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Fatima.

LA SETTIMANA SANTA CON GESU’

Brani tratti dal libro “IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO”
di Ferdinando Rancan

GIOVEDI’ SANTO - ULTIMA CENA

INIZIO DELLA CENA: LA LAVANDA DEI PIEDI La casa di Marco offriva ampia comodità di alloggio; aveva diverse stanze al piano terra, con un comodo cortile interno, e al piano superiore una grande sala con alcune stanze di servizio che si potevano utilizzare anche per soggiorno e per alloggio. Quando arrivammo, ci accolsero tutti con grande gioia. Ci fecero accomodare nelle stanze per riposarci e risciacquarci in preparazione alla Cena pasquale. Erano le prime giornate calde di una primavera inoltrata e dovevamo metterci un poco in ordine prima di andare a tavola.
Maria di Marco ci accompagnò al piano superiore mostrandoci la sala per la cena. La sala offriva un colpo d’occhio solenne, quasi fastoso: ai quattro angoli ardevano quattro candelabri accesi che diffondevano una luce calda e dorata in tutta la sala; nel mezzo erano disposti tre tavoli a forma di ferro di cavallo, già imbanditi e ornati di fiori; drappi di lino bianco decoravano le pareti e sontuosi tappeti di tessitura orientale coprivano il pavimento; tutto ciò che di bello e prezioso c’era in casa di Marco venne impiegato per adornare la sala. All’esterno dei tavoli erano collocati tutt’intorno dodici divani, mentre al centro un divano elegantemente rivestito indicava il posto più importante riservato al capo famiglia, in questo caso a Gesù. Tutto faceva capire che quella cena pasquale rivestiva un’importanza particolare; la sala infatti venne salutata dagli Apostoli con esclamazioni di meraviglia e di compiacimento.

Il numero dei divani, tredici in tutto, era segno evidente che per me non c’era posto in quella sala; tuttavia mi ero accodato agli Apostoli ed ero entrato in tempo per ammirare lo splendore di quell’arredamento, e anche per assistere all’increscioso incidente provocato da Giuda, il quale, rimasto appiccicato a Gesù tutto il giorno, si era precipitato ad occupare a tavola il posto più vicino a lui, suscitando la reazione di Pietro, di Giovanni e di altri, soprattutto di Simone e di Taddeo, i cugini di Gesù, ai quali Giuda risultava particolarmente antipatico.
Ne seguì un’accesa discussione, accompagnata da frasi scomposte e da qualche spintone di troppo. La scena non era affatto piacevole, tanto che Maria, accorsa di fretta, mi prese per un braccio e cercò di allontanarmi da quel triste spettacolo. Le feci un po’ di resistenza e restai lì finché vidi Gesù che, senza dire parola, si alzò da tavola, depose il mantello, si recò all’angolo dov’erano le anfore per le abluzioni, si cinse un asciugatoio ai fianchi e, preso un catino d’acqua, andò a inginocchiarsi davanti all’ultimo apostolo; gli slacciò i sandali e cominciò a lavargli i piedi.

Improvvisamente si fece silenzio in tutta la sala e gli Apostoli stettero a guardare Gesù, sbigottiti davanti a quel gesto inaspettato. Gesù era colui che avevano onorato come Maestro, proclamato come Messia e anche riconosciuto e adorato come Figlio di Dio, e vederlo ora, lì, in ginocchio, a compiere un servizio che era riservato agli schiavi, fu per loro una insopportabile umiliazione; questo era decisamente troppo, non avrebbero mai potuto immaginare un gesto simile.
Anche Maria, che si era fermata dietro di me sulla porta della sala, presa dalla commozione, volle seguire la scena. Mi voltai verso di lei, la vidi con gli occhi lucidi e con un tenue sorriso che diceva sorpresa e gioia. Era la gioia silenziosa di chi si era proclamata “serva del Signore”, e perciò l’unica che in quel momento poteva capire il gesto di Gesù.

