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I giorni della torre Profezie e destino della ziqqurat globale

I giorni della torre

Profezie e destino della ziqqurat globale


ilpedante.org

Questo articolo è uscito in versione leggermente ridotta su La Verità del 2 aprile 2021 con il titolo "L’idea globale nuova torre di Babele. Usa la scienza per imporre dogmi".

Durante il suo viaggio apostolico in Iraq, nella mattinata del 6 marzo 2021 papa Bergoglio ha partecipato a un incontro interreligioso con alcuni leader ebraici e musulmani presso il sito archeologico di Ur dei Caldei.1 L'antica città sumera di Ur, abbandonata da millenni per la desertificazione che ha colpito l'area, sorge nelle vicinanze di Nassiriya, circa quattrocento chilometri più a sud della capitale irachena. Tra i suoi resti spicca l'imponente base della ziqqurat, la tipica costruzione religiosa a torre dell'area mesopotamica, dedicata al dio lunare Nanna. Qui, secondo i biblisti, nacque il patriarca Abramo, che da qui partì con la sua famiglia al seguito del padre Terach verso il «paese di Canaan» (Gen 11,31). Stabilitosi a Harran, oggi sul confine turco-siriano e anticamente centro devozionale di Sin/Nanna (come Ur), si arricchì «di oro e di argento e di molto bestiame» (Giudit 5,7-8) e ricevette poi l'ordine divino di proseguire il viaggio verso la terra promessa, il «paese che io ti indicherò» (Gen 12,1), dando inizio alle peripezie della stirpe israelitica da cui scaturiranno i tre grandi monoteismi abramitici.

Il luogo scelto dal pontefice cattolico appare simbolicamente perfetto per tendere la mano a «fratelli e sorelle di diverse religioni» nel segno di una paternità comune. Né va trascurata la suggestione anche linguistica del toponimo, identico al prefisso tedesco Ur- in uso in molte lingue per identificare un'origine primigenia e lontana. Il tema indoeuropeo ṛ indica il «sorgere», da cui anche il lat. or-ior, or-iens e, appunto, or-igo, l'origine. È però anche difficile che questo auspicio di unità fraterna all'ombra di una torre mesopotamica non suggerisca un'altra e più famosa torre, quella eretta «in una pianura nel paese di Sennaar» e tramandata ai posteri come la «torre di Babele» (Gen 11,1-9). Identificata dagli storici con il maestoso Etemenanki, la ziqqurat di Babilonia (oggi al-Hilla, un centinaio di chilometri sotto Baghdad) era invece dedicata al dio solare Marduk e la sua prima edificazione risalirebbe al regno di Hammurabi o, secondo la tradizione, al mitico re-cacciatore Nimrod, nipote di Cam (Gen 10, 8-12).

La vicenda biblica è nota. «Emigrando dall'oriente, gli uomini» allora accomunati da una sola lingua si stabilirono nel Sennaar, la regione tra il Tigri e l'Eufrate, e lì si proposero di costruire «una torre la cui cima tocchi il cielo» con l'intento di acquisire fama e di «non disperder[s]i su tutta la terra». Ma Dio, vista la loro opera, decise di confondere le loro lingue facendo sì che non si comprendessero a vicenda e fossero costretti a interrompere l'opera e poi a dividersi per colonizzare ogni parte del mondo, come aveva comandato loro nel giorno della creazione (Gen 1,28).

Se interpretato alla lettera, il racconto illustra direi senza equivoci l'antipatia divina – o più laicamente l'inopportunità, secondo l'esperienza e il giudizio degli antichi – delle ambizioni che chiameremmo oggi cosmopolitiche e «globali», di riunire tutti i popoli sotto per asservirli a una comune «agenda» terrena. Sul punto qualche commentatore ha anche posto l'accento sul concetto di fratellanza ultimamente caro al pontefice argentino, che nel breve discorso tenuto a Ur ricorre per ben quindici volte, nel solco della Dichiarazione sulla fratellanza umana di Abu Dhabi e dell'enciclica Fratelli tutti. In passato non sono mancati moniti sui rischi di spingere l'accezione del termine oltre il perimetro della sequela cristiana e di avvicinarlo così alla fraternité laica e rivoluzionaria la cui realizzazione, si legge in un commento del Grande Oriente d'Italia alla Fratelli tutti, sarebbe «dalle origini la grande missione e il grande sogno della Libera Muratoria». San Pio X rammentava ai vescovi francesi che «non c’è vera fraternità al di fuori della carità cristiana» e reputava il sincretismo civile e religioso


una costruzione puramente verbale e chimerica, in cui si vedranno luccicare alla rinfusa e in una confusione seducente le parole di libertà, di giustizia, di fraternità e di amore, di uguaglianza e di umana esaltazione, il tutto basato su una dignità umana male intesa. Si tratterà di un'agitazione tumultuosa, sterile per il fine proposto e che avvantaggerà gli agitatori di masse meno utopisti (Notre charge apostolique, 1910).

