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Fatima.

Riflessione su Nennolina

Valtorta – quaderni – 14 giugno 1944

Rifletto su “Nennolina” (Antonietta Meo sepolta nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme in Roma n.d.r.) e Gesù mi dice:

«Abbi un lume sulla potenza che è il Paradiso. Pensa che questa creaturina, che appena aveva raggiunto l’uso di ragione, ora, lassù nella Patria dei figli di Dio, possiede un’intelligenza e un sapere per nulla inferiore di quello del più dotto e più longevo dei mistici dottori.

Il mio e tuo Giovanni, morto centenario dopo aver conosciuto i misteri più alti di Dio; Paolo, l’apostolo scienziato; Tommaso, l’angelico dottore; e con questi tutti i giganti del vero sapere, non possono aggiungere una luce a quella Piccola, mia santa.

Lo Spirito Santo, di cui fu precoce sposa sulla terra, e alla quale in abbracci di fuoco insegnava ciò che non insegna ai sapienti superbi e umani, fondendola a Lui in questa Patria beata ‑ sulla soglia della quale trovate a dirvi: “Entra e godi, o mia diletta” il Dio Uno a Trino ‑ ha infuso la perfezione del sapere a questa Piccola così come l’infonde agli adulti e ai dotti. Perché ogni vostra sapienza è sempre imperfetta e solo diviene perfetta quando possedete Dio. Dio Verità. Dio Amore.

Qui nulla vi è di imperfetto. Ai suoi santi Dio comunica le sue proprietà. Vi fa simili a Lui che vi rimane Re, per giustizia, massima Perfezione perciò, ma che vi è Re che vi apre tutti i suoi tesori e di essi vi copre e penetra.

Quando hai visto il Paradiso hai detto (Quaderni 25 maggio 1944) che ti sembrava che gli spiriti avessero, là, un’età unica, e che solo nella gravità dello sguardo e dei tratti si rivela l’età più o meno adulta. Questo ti è stato mostrato perché tu sei ancora della terra e non avresti potuto comprendere e distinguere altrimenti.

Ma qui non vi è età. Lo spirito è eternamente giovane come nel momento in cui Dio lo creò per darvelo come anima alla vostra carne. Sino al momento in cui la risurrezione della carne vi ricoprirà di carne glorificata, gli spiriti sono incorporei e uguali. Quando vi appaiono, nelle apparizioni che Io permetto per vostro bene, vi appaiono in forma corporea per pietà della vostra umana incapacità di percepire ciò che non è materia. Si materializzano perciò per esser sensibili a voi.

Ma qui è luce che canta le lodi a Dio e basta. Luce. Amore. Sapienza.»

Dato che Gesù si era messo a farsi sentire proprio mentre mi accingevo a pregare, io gli dico: “Ma Gesù! A questo modo io non posso più pregare! Dopo sono stanca, e non riesco più”.

E Lui, con un sorriso che se non temessi di esser irrispettosa chiamerei “sbarazzino”, mi risponde:

«È proprio quello che voglio. Tu mi appartieni tutta. Nel bene e nel male. Sì. Anche nel male. Non sei contenta che Io ti prenda anche quando sei imperfetta per rendere perfetto, annullando le tue manchevolezze, quello che fai? E allora devi essere contenta anche di sacrificarmi quello che è buono, e nel compire il quale ti dici: “Ora faccio bene”.

Il tuo bene! O mio piccolo moscerino! Le tue devozioni sono... devozioni. In esse entrano l’abitudine, lo scrupolo, la paura che se non le dici Io non ti ascolti e benedica, le distrazioni. Io non le voglio. Te le lascio per le ore in cui ti voglio far sentire che sei… meno ancora di un moscerino. Che sei una larva di moscerino, ancora senza ali per volare in cima ad una margherita di campo.

Ma quando Io piombo su te, ti rapisco nell’orazione. Io sono l’Aquila.

L’aquila vola nel più alto del cielo, sale, sale, sale sempre più nell’azzurro a cerchi concentrici e guarda il sole. I suoi occhi guardano il sole senza averne abbaglio. Anzi più lo guardano e più forti si sentono.

L’aquila ai suoi pesanti nati, che hanno paura a lasciare il nido a perpendicolo sul burrone, insegna l’ebbrezza del volo prendendoli uno per uno nei vanni robusti e portandoli su, su, su con sé. Inebriati di luce, non possono più sopportare l’antro nella roccia e, senza più paura dell’orrido che sta loro sotto, aprono le ali e, si lanciano... Incontro al sole, nelle altezze. Hanno imparato ad essere aquile. Prima non erano che pulcini come quelli dell’oca. Hanno imparato a volare. A non conoscere più lordura e fango. A vivere di sole. E solitarie.

Perché ‑ piccoli uomini che non sapete le meraviglie dei miei creati o le sapete tanto male ed Io ve le insegno ‑ l’aquila fa proprio così per fare dei suoi pulcini degli aquilotti. E quando li vede avidi di azzurro e di sole, li lascia, sorvegliandoli sempre. Come Io faccio con te.

E loro aprono le ali, per istinto e per desiderio. Istinto di reggersi. Hanno intuito che quelle due lunghe cose che babbo e mamma muovono e che loro non hanno mai aperto, servono per reggersi in quel bell’azzurro. E cedono al desiderio di fare come essi e di tuffarsi in quell’azzurro che sale sempre, che pare un muro e che non è che aria sempre più pura.

E l’aquila adulta, più alta, li segue. E se, stanco o debole, uno cede dopo breve volo e precipita, si precipita essa pure, lo afferra, lo salva, lo riporta al nido e lo corrobora più degli altri, per farlo pronto al nuovo volo il di’ dopo. E così finché gli insegna le vette dove è bello vivere soli, da re, per fare di ogni vetta un regno assoluto in cui re e regina si amino in vortici di luce e di voli.

E che faccio Io di diverso con te?


L’ORAZIONE È VOLO D’AQUILA. LA DEVOZIONE È TREMOLIO ANNASPANTE DI ALUCCE DI MOSCERINO CHE A FATICA SI IMPOSSESSA DEL GREMBO DI UN FIORE PER GODERSI IL SUO BRICIOLO DI SOLE.

Ed Io ti prendo quando ti voglio. E ti porto con Me. Ora ti poso. Sei stanca? Riposa. Dimmi solo che mi ami. Mi basta. E sta’ pronta al nuovo volo. Non lo capisci che sono il tuo Signore, così assoluto che quel che voglio voglio?»