Il silenzio s’era fatto assoluto e imbarazzante; si udiva solo lo sciacquio leggero dell’acqua nel catino man mano che Gesù passava dall’uno all’altro degli Apostoli, rimasti confusi e incapaci di una pur minima reazione. Solo Pietro lo si vedeva ribollire internamente e trattenere a stento la sua emozione, ma quando Gesù arrivò a lui, la protesta lo travolse e, balzando in piedi: “Questo no! - esclamò con forza - Non sarà mai che tu lavi i piedi a me!”. Come dire: gli altri possono anche sopportare questo gesto, ma io no! Gesù lasciò passare qualche momento, poi rimanendo in ginocchio e senza guardare Pietro, con voce grave e severa: “Se non ti laverò i piedi, - disse - non potrai restare a tavola con me, né avrai parte con me nel mio regno!”. Pietro stette fermo qualche istante come per cercar di capire in cuor suo il significato di quelle parole, poi lasciandosi andare sul divano: “Signore, - esclamò - se è così, non solo i piedi, ma lavami tutto, le mani e il capo!”.
Gesù non rispose subito, passò a Giovanni e poi a Giuda, il quale nonostante le proteste degli altri apostoli era riuscito a piazzarsi vicino a Gesù subito dopo Giovanni. Gesù lo fissò per un momento, poi disse: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri… ma non tutti!”. Giuda non mosse ciglio, e continuò nel suo sforzo di simulare la sua affettata attenzione verso Gesù.
A questo punto Maria mi prese per mano: “Figlio mio, - disse - vieni! Andiamo anche noi a mangiare la Pasqua”, e mi condusse nella stanza attigua dove Marco, le donne e tutti gli altri si stavano mettendo a tavola per dare inizio al rito pasquale.

L’EUCARISTIA Ci riunimmo dunque, con la famiglia di Marco, nella sala accanto al Cenacolo. (…) Nel frattempo gli inservienti avevano portato in tavola l’agnello arrostito. Recitammo a quel punto la prima parte della grande preghiera dell’Hallel; seguirono i salmi che celebrano le lodi di Jahvè, che con braccio forte aveva liberato il suo popolo. Il capo-tavola prese allora il pane azzimo e lo distribuì; si passò poi a consumare l’agnello. Seguì la benedizione della terza coppa del vino, la “Coppa di benedizione”, così chiamata per la preghiera speciale con cui veniva benedetta.
Incominciammo a recitare la seconda parte dell’Hallel quando ci giunse dalla stanza di servizio la voce di Giuda che parlava con gli inservienti. Maria si alzò a andò a vedere se mai ci fosse bisogno di qualcosa. Mi alzai anch’io e andai con lei. Trovammo Giuda che stava infilandosi il suo ampio mantello con l’immancabile borsa che teneva sempre con sé. Ci salutò dicendo che andava a portare qualche aiuto ad alcuni poveri per la loro cena pasquale. Maria non gli disse nulla. Con lo sguardo triste lo seguì mentre scendeva al piano inferiore, finché uscì dalla porta. Dietro il Monte degli Olivi stava salendo la luna, ma era ancora buio, e la sagoma di Giuda si perse nella notte.

(…) Giovanni mi raccontò poi, quello che, poco prima, era accaduto. Dopo aver lavato i piedi all’ultimo apostolo, Gesù riprese le vesti e tornò al suo posto. Gli occhi di tutti erano su di lui. Allora con voce ferma ma calma e suasiva cominciò: “Avete visto ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”.
In un’atmosfera più distesa cominciò così il rito pasquale. Tutto pareva rientrato, quando all’improvviso, Gesù uscì con un’affermazione che lasciò tutti senza fiato: “In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono in silenzio, ma nessuno se la sentì di fare domande. Il rito continuò, ma gli animi erano ormai turbati. Consumato l’agnello con la seconda coppa del vino, Gesù ritornò sul discorso: “Ora si sta compiendo la Scrittura che dice: colui che mangia il pane con me ha levato contro di me il suo calcagno”. Poi, fattosi triste e intimamente addolorato, aggiunse: “Uno di voi, che mangia con me, mi tradirà”.

