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Eucaristia, guanti monouso. Assurdo (igienico) e profanazione

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, l’avvocato Maria Stella Lopinto ci ha inviato una riflessione ben documentata e ricca di buon senso, oltre che di sensibilità religiosa e di fede, sulle disposizioni emanate per quanto riguarda la distribuzione dell’eucarestia nelle messe che dal 18 maggio dovrebbero poter essere celebrate con la presenza dei fedeli. Buona lettura.

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BASTA LA FEDE DEI SEMPLICI


Caro dott. Tosatti,

sono ormai passati alcuni giorni dal fatidico Protocollo del 7 maggio 2020.

Prima ancora di affrontare l’argomento scottante della distribuzione dell’Eucarestia con i guanti, mi preme sottolineare brevemente un aspetto formale di tale documento: la Chiesa Cattolica è l’unica che può disporre in ordine alla liturgia e alla somministrazione dei Sacramenti di cui è depositaria, e pertanto la CEI, che non è la Chiesa, ha sottoscritto quel documento abusando di competenze che non le spettano, visto che quelle disposizioni sostanzialmente stravolgono gli accordi intervenuti con la Repubblica Italiana, svuotando di contenuto le norme cardine che stabiliscono che la Chiesa è indipendente e sovrana e, in quanto tale, libera di svolgere la sua missione pastorale e di santificazione, di organizzazione, di pubblico esercizio del culto (art. 1 e art. 2 Accordo del 3 giugno 1985). Cos’altro c’è da concludere se non che il Protocollo è un provvedimento abnorme? Come può lo Stato italiano ingerirsi in questioni non sue e la CEI sottoscrivere ciò?

Non solo. Molti particolari fanno pensare che il Protocollo è stato solo sottoscritto per adesione dal Cardinal Bassetti, infatti è trasmesso con una lettera accompagnatoria del Ministero dell’Interno che lo definisce come “necessarie misure di sicurezza cui ottemperare”, in carta mal fotocopiata e sgranata, senza alcuna intestazione, con termini che dicono esattamente da chi è stata predisposta, non certo la CEI, con tono assertivo e unilaterale, proveniente da una parte che ordina e rivolto ad un’altra che “ottempera”, infarcito di una serie di “si utilizzino….le porte rimangano aperte… non è consentito…non è consentito……i fedeli assicurino…il sacramento sia amministrato….”.

Quest’uso dell’imperativo non può che essere rivolto da una delle parti all’altra, cosa che in un protocollo è del tutto improprio e rivela che non si sia trattato affatto, a tutto concedere, di un’intesa – l’unica forma che avrebbe potuto trovare ingresso a norma dell’art. 13 c. 2 dell’Accordo del 1985 -, perchè qui non traspaiono affatto due parti aventi pari dignità, al contrario la dignità della Santa Sede è del tutto ignorata, a voler usare un eufemismo.

Senza considerare che il documento non indica un termine finale di efficacia né un riferimento utile a determinarlo, per cui, dopo essere stati privati delle Messe dal 9 marzo, il risultato è che ci “consentono” (secondo la autoritaria terminologia invalsa) finalmente che siano celebrate solo a certe condizioni cum populo, e speriamo non sine die. Corriamo insomma il rischio che le Messe siano contingentate ad libitum del Ministero degli Interni.

Cosa pensare a proposito? Se il Protocollo è un atto abnorme, potrà forse impegnare la Santa Sede finchè essa stessa non interverrà a disconoscerlo, cosa alquanto difficile sul piano internazionale. Non impegna però né i Vescovi, né i sacerdoti, tranne che non siano essi stessi a prestarvi ossequio. Potrà al limite, solo al limite (perché non sono obbligati a obbedire a cose contro la fede e la morale), impegnare i sacerdoti, ma non perché l’atto sia legittimo, bensì perché i rispettivi Vescovi dispongano a loro volta protocolli ancora più stringenti, come sta purtroppo avvenendo.

Quel che mi interessa mettere a fuoco è che di certo non impegna i fedeli.

Non mi soffermo infatti sull’anacronistico “permesso” di celebrare le Messe cum populo all’alba del 18 maggio, quando ormai si parla già di aprire le palestre e nei supermercati sono di fatto superate tutte le norme di contingentamento e finora nessuno si è preoccupato, per dirne solo una, del contagio causato dallo scambio di danaro. Una mia amica mi ha scritto: che differenza c’è fra l’Italia e la Chiesa di Stato cinese? se in Cina c’è stato quell’accordo, noi abbiamo il nostro!

