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CORONAVIRUS: NO, NON È ANDATO TUTTO BENE – E. Serravalle, R. Volpi #Byoblu24 VIDEO

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Il modello cinese di repressione del coronavirus. La Cina, l’Occidente, l’Italia La grande vittoria, culturale e operativa, del modello cinese È cinese il virus, e hanno poco da indignarsi i cinesi se il presidente degli USA Donald Trump chiama il coronavirus “virus cinese”; è così, è nato e si è sviluppato in Cina, nella città di Wuhan – una delle tante megacity cinesi, con 11 milioni di abitanti – capoluogo della provincia di Hubei, nella Cina centrale. Ed è cinese pure la “guerra” a questo coronavirus il cui nome scientifico è SARS- CoV-2 ma è universalmente conosciuto come Covid-19, sigla che in realtà ne identifica l’infezione e alla quale ci atterremo per semplicità. Cinese nel senso che anche la strategia di contrasto alla diffusione del coronavirus, in quasi tutti i Paesi dove il virus ha fatto la sua comparsa, è in qualche modo e misura “made in China”. Cinese il virus, cinese la strategia di contrasto… ma meglio sarebbe chiamarla strategia di repressione. Entrambi cinesi in senso pieno. Del virus si è detto: è nato lì, ed è solo l’ultimo di una lunga serie di virus che nasce e prende le vie del mondo da quelle regioni. Della strategia si deve invece aggiungere che è la prima volta, in tempi moderni, che si assiste a un’azione di contrasto di un’epidemia condotta 8 con le armi del confinamento delle persone dentro casa, della quarantena per intere popolazioni, ovvero intere nazioni, della riduzione pressoché a zero delle relazioni sociali e dei contatti fisici non per milioni ma per centinaia di milioni, addirittura per alcuni miliardi della popolazione mondiale. La prima volta. Anche per questo sconcerta che tutti si siano messi a inseguire il modello cinese, un modello che appare cucito apposta su uno stato armato di confucianesimo e polizia, ma assai meno sugli stati occidentali, sulle loro società mobili e liquide, che non possono far conto né sul confucianesimo né sull’impiego capillare (almeno così credevamo) della polizia e degli apparati dello stato in funzione antipandemica. Né, inutile aggiungere, su un potere assoluto di qualcuno, leader o governo che sia. Quando, 11 anni fa, nel 2009 fece la sua comparsa l’influenza suina, veicolata dal virus A/H1N1 – teoricamente ben più temibile del coronavirus in ragione di quella A che identifica i virus influenzali di prima categoria, per così dire, cioè quelli responsabili delle più terribili pandemie del secolo scorso (dalla “Spagnola” all’“Asiatica” all’“Hong Kong”) –, nessuno pensò di mettere in atto una strategia paragonabile anche lontanamente a quella odierna. Ma la suina veniva dal Messico, e lì, in Messico, nessuno – governo e autorità sanitarie, istituzioni e politici – si preoccupò di mettere in campo alcunché di particolare per impedirne la diffusione. Una diffusione contro la quale in tutto il mondo, pur attraversato da un’autentica psicosi per quella influenza che appariva terribile, non si fece niente di più che aggiornare le normali raccomandazioni che sempre accompagnano le ondate epidemiche stagionali: fare attenzione ai contatti, lavarsi bene le mani, evitare gli assembramenti, portare se possibile le mascherine o dei foulard a coprire bocca e naso negli ambienti chiusi a contatto con altre persone, e altre ancora di questo tenore. Si puntò piuttosto sul vaccino perché, trattandosi di virus influenzale, le differenze rispetto agli ordinari virus influenza- 9 li apparivano abbordabili con tutto il know-how accumulato in fatto di vaccini antiinfuenzali. Un vaccino fu in effetti realizzato in tempi record, il che però non gli impedì di arrivare quando la pandemia era già in fase calante, mal sperimentato, prodotto in fretta e furia in un paio di miliardi di unità, venduto a prezzo pieno ai governi di mezzo mondo, anche in quell’occasione soprattutto occidentali, inoculato per meno di un decimo della quantità commercializzata, all’atto pratico del tutto inefficace, cosicché la suina passò senza che il mondo moderno, evoluto e “scientifico”, Occidente in primis, fosse riuscito a fare alcunché per contrastarla. Passò rivelandosi poco più, ma molti dicono – tra cui chi scrive e che ne scrisse a più riprese al tempo su un quotidiano nazionale – poco meno di una comune influenza stagionale della quale prese sostanzialmente il posto. Ma la psicosi fu grande da un angolo all’altro della terra, enorme la paura che la pandemia generò in ogni strato della popolazione. Al punto che il “British Medical Journal”, la più importante rivista medica inglese, mosse a fine pandemia brucianti accuse all’OMS (è un ritornello che si ripete, questo, evidentemente) per le sue previsioni allarmistiche e per essersi avvalso, nel formularle, di consulenti che erano anche, in parte, consulenti di case farmaceutiche produttrici di vaccini. Dal canto suo, la Commissione sanità del Consiglio d’Europa arrivò alla conclusione che furono “in primo luogo” le stesse autorità sanitarie a creare un clima psicologico da assedio. Il Messico non fece nulla di particolare, dunque, per contrastare l’influenza suina. La Cina, alle prese con il coronavirus, ha fatto tutto; anche se è ormai assodato che abbia dapprima ignorato, poi negato l’esistenza del virus, perfino punendo i medici che si provavano a dare l’allarme, e infine ammesso quel che non si poteva più tener segreto. Fino a quando il 23 gennaio non ha isolato l’intera provincia di Hubei – con una superficie territoriale di oltre la metà dell’Italia e di eguale popolazione (poco meno di 60 milioni di abitanti), con tutti gli abitanti dentro. Niente entrate, 10 niente uscite, niente attività. Movimenti interni di persone ridotti a zero. Mascherine e distanziamento sociale. La vita quotidiana concentrata nel perimetro delle mura di casa, uscite contingentate per gli acquisti dei beni di prima necessità e stop. Fermi i trasporti, chiuse scuole, università e uffici, ogni sede e tipologia di ritrovo, ogni possibilità di incontro vietata, preclusa ogni via di fuga, allontanamento, evasione, sia pure momentanea. Ma è stato questo isolamento, questa quarantena, questo “tutto” che il mondo, inteso come opinione pubblica dei vari Paesi, ha conosciuto; non i colpevoli ritardi, non la repressione delle notizie, non la manipolazione dei bollettini sanitari messi in atto dal potere cinese per non intaccare la reputazione e la preminenza internazionale del Paese negli equilibri geopolitici. Ed è stato questo “tutto” a dare la svolta, a tracciare la rotta. Di più: a imporre uno standard, un modello al mondo intero. La Cina ha imposto al mondo un modello che solo essa – munita da un lato della resistenza paziente del confucianesimo e dall’altro della capacità repressiva capillare della polizia e degli apparati dello stato – poteva imporre saldamente, poiché richiedeva, per le sue caratteristiche, di un potere politico non democratico, se non apertamente totalitario, capace di calarlo dall’alto da un giorno all’altro senza discussioni e senza accettare deroghe o eccezioni.

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