Questa seconda allusione sconcertò gli Apostoli; ciascuno cominciò a domandarsi se il Maestro si riferisse a lui, e tutti profondamente addolorati, gli chiedevano: “Sono forse io, Signore?”. Solo Pietro, che stava alle spalle di Gesù, sentendosi fuori causa, fece un cenno a Giovanni che si trovava davanti al Signore, perché gli chiedesse a chi si riferiva. Giovanni allora, ruotando su sé stesso, con un gesto di affettuosa familiarità si adagiò sul petto di Gesù e gli chiese sottovoce: “Signore, chi è?”. Gli rispose Gesù: “Colui al quale darò un boccone di pane intinto nella salsa”. Staccò un pezzo di pane, lo intinse e, allungando il braccio, lo porse a Giuda. Il quale, in quel momento, per distogliere l’attenzione degli altri, domandò anche lui: “Sono forse io, Signore?”. Gesù, guardandolo con grande tristezza: “Proprio tu, - sussurrò - tu stesso lo dici”. E dopo un profondo sospiro: “Il Figlio dell’uomo - continuò - se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito. Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”. Quel boccone fu per Giuda un boccone maledetto. Egli non seppe più sopportare la presenza di Gesù, e si alzò per andarsene. Giovanni ebbe uno scatto repentino verso Giuda: avrebbe voluto trattenerlo e impedirgli di andarsene, ma Gesù trattenne Giovanni per le spalle e, rivolto a Giuda, disse: “Va’, quello che devi fare, fallo presto”.
Gesù, allora, volgendo lo sguardo sugli Apostoli, li fissò in silenzio uno per uno. Il suo sguardo era intenso e penetrante, ma dolce e pieno di affetto. Il suo volto si era fatto sereno e disteso; era come se si fosse levato un macigno dal cuore.
Fu a questo punto che Maria mi spinse nella sala come se sapesse ciò che sarebbe accaduto. Gesù infatti chiuse gli occhi lasciandosi andare a un profondo raccoglimento, poi con una voce da cui traspariva commozione e tenerezza, scandendo le parole, disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”. E dopo una pausa continuò: “Vi dico infatti che non la mangerò più finché non si compia il Regno di Dio”. Stette in silenzio alcuni istanti; aveva davanti a sé una focaccia di pane azzimo, che egli aveva trattenuto volutamente, e la quarta coppa del vino.

A quel punto, anziché terminare secondo il rito ebraico il banchetto pasquale, Gesù volle concludere quella Cena con alcuni gesti che non entravano nel rituale della cena pasquale, e che lasciarono in tutti una profonda impressione. Si raccolse di nuovo intensamente per qualche minuto, poi prese il pane, ne fece dodici pezzi e li depose su un piatto grande, alzò gli occhi al cielo con una preghiera di rendimento di grazie, e rivolto ai discepoli disse: “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio Corpo sacrificato per voi”. Passò il piatto a Pietro e agli altri; tutti mangiarono. Matteo, che era l’ultimo in fondo alla tavola, si trovò con il dodicesimo pezzo avanzato - Giuda infatti se n’era andato - e non sapeva cosa fare. Gesù allora guardò lui e guardò me; Matteo comprese, mi portò il pezzo di pane avanzato, che era diventato “Eucaristia”, e consegnò il piatto a Gesù.

