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Damaso, il Pontefice agiografo

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Dalla nascita a Roma alla grande iscrizione sui santi Pietro e Marcellino ·

01 ottobre 2019

Anche se il Liber Pontificalis, nel VI secolo, dichiara Damaso nazione spanus, molti elementi ricordano che il Pontefice (366-384) abbia avuto i natali a Roma, secondo quanto riferisce Damaso stesso, in uno dei suoi epigrammi, dove rievoca la trasformazione della casa paterna in un edificio di culto (titulus Damasi), per non parlare del luogo della sua deposizione, da collocare sulla via Ardeatina, vicino ai sepolcri dei santi Marco e Marcelliano, dove furono sepolte anche la madre Lorenza, morta ultranovantenne, dopo aver trascorso trenta anni come vedova, e la sorella, scomparsa a venti anni.

C’è un altro indizio, che prova la presenza di Damaso a Roma in gioventù, ossia l’epigramma dedicato dal Pontefice ai santi Pietro e Marcellino, sepolti nel cimitero della via Labicana. Purtroppo l’originale è andato perduto, ma, per nostra fortuna, alcuni frammenti si sono conservati nella chiesa dei Santi Quattro Coronati al Celio. Il testo intero — d’altra parte — ci era giunto attraverso una passione medievale, tanto suggestiva quanto nebulosa.

La grande iscrizione — riprodotta nel corso dei recenti restauri — propone, secondo il consueto ductus regolare, le lettere capitali quadrate e rubricate e un andamento esametrico un testo, che, tradotto, recita: «O Marcellino del tuo sepolcro, assieme a quello di Pietro / il boia parlò a me Damaso, quando ero un fanciullo: / questi ordini gli diede il crudele tiranno / di troncare a voi il collo in mezzo ai rovi, / affinché il vostro tumulo nessuno potesse conoscere. / Voi, gioiosi, con le vostre mani scavaste il sepolcro, / raggianti di luce divina; e, nascosti, quindi giaceste nell’antro. / Poi, da voi santi avvertita, Lucilla / qui preferì le vostre santissime membra riporre».

Dal testo, sicuramente enfatico e grondante retorica, apprendiamo che Papa Damaso aveva assunto le scarse notizie relative alla fine dei due martiri dal racconto del carnefice, per cui dobbiamo pensare che la persecuzione di riferimento sia quella di Diocleziano (303-304), la più sistematica ed estesa, tanto che interessò l’intero mondo cristiano antico.

Il Martirologio Geronimiano fissa al 2 giugno il ricordo del dies natalis e, dunque, della morte dei due martiri (Pietro esorcista e Marcellino presbitero). Il supplizio si consuma in un bosco, affinché fosse difficile intercettare le loro tombe, per praticare la devozione popolare. Ma Lucilla, come recita il carme damasiano e come ricorda la passione medievale, che la identifica con una devota matrona, parente di Tiburzio e Firmina (altri martiri sepolti nelle catacombe labicane), per suggerimento di Pietro e Marcellino stessi, che le appaiono in sogno, recuperò i due corpi e li sistemò in un cubicolo, che apparteneva alla sua famiglia, nel cimitero definito inter duas lauros.

La dimestichezza con il santorale romano da parte del Pontefice agiografo è provata anche dalla realizzazione di uno dei rari epigrammi, realizzato dal calligrafo Furio Dioniso Filocalo, ancora integro.

Si tratta dell’elogio del martire Eutichio, ora conservato nella basilica di San Sebastiano, ma situato anticamente nelle catacombe omonime e, in particolare, nella regione dell’ex vigna Chiaraviglio, oggetto di un sistematico scavo archeologico oltre vent’anni orsono.

Tali indagini permisero di venire a contatto con graffiti ed epigrafi che paiono menzionare il santo martire, di cui non è stato mai rinvenuto il sepolcro, da situare, con tutta probabilità, nella rete catacombale sottostante il vicolo delle Sette Chiese, ancora non indagata archeologicamente e già fortemente provata da crolli e dissesti in età tardoantica. Tale fenomeno, già desunto dallo scavo eseguito, viene anche menzionato nell’epigramma, che, tradotto, così recita: «Eutichio martire i crudeli ordini del tiranno / non meno che i mille modi di far male dei carnefici / poté allora vincere e lo mostrò la gloria di Cristo. / Allo squallore del carcere segue nuovo tormento per le membra; / frammenti di coccio fan sì che il sonno non venisse; / dodici giorni passarono, non gli dan nulla da mangiare; e gettato in una voragine, il santo sangue lava / tutte le ferite inferte dal tremendo potere di morte. / Di notte nel sonno turban dei sogni la mente, / indica quale luogo nascondesse le membra del santo. / Si cerca e trovato si venera, protegge, concede ogni cosa. / Damaso ne ha celebrato il merito, tu venera il sepolcro».

La suggestiva traduzione di Antonio Ferrua, autorevole studioso degli epigrammi damasiani, ci dimostra come il Pontefice, nella dimenticanza della dinamica degli eventi, che condussero alla fine dei due martiri, si ispiri a quella di Luciano di Antiochia e a quella di Marcolo, un presunto martire donatista, morto nel 384.

