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Coraggio! Manuale di guerriglia culturale di François Bousquet

C'è una leva, dentro di noi, che potrebbe sollevare il mondo: è il coraggio. È il fulcro che ci manca, la puleggia che ci mette in moto, l'arco che ci spinge, gli stivali delle sette leghe che ci fanno camminare a passi da gigante. Lo ha compreso François Bousquet, che con "Coraggio!" ha vergato un manifesto operativo della dissidenza. Questo contributo rappresenta un sasso nello stagno del "politicamente corretto", immaginando un'alternativa concreta al dominio del "pensiero unico".

Dare corpo alla sfida identitaria. Manuale di guerriglia culturale

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Coraggio! Manuale di guerriglia culturale di François Bousquet, recentemente edito da Passaggio al Bosco, è molto più di un manifesto ideale o di una ripetitiva denuncia contro l’egemonia di stampo gramsciano. Nel suo richiamo alla “Riconquista culturale”, l’autore traccia delle significative linee operative, offrendo un’alternativa concreta (di metodo oltre che di principio) al dominio del “pensiero unico”, invitando alla controffensiva. A cominciare dalla battaglia quotidiana di quello che sinteticamente può essere definito l’ “immaginario collettivo”: “I ritratti del ‘Che’ su cotone biologico, i cappellini da pioniere sovietico, le stelle rosse, la bandiera arcobaleno; la strada è pavesata coi colori del nemico. Da cinquant’anni noi indietreggiamo coi pretesti più vari”.

Da qui l’appello al coraggio, un appello chiaro, motivato, non velleitario, che è un invito all’azione ricostruttiva, all’uscita dai “bunker di cartapesta”, a non nascondersi e soprattutto a non nascondere il senso di un’appartenenza, senza trascurare alcun settore della cultura. “Gramsci – scrive Bousquet – si è appassionato al folklore, alla cultura popolare, al romanzo d’appendice, ai Promessi sposi di Manzoni, all’operetta”. Oggi la sfida passa attraverso i fumetti, i videoclip, la moda, lo sport: campi culturali – sottolinea l’autore di Coraggio! – che dobbiamo aggredire, nella logica di un lavoro di “persuasione permanente”, in grado di inglobare l’insieme della società.
In questo lavoro di “persuasione permanente” – aggiungiamo noi, guardando al contesto italiano – un ruolo tutto particolare può essere svolto dalle amministrazioni locali (dai Comuni alle Regioni), luoghi storicamente deputati alla costruzione della strategia culturale di stampo gramsciano. Da qui, anche da qui, può partire l’azione ricostruttiva, a patto di esserne consapevoli e di operare di conseguenza. Guardando a Gramsci, Bousquet parla di folklore e di immaginario collettivo, ambiti nei quali il progetto identitario può trovare sterminati campi d’azione, proprio a partire dalle amministrazioni locali.