Quel gesto mi riempì di gioia indicibile; avrei voluto gridare la mia felicità e correre ad abbracciare Gesù. Ma quanto stava accadendo era troppo solenne e qualsiasi gesto diventava incompatibile con l’intensità del momento. Gesù prese il piatto e versò i frammenti nella coppa del vino, poi, sollevando leggermente la coppa verso l’alto, rinnovò il rendimento di grazie e continuò: “Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue, il sangue della nuova Alleanza, che sarà sparso per tutti in remissione dei peccati”. Fece passare la coppa e tutti ne bevvero. Restituirono la coppa a Gesù, il quale riprese il rito facendo l’abluzione delle dita, che non aveva fatto dopo la terza coppa, e concluse: “Fate anche voi questo, e ogni volta, fatelo in memoria di me”.
Gesù aveva pronunciato ogni parola adagio, pacatamente, con una tonalità di voce profonda e insieme calda e appassionata. Ebbi l’impressione che quelle parole fossero incandescenti, che cadessero come fuoco nella mia anima. Anche gli Apostoli avevano seguito tutto con una attenzione fatta di stupore e di attesa e, senza sapere perché, si sentivano intimamente emozionati. Infatti, pur non riuscendo a capire fino in fondo quello che stava accadendo, avvertivano che i gesti di Gesù, nella loro semplicità, nascondevano qualcosa di misterioso e di grande, qualcosa di intimamente legato alla Pasqua e che non avrebbero dovuto mai più dimenticare.
IL DONO PIÙ GRANDE Eucaristia! Dono di ogni dono. Gesù, tu stavi per donarti totalmente al Padre, e hai voluto donarti totalmente a noi. Fino alla fine dei tempi tu sarai in mezzo a noi come l’Amore misericordioso del Padre e come il Redentore dell’uomo. Ormai non ci sarà più bisogno dell’agnello pasquale; ogni sacrificio e ogni vittima offerta dall’uomo non avrà più valore. Sarai tu l’unico Agnello, l’unica Vittima, l’unico Altare, l’unico Sacerdote: questa stanza è diventata stasera il cuore del mondo.
L’amore cerca l’unione completa, la comunione piena. Tu sei una sola cosa col Padre, hai voluto essere, nell’Eucaristia, una sola cosa con noi. La comunione tra due persone è proporzionale al loro amore: il tuo amore trascende ogni misura umana, perciò la comunione che desideri realizzare con noi, trascende ogni comunione umana. Nell’amore sponsale “saranno due in una sola carne”, nell’Eucaristia saremo due in un solo corpo e in un solo spirito: tu in me e io in te. Nella Comunione eucaristica tu mi unisci al tuo corpo e al tuo sangue, mi fai partecipe della tua divinità, della tua filiazione divina, e anticipi la mia comunione con te nella gloria.

Gesù mio, potremo noi comprendere questa pazzia d’amore che ti ha preso? Potremo mai misurare le altezze vertiginose del tuo prodigio, la profondità abissale del tuo dono, l’ampiezza incommensurabile della tua sete d’amore? Come potremo noi corrispondere a questa tua sete, lasciarci amare dallo stesso amore che ti unisce al Padre, ed essere anche noi una sola cosa con te? Gesù mio, come potremo seguirti su questa strada? “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”… Comunica anche a noi il desiderio ardente di comunione con te, di condividere la tua vita, di partecipare alla tua Pasqua ed essere anche noi uniti nell’amore, e un giorno uniti nella gloria!
Gesù, hai voluto che i tuoi Apostoli potessero rinnovare quello che tu hai fatto questa sera. Perciò li hai fatti partecipi del tuo sacerdozio, hai chiesto loro di rinnovare lungo i secoli il tuo gesto di amore, il gesto sacrificale che offre ad ogni uomo la possibilità di incontrarti come Redentore, e di unirsi al tuo sacrificio, al tuo corpo sacrificato e al tuo sangue versato, corpo e sangue che danno la salvezza, la vita eterna, il diritto a risorgere con te nella gloria. Ogni sacerdote diventerà un altro te stesso e, usando le tue stesse parole, potrà rinnovare su tutti gli altari della terra il miracolo di questa Cena. I tuoi Apostoli saranno il fondamento della Chiesa in quanto saranno i sacerdoti della tua Eucaristia. Dove non c’è Eucaristia, non ci sarà Chiesa. Con l’Eucaristia tu prolungherai nei secoli, in mezzo a tutti i popoli della terra, la tua presenza: presenza di salvezza, presenza di Dio che cerca, redime, cammina con le sue creature su tutti i cammini della terra, che ormai saranno per sempre i cammini del Cielo.

Gesù mio, come hai potuto pensare una cosa simile? Come hai potuto inventarti una meraviglia come questa, un miracolo così grande? Solo un amore senza limiti può fare questo, e tu ci hai amati “fino in fondo”! Solo l’onnipotenza di un Dio innamorato, “impazzito!” per la sua creatura può arrivare a tanto. Un giorno, su tutta la faccia della terra, innumerevoli tabernacoli saranno, in mezzo all’umanità, tanti “roveti ardenti” che parleranno d’amore, tante sorgenti d’Acqua viva, tante fonti di grazia e di misericordia, luoghi di pace e di riposo. Lì, innumerevoli anime assetate d’amore troveranno colui che s’è fatto “prigioniero d’amore” per non lasciare orfani quanti dall’Amore sono nati e all’Amore hanno creduto.