Gesù e le sue fonti: fonti archeologiche 1)

jesus1.it/gesù-e-le-sue-fonti/fonti-archeologiche/

Lo storico ed archeologo James H.Charlesworth cataloga sette scoperte archeologiche più importanti nella Terra di Gesù. La prima riguarda il luogo della crocifissione di Gesù e della sua tumulazione che considereremo in particolare; la seconda è il ritrovamento dello scheletro di Jhehohanan, un ebreo crocifisso di cui è stato ritrovato ancora il chiodo conficcato nella caviglia ed a causa della ritorsione in un nodo nel legno della croce non fu più possibile estrarre. Il corpo fu deposto dalla croce strappando dal legno di ulivo il chiodo in esso ritorto. La terza scoperta, ancora sui luoghi della passione, riguarda il Praetorium e la Via Dolorosa, continuamente percorsa dai pellegrini fin dai primi pellegrinaggi in Terra Santa. La quarta scoperta si riferisce alle due piscine all’interno della Porta delle Pecore, una delle due identificata con lapiscina di Bethesda come riporta la testimonianza di Giovanni.1 La quinta scoperta è inerente al Monte del Tempioall’epoca di Gesù e permette di comprendere la sua indignazione nei confronti dell’istituzione del Tempio stesso. La sesta scoperta sono le mura e le porte di Gerusalemme, fondamentali per l’ubicazione del luogo della sepoltura; la settima scoperta riguarda le sinagoghe presenti in Palestina ai tempi di Gesù, in particolare quella di Cafarnao su cui ci soffermeremo.2

“Nel caso dell’archeologia riguardante il periodo di cui si occupa il Nuovo Testamento, essa potrà autonomamente illuminare l’ambiente, darci nuovi dati riguardanti i personaggi protagonisti della storia raccontata nei libri del Nuovo Testamento, ma mai dovrà sostituirsi ai libri. L’archeologia resta e deve restare solo un sussidio alla loro comprensione, un servizio all’esegesi che con altri metodi e mezzi tende a penetrare il messaggio del testo che, nell’intenzione degli autori biblici, va certamente oltre la storia per condurre il lettore all’accettazione nella fede di quel Gesù di Nazareth, unto da Dio Messia con Spirito Santo (At 10,35 e seg.)”. Sono le parole dell’archeologo-biblista Michele Piccirillo, con cui intende stabilire la relazione tra archeologia ed esegesi nel tratteggio della figura storica dei personaggi neotestamentari, quindi dello stesso Gesù di Nazareth.3
L’apporto alla nostra ricerca offerto d’altro canto dall’archeologia biblica tout-court consiste nell’identificazione topografica dei luoghi biblici, quindi il collegamento tra i nomi delle località bibliche e quelle stesse località che lungo i secoli sono state rinominate ma che coincidono con le loro origini storiche.
A tale proposito consideriamo i ritrovamenti archeologici fondamentali che hanno riportato alla luce gli elementi di quella vita quotidiana vissuta dallo stesso Gesù storico e presente nella narrazione evangelica. Avvicineremo i luoghi santi in Palestina ed in particolare la Casa di Maria a Nazareth, la Casa di Pietro e la Sinagoga a Cafarnao, il Santo Sepolcro.
Accosteremo a complemento il valore dei ritrovamenti numismatici collegati al Vangelo.

1 Gv 5,2-9.
2 Cfr. CHARLESWORTH J.H., Gesù nel Giudaismo del Suo Tempo alla luce delle più recenti scoperte,
“Piccola Biblioteca Teologica” n.30, Claudiana, 19982, pp.133-164.
3 PICCIRILLO M., Archeologia e nuovo testamento, pro-manuscripto, PIB, Roma 1994, p.2.

