenderlo quale loro re materiale, di denari e potere; e difatti l’eresia, l’idiozia, seguita in “benedetto colui che viene nel nome del Signore”; il Latino recita: benedictus qui venit in nomine Domini, espressione che non prevede quell’articolo che vi è stato abusivamente apposto o per ignoranza o, piuttosto, in mala fede, per stravolgerlo: “in nome del Signore, in nome del Re, in nome del Presidente, in nome dell’Autocrate” giunge un suo messo, un ministro, un ambasciatore; ma qui è il Figlio di Dio fattosi Uomo, Gesù Cristo, che si è incarnato ex Maria Virgine e, al momento, scende di persona sull’altare, nella rinnovazione incruenta del Sacrificio della Croce, e dunque benedetto colui che è disceso in nome, in qualità, di Signore, senza articolo.
Certo il maligno ha suaso, ed i maccheronici traduttori assai volentieri lo hanno seguito, ad inserire l’articolo che subdolo nega la divinità a Gesù Cristo, l’essere Egli la seconda persona della SS.ma Trinità.

Altra perla (pag. 365) asserire che Tu, Iddio, hai amato in noi ciò che amavi nel Figlio, parificandoci al Messia; così come l’attribuire a Dio Padre una multiforme sapienza (pag.366, sempre dal ”messale” CEI mod. 2020).

Segue l’idiozia della “rugiada del tuo spirito” a santificare i doni, invocata con inspirazione a che si compia la sacra Transustanziazione; ciò è in definitiva la negazione del Sacerdozio, del Sacramento dell’Ordine sacro: l’Ordinato Sacerdote, alla Consacrazione, non invoca lo Spirito Santo, ma, per il potere conferitogli da Gesù, ed in nome di Gesù, stringendo hunc sacrum calicem, è egli che pronunzia le sacre parole: hic est calix sanguinis mei, novi et ætermi testamenti; è egli sacerdote ordinato che consacra ex opere operato, anche se personalmente è ateo, miscredente, in peccato mortale…

Segue la indubbiamente eretica, stolta e sgrammaticata versione in volgare Italiano della formula della Consacrazione: se l’avesse tradotta così un ragazzino, oggi di quarta ginnasio, si sarebbe visto sottolineare i gravi errori di grammatica e sintassi. Nella prima parte la violazione di grammatica e di logica si duplica, là dove offerietur ed effundetur sono tradotti al participio passato con offerto per il Corpo e versato per il Sangue: il participio passato indica azione istantanea e conclusa nel passato: mangiato, andato.. se così fosse si darebbe ragione al Martin Lutero, capofila dell’eresia protestante, nelle sue indefinibili varianti, tutte pari nella monotonia del male che è negazione e mai edificazione.
Se io, Gesù, in persona del mio Ministro, il sacerdote, asserisco che questo è il mio corpo offerto, il mio Sangue versato, faccio dichiarare al Messia che oramai è stato offerto, è stato versato, semel pro semper; che dunque il Sacrificio, avvenuto nella Pasqua di duemila anni or sono, è compiuto e terminato; perciò tutto il dimenarsi del prete all’altare sarebbe quel semplice “memoriale”, quella sceneggiata (4) , a vago ricordo di ciò che fu.
Ma Gesù Cristo non era così imbecille come lo vogliono far passare i modernisti (5) rei di quest’eresia: il tempo e modo grammaticali che ci sono stati tramandati e che stanno nei Vangeli e in San Paolo sono al futuro impersonale, così che la vera traduzione è: che sarà offerto, che sarà versato; al futuro poiché con tali parole Egli impartì agli Apostoli, ed ai presbiteri dopo di loro, il mandato di rinnovare il Suo Sacrificio in maniera incruenta; ed impersonale poiché qui sta il mandato alla Chiesa, ai Sacerdoti, di rinnovare, ripetere, questa Sua offerta di se medesimo sul Golgota fino alla fine dei secoli; che sarà offerto, sarà versato, dai Suoi ministri quale sacrificio espiatorio e propiziatorio nella Sua Presenza reale.