L’unica riflessione, fatta salva la detta precisazione circa l’abnormità del Protocollo in quanto chi ha sottoscritto non aveva la disponibilità di ciò su cui ha firmato la resa, è che con questo documento appaiono tristemente anche svuotati i poteri del Santo Padre, visto che una Conferenza qualsiasi, senza alcun potere sia riguardo ai Vescovi che riguardo alla disciplina dei rapporti con un altro Stato, si è potuta permettere di fare ciò che solo il Papa può fare, esautorandolo. Lo scenario che apre tale abuso è inquietante. Si ode l’eco forte del “Quo vadis”. C’è da sperare che nessuno si lasci Roma alle spalle.

L’aspetto che invece mi preme è relativo ad una riflessione a cui sono stata indotta dal commento di molti colleghi e amici che, volendo distogliermi dall’approfondire la questione della distribuzione con i guanti, hanno fatto appello al fatto che è materia da specialisti (liturgisti, canonisti e teologi) e non tocca a noi occuparcene.

Il levarsi però di voci discordanti sull’interpretazione del documento e la babele dei primi Protocolli locali delle singole diocesi, mi hanno a maggior ragione convinta che, se è sempre importante avere scienza e coscienza dei propri comportamenti, lo è soprattutto in questo periodo di smembramento della persona, in cui è facile assuefarsi alla menzogna e perdere il senso del vero, fino ad essere felici di riavere la Messa “ad ogni costo”.

La considerazione che il Protocollo è una regolamentazione abnorme, fa il paio con il fatto che la legge non è di per sé giusta per il solo fatto di essere legge. Sotto questo profilo, siamo purtroppo stati diseducati e per questo occorre uno sforzo maggiore per dare il giusto peso alla “legge”. Tuttora subiamo, a mò di lavaggio del cervello, continui inviti a “osservare le regole con responsabilità”: si evocano termini, le “regole”, riempiti ormai di contenuto autoritario e che nulla hanno a che fare con un oggetto e fine buoni e con la conseguente responsabilità.

La legge non è di per sé buona e quindi non assolve rispetto alla responsabilità di porre in essere, in suo nome, un comportamento ingiusto, perché la persona è sempre e comunque libera di scegliere e come tale responsabile del suo comportamento.

Se si ignora ciò, il rischio è la snaturalizzazione dell’essere umano, il che conduce a comportamenti che prescindono dalla razionalità e dalla libertà.

Tralascio la regolamentazione del contingentamento dell’ingresso nelle chiese, visto che non incide su questioni nelle quali ognuno di noi possa interferire, ma soprattutto non riguardando questioni direttamente morali, può essere compatibile con norme ordinarie di prudenza ed in quanto tale accettabile.

Ciò che invece riguarda la distribuzione dell’Eucarestia con i guanti monouso attiene direttamente a una questione di fede a cui non è indifferente prestare o meno un consenso astratto o addirittura cooperarvi con il proprio comportamento.

Ciò che mi hanno contestato quei colleghi e amici, cioè che si tratti di materia specialistica di liturgisti e teologi, non è vero. Non è concepibile che si possa così facilmente abdicare alla propria coscienza, anche se l’eccezionalità dei fatti potrebbe assolvere. E’ evidentemente un inganno. Né è pensabile che una cosa così importante possa essere opinabile né delegabile alla libera interpretazione di questo o quel Vescovo. E’ invece sufficiente la fede dei semplici. Ognuno di noi dovrebbe essere in grado di capire cosa è conforme alla fede e cosa non lo è. Non c’è bisogno di teologi o elucubrazioni altisonanti. Sarebbe bello che ci fossero, sarebbe auspicabile che ci fossero pastori e maestri, ma ciò non può costituire un alibi per accettare qualsiasi cosa ci propinino, soprattutto in questo momento storico in cui è vero più che mai che ognuno di noi è chiesa. Ad ognuno dovrebbe bastare il sensus fidei per capire qual è la verità. E riguardo alla distribuzione con i guanti, anche il più semplice fra i battezzati che abbia ricevuto le basilari cognizioni del catechismo, dovrebbe poter capire se si tratta di un atto che ignora o meno la presenza reale di Dio nell’Eucarestia, fatto principale della nostra fede.

