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Francesco I
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Perché la critica di Viganò sul Concilio va presa sul serio - Corrispondenza romana

l commento di Peter Kwasniewski dal titolo Perché la critica di Viganò sul Concilio va presa sul serio mi ha molto colpito. Apparso su One Peter Five il 29 Giugno scorso (qui), è rimasto tra gli articoli che avrei voluto commentare: mi appresto a farlo ora, ringraziando l’autore e la redazione per lo spazio che mi vorranno concedere.
Anzitutto mi pare di poter condividere praticamente tutto il contenuto di quanto scritto da Kwasniewski: l’analisi dei fatti è estremamente chiara e lucida, e rispecchia esattamente il mio pensiero. E quel che mi fa particolarmente piacere è constatare che «in seguito alla pubblicazione della lettera dell’Arcivescovo Viganò del 9 giugno e degli interventi scritti sullo stesso tema che le sono seguiti, la gente ha cominciato a chiedersi cosa implicherebbe “annullare” il Concilio Vaticano II.»

Considero interessante che si cominci a mettere in discussione un tabù che da quasi sessant’anni impedisce qualsiasi critica teologica, sociologica e storica del Concilio, soprattutto quando questa intangibilità riservata al Vaticano II non vale – secondo i suoi sostenitori – per nessun altro documento magisteriale né per la Sacra Scrittura. Abbiamo letto infiniti interventi in cui i difensori del Concilio hanno definito “sorpassati” i Canoni del Tridentino, il Sillabo del Beato Pio IX, l’Enciclica Pascendi di San Pio X, l’Humanae vitae e l’Ordinatio sacerdotalis di Paolo VI. La stessa modifica del Catechismo della Chiesa Cattolica, con cui la dottrina circa la legittimità della pena capitale viene modificata in nome di una “mutata comprensione” del Vangelo, dimostra che per i Novatori non esiste alcun dogma, alcun principio immutabile che possa essere immune da revisione o cancellazione: l’unica eccezione è rappresentata dal Vaticano II, che per sua natura – ex se, direbbero i teologi – gode di quel carisma di infallibilità e inerranza che viceversa è negato all’intero depositum fidei.

Ho già espresso la mia opinione sull’ermeneutica della continuità teorizzata da Benedetto XVI e ripresa costantemente dai difensori del Vaticano II che – certamente in buona fede – cercano di dare una lettura armonica del Concilio rispetto alla Tradizione. Mi pare che le argomentazioni a favore del criterio ermeneutico proposto per la prima volta nel 2005 si limitino all’analisi meramente teorica del problema, prescindendo ostinatamente dalla realtà di quanto accade sotto i nostri occhi da decenni. Questa analisi parte da un postulato valido e condivisibile, ma che in questo caso concreto presuppone una premessa non necessariamente vera.

Il postulato è che tutti gli atti del Magistero vadano letti e interpretati alla luce dell’intero corpus magisteriale, in ragione dell’analogia fidei, che in qualche modo è espressa anche nell’ermeneutica della continuità. Questo postulato, tuttavia, parte dal presupposto che il testo che ci apprestiamo ad analizzare sia un atto specifico del Magistero, con un suo grado di autorità chiaramente esplicitato nelle forme canoniche previste. Ed è proprio qui che risiede l’inganno, è qui che scatta la trappola. Perché i Novatori sono riusciti con il dolo a porre l’etichetta “Sacrosanto Concilio Ecumenico” al loro manifesto ideologico, così come a livello locale i Giansenisti che manovrarono il Sinodo di Pistoia erano riusciti ad ammantare di autorevolezza le loro tesi ereticali, poi condannate da Pio VI.

Da un lato, il cattolico guarda la forma del Concilio considerandone gli atti come espressione del Magistero, e di conseguenza cerca di leggerne la sostanza, palesemente equivoca se non addirittura erronea, in coerenza con l’analogia della fede, per quell’amore e quella venerazione che nutrono tutti i Cattolici verso la Madre Chiesa. Essi non possono capacitarsi che i Pastori siano stati così sprovveduti da imporre loro un’adulterazione della Fede, ma allo stesso tempo comprendono la rottura con la Tradizione e cercano come possono di spiegare questa contraddizione.

