Fatima.
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Ciò che è posto in alto ha incarico di ricordare Iddio e di fare luce e deve essere alla altezza del suo compito

Valtorta – Evangelo 169.7

(Marco 4,21-23)

Voi siete il sale della Terra e la luce del mondo.

Ma se falliste alla vostra missione diverreste un insipido e inutile sale.

Nulla più potrebbe ridarvi sapore, posto che Dio non ve l’ha potuto dare, posto che avendolo avuto in dono voi lo avete dissalato lavandolo con le insipide e sporche acque dell’umanità, addolcendolo con il corrotto dolciore del senso, mescolando al puro sale di Dio detriti di superbia, avarizia, gola, lussuria, ira, accidia, di modo che risulta un granello di sale ogni sette volte sette granelli do ogni singolo vizio.

Il vostro sale allora non è che una mescolanza di pietre in cui si sperde il misero granello sperduto, di pietre che stridono sotto il dente, che lasciano in bocca sapore di terra e fanno ripugnante e sgradito il cibo.

Neppur più per usi inferiori è buono, chè farebbe nocumento anche alle missioni umane un sapere infuso nei sette vizi.

E allora il sale non serve che ad essere sparso e calpestato sotto i piedi incuranti del popolo.

Quanto, quanto popolo potrà calpestare così gli uomini di Dio!

Perché questi vocati avranno permesso al popolo di calpestarli incurante, dato che non sono più sostanza alla quale si accorre per avere sapore di elette, di celesti cose, ma saranno unicamente detriti.

Voi siete la luce del mondo.

Voi siete come questo culmine che fu l’ultimo a perdere il sole ed è il primo a inargentarsi di luna.

Chi è posto in alto brilla ed è visto perché l’occhio anche più svagato si posa qualche volta sulle alture.

Direi che L’OCCHIO MATERIALE, CHE VIENE DETTO LO SPECCHIO DELL’ANIMA, riflette l’anelito dell’anima, l’anelito inavvertito spesso ma sempre vivente finché l’uomo non è un demone, l’anelito dell’alto, dell’alto dove la istintiva ragione colloca l’Altissimo.

E cercando i Cieli alza, almeno qualche volta nella vita, l’occhio alle altezze.

Vi prego di ricordarvi di ciò che facciamo tutti, fin dalla fanciullezza, entrando in Gerusalemme.

Dove corrono gli sguardi?

Al Moria, incoronato dal trionfo di marmo e oro del Tempio.

E che, quando siamo nel recinto dello stesso?

Quanto bello è nel sacro recinto, sparso nei suoi atrii, nei suoi portici e cortili!

Ma l’occhio corre lassù.

Ancora vi prego ricordarvi di quanto si è in cammino.

Dove va il nostro occhio, quasi per dimenticare la lunghezza del cammino, la monotonia, la stanchezza, il calore o il fango?

Alle cime, anche se piccole, anche se lontane.

E con che sollievi le vediamo apparire se siamo in una pianura piatta e uniforme!

Qui è fango? Là è nitore.

Qui è afa? Là è frescura.

Qui è limitazione all’occhio? Là è ampiezza.

E solo a guardarle ci sembra meno caldo il giorno, meno viscido il fango, meno triste l’andare. Se poi una città splende in coma al monte, ecco che allora non vi è occhio che non l’ammiri. Si direbbe che anche un luogo da poco si abbelli se si posa, quasi aereo, sul culmine di una montagna.

Ed è per questo che nella vera e nelle false religioni, sol che si sia potuto, si sono posti i templi in alto e, se un colle od un monte non c’era, si è fatto ad essi un piedistallo di pietre, costruendo a fatica di braccia l’elevazione su cui posare il tempio.

Perché si fa questo?

Perché si vuole che il tempio sia visto per richiamare con la sua vista il pensiero a Dio.

Ugualmente ho detto che voi siete una luce.

Chi accende un lume a sera in una casa dove lo mette (Marco 4,21-23)?

Nel buco sotto il forno? Nella caverna che fa da cantina?

O chiuso dentro un cassapanco?

O anche semplicemente e solamente lo si opprime col moggio? No. Perché allora sarebbe inutile accenderlo.

Ma si pone il lume sull’alto di una mensola, o lo si appende al suo portalume perché essendo alto rischiari tutta la stanza e illumini tutti gli abitanti in essa.

Ma appunto perché CIÒ CHE È POSTO IN ALTO HA INCARICO DI RICORDARCI IDDIO E DI FARE LUCE, DEVE ESSERE ALL’ALTEZZA DEL SUO COMPITO. (…)