Quindi, ho cercato in quest’ottica di mettere in fila un po’ di cose per capire e decidere.

La premessa è che è verità di fede che nell’ostia consacrata è presente il corpo di Cristo, così come è presente tutto intero anche nelle più piccole ed infinite particelle in cui si dovesse dividere la particola.

Tale semplice considerazione è sufficiente per concludere che la sola idea o la sola vista di un sacerdote che sull’altare si infila i guanti debba destare sconcerto, per non dire scandalo, e faccia percepire come indegno, indecoroso, offensivo, irrispettoso, distribuire l’Eucarestia con i guanti monouso.

Il dubbio legittimo per cui il ricorso a tale disposizione possa essere stato causato da un motivo grave, proporzionato e ragionevole quale la preservazione da contagio, induce all’immediata considerazione che le mani di un sacerdote che sia in procinto di consacrare, sono necessariamente pulite, visto che esistono già “norme” liturgiche che prevedono che egli si lavi e purifichi le mani prima di celebrare, proprio in vista dell’atto supremo che andrà a compiere, tanto che nelle sagrestie vi è un lavabo apposito. Per cui nel più c’è il meno: se ha le mani sufficientemente pulite per toccare l’Ostia, ha le mani sufficientemente pulite per distribuirla ai fedeli.

Del resto la dizione del comma 3.4 del Protocollo così si esprime: “La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso”. I guanti dovrebbero quindi essere indossati una sola volta e non ogni volta che si distribuisce la Comunione ad ogni singolo fedele. Ci si sarebbe invece aspettati che, a voler salvaguardare dal contagio, si fosse prescritto il ricambio dei guanti ad ogni fedele (cosa ovviamente assurda da concepire). Così non è, e quindi in teoria i guanti potrebbero già essere infetti dopo la distribuzione al primo fedele. E’ allora evidente che la prescrizione non ha come finalità la preservazione dal contagio, né ha alcun riguardo per la salute dei fedeli, perché proprio i guanti potrebbero essere veicolo di contagio. In base quindi alla mera osservazione, chiunque potrà dedurre che la disposizione è INUTILE. E’ inutile indossare i guanti, perché non salvano dal contagio. Il motivo per cui si sia giunti a prescrivere una cosa così grave e inutile potrebbe essere una semplice insipienza o un intento di profanare l’ostia consacrata o un abuso di potere da parte dello Stato ateo.

In ogni caso, se l’uso dei guanti è inutile ai fini covid, ne è esclusa la ragionevolezza e proporzione. Non essendoci quindi, a tutto concedere, nemmeno un motivo grave che possa giustificare il loro uso, essi finiscono con l’essere solo e soltanto una profanazione.

Ipotizziamo per un attimo che i guanti non abbiano tutta questa intrinseca carica offensiva, non siano cioè così indecorosi.

Vediamo.

Sappiamo che i guanti monouso aderiscono alla pelle fino ad incollarvisi, non è agevole sfilarli con un movimento rigido, ma bisogna strapparli perché si appiccicano, diventano attaccaticci e spesso una massa informe, ed è un’impresa inutile nonostante insistiti maneggiamenti tentare di riportarli alla loro forma originale dopo averli sfilati, perché si sfilacciano, si rompono.

Ne deriva che la distribuzione delle ostie consacrate con i guanti mono uso espone intrinsecamente alla dispersione delle minuscole particelle eucaristiche, che potrebbero rimanere incollate nascoste e schiacciate fra le pieghe, e all’impossibilità materiale di rintracciarle e purificarle, neanche con una minuziosa operazione. Quindi, quand’anche i guanti monouso fossero per assurdo decorosi, per il solo fatto di esporre alla dispersione delle particule, costituiscono ancora una volta, solo e soltanto una profanazione.

Del resto, la stessa definizione di “guanti monouso” comporta il fatto che non possano essere purificati. Ciò che il sacerdote purifica è un oggetto di particolare pregio e dignità e per questo soggetto a più usi, come il corporale.

I guanti in questione, per il solo fatto di essere monouso, sono di materiale infimo, la loro vita è breve perché sono per definizione “usa e getta”.

Quindi i guanti monouso non possono essere purificati sia perché destinati ad essere buttati, sia perché oggettivamente non si prestano a tale operazione.