Dall’altro, il modernista guarda la sostanza del messaggio rivoluzionario che intende veicolare, e per dargli un’autorevolezza che non ha e non dovrebbe avere lo “magisterializza” attraverso la forma del Concilio, facendolo pubblicare sotto forma di atti ufficiali. Egli sa bene di compiere una forzatura, ma si avvale dell’autorità della Chiesa – che in condizioni normali disprezza e rifiuta – per rendere praticamente impossibile la condanna di quegli errori, ai quali è stata data ratifica nientemeno che dalla maggioranza dei Padri Sinodali. L’uso strumentale dell’autorità per fini opposti a quelli che la legittimano è un astutissimo stratagemma: da un lato garantisce una sorta di immunità, di “scudo canonico” a dottrine eterodosse o prossime all’eresia; dall’altro consente di comminare sanzioni nei confronti di chi denuncia queste deviazioni, in virtù di un formale rispetto delle norme canoniche. In ambito civile questo modo di procedere è tipico delle dittature; se ciò è avvenuto anche in seno alla Chiesa, è perché i complici di questo colpo di stato non hanno il minimo senso soprannaturale, non temono né Dio né la dannazione eterna, e si considerano partigiani del progresso investiti di un ruolo profetico che li legittima in tutte le loro nefandezze, proprio come i massacri di massa del Comunismo sono compiuti da funzionari di partito convinti di promuovere la causa del proletariato.

Nel primo caso l’analisi dei documenti conciliari alla luce della Tradizione si scontra con la constatazione che essi sono stati formulati in modo tale da rendere evidente l’intento eversivo dei loro estensori, e conduce inevitabilmente all’impossibilità di interpretarli in senso cattolico, se non indebolendo l’intero corpus dottrinale. Nel secondo caso la consapevolezza della novità delle dottrine insinuate negli atti conciliari ne ha reso necessaria una formulazione deliberatamente equivoca, proprio perché solo nel far credere che fossero coerenti con il Magistero perenne della Chiesa essi avrebbero potuto esser fatti propri dall’autorevolissima assise che doveva “sdoganarli” e diffonderli.

Andrebbe evidenziato che il solo dover cercare un criterio ermeneutico per interpretare gli atti conciliari dimostra la differenza del Vaticano II rispetto a qualsiasi altro Concilio Ecumenico, i cui canoni non danno adito a fraintendimenti di sorta. Oggetto dell’ermeneutica può essere un passo poco chiaro della Sacra Scrittura o dei Santi Padri, ma non certo un atto del Magistero, il cui compito è precisamente quello di dissipare quella mancata chiarezza. Eppure sia i conservatori sia i progressisti si trovano involontariamente concordi nel riconoscere una sorta di dicotomia tra ciò che è un Concilio e ciò che è quel Concilio – il Vaticano II; tra la dottrina di tutti i Concili e quella esposta o implicata in quel Concilio.

Mons. Pozzo, in un suo recente scritto in cui cita anche Benedetto XVI, afferma giustamente che «un Concilio è tale soltanto se rimane nel solco della Tradizione e deve essere letto alla luce dell’intera Tradizione». Ma questa affermazione, ineccepibile sotto il profilo teologico, non ci porta necessariamente a considerare cattolico il Vaticano II, bensì a chiederci se esso, non rimanendo nel solco della Tradizione e non potendo essere letto alla luce dell’intera Tradizione senza stravolgerne la mens che lo ha voluto, possa definirsi effettivamente tale. Questa domanda non può certo trovare una risposta imparziale in chi si professa orgogliosamente un suo fiero sostenitore, difensore e realizzatore. E non parlo ovviamente della doverosa difesa del Magistero cattolico, ma del solo Vaticano II in quanto “primo concilio” di una “nuova chiesa” che pretende di sostituirsi alla Chiesa Cattolica, sbrigativamente liquidata come preconciliare.