Marzio Tremaglia, esemplare figura di intellettuale militante e di Assessore alla Cultura della Regione Lombardia (tra il 1995 ed il 2000) aveva – più di vent’anni fa – dato una prima attuazione a questa visione, lanciando il ciclo “La memoria e i giorni”, finalizzato a realizzare e a scandire, a partire dal ciclo delle feste, un percorso di avvicinamento della memoria e dell’immaginario collettivi ed individuali della propria regione, fondato sulla visione – come ebbe a scrivere lo stesso Tremaglia, presentando l’iniziativa (che si articolava intorno a quattro appuntamenti-simbolo: il Carnevale, la Festa del Solstizio d’Estate, la Festa dell’Equinozio d’Autunno, il Ciclo del Natale e del Capodanno) – che “nella riscoperta e celebrazione delle radici culturali della collettività vengono ad evidenziarsi le ragioni ed i valori che hanno sin qui accompagnato lo sviluppo della cultura e della vita materiale degli uomini; ragioni e valori che, sedimentandosi nei secoli, hanno costituito il patrimonio morale, sociale e civile degli individui e della società e che saranno riferimento anche per gli uomini del terzo millennio”.
Quanto sia cruciale questa ripresa d’interesse rispetto a tradizioni spesso sottovalutate (o meglio non valutate per il loro peso metapolitico e quindi politico) è confermato dalla scomposta reazione di una esponente del Pd genovese, piccata per la celebrazione della Festa della Bandiera di San Giorgio, istituita tre anni fa dalla giunta di centrodestra, presieduta dal Sindaco Marco Bucci. “Continuo a pensare che fissarla due giorni prima del 25 aprile sia stato per offuscarne le celebrazioni – ha scritto su Facebook la consigliera (ed ex capogruppo) del Pd Cristina Lodi – Non c’era alcuna ragione logica. Anzi. Da evitare così vicino, era da immaginare altra data”.
La consigliera piddina, in evidente affanno culturale (con buona pace di Gramsci) non solo ha sfiorato il ridicolo (difficile pensare ad “altra data”, posto che San Giorgio viene sempre celebrato, come da calendario ecclesiastico, il 23 aprile) ma ha confermato come l’iniziativa genovese, nata proprio per riscoprire e valorizzare le radici culturali della città, abbia colpito nel segno. A partire dal punto di vista simbolico: con i palazzi di Genova, letteralmente avvolti dalla bandiera crociata; il “Secolo XIX”, principale quotidiano della città, impegnato a distribuire gratuitamente i vessilli in allegato al giornale; le celebrazioni laiche nella sede del Comune (con la nomina di dieci nuovi ambasciatori di Genova nel Mondo), affiancate a quelle religiose, con al centro la Messa in dialetto genovese, officiata, nella Chiesa di San Giorgio, dall’arcivescovo della città, Marco Tasca.
L’esempio di Genova, le lungimiranti iniziative di Marzio Tremaglia, le lucide analisi di Bousquet offrono frecce all’arco di chi si riconosce nell’impegno culturale controcorrente. Basta crederci, con coraggio e con lucida determinazione. Uscendo dall’ambiguità, per “dare corpo” all’alternativa al dominio del “pensiero unico”.
N.S.dellaGuardia
La giunta di centrodestra a Genova sta facendo cose buone, soprattutto sta puntando sul senso di appartenenza a radici culturali e tradizioni molto sentiti dai genovesi, sempre in bilico tra orgoglio per la propria identità e progressismo spinto all'inverosimile.
Negli ultimi decenni si sta persino riscoprendo il buon vecchio genovese, antica lingua da molti definita riduttivamente :dialetto", …More
La giunta di centrodestra a Genova sta facendo cose buone, soprattutto sta puntando sul senso di appartenenza a radici culturali e tradizioni molto sentiti dai genovesi, sempre in bilico tra orgoglio per la propria identità e progressismo spinto all'inverosimile.
Negli ultimi decenni si sta persino riscoprendo il buon vecchio genovese, antica lingua da molti definita riduttivamente :dialetto", scatenando però le reazioni avverse dei progressisti illuminati (tranne quando De Andre lo lanciava nel mondo col suo "Creuza de Mä").
Anche l'iniziativa di celebrare San Giorgio, patrono "Non ufficiale" della città (Sono la Madonna della Guardia e SAN Giovanni Battista) è assai lodevole.
In tutte queste iniziative manca però la spinta propulsiva, il motore che tutto move et nullo puote arrestare: il richiamo alla centralità della Fede, in quel Dio Padre che è presente in ogni momento della Storia e benedice ogni impresa compiuta nel Suo nome e a maggior Gloria Sua.
Questa è la Tradizione ed Identità principale da recuperare, quella che permise a Genova di difendersi dagli invasori turchi, saraceni, e dominare sul Mediterraneo, non farsi invadere come oggi, annullandosi. Anche e soprattutto "grazie" a gramsci.