L’epigramma si conclude con due espressioni, estremamente eloquenti per comprendere la mentalità e l’autorevolezza che il Papa Damaso vuole esprimere in queste “autentiche pontificie”. In particolare la formula expressit Damasus meritum, che pare recuperare il credite per Damasum dell’epigramma dedicato ai martiri “obiettori di coscienza” Nereo ed Achilleo, sepolti nella basilica semipogea di Domitilla sulla via Ardeatina. Questa imperativa espressione sembra tradire e autorappresentare in maniera enfatica e autoreferenziale l’autorità spirituale, morale e politico-religiosa del Pontefice.

La seconda formula vuole sintetizzare, con poche parole, la dinamica devozionale, che sostanziò l’attività propriamente agiografica di chi, recuperando l’intero santorale romano, che costellava il suburbio della città nella seconda metà del iv secolo. La formula recita: quaeritur inventus colitur e vuole esprimere, da un lato, il travaglio di una faticosa ricerca in un contesto catacombale collassato già in età tardoantica e, dall’altro, come si diceva, riassume i tre momenti salienti della venerazione “inventata” dal Papa agiografo nel seno che la devozione per il martire comporta: prima la ricerca del corpo (quaeritur), poi il ritrovamento (inventus) e infine il culto (colitur).

Si innesca, cioè una vera e propria strategia della devozione che disegna una fittissima rete di sedi del culto martiriale, che, stando ai testi incisi, conservati o noti attraverso le copie, include Felice e Adautto, Nereo e Achilleo, Tarsicio, i Papi o i santi deposti nel cimitero di San Callisto, Sisto ii, Papa Eusebio, Papa Cornelio, Pietro e Paolo, Eutichio, Felicissimo e Agapito, Quirino, Marcellino e Pietro, Tiburzio, Gorgonio, Lorenzo, Ippolito, Agnese, Felice e Filippo, Papa Marcello, i martiri deposti nel cimitero di Trasone, Vitale, Marziale e Alessandro, Mauro, Crisanto e Daria, Saturnino, Proto e Giacinto, Ermete, Valentino, Felice di Nola.

Questo lungo elenco mostra la ricerca accurata e sistematica dei santuari martiriali celebri e meno noti del suburbio romano. Di alcuni martiri Damaso conosce bene le gesta e la dinamica del supplizio; di altri pare aver sentito parlare dalle persone a loro vicine, come nel caso commovente di Agnese, la fanciulla tanto amata dal popolo romano: «È fama — scrive Damaso — che un dì i santi genitori raccontarono / che Agnese, avendo la tromba suonato i lugubri squilli / improvvisamente abbandonò il seno della nutrice, ancora fanciulla / e spontaneamente calpestò la rabbia e le minacce del tiranno. / Avendo lui voluto bruciare nelle fiamme il nobile corpo, / con le sue piccole forze superò l’immenso timore / e spogliata sparse lo sciolto crine sulle membra, / perché occhio mortale non vedesse il tempio del Signore. / O degna della mia venerazione, santa gloria della mia verginità, ti prego, o inclita martire, di esaudire le preghiere di Damaso».

La suggestiva traduzione di Antonio Ferrua, rende conto, anche in questo caso, della retorica, che avvolge la tragica fine della martire fanciulla, rievocata da Damaso e, di lì a poco, da Ambrogio, che, nel 377, nel De Virginibus (1, 2, 5-9) corregge la tipologia del supplizio, che, secondo lui, sarebbe avvenuto per decapitazione, mentre Prudenzio, nel Peristephanon racconta che la ragazza fu prima esposta in un lupanare e poi finita con una spada (XV, 61).

Queste varianti ci fanno comprendere come attorno alla fine tragica di martiri nacque, presto, un’affabulazione popolare, che sfocerà nelle articolate e fumose narrazioni leggendarie delle passioni medievali. Ma agli esordi di questo crescente fervore devozionale si staglia la figura forte di Papa Damaso, che convogliò l’attenzione del popolo di Dio verso le prove estreme dei primi testimoni della fede, forse per attenuare gli infiniti problemi che il Pontefice dovette affrontare con l’affaire ursiniano.

E il suo piano politico-religioso si fondava su pochi, ma salienti gesti. La ricerca e il ritrovamento dei corpi dei martiri fluiva verso un culto, tanto solenne quanto sobrio. Le meravigliose lastre iscritte rappresentano l’unico elemento di “arredo parlante” sistemato sulle tombe eccellenti dei primi testimoni della fede. Qualche pluteo, rare transenne, esili colonnine, talora di reimpiego, monumentalizzano i sepolcri, verso cui giungevano i flussi dei pellegrini, che provenivano da ogni dove, per toccare quelle tombe preziose per la pietà popolare. Nessuna immagine commentava questi monumenti.

Tutto si concentrava sulla iscrizione di apparato, presumibilmente letta da un presbitero o da un “cicerone” letterato sottolineando l’andamento eroico dell’esametro, come se un “cantastorie” raccontasse, con toni enfatici o retorici, le vite sante e le fini tragiche dei martiri della prima ora.

di Fabrizio Bisconti
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Marziale
Agnese, Eutichio, Pietro esorcista e Marcellino mai si sarebbero stesi bocconi ad adorare Pacha Mama, anche se "benedetta" da X, preferirono "i mille modi di far male dei carnefici...bruciare nelle fiamme il nobile corpo...di farsi troncare il collo in mezzo ai rovi".
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