Vi è inoltre un altro aspetto che a mio parere non deve essere trascurato, e cioè che il criterio ermeneutico – visto nel quadro di una critica seria e scientifica del testo – non può prescindere dal concetto che esso vuole esprimere: non è infatti possibile imporre un’interpretazione cattolica ad una proposizione che è in sé palesemente eretica o prossima all’eresia, per il solo fatto che essa è inserita in un testo dichiarato magisteriale. La proposizione della Lumen Gentium «Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale» (LG, 16) non può avere alcuna interpretazione cattolica: anzitutto perché il dio di Maometto non è uno e trino, e in secondo luogo perché l’Islam condanna come blasfema l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità in Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. Affermare che «il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani» contraddice palesemente la dottrina cattolica, che professa la Chiesa Cattolica, a titolo esclusivo, unica arca di salvezza. La salvezza eventualmente conseguita dagli eretici, e a maggior ragione dai pagani, proviene sempre e solo dall’inesauribile tesoro della Redenzione di Nostro Signore custodito dalla Chiesa, mentre l’appartenenza a qualsiasi altra religione è un impedimento al perseguimento della beatitudine eterna. Chi si salva, si salva per il desiderio almeno implicito di appartenere alla Chiesa, e nonostante la sua adesione ad una falsa religione: mai in virtù di questa. Poiché quel che essa ha di buono non le appartiene, ma è usurpato; e quello che ha di erroneo è ciò che la rende intrinsecamente falsa, dal momento che la commistione di errori e verità trae più facilmente in inganno i suoi adepti.
Non è possibile modificare la realtà per renderla corrispondente ad uno schema ideale: se l’evidenza mostra l’eterodossia di alcune proposizioni dei documenti conciliari (e similmente, di atti del magistero bergogliano) e se la dottrina ci insegna che gli atti del Magistero non contengono errori, la conclusione non è che quelle proposizioni non sono erronee, ma che non possono far parte del Magistero. Punto.
L’ermeneutica serve per chiarire il senso di una frase oscura o apparentemente in contraddizione con la dottrina, non per correggerlo nella sostanza ex post. Un simile procedimento non darebbe una semplice chiave di lettura dei testi Magisteriali, ma costituirebbe un intervento correttivo, e quindi l’ammissione che in quella specifica proposizione di quello specifico documento magisteriale è stato affermato un errore che va corretto. E si dovrebbe spiegare non solo il motivo per cui quell’errore non è stato evitato sin dal principio, ma anche se i Padri Sinodali che hanno approvato quell’errore e il Papa che lo ha promulgato intendessero impegnare la propria Autorità apostolica per ratificare un’eresia, o se volessero piuttosto avvalersi dell’implicita autorità derivante dal proprio ruolo di Pastori per avvallarla senza chiamare in causa il Paraclito.
Mons. Pozzo ammette: «Il motivo della difficoltà della recezione del Concilio è quindi individuato nel fatto che due ermeneutiche o interpretazioni del Concilio si sono trovate a confronto, e anzi hanno convissuto insieme in modo contrapposto». Ma con queste parole egli conferma che la scelta cattolica di adottare l’ermeneutica della continuità si affianca alla scelta novatrice di ricorrere all’ermeneutica della rottura, in un arbitrio che dimostra la confusione imperante e, cosa ancor più grave, lo squilibrio delle forze in campo a favore dell’una o dell’altra tesi. «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare e presuppone che i testi del Concilio come tali non sarebbero la vera espressione del Concilio, ma il risultato di un compromesso», scrive mons. Pozzo. Ma la realtà è esattamente questa, e negarla non risolve minimamente il problema, ma anzi lo acuisce, rifiutando di riconoscere l’esistenza del cancro anche quando esso è ormai giunto alla sua evidentissima metastasi.
Le affermazioni di mons. Pozzo secondo cui il concetto di libertà religiosa espresso in Dignitatis humanae non contraddice il Sillabo di Pio IX dimostrano che il documento conciliare è in se stesso volutamente equivoco. Se i suoi estensori avessero voluto evitare questa equivocità, sarebbe stato sufficiente indicare in nota il riferimento alle proposizioni del Sillabo; ma questo non sarebbe mai stato accettato dai progressisti, che proprio sull’assenza di rimandi al Magistero precedente potevano insinuare una mutazione di dottrina. E non pare che gli interventi dei Papi postconciliari – e la loro stessa partecipazione, anche in sacris, a cerimonie acattoliche o addirittura pagane – abbiano mai in alcun modo corretto l’errore propagatosi a seguito dell’interpretazione eterodossa di Dignitatis humanae. A ben vedere, lo stesso metodo è stato adottato nella redazione di Amoris laetitia, in cui la disciplina della Chiesa in materia di adulterio e pubblico concubinato è stata formulata in modo tale da poter esser teoricamente interpretata in senso cattolico, mentre nei fatti è stata accolta proprio nell’unico e ovvio senso eretico che si voleva diffondere. Tant’è vero che quella chiave di lettura voluta da Bergoglio e dai suoi esegeti in materia di Comunione ai divorziati è assurta ad interpretatio authentica negli Acta Apostolicae Sedis.
