Gravi errori di "Civiltà cattolica" sulla proposta di legge in tema di “suicidio assistito”

19 Gennaio 2022 ore 13:44

Il motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021 e le risposte ai recenti dubia (sollevati da chi non è dato sapere) dello scorso 18 dicembre hanno scatenato una seria resistenza soprattutto dal punto di vista giuridico, visto che entrambi i provvedimenti presentano anomalie canoniche tutt’altro che trascurabili.

Tuttavia, quando si deve interpretare un testo legislativo, la regola aurea è quella di risalire alla mens legislatoris, la mente del legislatore. Ora, ad una lettura oggettiva di entrambi i documenti, la mente del legislatore è chiarissima: la Messa riformata di Paolo VI è l’unica espressione del Rito romano e la Messa cosiddetta “tradizionale” deve lentamente ma inesorabilmente scomparire.

Per quanto possa essere doloroso, ciò non desta alcuna sorpresa, essendo in perfetta coerenza con altri interventi magisteriali di questo pontificato e, in parte, con quelli precedenti.

La Liturgia è il dogma pregato. È, in altri termini, l’ortodossia della fede cattolica espressa nella preghiera ufficiale della Chiesa. Quando san Pio V restaurò (non riformò) il Messale Romano del 1570, volle non solo riportare l’unità liturgica frammentata da molte indebite novità, ma erigere un baluardo della fede cattolica contro la dilagante eresia protestante, poiché la Messa Romana tradizionale conteneva quegli elementi propri del dogma cattolico che i protestanti consideravano intollerabili. In altri termini, san Pio V sapeva che, partecipando a quella Messa, il popolo avrebbe conservato la fede cattolica.

A partire dal Concilio Vaticano II, ma con un enorme accelerazione nell’ultimo pontificato, abbiamo assistito ad uno smantellamento sistematico del dogma cattolico. Pensiamo – tra i documenti e gli eventi più recenti – ad Amoris laetitia, che apre la comunione ai divorziati risposati, attentando evidentemente a tre sacramenti: Matrimonio, Confessione, Eucaristia. Pensiamo all’introduzione della Pachamama in Vaticano, con cui si mina il primo Comandamento. Pensiamo alla dilagante mentalità omosessuale, promossa sciaguratamente dai vertici stessi degli uomini di Chiesa, violando il più elementare diritto naturale. Pensiamo alle dichiarazioni ecumeniche ed interreligiose che da 50 anni equiparano tutte le religioni, con evidente insulto a Dio e conseguente confusione dei fedeli…

Quale il fine di questo? Lo additava nel secolo scorso quel gran figlio di san Domenico e difensore della fede che fu padre Calmel quando scriveva: «Sviati dalla chimera di voler scoprire i mezzi agevoli ed infallibili per realizzare finalmente l’unità religiosa del genere umano, alcuni prelati che occupano le cariche più importanti lavorano ad inventare una Chiesa senza frontiere, nella quale tutti gli uomini, dispensati in anticipo dal rinunciare al mondo e a Satana, non tarderebbero a ritrovarsi nella libertà e nella fraternità. Dogmi, riti, gerarchia, persino ascesi, se ci si tiene, tutto sussisterebbe della Chiesa precedente, ma tutto sprovvisto delle dovute protezioni volute dal Signore e precisate dalla Tradizione e, per ciò stesso, tutto privato della linfa cattolica, cioè della grazia e della santità».

Ci si potrebbe chiedere: non bastava smantellare il dogma per raggiungere il chimerico obiettivo di una «unità religiosa del genere umano» e una «Chiesa senza frontiere»? La risposta è NO, non basta smantellare il dogma a colpi di documenti, messaggi, gesti, insinuazioni e interviste. Tutto ciò non basta finché non si distrugge la Liturgia, poiché è la Liturgia che custodisce il dogma. Lutero l’aveva capito molto bene, e perciò nutriva per la Messa papista un odio implacabile, perché – diceva – «è sulla Messa come su una roccia che è costruito tutto il sistema papale, con i suoi monasteri, i suoi episcopati, le sue chiese, i suoi altari, i suoi ministri, la sua dottrina, cioè con tutto il resto. Tutto ciò non mancherà di crollare una volta che la sacrilega e abominevole Messa (cattolica) è distrutta».