Per Joseph Ratzinger «diversamente dallo Stoicismo e dall’Illuminismo, il Cristianesimo chiama col nome proprio di fratello solo il correligioso... per cui si è fratello del cristiano e non del non cristiano», perché «l’affermazione di una fraternità universale senza Cristo, stronca la missione» (La fratellanza cristiana, 1960). In tempi più recenti mons. Athanasius Schneider ha polemicamente rimarcato che «la vera fraternità universale può esistere solo in Cristo, vale a dire tra tra persone battezzate».2 Sul carattere divisivo del messaggio cristiano si potrebbero citare anche le parole del suo Fondatore: «non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,34).

Meno letterale, ma più diffusa, è l'interpretazione allegorica secondo cui lo sfortunato tentativo dei babilonesi sarebbe una ripetizione in chiave prometeica del peccato di Adamo, di ambire a farsi «come Dio» (Gen 3,4) elevandosi fino alla la sede celeste mediante la tecnica. Dante colloca Nembrot/Nimrod nel pozzo dei giganti colpevoli di avere sfidato la divinità (If XXXI, 58-81) e ne illustra l'impresa tra gli esempi di superbia che adornano la prima cornice del purgatorio, «a piè del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro» (Pg XII, 34-36). Nel De vulgari eloquentia chiarisce lo strumento e il fine: l'umanità «incorreggibile, istigata dal gigante [tale era definito nella lezione alessandrina dei Settanta, nota a Dante tramite Agostino] Nembrot, ebbe la presunzione di superare con la tecnica non solo la natura, ma lo stesso naturante, che è Dio» (VE I,VII,4). L'interpretazione è comune a gran parte della tradizione patristica e rabbinica e ha una delle sue attestazioni più antiche nelle Antiquitates Iudaicae di Flavio Giuseppe, scritte nel I secolo d.C., in cui si narra che Nimrod si sarebbe fatto tiranno per indurre i suoi sudditi a «oltraggiare Dio e non curarsene e […] non concedere a Dio di essere autore della loro fortuna, ma crederla derivata dalla propria forza». A tale scopo avrebbe dunque ordinato la costruzione della torre, per «vendicarsi di Dio» e mettersi in salvo da un altro diluvio (I, 109-121).

Specialmente con l'avvento dei commerci, delle guerre e delle politiche in scala planetaria, il «peccato» cosmopolitico ritorna d'attualità e rivive nei dispositivi di governo continentali e sovranazionali, la cui megalomania declina la stessa volontà di potenza che agita lo sviluppo tecnologico forsennato a cui i moderni affidano il «trapassar del segno» (Pd XXVI, 87), della propria natura e quindi anche del proprio «naturante». Nel 1916 Stefan Zweig pubblicava in rivista il saggio Der Turm zu Babel, dove il cantiere interrotto della torre diventava la metafora di un'unità possibile dei popoli europei sotto una stessa bandiera. Nell’accettare la lettura tradizionale, lo scrittore austriaco la ribaltava in bono per imprimere al suo appello un chiaro accento prometeico, se non proprio blasfemo, di un dio invidioso che «vide con terrore crescere» l’opera dell’umanità «immortale», ne ebbe paura e capì che «non avrebbe potuto essere più forte dell’umanità se non vi avesse seminato di nuovo la discordia». Così il genio dei nuovi costruttori dovrebbe trarre «senso e beatitudine dalla lotta contro il proprio creatore» (corsivo mio). Più recentemente, il giornalista Stefano Feltri ha ripreso le tesi di Zweig nel libro Populismo sovrano (2018), nel cui ultimo capitolo (“Ricostruire la torre”) leggiamo che «quelle idee, un paio di generazioni dopo, sono diventate i mattoni con cui è stata costruita la torre di Babele della nostra Europa».