I traduttori, in perfetta mala fede, ignoranza e saccenteria, per cui vogliono saperne più di Gesù Cristo, insistono poi là dove Egli precisò che il Suo sacrificio sarebbe valso pro vobis et pro multis, per voi e per molti, col tradurlo in un “per tutti”, doloso, gravissimo errore che neppure il nostro ragazzino di quarta ginnasio avrebbe mai commesso. Se fosse corretto il “per tutti” si sarebbe reso servo e schiavo il Figlio di Dio, poiché lo si sarebbe obbligato a redimere tutti; e dall’altra parte si sarebbe tolto il libero arbitrio, la libertà, satanica ma libertà, di accettare, accogliere, questa salvezza o rifiutarla, cosa che troppi accecati dal male fanno. Questa è dolosa mala fede: pochi anni or sono, mi parrebbe nel 2017, il sinodo dei vescovi italiani, a maggioranza (la famosa materia signata quantitate stigmatizzata da San Tommaso) ha deciso di non correggere il “tutti” nel “molti” che Gesù Cristo proclamò, poiché tanto oramai il popolo vi si è abituato, disprezzandolo così come plebe ignorante; e neppure Francesco I che da pochi mesi ha innovato sfornando preghiere, traduzioni e aggiunte, ha voluto trarre l’occasione per rettificare l’eresia e parère Deo.
Al “popolo bue” poi si fa annunziare la morte di Gesù Cristo e proclamare la Sua resurrezione in attesa della Tua venuta: orrore, ed errore; gli ebrei, che invocarono su di sé e sui loro figli il sangue del Giusto, del Messia, ancora ne attendono (o dicono di attenderne) la venuta; noi Cattolici attendiamo il Suo ritorno che sarà nel Dies irae, il momento dell’estremo, tremendo ed ultimo Giudizio,

Poi i preti ringraziano il Signore di averli “ammessi al servizio sacerdotale”: no, cari redattori e traduttori, il Sacramento dell’Ordine non crea persone dedite ad un “servizio Sacerdotale”, voce e qualifica che valeva per gli ebrei, in cui leviti e simili svolgevano quel servizio al tempio durante il quale Zaccaria ebbe, incredulo, la notizia del concepimento del figlio Giovanni il Battista; è il Sacramento che costituisce il Ministero Sacerdotale; come visto supra quando i Sacerdoti, ministri di Dio, consacrano, confessano, essi operano in persona Domini. Essi stringono tra le mani hunc sacrum calicem, il medesimo Calice che Gesù Cristo stringeva tra le mani nei riti dell’ultima cena, e dunque essi ne sono pienamente ministri e come tali operano, legano e sciolgono: ego te absolvo.

“beati gli invitati alla cena del signore”, ed oggi “alla cena dell’agnello”: ma perché banalizzare, desacralizzare, “il” sacramento del Corpo e Sangue di Gesù Dio nostro Signore, con cui Egli si dà a noi, poiché chi non mangia il Suo corpo e non beve il Suo sangue non vivrà in eterno, per qualificarlo come una semplice cena? antipasti, primo, secondo, contorno, dolce, frutta, caffè e ammazzacaffè? quando la cena di Pasqua già era per gli ebrei un rito sacro minuziosamente regolato? Per compiacere chi? gli eretici?