di Fabio Ferrario

NAZARETH: LA CASA DI MARIA

La comunità cristiana primitiva costituì agli inizi della sua fondazione una delle varie espressioni del Giudaismo. Eretta sul principio dell’amore annunciato dal suo Fondatore e su un’attesa messianica ultraterrena, essa entrò presto in conflitto con il messianismo nazionalistico giudaico antiromano che poi la perseguitò. Per quanto doloroso questo momento permise tuttavia l’apertura della comunità giudeo-cristiana al mondo ellenistico fino alla repentina nascita di una comunità cristiana greco-ellenista ed alla progressiva diffusione del Cristianesimo in tutto l’Impero.
Con l’Editto di Milano indetto da Costantino il Grande nel 313 d.C. ed il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo come religione dell’Impero, sorsero presto in Palestina numerose opere edilizie cristiane, promosse particolarmente da Elena, madre dell’imperatore.
Dal IV secolo la Palestina divenne un immenso santuario con una diffusione di basiliche, chiese, cappelle e monasteri, che a partire da Gerusalemme si estesero fino ai villaggi della Terra Santa e ai luoghi più remoti del deserto di Giuda.
Questo periodo di fioritura continuò fino agli inizi del VII secolo quando la dominazione persiana e l’invasione islamica significarono per le comunità cristiane distruzione e progressivo abbandono dei luoghi santi.
L’effimera ripresa nel tempo delle crociate vide nei secoli XII e XIII una breve parentesi di continuazione ma per terminare nuovamente in altre distruzioni e nuovo sangue versato.
Lo stato di abbandono quasi totale che ne seguì vide tuttavia la costante presenza di sparute comunità cristiane di monaci greci, armeni, francescani, nonché alle coraggiose visite di audaci pellegrini. Essi garantirono la conservazione minima degli antichi edifici cristiani e costituiscono ancora oggi l’anello di continuità che permette agli archeologi di condurre le loro ricerche.1

Nel 1620, grazie alla protezione dell’emiro del libano Fakhr ed-Din, i francescani entrarono in possesso di una grotta già venerata dai cristiani di Nazareth. Essi eressero presto, a sud dell’attuale basilica dell’Annunciazione, una chiesa di dimensioni modeste accanto a quella grotta. Padre Prospèr Viaud era il guardiano del convento nel 1909 e fu il suo interesse per l’archeologia e la storia a spingerlo alla ricerca della basilica crociata di cui aveva letto dell’esistenza e della sua costruzione in quel luogo ad opera di Tancredi, principe di Galilea. La sua ricerca ebbe buon esito quando notò che il muro nord del cortile principale del convento era di fatto un muro di contenimento dell’antico muro di quella basilica crociata. L’opera di demolizione della chiesa francescana e di proseguimento della ricerca fu affidata nel 1955 all’archeologo Bellarmino Bagatti il quale scavando sotto i mosaici di epoca bizantina, rimossi per sottoporli a restauro, scoprì su quelle mura i graffiti dei primi pellegrini tra cui il famoso XE MAPIA2 che danno l’identità cristiana del luogo.3
Fino a questi ritrovamenti si aveva la convinzione che la casa di Maria venerata in quel luogo fosse in realtà falsa in quanto l’area era precedentemente occupata da un cimitero, quindi non potevano sorgere nelle sue vicinanze abitazioni comuni. Ulteriori e fondamentali scoperte furono i resti di un’antica sinagoga giudeo-cristiana eretta sul posto, nonché suppellettili domestiche di vita quotidiana sparse in tutta l’area. Tutto ciò portò alla rapida confutazione dell’antica ipotesi in favore della nuova definizione di quell’area come appartenente al villaggio di Nazareth e venerata fin dai primi cristiani come l’autentica casa di Maria.4
È questo uno dei contributi più importanti offerti dall’archeologia al nostro viaggio sulle orme del Gesù storico. Il mistero dell’incarnazione trova ulteriore conferma dalla voce sempre viva di quelle pietre a testimonianza perenne del fatto che in quel luogo “il Verbo si fece carne e dimorò tra noi”. 5

1 Cfr. ibid, pp.70-71.
2 KAIRE MARIA è il saluto dell’arcangelo Gabriele corrispondente al nostro “Ave Maria”.
3 Cfr. BAGATTI B., Alle Origini della Chiesa, vol.I, Libreria Editrice vaticana, Città del Vaticano 19852, p.131.
4 Cfr. PICCIRILLO M., Archeologia e Nuovo Testamento. Tracce Cristiane in Palestina, San Paolo, Cinisello
B.,1998, pp. 59-64.
5 Gv 1,14.