E se non possono essere purificati, una volta usati per distribuire le ostie consacrate, in teoria, secondo la liturgia, andrebbero bruciati, ma già questa è una nozione complessa, non da catechismo per bambini, andremmo quindi oltre ciò che ci siamo prefissi (comunque, probabilmente il materiale di cui sono fatti non consente nemmeno la distruzione con il fuoco). Aiuta però a cogliere il senso dell’improprio uso di strumenti “usa e getta” per la distribuzione delle ostie consacrate, proprio perché intrinsecamente di materiale non degno per tale uso e che espone alla automatica dispersione delle particule.

Può un oggetto “mono uso”, non purificabile, essere usato inutilmente per distribuire le ostie consacrate, visto che è per definizione “usa e getta”, cioè destinato ad essere “buttato”, per di più insieme ai resti di ostie consacrate?

Anche un bambino con nozioni di catechismo saprebbe rispondere: no.

Distribuire quindi l’Eucarestia con uno strumento che intrinsecamente comporta la dispersione delle particelle dell’Ostia che vi si attaccano, costituisce una manifestazione di mancanza di fede nella presenza reale e coopera direttamente alla dispersione di dette particelle. Ricevere la Comunione tramite tale distribuzione, non costituisce un atto indifferente rispetto alla morale, perché lo accetta e vi coopera. Vi presta consenso, anche se non con un pensiero esplicito, ma sì con il comportamento.

Non c’è bisogno quindi di fare ricorso a citazioni teologiche altisonanti. E’ sufficiente ciò che ci hanno insegnato al catechismo. E’ sufficiente il naturale sensus fidei.

Ogni altra conoscenza, quale può essere il bellissimo inno di San Tommaso o gli scritti di Sant’Alfonso, può solo corroborarci in tale fede, ma non sarebbe determinante, tranne che proprio da quelle fonti imparassimo le stesse verità di fede.

Ciò dovrebbe bastare per distogliere dal partecipare, nella misura del possibile, a Messe in cui si distribuisca la Comunione con i guanti e comunque dal prendere la Comunione in questo modo.

A questi fini non è necessario discernere se si tratti o meno di sacrilegio.

Anche se in vari hanno fatto riferimento al sacrilegio.

Il Cardinale Sarah, proprio in un articolo del 7 maggio, stigmatizza alcuni comportamenti sacrileghi contro l’Eucarestia e non è peregrino pensare che, pur non esaminando il caso specifico previsto dal Protocollo, ben sapendo quali sarebbero stati i suoi contenuti, volesse in tal modo dare un preciso insegnamento proprio a quel proposito. A proposito cioè della distribuzione con i guanti.

Il Card. Sarah dice (nell’articolo che Le allego insieme al Protocollo): “Ascoltiamo storie di SACRILEGIO che tolgono il fiato: sacerdoti che avvolgono ostie consacrate in sacchi di plastica o di carta..o anche altri che distribuiscono la santa comunione e usando ad esempio una pinzetta per evitare il contagio….QUESTO MODO DI TRATTARE GESU’ COME UN OGGETTO SENZA VALORE è UNA PROFANAZIONE dell’Eucarestia…La Comunione non è un diritto”.

Anche Don Gino Oliosi, un esorcista, riguardo alla distribuzione con i guanti dice che è la mano del sacerdote ad essere consacrata, non i guanti: “se i frammenti dell’ostia rimangono sul guanto, che poi va distrutto, che cosa facciamo, distruggiamo nell’immondizia il Corpo di Cristo?” (www.cristianitoday.it)

Padre Flavio Uboldi, teologo cappuccino, circa il dare Gesù con i guanti dice che “si tratta di una profanazione che rasenta il sacrilegio. Significa non avere rispetto di Gesù Cristo presente nell’Eucarestia e neanche per il fedele che la riceve. C’è anche il problema dei frammenti del Corpo di Cristo che possono rimanere attaccati ai guanti e non si sa che fine facciano.” (lanuovabq.it/it/da-fatima-a-civ…)

Allora: è un sacrilegio? Certamente, in base al sensus fidei, ripugna, così come dovrebbe ripugnare ad ogni sacerdote.

Volendo comunque andare oltre la “semplice fede”, secondo il Codice di Diritto Canonico, Can. 1367, “Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica”.