La riforma liturgica di Paolo VI, come hanno spiegato illustri studiosi, ha pesantemente indebolito, se non azzerato, il baluardo posto dalla Liturgia alla difesa del dogma. Da allora gli errori e gli orrori sono entrati nel recinto della Chiesa, ma la Messa tradizionale è sempre continuata, e così si è mantenuta la fede, anche se in pochi.

Siamo nel 1966: in questa foto vediamo Paolo VI che dona l'anello piscatorio (simbolo dell'autorità papale) al suo "fratello" di loggia massonica Donald Ramsey, arcivescovo anglicano di Canterbury , erede degli assassini di San Tommaso Moro!

È evidente allora che, per perseguire un totale smantellamento del dogma, occorreva abbattere l’ultimo e più importante baluardo: la Messa cattolica di sempre. Da qui i due ultimi confusi documenti che giungono a far consistere il Rito Romano in una liturgia inventata a tavolino 50 anni fa, la quale in futuro potrà verosimilmente essere cancellata con un colpo di spugna, come le liturgie con meno di 200 anni eliminate da san Pio V.

A questo riguardo, va anche notato che il celebre liturgista Klaus Gamber, alla domanda se un papa possa modificare un rito, rispose negativamente, poiché il Papa è il custode e il garante della liturgia (come dei dogmi), non il suo padrone. «Nessun documento della Chiesa – scrive –, neppure il Codice di Diritto Canonico, dice espressamente che il Papa, in quanto Supremo Pastore della Chiesa, ha il diritto di abolire il Rito tradizionale. Alla plena et suprema potestas del Papa sono chiaramente posti dei limiti […]. Più di un autore (Gaetano, Suarez) esprime l’opinione che non rientra nei poteri del Papa l’abolizione del Rito tradizionale. […]. Di certo non è compito della Sede Apostolica distruggere un Rito di Tradizione apostolica, ma suo dovere è quello di mantenerlo e tramandarlo». Gamber afferma altresì che il Novus Ordo non può in alcun modo esser definito Rito Romano, ma tutt’al più Ritus modernus: «Noi parliamo piuttosto di Ritus Romanus e lo contrapponiamo al Ritus Modernus».

Davanti all’ultima battaglia modernista contro la Liturgia di sempre, con la sua intelligenza luminosa padre Calmel ci avverte: «Il modernismo non attacca apertamente, ma subdolamente e dissimulatamente, introducendo ovunque l’equivoco. Perciò confessare la Fede di fronte ad autorità moderniste significa rifiutare ogni equivoco sia nei riti che nella dottrina. Significa attenersi alla Tradizione perché essa, sia nelle definizioni dogmatiche che nell’ordinamento rituale è precisa, leale e irreprensibile». E come in una visione profetica di ciò che sarebbe avvenuto e che è ora sotto i nostri occhi, scriveva: «Di fronte a delle autorità che vogliono imporre la menzogna sotto la sua forma peggiore – la forma modernista – e in mezzo ad un popolo cristiano sconcertato da questa impostura senza precedenti, ci rendiamo subito conto che confessare pienamente la fede nella Chiesa custode della vera Messa significa innanzi tutto continuare a celebrare la Messa di sempre. Se è vero che ciò non avviene senza sofferenza, non è meno vero che la Chiesa della quale celebriamo la vera Messa, ci dà, proprio attraverso questo, la forza per sopportare questa pena con coraggio e agevolmente».

È proprio dalla celebrazione della Messa tradizionale – che si vuol far morire – che i sacerdoti trarranno il coraggio e la forza di resistere a leggi ingiuste e verosimilmente invalide. E possiamo esser certi che finché ci sarà anche solo una Messa tradizionale celebrata in un remoto angolo della terra, il dogma cattolico sarà preservato, la fede sarà mantenuta, anche se con immenso dolore, come la Vergine Santa che sul Calvario, unico altare del mondo, custodì la fede di tutta la Chiesa.

La Messa di sempre: il baluardo dell’ortodossia - di Cristiana de Magistris | Corrispondenza romana

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