Al Pater noster si è voluta mutare la conclusione, per non far fatica a spiegarne le parole, il mistero che esprimono, che non è, sia chiaro, qualcosa di inconoscibile, bensì una verità sublime, nascosta, così come dovevano essere le parole della consacrazione, da recitare submissa voce, ne tam sacra verba vilescant!
Iddio non abbandona alcuno alla tentazione, mai: è un Padre buono che ama i Suoi figli che Egli ha creato, cui ha dato una guida sempre presente, l’Angelo Custode, a illuminarli, reggerli, custodirli e governarli, liberi se accettarne la funzione, l’ajuto. Se proprio voleva, avrebbe potuto per esempio tradurre in non abbandonarci nella tentazione. Solamente quattro persone di tutta l’umanità furono, all’inizio della loro vita, senza peccato originale; e tutti e quattro dovettero subire la prova, la tentazione, vinta la quale avrebbero meritato la vita eterna: Adamo e Eva, la Vergine Maria e Gesù Cristo. Eva cedette alle subdole arti di Lucifero, per la presunzione di divenire pari a Dio, e vi coinvolse e persuase Adamo; medesima tentazione che la Vergine Maria vinse nel momento in cui l’Arcangelo Gabriele le ebbe posta la domanda: Ella non tripudiò, non si vantò, le fu alieno qualsiasi moto d’orgoglio; umilmente pose all’Angelo, a Dio stesso, la sua condizione, come avverrà questo, se io non conosco uomo? Superò così la prova; e solo dopo la risposta dell’Angelo che la rassicurava, solo allora Ella concepì di Spirito Santo. Non prima, poiché per esserne degna doveva, stando nel tempo, avere respinta la tentazione; lo Spirito Santo non poteva correre l’alea che il Messia si incarnasse in una Donna men che purissima. E così, vero Uomo, anche Gesù Cristo fu tentato da satana dopo i quaranta giorni di digiuno nel deserto; satana che non sapeva se Gesù fosse il Figlio di Dio e rimase nel dubbio fino al Golgota: se sei il figlio di Dio

Gloria in excelsis Deo et pax in terra hominibus bonae voluntatis, agli “uomini di buona volontà” (6) , quelli che rispondono e corrispondono alla Parola di Dio nell’esercizio del libero arbitrio: sono coloro che si sforzano di vivere secondo la volontà del Creatore; tutt’altro dal concetto per cui Dio darebbe la pace “a coloro che Egli ama”. Iddio non può non amare chi ha creato, anche se non Gli corrisponde, che per il suo libero arbitrio lo respinge; ma a questi nessuna pace fino a che non si converta: a lui, a tutti i reprobi, la medicina del rimorso per emendarsi. Altrimenti si toglierebbe a Dio la libertà di concedere la Sua pace a chi Egli voglia, trasformandola in un obbligo!

Agnus Dei qui tollis peccata mundi: in Italiano la traduzione corretta è “Agnello di Dio che ti carichi, che prendi sulle Tue spalle, i peccati del mondo” per espiarli, non il maccheronico “togli” che i semplici non possono non interpretare come un “elimini”, errato ed idiota. Il togli, nell’Italiano medievale del Boccaccio e dell’Angiolieri, significava allora caricarsi, prendere sulle proprie spalle, scegliersi q.cosa (s’io fossi Cecco, com’io sono e fui, torrei le donne giovini e leggiadre, e vecchie e laide lasserei altrui); ma nella parlata, nella lingua attuale “togli” significa unicamente eliminare, tutt’altro dall’Agnello che si è caricato, per espiarlo, del peccato del mondo.

Quando congedo una persona, prima la saluto, e poi le auguro il buon viaggio. Così alla fine della Messa il rito prevedeva l’ite, missa est, il vai con Dio, e che Egli ti benedica, la benedizione a coloro che vi avevano assistito e che venivano congedati, Dio ti protegga e ti assista, così come è stato per duemila anni. Oggi che si vuol distruggere, travisare ogni cosa, fidando nella crassa ignoranza e ottusità di certo Clero d’ogni grado, si ha la presunzione di aver compreso tutto, con lo stesso tipo di ragionamento stoltamente orgoglioso dei protestanti che, dopo milleccinquecento anni di un preteso oscurantismo ed ignoranza cattolici, accuse fasulle per giustificare sé e le proprie eresie ed il proprio odio, si sono arrogati la presunzione di aver capito tutto, solo essi, per primi, oggi! Stolti e presuntuosi (7).