Siccome è il sacerdote che compie l’atto di distribuire con i guanti e non possiamo conoscere né le sue intenzioni (profanazione volontaria delle Ostie Consacrate), né cosa ne farà dei guanti e delle particule residue (la norma pone due ipotesi: la profanazione sic et simpliciter e l’uso sacrilego mediante asportazione e conservazione, anche se alcuni intendono la fattispecie unica e determinata dallo scopo), possiamo solo dire che astrattamente sì, può essere un sacrilegio. Potenzialmente può essere un sacrilegio in quanto ci sono molti elementi esteriori che possono far ritenere che quel gesto costituisca una mancanza di fede e un’obbedienza resa a soggetto diverso dalla Chiesa cui solo i sacerdoti sono invece obbligati. Le evidenze esterne sono: obbedienza ad una disposizione dello Stato, attraverso un accordo illegittimo con autorità non gerarchicamente ordinata della Chiesa – la CEI -, uso di strumento indecoroso non necessario, non ragionevole e non proporzionato nel distribuire l’Eucarestia, non soggetto a purificazione e probabilmente nemmeno alla distruzione mediante il fuoco, ma teoricamente destinato ad essere gettato fra i rifiuti, non essendo stata disciplinata ed essendo stata lasciata alla buona volontà e all’arbitrio dei singoli la modalità per non disperdere le particule residue dell’ostia. L’ipotesi di alcuni per cui il sacerdote possa purificare le dita immergendole nel purifichino, “prima di rimuovere i guanti e prima ancora di riporre il SS Sacramento, evitando qualsiasi tipo di dispersione”, non sembra superare due inconvenienti: da una parte resta anche in tal caso ferma la necessità di distruggere i guanti, non essendo essi riutilizzabili né essendo smaltibili come meri rifiuti, con ogni incertezza già rilevata, dall’altra i guanti monouso hanno una fragilità e deteriorabilità tale che non è escluso che si rompano durante l’uso o anche mentre si tenta di purificarli prima di rimuoverli dalle mani, con dispersione definitiva delle particule.

Si conferma quindi che l’ipotesi non può che essere un potenziale sacrilegio e un’occasione di scandalo. Non è però necessario verificare che si tratti effettivamente di sacrilegio al fine di decidere se partecipare alla distribuzione con guanti dell’Eucarestia. Bastano le evidenze descritte.

Cosa fare? L’ipotesi estrema, il dramma, è se oltre al Protocollo, il Vescovo abbia addirittura ulteriormente vincolato i sacerdoti con altri protocolli, se il parroco non si sente obbligato in coscienza a rifiutare tali pratiche, se la parrocchia è l’unica chiesa in cui poter assistere alla Messa: in tal caso bisogna ricordarsi ciò che ha detto il Cardinale Sarah e che pure fa parte del sensus fidei, cioè che la Comunione non è un diritto, tradotto, non è lecito farla “ad ogni costo”. La cosa importante è assicurarsi il bene della Messa e poi sperare di poter ricevere la Comunione in un secondo momento, auspicando che il sacerdote non sia così “obbediente allo Stato” da usare anche in quel caso gli inutili guanti e sperando che la dia in bocca, visto che quella sulla mano dovrebbe, dovrebbe, essere una scelta e non un obbligo. Sennò, meglio la comunione spirituale.

Se invece si ha la possibilità di scegliere, dopo aver chiesto al parroco se userà i guanti (così nel caso gli viene il dubbio che non sia morale farlo), si può sempre cambiare chiesa e cercarne una in cui si agisca applicando la ragione e vivendo la fede.

Roma, 16.5.2020 maria stella lopinto

Ministero dell’Interno – Dip. LCI – Uffici di diretta collaborazione con il Capo Dipartimento – AOO STAFF – 0086/0036 – Protocollo 0004830 07/05/2020 – 1°

Fonte:
www.marcotosatti.com/…/eucarestia-guan…
Christoforus78
Bassetti vescovo della capitale massonica umbra ovvero Perugia ha delle responsabilità pesantissime nei confronti del popolo di Dio. Si converta e chieda perdono per i continui sacrilegi di cui si è fatto complice.
Annalisa Gatto
Eh già 🥺
mestre
Posso condividere ciò che dice,però quando afferma che la CEI non è Chiesa,allora cos'è?
Christoforus78
beh la conferenza episcopale è solo un ente senza nessuna effettivo valore legale...