Tornando al testo sacro, in entrambi i casi di arroganza punita, quella cognitiva di Adamo e quella tecnopolitica babilonese, Dio riconosce la capacità degli uomini di portare a compimento i loro empi propositi. «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male», commenta prima di cacciare i progenitori dall'Eden affinché non prendano «anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi[no] e viva[no] per sempre» (Gen 3,22). Con identica formula, nel secondo racconto registra il peccato («ecco, sono un popolo solo»), ne prefigura l'esito («ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare») e interviene per scongiurarlo. La follia di questi gesti non risiede dunque nella loro irrealizzabilità, ma nel ricusare la filiazione divina degli uomini condannandoli così all'irredimibilità dei demoni. Gli stessi passi hanno però anche alimentato certe rappresentazioni gnostiche e neognostiche di un demiurgo geloso che teme la concorrenza degli uomini e ne frustra perciò i successi e i tentativi di elevarsi alla divinità del pleroma (v. ad es. La testimonianza veritiera di Nag Hammadi). Forse conscio di questi pericoli, Bergoglio ha anche ricordato al pubblico di Ur che «l’uomo non è onnipotente, da solo non ce la può fare». Non ce la deve fare.

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Che la si legga come un messaggio di fede o come un archetipo senza tempo, la parabola della ziqqurat biblica raffigura una tentazione degli individui e delle civiltà di ogni epoca, ma si rivela più limpidamente che mai oggi, in quest'ultimo scorcio di modernità dove l'erosione dei confini politici e culturali si fonde con un'altrettanto sconfinata fiducia nella tecnica che eleva, redime e allude senza più infingimenti alla semidivinità del «postumano». Il centralismo delle «politiche globali», l'interdipendenza delle produzioni e dei consumi, il susseguirsi di emergenze e rimedi planetari e, sopra a tutto, i sistemi di telecomunicazione prima voluttuari, poi utili e oggi surrogati obbligatori di ogni interazione, sotto qualsiasi pretesto, hanno portato a livelli ineguagliati «l'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza» che Pier Paolo Pasolini imputava cinquantanni fa alla televisione. «Ecco, sono un popolo solo» la cui «sola lingua e le stesse parole» non sono un idioma, ma i messaggi, i pensieri e le formule fotocopiati in ogni angolo di mondo, litanie sempre identiche dell'erigendo tempio globale. Il modo e la catena di questa adaequatio ad unum è la «rete» – informatica, di governo, economica, sanitaria ecc. – che connette a pochi vertici le informazioni, i giudizi, gli oggetti d'uso quotidiano, i patrimoni e i corpi di ogni atomo d'umanità, li plasma e li rende governabili con l'istantaneità di un click.

Affinché ciò sia possibile non bastano però i manufatti, bisogna imporli per imporne le ragioni. Tutto deve diventare obbligatorio, tutti devono partecipare al Grande Cantiere. Gettata la maschera del filantropo e la livrea del progresso desiderabile, anche il Nimrod odierno deve «mutare gradualmente il governo in tirannide, non vedendo altro modo di distogliere gli uomini dal timore di Dio» (Ant. Iud., I,113) e comandare a tutti la stessa lingua, lo stesso pensiero, lo stesso nuovo culto. Anche i saperi devono perciò omologarsi e diventare dogmatici e imperativi. Per la prima volta dacché esiste, la scienza rinuncia agli statuti galileiani, rifiuta il dubbio e la riserva empirica e vuole invece che si «creda» in ciò che «dice». La fallacia ab auctoritate si fa sistema, la fede in studi e dati che nessuno può personalmente verificare si gabellano per antidoti a una credenza acritica, ci si fida per vantare la propria diffidenza, si ubbidisce per marcare la propria indipendenza. Il ribaltamento è totale. L'incertezza scientifica diventa allora certezza sapienziale e rivelata, appunto gnosi, il bitume che impasta i mattoni della torre con cui si va alla conquista del cielo.

I lavori sono a buon punto e si accelera il passo sulle impalcature, la riflessione lascia il passo alla frenesia di chi intravede la meta. Non c'è tempo per discutere. Chi dubita va zittito, chi esita incatenato. I filosofi tacciono, le chiese si accodano, i giornali magnificano i lavori e i leader politici, indistinguibili Gauleiter del capomastro, imboniscono a turno le maestranze. Ovunque risuonano «una sola lingua e le stesse parole», il coro unanime dei costruttori. Fin qui la fedeltà al copione biblico è perfetta anche nel lessico. Manca però l'epilogo, quello in cui le crepe negate con rabbia dagli architetti in basso e una volontà di salvezza in alto accentueranno le tensioni sinora represse dalle leggi e dalle edulcorazioni dell'incanto mediatico. Verrà allora a mancare la concordia per completare l'opera e ciascun gruppo troverà la propria lingua e si disperderà secondo la propria storia e i propri pensieri, ciascuno verso un destino che Dio ci ha voluti liberi di abbracciare (Dt 30,19), fratello coi fratelli, vicino ai vicini, lontano dai lontani. Il crollo non sarà indolore ma, siccome indietro non si torna, è il miglior esito che ci possiamo augurare, l'unico a cui ci dobbiamo preparare.

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