L’intento dei difensori d’ufficio del Vaticano II si rivela una fatica di Sisifo: non appena, con mille sforzi e mille distinguo, riescono a formulare una soluzione apparentemente ragionevole e che non tocca direttamente il loro idoletto, ecco immediatamente le loro parole sconfessate dalle dichiarazioni di segno opposto di un teologo progressista, di un prelato tedesco, dello stesso Francesco. Così il macigno conciliare rotola di nuovo a valle, dove la gravità lo attrae e dove è il suo posto naturale.
È ovvio che, per il Cattolico, un Concilio riveste ipso facto un’autorità e un’importanza tali, da portarlo spontaneamente ad accoglierne gli insegnamenti con filiale devozione. Ma è altrettanto ovvio che l’autorevolezza di un Concilio, dei Padri che ne approvano i decreti e dei Papi che li promulgano non rende meno problematica l’accettazione di documenti che sono in palese contraddizione con il Magistero, o che quantomeno lo indeboliscono. E se questa problematicità continua a persistere dopo sessant’anni – dimostrando una perfetta coerenza con la volontà dolosa dei Novatori che ne predisposero i documenti e ne influenzarono i protagonisti – dobbiamo chiederci quale sia l’obex, l’ostacolo insormontabile che ci costringe, contro ogni ragionevolezza, a considerare forzatamente cattolico ciò che non lo è, in nome di un criterio che vale solo ed esclusivamente per ciò che è certamente cattolico.
Occorre aver ben chiaro che l’analogia fidei si applica alle verità della Fede, appunto, e non all’errore, poiché l’armoniosa unità della Verità in tutte le sue articolazioni non può cercare una coerenza con ciò che ad essa si oppone. Se un testo conciliare formula un concetto eretico o prossimo all’eresia, non c’è alcun criterio ermeneutico che lo possa rendere ortodosso, per il solo fatto che quel testo fa parte degli Atti di un Concilio. Sappiamo bene quali inganni e quali abili manovre siano state messe in campo da consultori e teologi ultraprogressisti, con la complicità dell’ala modernista dei Padri. E sappiamo bene con quale connivenza Giovanni XXIII e Paolo VI abbiano approvato questi colpi di mano, in violazione alle norme da essi approvate.
Il vizio sostanziale risiede quindi nell’aver fraudolentemente portato i Padri Conciliari ad approvare testi equivoci – che essi consideravano abbastanza cattolici da meritare il placet – utilizzando poi quella stessa equivocità per far loro dire esattamente ciò che volevano i Novatori. Quei testi, oggi, non possono essere mutati nella loro sostanza per renderli ortodossi o più chiari: vanno semplicemente respinti – nelle forme che l’Autorità suprema della Chiesa giudicherà a suo tempo opportune – perché viziati da un’intenzione dolosa. E si dovrà anche stabilire se un evento anomalo e disastroso come il Vaticano II possa ancora meritare il titolo di Concilio Ecumenico, quando è universalmente riconosciuta la sua eterogeneità rispetto ai precedenti. Un’eterogeneità che è talmente evidente, da richiedere appunto il ricorso ad un’ermeneutica, cosa che per nessun altro Concilio è mai stata necessaria.
Andrebbe notato che questo meccanismo inaugurato dal Vaticano II ha conosciuto una recrudescenza, un’accelerazione, anzi un’impennata inaudita con Bergoglio, che ricorre deliberatamente ad espressioni imprecise, astutamente formulate al di fuori del linguaggio teologico, proprio con l’intento di smontare pezzo per pezzo quel che rimane della dottrina, in nome dell’applicazione del Concilio. È vero che in Bergoglio l’eresia e l’eterogeneità rispetto al Magistero sono palesi e quasi spudorate; ma è altrettanto vero che la Dichiarazione di Abu Dhabi non sarebbe ipotizzabile senza la premessa della Lumen gentium.
Giustamente Peter Kwasniewski afferma: «Ciò che fa sì che il Vaticano II meriti solo di essere ripudiato è la mescolanza, il guazzabuglio di elementi eccellenti, buoni, indifferenti, negativi, generici, ambigui, problematici, erronei, il tutto in testi di enorme lunghezza». La voce della Chiesa, che è voce di Cristo, è invece cristallina ed inequivocabile, e non può indurre in errore chi si affida alla sua autorità. «È per questo che l’ultimo concilio è assolutamente irrecuperabile. Se il progetto di modernizzazione si è rivelato una massiccia perdita di identità cattolica e persino di competenze dottrinali e morali basiche, l’unica soluzione è quella di rendere l’ultimo omaggio al grande simbolo di tale progetto e di vederlo sepolto.»
Concludo ribadendo un fatto a mio parere molto indicativo: se lo stesso impegno che i Pastori profondono da decenni nella difesa del Vaticano II e della “chiesa conciliare” fosse stato usato per ribadire e difendere l’intera dottrina cattolica, o anche solo per promuovere presso i fedeli la conoscenza del Catechismo di San Pio X, la situazione del corpo ecclesiale sarebbe radicalmente diversa. Ma è anche vero che i fedeli istruiti nella fedeltà alla dottrina avrebbero reagito coi forconi alle adulterazioni dei Novatori e dei loro protettori. Forse l’ignoranza del popolo di Dio è voluta proprio perché i Cattolici non si rendano conto della frode e del tradimento di cui sono stati oggetto, così come il pregiudizio ideologico che grava sul Rito tridentino serve solo ad impedire di avere un elemento di confronto con le aberrazioni delle cerimonie riformate.
La cancellazione del passato e della Tradizione, il rinnegamento delle radici, la delegittimazione del dissenso, l’abuso dell’autorità e l’apparente rispetto delle norme, non sono forse l’elemento ricorrente di tutte le dittature?
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
21 Settembre 2020
San Matteo, apostolo ed evangelista
Da onepetefive 21 settembre 2020
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Va presa serissima!