* * *
In Atti, IV, 19 sta scritto: melius parere Deo quam hominibus, ed in nome di questo principio e verità ho scritto ciò che ho scritto in spirito di onestà; e se il lettore, se l’Ordinato, non vi trova errore, sappia che è Suo preciso dovere verso Iddio o celebrare in latino, o correggere nella celebrazione in Italiano la traduzione c.d. “ufficiale”, il che oltre che doveroso è del tutto lecito poiché non vi è alcuna canonizzazione della versione in volgare di questa “cena domini”, opera umana più che fallibile, e ne son dimostrazione le nuove versioni e traduzioni che si stanno susseguendo.

Post hoc, dunque, Ella che ha letto non potrà più invocare una buona fede, scaricare in alto loco e per una mal’intesa obbedienza assoggettarsi, assuefarsi ad errori così marchiani e, mi si consenta, dolosi, voluti in odio alla Chiesa ed a Dio ad perditionem animarum; né vorrei che per tale mal’intesa obbedienza si dovesse perdere la Sua anima. Come fa un Ordinato a recitare questi errori, chiaramente opera del demonio, quando celebra il Divin Sacrificio? Non si sente rimordere la coscienza? E non può invocare una “buona fede”, poiché la “buona fede” può essere invocata unicamente a coprire colpe, errori, involontario frutto di involontaria ignoranza, che oggi per un Ordinato e ancor meno per un Ordinario non può più esservi se non colpevole:

Sancte Michael Arcangele / defende nos in proelio / contra insidias et nequitias diabuli esto presidium; / imperet illi Deus, supplices deprecamur / tuque princeps militiae celestis / satanam aliosque spiritus malignos / qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo / divina virtute in infernum detrude

NOTE

1 - Ci siamo anche scorsi le 1268 pagine s.e. del “messale” edizione “C” del 2020, i circa 40 “prefazii”, gli oltre 30 “canoni”, tutte chiacchiere futili ed inutili alla Fede: la Messa non è uno spettacolo; essa è la rinnovazione incruenta del Sacrificio della Croce
2 - Nel messale mod. “C” del 2020, pagina 326, c’è anche la versione Ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a Te
3 - Così Melchisedec, Re di Salem, Lo definisce:”sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra (Genesi, XIV,19; item ibi 22)
4 - Messale, versione “C”, 2020, pag. 420 e noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della tua passione
5 - Cui capofila è la venerabile CEI (materia signata quantitate): ad esempio I Corinzi, XI, 24 e segg., da cui quelli hanno tratto il terzo canone, i tempi, nella Vulgata, sono al futuro (tradetur, bibetis, manducabitis, adnunziabitis, manducaverit) nella “bibbia ufficiale CEI”, già nelle edizioni paoline, 1987 è tutto al presente: “è per voi; ne bevete, mangiate, annunziate, mangia, beve” con quell’osceno “è per voi” a tradurre in volgare ignorante il pro vobis tradetur
6 - Pure in greco Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας
7 - Altre perle dal messale mod. “C” 2020: scambiatevi il dono della pace (pag.447; rinnovati dal sacramento del Tuo figlio (Pag. 842); per questo memoriale dell’immenso amore del Tuo figlio (pag.855) accogli questi doni che ti offriamo (857); per l’elezione del Papa o del vescovo (859: ma quando mai il vescovo è eletto?); per un sacerdote che presiede (862): che presiede cosa? Anche se poi si corrègge con un ministero sacerdotale)…

Considerazioni sui testi in italiano della nuova Messa di Paolo VI - Articolo di Camillo Rovetti
N.S.dellaGuardia
È stato fin discreto: neanche menziona quell'orribile "non son degno di partecipare alla tua mensa", o il fatto che i Vangeli siano di qualcuno che chissà perché non è più santo, o altre amenità.